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    Con la mansuetudine “è” la carità


    Giorgio D’Aniello *

    (NPG 2022-05-59)



    Nel cortile di un oratorio, soprattutto se vi si vive per anni la propria quotidianità, non è eventualità tanto remota vedere qualche percossa, quelle che noi chiamiamo comunemente botte. Fa parte di quegli effetti collaterali che generalmente cominciano in una partitella di calcio e che l’educatore di turno deve essere bravo a non far degenerare (meglio ancora sarebbe, ovviamente, prevenire).
    Certo, a volte possono sfuggire di mano. Anche al sottoscritto è capitato, seppur raramente, di tornare a casa con qualche livido sulle braccia.
    Naturalmente, l’educatore stesso è il primo a non dover ricorrere alle botte per sedare una rissa, farsi ascoltare o comunque raggiungere l’obiettivo che si è prefissato. È una cosa talmente scontata…
    Ma le botte, queste percosse, sono soltanto schiaffi, pugni o calci? Condivido un mio piccolo fallimento, tra i tanti che mi hanno fatto crescere.
    Quel giorno J., in oratorio, giocava. Sì, ma coi miei nervi. Era un fenomeno nel suo genere. Riusciva a far “sbiellare” anche i più buoni. E quel giorno stava giocando proprio con i miei, di nervi. Provocava, faceva l’esatto contrario di quello che gli chiedevo, a ogni mio invito dava le classiche risposte, di quelle che poi ti viene da dire, mentendo, “se potessi, ti metterei le mani addosso”. E io gli dissi proprio così.
    La cosa potrebbe anche essere liquidata con un “ma sì, ci può stare”. Ma il fatto è che J., a casa sua, le prendeva davvero le percosse, eccome. E, di fronte ad una evidente messa alla prova dell’adulto che ero, mi rivelai esattamente come quelli che aveva conosciuto fino ad allora.
    Con ingiustificabile ritardo, compresi che trasformare la rabbia in parole violente, invece che in violenza fisica, non funziona comunque. Se non voglio dare uno schiaffo ma umilio chi ho di fronte con le parole, magari pure urlate in maniera smodata, beh, forse gli avrei fatto meno male con uno schiaffo. Parole che diventano pietre che percuotono il mio interlocutore, che in casi come quello di J. altri non è che un ragazzino carico di sofferenza con un’infanzia infelice alle spalle.
    E allora cosa fare? Si sa, gli educatori spesso si portano a casa un piccolo fardello e la sera rimuginano sulle situazioni irrisolte della giornata. Dopo quell’incontro/scontro con J., mi interrogai sul valore della mansuetudine di cui ci parlò don Bosco.
    Perché non è solo trattenere le mani, ma non può essere neanche soltanto mordersi la lingua e tacere. Non è evitare il confronto, né per indifferenza, né per debolezza.
    Deve essere qualcosa di attivo, un modo di fare e non di non fare. Anzi, un modo di essere, per far capire a chi hai di fronte che nonostante tutto tieni davvero a lui, vuoi il suo bene, e non c’è rabbia che tenga. Perché con la mansuetudine è la carità, c’è l’amore. È l’atteggiamento di Cristo, “mite e umile di cuore”, che viene fuori in tutta la sua grandezza nella Passione.
    Ok, questa è una bella teoria. Ma, ammesso che sia almeno in grado di autocontrollarmi, come faccio però a farmi ascoltare? Perché in cortile il problema è questo. Al J. di turno, in quel momento, cosa dico? “Ti voglio bene”? Certo, c’è una remota possibilità che possa essere spiazzato, ma siamo realisti, su… Come può essere anche efficace, questa mansuetudine/carità?
    Quella volta con J. avevo semplicemente fallito e non riuscii a salvare la situazione, ma mi consolava il fatto che anche don Bosco, nel Sogno, aveva cominciato sbagliando, buttandosi nella mischia. Ci ha messo poi del tempo, anni, decenni, a trovare una ricetta, una formula: la mansuetudine e la carità non si improvvisano, si imparano, si coltivano e si curano, si “studiano”. E tutto ciò non può prescindere dal coltivare e curare le nostre relazioni: “studia di farti amare”. Ecco, forse con J., per evitare sia le percosse “verbali” sia il “buonismo” fine a se stesso, avrei dovuto trovare il modo non solo di farmi rispettare, ma anche di farmi voler bene.
    In questo la quotidianità oratoriana, con la sua famigliarità, ti viene incontro. Affianchi J. un giorno per una battuta, quello dopo gli chiedi come va, e così via. Alla fine, si crea la fiducia, ci si lascia conoscere dall’altro e può capitare davvero che riesci a farti voler bene, vuoi bene tu a lui e non solo: lui se ne accorge (“che sappiano di essere amati”). È allora che puoi far vivere in te la formula “Non con le percosse, ma con la mansuetudine”.
    Per la cronaca, il mio ultimo giorno di lavoro in oratorio c’era pure J. Mi venne incontro con un insolito sorriso, ricordando quel giorno in cui mi fece deliberatamente uscire dai gangheri. Mi ringraziò. E lì, anche io, seppi che mi voleva bene.

    * 37 anni, marito di Agnese e papà di Margherita, Beatrice e Irene. Da 2 anni lavoro presso il Centro di Formazione Professionale salesiano di Fossano (CN), negli 8 anni precedenti ho invece prestato servizio come educatore presso l’Oratorio salesiano di Cuneo, la mia città natale.



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