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    E se don Bosco non avesse saputo fischiare?


    I “Bartolomeo Garelli” di oggi: violenza e mansuetudine negli oratori

    Biagio Irene – Alessandro Cutrupi *

    (NPG 2022-05-74)



    Se noi oggi non fossimo in grado di fischiare, che fine farebbero i “Bartolomeo Garelli” che incontriamo nel nostro cammino? È questa una domanda che ci poniamo spesso come educatori del Michele Rua, oratorio salesiano della periferia nord di Torino. Siamo in grado come comunità educante di prenderci cura del prossimo, non cadendo nel tranello e lanciando lo sguardo oltre alla violenza che ci si palesa di fronte?
    Per provare a rispondere, riteniamo utile riportare alla memoria proprio l’incontro decisivo tra don Bosco e Bartolomeo, in quanto possibile figura della violenza e della mansuetudine. Il giovane cerca riparo, forse calore, comunque una risposta alla propria condizione di povertà, lì nella sacrestia del Convitto di S. Francesco. Eppure il sacrestano non comprende, anzi, legge nel suo atteggiamento probabilmente un che di violento, un sopruso, tanto da sentirsi autorizzato a usare a sua volta la violenza per cacciarlo.
    Don Bosco si smarca da questa dinamica mostrandosi disponibile, in ascolto e mansueto: ha permesso così quell’incontro capace di cambiare per sempre la storia (di Bartolomeo, di don Bosco stesso, e la nostra).
    Oggi come allora la violenza ci interpella, umanamente ed educativamente, a maggior ragione se guardiamo la realtà a partire dalla logica cristiana. Proveremo dunque a portare alla luce la violenza di cui quotidianamente facciamo esperienza in cortile, per poi evidenziare come la mansuetudine insegnataci dal Santo dei giovani possa configurarsi ancora oggi come una possibile risposta.

    La violenza, un fatto strutturale, sociale e personale

    Riteniamo che la violenza sia strettamente legata alla dignità: ogni atto che va a minare il valore stesso della persona e la sua possibilità di crescere e sviluppare in maniera integrale tutte le sue dimensioni.
    Quali sono allora quelle situazioni incontrate in Oratorio che non agevolano un’adeguata crescita dei ragazzi oppure che ne sminuiscono il valore?
    Pensandoci frettolosamente, certamente vengono alla mente quelle azioni chiaramente connotate come violente, come ad esempio su piccola scala un insulto, una minaccia, una scazzottata, o ancora su più ampia scala chi ha vissuto magari situazioni di maltrattamento, di abuso o di sfruttamento. Eppure le ragazze e i ragazzi incontrati in Oratorio oggi testimoniano con la propria vita forme di violenza più silenziose, subdole, che non danno nell’occhio. Sono forme di violenza strutturale, ovvero dinamiche e situazioni in qualche modo “naturalizzate” e quindi non immediatamente riconoscibili come forme di violenza, specie per chi cresce nella cultura propria del contesto che presenta tali storture. Esse producono diseguaglianze e povertà, di cui non è difficile fare esperienza (nelle nostre strade così come nei nostri cortili). E spesso questo sistema finisce facilmente per colpevolizzare la vittima, come se i poveri fossero responsabili del proprio destino.
    Per essere concreti, possono essere frutto della violenza di cui stiamo parlando le difficoltà linguistiche di chi è qui da anni eppure ancora non parla la nostra lingua, senza che nessuno della società civile sia disposto a farsene carico.
    È violento il non essere considerati cittadini pur essendo nati e cresciuti qui e avendo frequentato le nostre scuole (abitando certamente due culture - la nostra e quella di origine).
    Ancora, può essere violenta la costruzione di un apparato burocratico che non tiene conto della fatica delle persone poco istruite o non digitalizzate, escludendole di fatto se non assistite.
    È violenta la pressione che sentono i giovani nel doversi conformare a modelli estetici e sociali unici e fortemente definiti.
    È violenta la logica della competizione quando, anziché essere da stimolo a fare meglio, nel rispetto reciproco, mette i giovani uno contro l’altro, convinti che non ci sia posto per tutti: occorre allora essere primi a discapito degli altri.
    In Oratorio incontriamo queste e altre situazioni che puzzano di violenza.
    C’è una struttura da rivedere, c’è una scuola da migliorare, e poi ci sono le famiglie… famiglie che rinunciano al proprio ruolo genitoriale, aspettandosi che la scuola o il terzo settore facciano per loro ciò che sarebbe loro dovere; genitori svalutanti, maltrattanti o abusanti; genitori, separati o divorziati, che si contendono il figlio (come fosse un pacco) o proiettano su di lui/lei i loro problemi relazionali. Situazioni sempre fonte di grandi sofferenze per i ragazzi…
    E poi ci sono loro, le ragazze e i ragazzi che incontriamo quotidianamente e che, di fronte alla violenza vissuta, rispondono per come possono: chi la regge bene e trova il modo per smarcarsi; chi si chiude a riccio e si fa passivo, chi a sua volta si fa violento, per ricavarsi uno spazio nella sua cerchia, sentirsi qualcuno, dire al mondo che esiste.
    Talvolta di fronte ad alcuni atteggiamenti ci sentiamo impotenti, non abbiamo le forze… Alcune situazioni si presentano troppo grandi per noi.
    Ancora, come educare i ragazzi a gestire la propria emotività, perché siano in grado di trasformare la rabbia, per un torto subito o per una fatica esistenziale, non in insulti, pugni, aggressioni verso i pari o le cose, bensì in comportamenti socialmente accettabili e personalmente costruttivi? Come educarli al rispetto reciproco e alla coesistenza, imparando ad andare oltre agli screzi e alle antipatie?

    Mansuetudine: una boccata d’aria e una spinta alla pace e al desiderio

    L’elenco appena proposto delle situazioni violente può toglierci il fiato, farci sentire oppressi e impotenti. Ci fa bene, allora, prima di tutto rifiatare e allargare lo sguardo e il cuore, alla ricerca della grazia che c’è e che opera: personalmente ripensiamo a tutto il bene e il bello che ci circonda, che ci è stato donato e che già offriamo ai giovani: un ambiente sano, tranquillo e curato in cui trascorrere i pomeriggi; la presenza costante di adulti con cui giocare e confrontarsi; progettualità specifiche per sostenere bambini e ragazzi nella sfida scolastica; una comunità presente e viva, capace di generare tanto servizio da poter cercare di far fronte alle povertà proprie del nostro territorio.
    Saltano poi alla mente quelle storie di crescita riuscita, di cui anche noi siamo stati partecipi, e che testimoniano come il bene può vincere sul male. Riconoscere che siamo nelle mani del vero Salvatore e che non dobbiamo far altro che lasciargli lo spazio di agire e di lasciarci condurre, è il primo grande atto di mansuetudine. Questa va a braccetto con l’umiltà; della sua necessità si fa in fretta esperienza se si vuole il bene dei ragazzi: abbiamo imparato così a mettere da parte un po’ di orgoglio e a lavorare assieme, per ottenere dei risultati educativamente significativi.
    Sapere che non siamo soli ci permette di ridimensionare il nostro ruolo, riconoscendoci il giusto spazio, senza però privarci delle nostre responsabilità: siamo chiamati a fare ogni giorno il meglio che possiamo con quello che ci è stato dato. Saremo così disposti a comprendere e ad amare questi ragazzi forse in un modo che non si aspettano, proprio come don Bosco con Bartolomeo Garelli: il bene che spiazza è il primo passo per rompere quelle catene di violenza e permettere ai ragazzi incontrati di vedere che un’altra reazione è possibile.
    E se non sapessimo fischiare? Speriamo sempre di riuscire a trovare un punto d’incontro con i giovani, pur nelle nostre reciproche povertà, e se non sarà il fischiare sarà il correre, il saltare, il sorridere. Perché in fondo, da quanto abbiamo capito e avuto modo di sperimentare, dietro quel fischiare non c’è altro che il desiderio di testimoniare la bellezza della vita e di provare a sperimentarla insieme, in una relazione autentica con loro e testimoniando con l’esempio, la presenza e la vita, che c’è un modo migliore di stare al mondo, per vivere pienamente.
    Riconoscere umilmente i propri limiti e il bisogno di agire comunitariamente per educare, sentirsi amati e voler restituire quanto ricevuto amando a nostra volta i ragazzi, mettersi in ascolto dei giovani e con loro ricercare il bene, sapere di non essere soli e poter contare sulla presenza di Dio: questi, oggi come allora, i tratti che riconosciamo essere utili per imparare ad essere mansueti e così camminare sulle orme di Gesù, ricalcate da Don Bosco, per rispondere concretamente alla violenza che incontriamo nei ragazzi. Ci proviamo, giorno per giorno, un passo alla volta, nella speranza di riuscire sempre più ad essere educatori a Sua immagine.

    * Biagio Irene, 31 anni, laureato in filosofia e educatore per l'Oratorio Salesiano Michele Rua, Torino
    Alessandro Cutrupi, 26 anni, educatore professionale e pedagogista, educatore per l'Oratorio Salesiano Michele Rua, Torino



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