NARRAZIONI DI RIPARTENZA /3
Gigi Cotichella *
(NPG 2022-05-6)
Incontro Veronica Biagioni nella sede della Confederazione Nazionale delle Misericordie d’Italia. Per chi non è toscano o non vive in alcune zone d’Italia, le Misericordie sono un grande gioiello della nostra tradizione cristiana. La prima cosa che si direbbe è che sono le “ambulanze cattoliche” ma è limitante. Perché sono anche la prima associazione di volontariato della storia d’Italia e perché si evolvono continuamente, i loro 800 anni di storia le rendono uniche. Iniziarono nel 1244 a Firenze. Dei laici decidono di mettersi a servizio dei poveri ammalati spesso abbandonati per strada. La prossimità e il prendersi cura le caratterizza. Le due caratteristiche della misericordia: avvicinarsi a chi soffre e prendersi cura del suo dolore. Per questo l’icona del buon samaritano è per loro una continua fonte d’ispirazione.
Veronica è giovane. È una psicologa, ha 29 anni e da due anni è coordinatrice della protezione sociale a livello nazionale. Una giovane che ha un incarico così importante. Non è raro qui, perché i giovani sono abituati a scendere in campo da subito. E questo mi piace. Ci va sempre un formare prima di un fare, ma anche il fare è formativo. Perché il fare può aprire anche a domande e non essere solo una risposta dopo un percorso. E poi a volte è proprio il fare a formare, quando è accompagnato, quando è rielaborato.
Torno alle Misericordie. Quello che hanno fatto durante il COVID è qualcosa di eccezionale, un darsi alla gente in modo totale tra il servizio sanitario e quello sociale, una rete solidale che ha soccorso, tamponato, vaccinato, portato spese sospese, ascoltato persone sole.
Sono state tra le prime a riaprire dei centri estivi, anzi molte hanno iniziato a farlo proprio per venire incontro alle esigenze delle famiglie. Perché il sanitario che le contraddistingue, richiama sempre il sociale. Per questo le Misericordie hanno molti servizi sociali: accompagnamento di anziani, doposcuola, centri estivi, aggregazione giovanile, accoglienza immigrati e poveri, ma anche sostegno per le persone afflitte dalle nuove dipendenze e gli storici servizi di accompagnamento nel lutto. Insomma, davvero un servizio a 360°, come d’altra parte sono le opere di Misericordia, sia corporali che spirituali.
È proprio questa visione che smuove un’idea già prima del Covid: costruire delle case sul territorio, delle case per il territorio, far diventare le Misericordie dei punti di riferimento. La pandemia fa correre tutti di più.
“Nel momento più di emergenza, del buttarsi a fare qualcosa, ci siamo accorti che dovevamo rinascere come punto di riferimento. Si trattava di strutturare l’ascolto e l’accoglienza, che sono poi le due basi dell’essere misericordioso”.
Mentre mi dice questo mi colpisce la determinazione e la visione. So che sono abituati a vivere l’emergenza, ma l’idea di pensare più in là, mi da davvero l’idea di speranza.
“Sono nate così le CASE DEL NOI”, mi spiega Veronica “cioè l’idea di trasformare le nostre sedi come sportello d’ascolto, luogo d’incontro e di azione per il territorio”
E come si fa? “L’idea è di trasformare quello che facciamo in una logica di rete, perché le Case del noi sono una rete tra le Misericordie e tutte le realtà del territorio. Si tratta di “obbligare” a conoscere e a fare un lavoro di rete. Da questo ascolto del territorio, rinasce un ascolto di ogni realtà, si scopre la creatività di tutte le Misericordie, la bellezza di quante cose che si inventano ogni singola misericordia”.
Poi ogni Misericordia si reinventa. Tuttavia, ci sono due realtà che cominciano a diffondersi: l’orto e l’emporio solidale. L’emporio solidale nasce come iniziativa nella Misericordia di Firenze, si chiama “Dodici Ceste” in riferimento a quanto raccolsero gli apostoli dopo aver sfamato oltre 5000 persone nella moltiplicazione dei pani e dei pesci.
L’idea è di contribuire al contrasto delle povertà in modo più profondo. L’emporio è come un mini-market possono “comprare” attraverso delle schede a punti che ricevono dalla rete di solidarietà creata. Alla base c’è l’idea di restituire dignità alla persona: “Non è che per le ristrettezze smetti di essere una persona! Il pacco rende la persona passiva: è pronto, è deciso così. Ma in questo modo non ho ascoltato il bisogno. È importante garantire la scelta, garantire un diritto, questo da là dignità”. Inoltre, c’è un’educazione alla gestione economica: nella tessera 1 punto vale 1 €, così si mantengono le persone allenate alla realtà.
Faccio notare che qualcuno dice che l’emporio è meglio dei pacchi, ma è ancora poco per la dignità della persona. Veronica sorride: “Non puoi aprire un emporio Dodici Ceste, se non hai la Casa del Noi, cioè il centro d’ascolto e degli spazi per degli incontri”.
“Con l’ascolto noi restituiamo la dignità con l’ascolto, perché sappiamo dove si trova la persona e quindi possiamo fare il giusto percorso. E l’ascolto è periodico. C’è la scusa del punteggio mensile, così ci obblighiamo a riascoltare, rivalutare”.
Penso a quanto ascoltiamo noi. Penso a una pastorale dove chiamiamo a gruppi e chiediamo di venire per ricevere momenti di formazione. Non penso che sia sbagliato, ma forse dovremmo andare di più, ascoltare di più. Per lavoro, so che il miglior consulente non è colui che ha più risposte, ma colui che sa ascoltare i reali bisogni del cliente e lo sa magari indirizzare alla soluzione migliore.
L’ascolto è attivo: è un ascolto per trovare parole di novità, per chi accompagno e anche per noi che accompagniamo. Temo che durante le prime fasi della pandemia, per paura di non avere parole adatte, abbiamo smesso di ascoltare. Ci siamo trovati con un solo talento: l’esserci, l’ascoltare, l’accogliere, ma temo che anche noi l’abbiamo nascosto per paura. Perché dirlo ora? Per non ripetere l’errore. Perché siamo sempre inadeguati quando ascoltiamo chi ha un problema: ci chiedono soluzioni, spesso bacchette magiche. Così scopriamo la nostra inadeguatezza. Ma anche nel nulla, possiamo dare sempre qualcosa. Possiamo donare noi stessi, come s. Massimiliano Kolbe ha fatto ad Auschwitz; possiamo donare la nostra povertà come ha fatto don Bosco con Michele Rua, quando gli spiegò che avrebbero fatto a metà di tutto anche del niente; possiamo donare anche la nostra fede come ha fatto san Pietro con lo storpio dalla nascita.
Dobbiamo tornare ad aiutare, ascoltando e accogliendo. Solo così torneremo a essere sale della terra e luce del mondo e solo così riempiremo di nuovo i nostri incontri. Di gioia, di accoglienza, di entusiasmo, di convinzione… prima ancora di contenuti.
In tutte le Misericordie ogni anno passano 3400 giovani in Servizio Civile. La sfida è sempre la stessa: un fare che li faccia innamorare della vita prima di tutto e poi del servizio agli altri. Così facendo c’è la speranza che di questi 3400 giovani, la maggioranza si fermi a continuare una storia, a vedere a costruire un futuro diverso. Perché aiutando, l’altro aiuto me stesso. Donandomi scopro i doni che ho ricevuto. E donarsi è un’arte: s’impara facendola. Mi vengono in mente le parole che il mio viceparroco, don Riccardo Baracco, mi ripeteva a sedici anni: “Prima di dare la vita, bisogna imparare a dare cinque minuti, perché la vita è fatta di tanti cinque minuti”. Così dando cinque minuti e poi altri cinque e così via, impari a dare la vita. E impari anche a dare dignità alla vita che servi. Perché aiutare inizia con A. Come ascoltare, come accogliere, i verbi che dicono che chi servi è più importante di te. Per questo da sempre, nelle Misericordie, c’è l’usanza di dire a chi è stato aiutato: “Che Iddio te ne renda merito”. Perché tu mi hai permesso di aiutarti. Sono stati cinque minuti, o qualcosa di più, ma io ho imparato a vivere un po’ meglio, io ho imparato a donarmi.
* Agoformazione.it















































