Raffaele Mantegazza
(NPG 2022-05-45)
Sulla luce che ti abbaglia
io ci metterò un foulard
(Enrico Ruggeri - Prima del temporale)
Nel ricordo di molti padri uno dei gesti più profondi e più delicati nei confronti dei propri figli molto piccoli è quello di mettere un foulard sulla luce per poterli far dormire e al contempo non perderli di vista, far sentire loro l'abbraccio del buio ma anche la protezione luminosa della presenza paterna. La mitezza ama una luce mitigata; non la tenebra, non un abbacinante e chiarore, ma il chiaroscuro un po’ velato nel quale gli occhi della persona da educare possono vedere ma non sono accecati. La tinta della mitezza è simile a quel tenue rosa che gli studiosi affermano essere il colore percepito dal feto: un mondo ammorbidito e reso meno disturbante anche se nulla di esso viene nascosto.
Per questo motivo educare alla mitezza ed educare con mitezza ha molto a che fare con la verità; mostrare il male che è nel mondo non significa sbatterlo sul viso agli educandi, perché anche nel modo in cui si mostra il negativo c’è la traccia del meglio e del bene. La mitezza è schietta e franca, non nasconde il male del mondo, non è accondiscendenza pura e semplice. Ma un film su Auschwitz non può consistere in un’unica inquadratura sulla montagna di morti. La mitezza vela la verità per poterla mostrare senza creare traumi o shock; attraverso il foulard la luce penetra comunque, viene percepita e fa percepire il mondo intorno, ma lascia anche intravedere la sagoma dell'adulto pronto a proteggere il ragazzo in quello che è comunque è sempre il primo dovere di ogni educatore.
Spesso si afferma che i ragazzi vanno esposti nudi alle intemperie del mondo per temprare loro il carattere; “così si abituano al male”, si dice, evidentemente perché si considera il male come il destino eterno dell’uomo e non si pensa che il compito dell’essere umano è cercare di eliminarlo o perlomeno di non provocarlo. Il gesto educativo brusco o addirittura violento è la mimesi del male, alberga in sé le sue strutture; non si educa alla nonviolenza con la violenza, non si possono scindere i mezzi dai fini.
Per questo motivo nel sottotitolo di questo articolo abbiamo scritto “educare alla/con mitezza”; perché forse proprio in questo campo l’esempio dell’educatore diventa fondamentale. Saper gestire in modo mite un rimprovero, saper dirimere in modo mite un conflitto sono gesti che vanno al di là dell'abitudine violenta che ci consegnano purtroppo i mass media e i gesti di molti nostri simili. Un educatore che sa comportarsi in questo modo pone un inciampo nel meccanismo della violenza, mostra un esempio inatteso, stupisce i ragazzi e li fa riflettere sulla possibilità che essi possano ripetere questa opposizione concreta al destino del male. Purtroppo oggi questo comportamento è ampiamente minoritario, soprattutto da parte degli adulti nella società attuale, ma in attesa che la mitezza diventi una sorta di seconda pelle, un'abitudine acquisita dall'essere umano, dobbiamo continuare a mostrare esempi di un'educazione alternativa all'urlo e al colpo inferto.
L’uomo è capace di violenza, altrimenti non l’avrebbe mai compiuta. Il gesto di Caino è sempre possibile anche se non è un destino già scritto; per questo motivo la mitezza è frutto di una libera scelta, al bivio tra la violenza e la nonviolenza. Spesso si giustifica la violenza affermando che l'uomo è un predatore come gli altri animali; l’uomo è certamente un animale, ma la sua caratteristica specifica e la libera scelta, la capacità di riflettere, di trattenere il colpo, di decidere di sacrificarsi per gli altri: la sua specificità è poter scegliere di non essere simile al mondo di predatori che abbiamo costruito anche se non eravamo obbligati a farlo. Siccome l’essere umano è capace di scegliere, allora la mitezza può essere intesa come un gesto trattenuto, come il pugno che si trasforma in una carezza; anzi come l'unilateralità del pugno che si scioglie in tanti diversi gesti che caratterizzano l'educazione mite. Non basta infatti non essere violenti per essere nonviolenti; questa seconda espressione riguarda lo stile di vita comprensivo di ogni nostro comportamento nei confronti del mondo e non soltanto un'opposizione alla violenza.
La mitezza dunque è fantasiosa: il gesto mite richiede creatività, a differenza del gesto violento che è sempre lo stesso, l’antica ripetizione della violenza dell'uomo sull'uomo. La mitezza cambia a seconda dell'interlocutore: il gesto gentile è dettato dalla persona che ho davanti, che potrebbe interpretare la carezza come affetto o come invasività, che potrebbe non desiderare un abbraccio oppure ricercarlo anche senza essere capace di fare il primo passo. Essere miti dunque significa essere concentrati sull'altro, sintonizzarsi su di lui o su di lei, cercare nelle sue gioie e nelle sue paure per trovare la giusta modulazione del proprio gesto.
Esiste un galateo della mitezza? Possiamo riscrivere le opere di Baldassarre Castiglione, di Della Casa, di Erasmo da Rotterdam? La mitezza ha bisogno di regole? Sicuramente i testi che abbiamo citato erano impregnati della cultura delle epoche nelle quali sono stati scritti; la gentilezza, la mancanza di affettazione, erano sostanziali alla società nobiliare nei quali quei libri venivano stampati, erano respirati nelle corti. Non si trattava di regole imposte dall’alto ma del riflesso ordinato di una cultura viva e attiva, quasi quotidiana. Oggi un Galateo della mitezza dovrebbe invece andare controcorrente rispetto a una società che alterna l’esaltazione della violenza e della rozzezza al rifiuto di qualunque regola e di qualunque discussione di carattere etico e morale in nome della “libertà di espressione”, che nessuno ovviamente vuole qui negare ma che è stata sradicata dal senso che le conferisce la Costituzione e usata come un’arma, spesso per nulla mite.
Uno degli esempi più attuali e più importanti di utilizzo della mitezza come scelta educativa ma anche come critica della società attuale è il linguaggio. Gli insulti, l'urlo, il linguaggio sessista, omofobo, razzista, vengono utilizzati ormai automaticamente, senza rifletterci. E quando qualcuno propone una riflessione su questo vero e proprio forte di violenza ci si sente rispondere “ma cosa vuoi che sia”, “ le cose importanti sono altre”. Il politically correct è una soluzione banalizzante di un problema reale: le parole feriscono, le parole possono anche uccidere, perché il linguaggio è uno degli strumenti attraverso i quali diciamo e comunichiamo la realtà. Usare le parole come pietre o come armi è già segno di un'educazione violenta perché molto spesso non ci si ferma al linguaggio ma questo è l'introduzione a una serie di comportamenti successivi. La capacità di usare un linguaggio mite che nomina le cose, non le nasconde, addirittura le svela ma con parole che non colpiscono frontalmente il soggetto, la capacità di mostrare ad un ragazzo l'errore compiuto senza toccare la sua sfera intima e senza ferire la sua privacy dovrebbe essere nel DNA di ogni educatore.
Dal momento che alcuni discutibili comici hanno costruito la loro brillante carriera proprio sull'uso del linguaggio volgare, probabilmente per una incapacità di far ridere se non pronunciando parolacce, occorre affrontare il tema del linguaggio con i ragazzi in modo non moralistico; è utile per esempio cercare di scavare negli stereotipi che sono evidenti nelle parole utilizzate per insultare, cercando di capire come mai la donna, il migrante, l'omosessuale, il disabile compaiono sempre come figure che fanno da sfondo alle offese, che prestano il loro nome agli insulti. Solo a partire da questa opera di decostruzione è possibile parallelamente mostrare un linguaggio mite, un linguaggio che sa confliggere senza offendere l'altro e soprattutto senza utilizzare una categoria umana peraltro già discutibile in sé come strumento di aggressione verbale.
Ma la mitezza da parte di un educatore non deve essere messa in campo soltanto nel rapporto con i suoi educandi. È fondamentale anche comportarsi con mitezza con i propri colleghi perché è proprio all'interno della comunità educante, del team, del gruppo di educatori che si deve realizzare quella parrhesia, quella trasparenza di rapporti che noi vogliamo proporre ai ragazzi e forse all'intera società. È da ipocriti riprendere i ragazzi perché non sanno discutere quando poi nelle riunioni tra educatori o negli incontri collegiali si verificano dinamiche che sono sconcertanti perché infantili e totalmente inadatti ad una discussione tra adulti. La capacità di mostrare gentilezza con un collega e al contempo di presentargli la nostra idea quando è opposta alla sua, è una competenza professionale fondamentale per gli educatori; ed è lì che si gioca la mitezza anche nel rapporto con le persone che occupano un ruolo superiore e che sono i nostri responsabili, nel modo in cui li si critica e li si si contesta ma non si va mai oltre il ruolo per attaccare la persona.
È possibile che la mitezza abbia nel suo grembo un mondo nuovo? È possibile che in futuro non sarà più necessario educare alla mitezza perché i ragazzi respireranno questa caratteristica umana in ogni angolo della loro vita, perché essere miti sarà diventato la normalità? Non è facile rispondere oggi a questa domanda ma come sempre l'educatore ha il compito di iniziare un processo del quale forse potrà non vedere la fine. Occorrono grande fiducia, grande forza, grande resistenza e soprattutto la capacità di farsi stupire, anche da se stessi, anche dalla capacità che il proprio corpo ha di trarre mitezza dalle proprie pratiche quotidiane. Educando i ragazzi con dolcezza, con serenità, con un foulard.















































