Paolo Natali
(NPG 1979-04-07)
Uno degli aspetti più tipici del «sistema preventivo» è dato dalla continua presenza dell'educatore in mezzo ai suoi giovani. Negli ambienti salesiani, questa presenza si chiama «assistenza». Con i nomi più diversi, questa esigenza è ormai diventata patrimonio comune di molti progetti educativi.
È proponibile, realizzabile, utile oggi, nell'attuale situazione culturale questo tipo di presenza educativa?
La domanda pone un problema centrale.
Prima di dare una risposta, è necessario richiamare ciò che sta alla radice di questa domanda: i tratti salienti che, in vasti settori della nostra cultura, incidono sul modo di concepire l'educazione e, in particolare, sul ruolo dell'educatore e sulla relazione educativa. Le difficoltà principali sono tre:
- l'esigenza di un rapporto interpersonale autentico, capace di vero «dialogo», dove per dialogo si intende l'atteggiamento di accettazione e di rispetto incondizionato della persona, dell'e educando»;
- la crescente coscienza dell'esigenza di libertà creatrice, che si esprime in un bisogno (spesso compulsivo) di essere se stessi, di realizzarsi pienamente, senza intralci;
- e, infine, lo spirito di gruppo, con le sue dinamiche e le sue esigenze, che spinge l'educatore ad essere rifiutato quando è percepito come uno che agisce sul gruppo dall'esterno, dall'alto («noi» e «lui»).
L'esperienza quotidiana conferma il peso pratico di queste tre istanze culturali.
Certo, non basta rifiutarle emotivamente. Esse contengono valori con cui fare i conti, seriamente. Sono una prospettiva da cui reinterpretare la funzione dell'educatore e il senso della sua presenza con i giovani.
Ed è quanto si propone P. Natali, nell'articolo che segue, operando da un'ottica pregiudiziale: l'educatore che si interroga sul senso della sua presenza, è un «credente», un «religioso», uno cioè che testimonia nel suo servizio educativo che «chiunque segue Cristo, l'Uomo perfetto, si fa lui pure più uomo» (GS 41).
Questo titolo, che mi è stato consegnato come traccia da svolgere, mi ha fatto pensare molto. Intende parlare di quella esperienza tipica del Sistema Preventivo che si chiama «assistenza» e usa per indicarla il termine intenso ed efficace di «presenza».
Questa presenza come si configura in se stessa? È presenza di «un testimone religioso», si dice.
E «il testimone religioso», come tale, in quale rapporto di efficacia sta col processo educativo?
Mentre mi ponevo queste domande, mi sono ricordato di alcuni testi del CG21,[1] di uno particolarmente. Nel documento «Progetto educativo e fecondità vocazionale si tenta di spiegare, leggendo l'esperienza educativa dei Salesiani, quella che sembra l'ultima e decisiva ragione dell'«oscuramento» o addirittura dello «smarrimento (...) di alcune esperienze tipiche del Sistema Preventivo», quali per esempio «la presenza-assistenza animatrice». E vi si parla dapprima di «una diffusa ignoranza del significato storico e scientifico del Sistema»; di «mancato adattamento alla varietà delle situazioni», di «carente aggiornamento e contatto con i contributi più attendibili delle moderne scienze dell'uomo»; di «acritica adesione a metodi educativi e pastorali non compatibili con i fini e i caratteri del servizio apostolico salesiano».
Come si vede, un quadro di motivazioni interne alla logica educativa e coerente con certi suoi postulati. Ma poi il Documento continua: «Più alla radice si può forse ritrovare il decadimento dell'identità e vitalità religiosa salesiana, che non poteva non coinvolgere il Sistema Preventivo, se è vero che in esso Don Bosco ha condensato tutta la spiritualità dell'azione apostolica per i suoi figli».
È un testo per me straordinario e rivelatore, tutto interno alla traccia che ci proponiamo di sviluppare: decadimento dell'identità e vitalità religiosa che, assente o quasi, non può diventare testimonianza; non testimonianza che fa smarrire quell'esperienza tipica del Sistema Preventivo che il CG21 chiama «presenza-assistenza animatrice».
O, detto al positivo: l'educatore salesiano perché «religioso» è testimone; perché testimone religioso è una presenza che evangelizza e educa.
E cioè la presenza-assistenza animatrice è un certo modo di far dono di Dio ai giovani, nell'ordine della sacramentalità, perché è un certo modo di fare esperienza di Dio nel lavoro per loro e con loro.
DON BOSCO: UN MODO SINGOLARISSIMO DI ESSERE «PRESENZA»
L'esperienza «normativa» di Don Bosco
Per comprendere il «sistema preventivo» bisogna rifarsi a Don Bosco. Egli è come l'orizzonte di interpretazione di ogni nostra identità. Ricordo alcuni momenti del sogno dei 9 anni.
«Egli mi chiamò per nome» (vocazione alla sequela) «e mi ordinò di pormi alla testa di quei fanciulli» (il suo campo, il suo lavoro). «Non con le percosse, ma con la mansuetudine e con la carità dovrai guadagnare questi tuoi amici» (lo spirito e i metodi dell'incontro).
Ecco l'avvenimento che fece di Don Bosco «un uomo di Dio e un uomo di Dio per i suoi giovani».[2]
Io credo - e altri studiosi assai attenti sono dello stesso parere - che il segreto che permise a Don Bosco di mettersi in dialogo con la realtà giovanile di tutti i tempi sta in questo profondo senso di identità personale: sentirsi amato da Dio e scelto da Lui per una missione, lasciarsi amare da Dio e cambiare da Lui nella misura delle esigenze della missione da compiere («Chi siete voi... che mi comandate cosa impossibile? Io ti darò la Maestra...»). E tutto ciò soprattutto mentre lavora, concretamente, per i suoi giovani.
Sembra proprio che la vocazione alla sequela e la risposta di Don Bosco si facciano reali soprattutto nel campo del lavoro («mi chiamò per nome e mi ordinò di pormi alla testa»). Che Don Bosco cioè abbia potuto vivere la «familiarità» (nel senso biblico) col suo Dio, essere introdotto nei suoi segreti, far emergere e sviluppare la dimensione religiosa della sua vita e i metodi dell'incontro con i suoi giovani, secondo i suggerimenti della «sapienza» del sogno, nella misura in cui si è concesso al lavoro incessante e «santificato» per essi.
Intuì bene Francesco Orestano quando scrisse: «Era un lavoro (il suo) che egli apprezzava non soltanto come strumento educativo, ma come contenuto di vita, quale pienezza, sanità, santità».[3]
Ancora dal sogno dei 9 anni: «Mettiti dunque immediatamente a far loro un'istruzione sulla bruttezza del peccato e sulla preziosità della virtù». «Questa» esperienza di Dio, fatta di chiamata e di «obbedienza», nel lavoro genera in lui anche la capacità dell'annuncio e della testimonianza. Efficacissimi, perché nei giovani produce la conversione («ed ecco, invece di animali feroci, apparvero altrettanti mansueti agnelli») e la loro identità vocazionale («alcuni degli agnelli si mutavano in pastorelli, dividendosi il gregge e spargendosi in varie parti»).
Una nota curiosa, ma insieme commovente, per chi fa memoria di Don Bosco come di una presenza carismatica viva, operosa e "protesa al futuro".[4] I vari elementi del processo di evangelizzazione che EN enumera al n. 21 (nell'evangelizzatore la comunione di vita e di destino, il rinnovamento della propria umanità, la testimonianza, l'annuncio esplicito; negli evangelizzati: l'adesione del cuore, l'ingresso nella comunità, l'accoglimento dei segni, le iniziative apostoliche) anche qui, nel sogno, si presentano, gli uni e gli altri, complementari fra loro e nel processo educativo e di evangelizzazione accresciuti di senso e di efficacia.
Per dirlo con linguaggio salesiano «la presenza-assistenza animatrice da fatto iniziale, pieno di virtualità ancora inespresse, diventa «presenza piena» e cioè ambiente e atteggiamento irrinunciabile (dunque non può essere che «continua») della crescita di tutti, la compiutezza della identità di Don Bosco e dei suoi giovani, e il luogo della lode del Signore e della Madonna («tutti... correvano... come per far festa a quell'Uomo e a quella Signora»).
Lo stile di presenza di Don Bosco
Un'esperienza di Dio molto singolare: Don Bosco è «un mistico attivo». Ma un'esperienza che «stimola l'azione educativa» e «la sollecitudine positiva per i valori e le istituzioni culturali». «Con l'obbedienza e con l'acquisto della scienza», gli aveva detto l'Uomo del sogno. Questa esperienza appassionata di vita, questa esperienza di obbedienza, lo mobilitò secondo il segno dei suoi tempi:
- Lo spinse ad usare «della sua capacità di percezione ampia del reale, senza filtri artificiali, senza siepi difensive».
- Lo impegnò direttamente e concretamente nella situazione umana e sociale del suo tempo, che lo vide partecipe, attivo e informato, trovandosi «tra i suoi ragazzi, soprattutto, per avere esperienze di prima mano e sentirsi rinnovare nel suo modo di capire e di interpretare la situazione»: mai una scelta non informata, mascherata di democraticità.
- Gli fece tollerare a volte «l'indefinitezza della situazione, conscio delle differenze che potevano esistere tra la sua visione della vita e quella dei ragazzi che incontrava per le strade», costruendo con un lungo processo di convincimento e rispetto della persona «una nuova visione integrata della vita, che permetteva una maggiore apertura nella percezione della realtà e una scoperta più profonda di se stessi». Nei giovani, ma anche in Don Bosco: «egli ci presenta dei momenti nella vita nei quali scopre nuovi orizzonti e riesce a creare nuove sintesi delle esperienze avute».
- Ma secondo le indicazioni esemplari del sogno: quell'acquisto della «scienza» che doveva mutarsi in «sapienza». È il Signore che, «oggi, come agli inizi della Chiesa, opera in ogni evangelizzatore che si lasci possedere e condurre da Lui. (...) Le tecniche dell'evangelizzazione sono buone, ma neppure le più perfette tra di esse potrebbero sostituire l'azione discreta dello Spirito. Anche la preparazione più raffinata dell'evangelizzatore, non opera nulla senza di Lui. Senza di Lui, i più elaborati schemi a base sociologica o psicologica si rivelano vuoti e privi di valore» (EN 75).
Don Bosco lo sapeva, lo sapeva dal sogno: «Chi siete voi che mi comandate cosa impossibile?». «Io ti darò la Maestra...».
- Infine, essendo riuscito a creare una valida sintesi della vita in se stesso, senti «l'urgenza di trasmettere ad altri quanto aveva scoperto e realizzato», perché anch'essi vivessero degli stessi valori che rendevano creativa e felice la sua vita.[5]
Ecco definita «interamente» la presenza-assistenza animatrice dell'educatore come «testimone religioso»: un certo modo di far dono di Dio creatore e redentore ai giovani, nell'ordine della sacramentalità perché è un certo modo di fare esperienza di Dio nel lavoro e attraverso il lavoro per loro e con loro. Fu questa la presenza di Don Bosco. Così è sentita anche da studiosi attenti e positivi: «La persuasione di essere sotto una pressione singolarissima del divino domina la vita di Don Bosco, sta alla radice di tutte le sue risoluzioni più audaci ed è pronta ad esplodere in gesti inconsulti». E altrove: «Amare i giovani non significava solo suscitarne l'affetto, ma anche sentirne l'attrattiva, esserne soggiogati, avvertirne il ruolo insostituibile nella propria vita» (P. Stella).
Il CG21, raccogliendo in sintesi tutti questi elementi, di varia origine e di diverso valore, ma convergenti e uniti nell'esperienza della vita, scrive: «La sete della sua vocazione, i giovani e la loro condizione, sono le due dimensioni della vita di Don Bosco».[6] Non vi è l'una senza l'altra, come se Dio e i giovani, insieme, dessero origine e alimentassero in lui quello che il Patriarca Atenagora chiamò «l'oceano interiore dello sguardo», la sua vita più profonda e unica, il suo «essere presenza».
Una presenza che non è presenza
Giustamente il titolo proposto parla di presenza, come di un termine mutuato, credo, dal vocabolario della antropologia personalista, molto efficace per esprimere i dinamismi di donazione e di accoglimento che sono propri di ogni dialogo umano, del dialogo educativo ed evangelizzatore, soprattutto. Ma insieme diventerebbe molto inadatto questo termine, quasi profanato, se indicassimo con esso soltanto o soprattutto un'assistenza visivo-disciplinare.
Nell'articolo apparso nel 1962 sulla rivista «Dux», Perquin denuncia quel certo «legame alla persona dell'educatore, presente nei limiti dell'assistenza visiva e continua, che fa del metodo preventivo (...) una forma mitigata di costrizione morale», privando i giovani «della desiderata libertà di scelta» e, con questo, a suo parere, dello «stimolo necessario per la crescita verso l'età adulta». Sarebbe quindi necessario «far scomparire la garanzia etica e religiosa (...) per far posto alla autodeterminazione autoresponsabile». Sono sue parole.
Io non so se il Perquin presenti la sua critica a partire da un presupposto di «rapporto educativo fatto quasi esclusivamente in termini di distribuzione di potere». Sembra però che giudichi Don Bosco senza far conto di quei presupposti così qualificanti che il non accettarli mette automaticamente l'educatore (e gli interpreti) al di fuori del metodo educativo da lui proposto:
- in primo luogo del fatto che per lui l'opera dell'educatore deve tendere fondamentalmente a testimoniare quell'iniziativa assoluta che è la redenzione: è inviato per questo e per questo fa riferimento al ministero sacerdotale. La sua è una presenza religiosa.
- in secondo luogo del fatto che egli pone come fondamentale l'atteggiamento dell'amore per cui le "presenza" è un'espressione di questo amore, che è autentico amore-carità.[7]
Forse per non considerare questi presupposti e per il vuoto che si viene creando, di conseguenza, nella persona dell'educatore, ridotto al ruolo di «assistente visivo-disciplinare», si ignora tutto il processo di costruzione delle libertà che si ha nell'incontro con quelle persone che Bastide chiama «le grandi coscienze». Sono coloro che, «accogliendo in se stesse il massimo di umanità e di santità e costruendosi esse stesse su questa ricca esperienza, fanno sì che noi siamo letteralmente in esse, che esse si conoscano meglio di quanto noi stessi ci conosciamo, che esse ci esprimano meglio di quanto noi stessi sapremmo esprimerci».[8] È quello stesso processo che Nédoncelle descrive in questi termini: «si ha frequentemente un anticipo di una coscienza sull'altra, la prima essendo madre della seconda. (...) Ma poi l'influsso si fa meno imperioso, pur non cessando di arricchire, ci si dirige verso l'essere del benefattore, si discutono i suoi doni perché ne viviamo e li facciamo vivere». Infine nulla si impone e tutto si propone; nessuna delle coscienze «è subordinata all'altra»; «è solo chiamata a ricreare il dono che riceve» e a consistere in se stessa, arricchita e libera, più libera.[9]
Ci sta bene a questo punto un pensiero di Mounier: «La persona è una presenza, piuttosto che un essere (esteso), una presenza attiva e senza fondo. La psicologia contemporanea ha esplorato alcune regioni infernali della sua profondità. Ha prestato un'attenzione minore a quelli che si potrebbero chiamare i loro abissi superiori, in cui si immergono l'esaltazione creatrice e la vita mistica»
Sembra che non ci siano alibi: l'abbassamento o la scomparsa di questa vita spirituale ad alta tensione fanno dell'educatore un vigilante visivo che genera intorno a sé, inevitabilmente, quei fenomeni deteriori della coercizione, delle repressioni, della alienazione che il Perquin lamenta. Ma non è l'educatore che ha sognato Don Bosco, non è l'educatore che Don Bosco è stato.
REALIZZARE OGGI «QUESTA» PRESENZA
Come rileggere e rivivere Don Bosco oggi, per essere quella presenza che egli fu?
Soltanto alcuni spunti di riflessione.
Credo che Don Bosco avrebbe accettato la definizione che lo Jungmann dà della educazione: «introduzione alla realtà totale» la chiama, dove è da notare il duplice valore di quel «totale»:
- sviluppo di tutte le strutture di una persona fino alla loro realizzazione integrale;
- e, nello stesso tempo, l'affermazione di tutte le possibilità di connessione attiva di quelle strutture con tutta la realtà. Ma la realtà non è mai totalmente affermata e le connessioni dunque non sono possibili se non è manifesto e posseduto il suo significato.
Chi può renderla possibile oggi questa «introduzione alla realtà totale»; e come i presupposti fondamentali, che furono di Don Bosco e che abbiamo descritto, possono oggi fondare una presenza significativa, da parte dell'educatore, per le domande che i giovani pongono e per le esigenze che manifestano?
Forte senso dell'identità personale
Rimane certo, anche per noi, che «la chiamata e l'adesione incondizionata ad essa nel lavoro sono la fecondità assoluta, lo stesso atto generativo» sia del significato ultimo della realtà e di se stessi in rapporto a questa realtà, sia del processo di evangelizzazione. Don Bosco sembrava averlo presentito quando, scelti «i chierici Rua e Rocchietti, i giovani Artiglia e Cagliero, propose loro di fare, con l'aiuto del Signore e di San Francesco di Sales, una prova di esercizio pratico della carità verso il prossimo, per venire poi alla promessa (...) e a farne voto al Signore».[10]
«Chi più profondamente viene espropriato, più profondamente può servire e deve servire».[11]
Ciò è vero, riferito a se stessi, nella prospettiva del significato della propria vocazione.
È «il forte senso di identità personale» di cui si è detto, che è più dono che conquista perché la sequela non va pensata nella prospettiva di un'evoluzione storica, ma come direttamente interna a quella delle origini cristiane: è gratuità. Ciò vuol dire allora che il problema per un educatore «chiamato» non sarà quello di darsi ragione se le scelte evangeliche, sentite e vissute secondo lo spirito di Don Bosco, siano possibili in un mondo com'è il nostro (sarebbe considerare la vita cristiana nella prospettiva della evoluzione storica); ma scoprire come esse, nonostante apparenti contraddizioni, siano proprio le condizioni necessarie per la liberazione e la salvezza di questo mondo. Dovremmo scoprire, se fossimo contemplativi nell'azione come Don Bosco, come e quanto vivere casti, poveri e obbedienti serve per il mondo dell'amore, del lavoro, della politica oggi; come serve per il mondo dei nostri giovani, quel mondo che, pur sempre in cambiamento, ci interpella e ci invoca, assetato com'è di verità e di progetti storici.
In questa direzione il CG21 ci invita a vivere la Tradizione (e intende per «tradizione» quel dato originario che vive perennemente nella storia, animando le molteplici espressioni e stadi delle culture). Essa funziona come una specie di ipotesi esplicativa della realtà e della propria vocazione in rapporto ad essa.[12]
Si eliminerebbe in questo modo, alla radice, anche quello che fu chiamato «il pericolo della settorialità» nell'educazione, come se essa potesse essere un processo parziale rispetto all'andamento globale della società, finalizzato prevalentemente all'integrazione e all'adattamento.
Ciò è vero anche riferito ai giovani. Perché è proprio dentro questo processo, che è insieme opera dello Spirito Santo e fatica personale, risposta a Dio Redentore e risposta a Dio Creatore, che nasce la persona dell'educatore come «autorità».
L'esperienza dell'autorità, di cui i giovani hanno bisogno, sorgerà in loro come incontro con una persona ricca di coscienza della realtà, di tutta la realtà. L'autorità, questa autorità che deve intraprendere «il delicato lavoro di convincimento delle libertà», è un richiamo continuo ai valori originali, all'impegno della coscienza con essi, una salvaguardia stabile del nesso sempre nuovo tra i mutevoli atteggiamenti culturali e il loro ultimo senso, e dunque un permanente criterio di giudizio su tutta la realtà. Se l'autorità non fosse la certezza originaria e permanente di un valore che si ripropone nella coerenza di un'evoluzione, finirebbe con l'essere avvertita come astratta o costringente, mentre invece è un potente richiamo alle autentiche dipendenze dal reale e al rispetto dei suoi significati.
Il cammino educativo e di evangelizzazione
Da Dio che chiama ai giovani, dai giovani e con loro a Dio che li chiama. Essi chiedono una risposta che sia: una proposta globale vissuta prima da chi la propone e proposta perché la si vive e ci si crede; utile e significativa storicamente; confrontata e verificata in una comunità di fede; affidata per l'ultima verifica al rischio della loro libertà.
Si muovono soltanto a queste condizioni nell'ambiente educativo. Direi, comunque, che le prime due condizioni si verificano nell'esperienza dell'incontro con l'autorità, se «autorità» esiste nell'ambiente educativo. E non c'è da insistere oltre per comprendere quanto delicato e operativo sia questo incontro e l'interazione che si genera. Non è affatto fuor di luogo chiamarlo incontro dalle dimensioni sacramentali. Questa presenza, che ho chiamato sacramentale, del «testimone religioso», si concretizza negli «atteggiamenti» che fanno l'ambiente. «Per raggiungere una maturazione veramente cristiana - è stato scritto [13] - dobbiamo (...) parlare di educazione ad atteggiamenti umani che siano corrispondenti a quelli fondamentali della fedesperanza-carità». Questo significa immettere nella vita di ogni giorno e nei contatti più spontanei e ricorrenti quegli atteggiamenti umani che sono in continuità con i richiami della fede, speranza e carità. Quali? A mo' di esempio in quello scritto si indicano:
- il senso della gratuità per aprire la conoscenza e la pratica dell'amare secondo lo stile del Padre;
- la dimensione della pazienza e dell'attesa, perché si diventi capaci di speranza e di apertura sul futuro;
- la disponibilità al sacrificio per creare l'atteggiamento pasquale del perdere per ritrovare, della morte come strada necessaria alla vita;
- della fiducia interpersonale per apprendere dal vivo a fidarsi di Dio;
- del senso del mistero che nasce dall'accettazione dei nostri limiti e dalla esperienza della grandezza della persona di ogni fratello per aprirsi al mistero e all'alterità trascendente di Dio.
Senso della gratuità, dimensione della pazienza e dell'attesa, disponibilità al sacrificio, fiducia interpersonale, senso del mistero e rispetto della persona, tutti atteggiamenti umani che fanno l'ambiente e possono aprire alla comprensione e alla vita di fede-speranza-carità. Ma come? Il testimone religioso che vive e cura nella vita quotidiana l'atteggiamento umano della gratuità, della pazienza, dell'attesa, possiede, per dono e per donarla, anche la loro sorgente: Cristo e la sua carità. E immette nell'ambiente l'uno e l'altro. Anche se non sempre in modo esplicito, sempre in modo largamente efficace.
A questo punto e per questa «presenza continua» e misteriosa nascono «le domande irresistibili», di cui parla EN: «Ecco un cristiano o un gruppo di cristiani, in seno alla comunità di uomini in cui vivono, manifestano capacità di comprensione e di accoglimento, comunione di vita e di destino con gli altri, solidarietà negli sforzi di tutti per tutto ciò che è nobile e buono. Ecco: essi irradiano inoltre, in maniera molto semplice e spontanea la fede in alcuni valori che sono al di là dei valori correnti e la speranza in qualche cosa che non si vede e non si oserebbe immaginare. Allora con tale testimonianza senza parole, questi cristiani fanno salire (ecco la sacramentalità) nel cuore di coloro che li vedono vivere («continua» presenza) domande irresistibili: perché sono così? perché vivono in tal modo? che cosa o chi li ispira? perché sono in mezzo a noi? (sono forse diverse le domande che si facevano i giovani stando con Don Bosco?). Ebbene una tale testimonianza è già una proclamazione silenziosa, ma molto forte ed efficace della Buona Novella (sacramentalità, ancora). Vi è qui un gesto iniziale di evangelizzazione (...). Altre domande sorgeranno più profonde e più impegnative».[14]
La «forza propositiva» delle istituzioni
Finalmente, ed è l'ultimo punto che tocchiamo, in un ambiente educativo aperto ci si accorgerà del peso che hanno le istituzioni in quanto tali, della forza propositiva che possiedono in fatto di valori ed entro la quale e in rapporto alla quale si dovranno situare le relazioni interpersonali educatore-educando.
L'impegno di creare nuove strutture quando mancassero, di sostituire quelle esistenti quando fossero contro l'uomo o di migliorarle al suo servizio è compito di ogni laico impegnato. Ma di tutti i testimoni religiosi è l'insorgere della coscienza critica, vigilante, assai spesso dolorante e concretamente attiva nella denuncia e nella spinta all'impegno concreto, cominciando e sollecitando a fare, come fece Don Bosco. Contro le fragilità, le rinunce, la desolazione e la disperazione, contro le solitudini immobilizzanti, il testimone religioso rende presente e comunica una forza che viene da altrove, dalla fede nel mistero della risurrezione: «siamo sicuri che le realtà escatologiche operano già ora nella storia; in particolare (...) che la maternità di Maria nell'economia della grazia perdura senza soste, si immerge nel corso vivo della storia, nei suoi labirinti e nelle sue passioni (...); sente e partecipa alle vicissitudini socio-culturali e ai continui nuovi assetti dei popoli nell'ininterrotto processo di un nuovo grado di liberazione», ma «in piena sintonia con la missione della Chiesa»[15]. È quanto Don Bosco credeva e faceva presente a chi gli domandava: «Ma come farà a mettersi in imprese di tal fatta? Ci vorrebbero locali, denari...» - «Non ci vorrebbero, rispondeva Don Bosco - ci vogliono... e ci saranno». Questa sicurezza profetica faceva esclamare chi sentiva: «Qui non è più il caso di ragionare!».[16]
SERVIRE LA CRESCITA DI CRISTO NEI GIOVANI
A conclusione, soltanto le parole che papa Giovanni Paolo II ha letto nel giorno di Natale, con la convinzione e la forza spirituale che gli è propria e che mi sembrano il più bel commento alla «continua presenza dell'educatore come testimone religioso»: «Accettate il mistero nel quale ogni uomo vive da quando è nato Cristo. (...) In questo mistero si trova la forza dell'umanità. La forza che irradia su tutto ciò che è umano. (...) Tutto ciò che è umano cresce da questa forza; senza di essa deperisce; senza di essa va in rovina».
«Ogni carisma autentico porta con sé una certa carica di genuina novità e di particolare operosa intraprendenza che nell'ambiente può forse apparire incommoda e può anche sollevare delle difficoltà...». Per questo «il giusto rapporto fra carisma genuino, prospettiva di novità e sofferenza interiore comporta una costante storica di connessione tra carisma e croce».[17]
Val la pena prendersela addosso, con amore e con umiltà, come fece molte volte Don Bosco, perché «tutto ciò che è umano» nei nostri giovani cresca da quella forza che si chiama Cristo e il suo mistero, della quale noi siamo i «testimoni religiosi» e gli umili servitori.
NOTE
[1] CG21, n. 98, 99. Nel corso dell'articolo la sigla CG21 ritorna con frequenza. Essa si riferisce ai documenti del «capitolo generale» (il 21°, appunto) della Congregazione salesiana, capitolo svolto nel 1977-78 e che ha dedicato un notevole lavoro alla «riscoperta» del sistema educativo di don Bosco.
[2] CGS, n. 769.
[3] Il santo Don Bosco, Cagliari 1935, p. 22.
[4] CG21, n. 163.
[5] Per tutte le citazioni cfr. P. Scilligo, Dimensione comunitaria dell'educazione salesiana, in II sistema educativo di Don Bosco: tra pedagogia antica e nuova, Leumann 1974, pp. 88-97.
[6] CG21, n. 6.
[7] G. Dho, L'assistenza come «presenza e rapporto personale, in Il Sistema Educativo di Don Bosco, o.c., p. 118.
[8] Méditations pour une éthique de la Personne, Parigi 1953, pp. 143-157.
[9] Verso una filosofia dell'amore e della persona, Roma 1959, pp. 203-230.
[10] MB, V, p. 9.
[11] Cfr. U. V. Balthasar, Gloria, Nuovo Patto, Jaca Book, pp. 151-184; 387-433.
[12] CG21, n. 163.
[13] R. Tonelli, Suggerimenti per una pedagogia e pastorale salesiana al servizio dei giovani d'oggi, in Colloqui salesiani 1978 (in preparazione).
[14] EN, n. 21.
[15] CG21, n. 590; LG 62.
[16] MB III, pp. 453-4.
[17] Mutuae relationes, n. 12.








































