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    Perché avete paura?

    Ludwig Monti



    Introduzione

    La paura è un'emozione naturale e complessa, che ogni essere umano conosce quando si sente minacciato nella propria integrità. È un sentimento che non riguarda solo i singoli individui ma anche le collettività, come sperimentiamo ai nostri giorni, in un'epoca in cui il mondo sembra sfuggire al nostro controllo e impedirci di capire dove stiamo andando.
    Questa situazione provoca un'angoscia profonda, che pare confermata anche da uno sguardo alle situazioni di guerra e miseria in atto in varie parti del mondo.
    Ma una valutazione oggettiva della realtà impone di ridimensionare eventuali giudizi affrettati, e di riconoscere che da sempre l'essere umano convive con il sentimento della paura. "Tutti gli uomini hanno paura", asseriva JeanPaul Sartre, affermazione incontrovertibile. Se mai, il compito serio è un altro: le nostre paure devono essere riconosciute e divenire parte integrante della nostra consapevolezza, fino a essere chiamate per nome, in modo che sia possibile attraversarle senza esserne sopraffatti.
    Cercheremo di affrontare questo itinerario alla luce del Vangelo. Prima, però, è necessario analizzare quella che, secondo le Scritture, è la "paura madre": la paura della morte.

    1. La paura della morte

    Di fronte a ogni essere umano sta la possibilità di scelta tra due vie: la via della vita, segnata dalla logica della relazione e della comunione (koinonía), e la via della morte, che coincide con l'amore egoistico di sé (philautía). Dio stesso indica queste due vie: pone davanti agli occhi di ogni umano "la vita e il bene, la morte e il male" (Dt 30,15); gli rivela la via della giustizia contrapposta a quella della malvagità (cf. Sal 1); infine, attraverso Gesù, proclama le beatitudini e i guai (cf. Lc 6,20-26), la via che conduce alla vita eterna e quella che porta alla morte (cf. Mt 7,13-14).
    L'esperienza quotidiana ci rivela che spesso scegliamo la via della morte, nella maggior parte dei casi senza consapevolezza. Perché? Un passo mirabile della Lettera agli Ebrei ci può aiutare: Cristo è divenuto partecipe del nostro sangue e della nostra carne, per ridurre all'impotenza, mediante la morte, colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che, per paura della morte (fóbo thanàtou), erano soggetti a schiavitù per tutta la vita (Eb 2,14-15).
    La morte è davvero "il re delle paure" (Gb 18,14), essendo la radice di tutte le altre! Oggi non si accetta questa verità, poiché la nostra società assomiglia al palazzo che il padre di Buddha aveva costruito per il figlio, un luogo al riparo da ogni segno di malattia, vecchiaia e morte. Nel nostro Occidente la morte viene rimossa, e tuttavia è proprio lei ad abitarci come una sorda paura. Non è solo l'ultimo istante della vita biologica, ma è una forza costantemente all'opera nella nostra vita quotidiana: si manifesta come sofferenza, malattia, rottura, separazione, fine di tutto ciò che per noi è vitale, al punto da causare vere e proprie situazioni di morte in chi biologicamente è ancora vivo.
    La morte, dunque, non è solo "salario del peccato" (Rm 6,23), ma anche istigazione al peccato: è infatti proprio la schiavitù in cui ci avvince la paura della morte a essere causa del male che commettiamo. Lo attesta già la Genesi, nel racconto dell'in-principio. Dio si era rivolto all'uomo in questi termini: "Potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell'albero della conoscenza del bene e del male no, perché, qualora tu ne mangiassi, certamente moriresti" (Gen 2,16-17). Proprio su questo limite, alveo della libertà umana, fa leva la suggestio ne del serpente: "Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che, qualora voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male" (Gen 3,4-5). Dalla paura che la prospettiva della morte ha immesso nell'essere umano, si passa allora all'elaborazione di una contro-verità: "la donna vide che l'albero era buono da mangiare, appetitoso agli occhi e desiderabile per acquistare sapienza" (Gen 3,6). Il mondo è dunque considerato come una preda da conquistare, una realtà unicamente funzionale alla voracità umana: a quel punto il peccato è già consumato, e il gesto della mano che carpisce il frutto (cf. ibid.) non è che la conseguenza di quanto è già presente nell'intimo dell'umano.
    Si può dunque affermare che nella bramosia di vivere anche senza e contro gli altri, in quella tendenza egoistica indicata dalla tradizione cristiana come philautía, ogni essere umano acconsente alla tentazione di contraddire la comunione voluta da Dio, e così cade in peccato.
    Mosso dalla paura della morte, l'adam vuole preservare con qualsiasi mezzo la propria vita, vuole possedere per sé i beni della terra, vuole dominare sugli altri. In tal modo pensa di assicurarsi una vita abbondante, ritiene di poter combattere la morte con l'auto-affermazione, e giunge a considerare giusto ogni comportamento finalizzato a tale scopo, anche a costo di nuocere agli altri e persino a sé. E così finisce inevitabilmente per percorrere sentieri di morte...

    2. Fede e paura

    Lungo tutta la sua vita, Gesù ha lottato contro il meccanismo di cui sopra - e le tentazioni subite all'inizio del suo ministero pubblico sono emblematiche di ciò: cf. Mt 4,1-11; Lc 4,1-13 -, contrapponendo alla paura la dinamica della fede, della fiducia. Ce lo mostra bene un episodio più eloquente di altri: la cosiddetta "tempesta sedata" (cf. Mc 4,35-41 e par.).
    Dopo aver insegnato, Gesù comanda ai discepoli di "passare all'altra riva" (cf. Mc 4,35) del lago di Tiberiade. Come in precedenza (cf. Mc 1,38), anche qui dà alla sua comunità l'ordine di andare altrove: i suoi discepoli sono chiamati a seguirlo, senza potersi installare in certezze che attutiscano la forza del Vangelo e la loro fede in esso. In questo frangente sono addirittura chiamati a mettersi in barca di sera, affrontando nella notte la traversata del mare, simbolo di una potenza nemica e caotica. "Lo presero con sé, così com'era, nella barca" (Mc 4,36), affaticato per la pesante giornata di predicazione: appare in tutto il suo peso l'umanità di Gesù, la sua debolezza mortale.
    All'improvviso "ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena" (Mc 4,37; cf. Sal 107,25-27). Gesù, nel frattempo, "se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva" (Mc 4,38), con una calma sovrana: particolare che pare inverosimile, ma che esprime una volta di più la grande stanchezza di Gesù, nonché la sua fede in Dio, il suo abbandono confidente in lui. I discepoli, impauriti, svegliano Gesù - sonno e risveglio (verbo egheíro), chiara allusione alla dinamica pasquale di morte (cf. Mc 5,39) e resurrezione (cf. Mc 5,41; 6,14.16; 12,26; 14,28; 16,6) - e si rivolgono a lui stizziti: "Maestro, non t'importa che siamo perduti?". Lo accusano in modo irriverente', come se non fosse anch'egli nella stessa barca, esposto al medesimo pericolo...[1]
    La grande rivelazione consiste proprio nel suo stare con loro: Gesù condivide con la sua comunità la medesima situazione di precarietà e di angoscia. Il suo sonno in mezzo alla tempesta non solo afferma iconicamente la possibilità di vincere la paura con la fede, ma è anche un sacramento della debolezza salvifica di Dio in Gesù Cristo, della paradossale debolezza e stoltezza della croce (cf. 1Cor 1,18-25). Nella debolezza inerme di quell'uomo addormentato, infatti, appare all'improvviso la potenza di Dio: Gesù si desta e, con piena signoria sulla creazione, intima al vento e al mare di placarsi (cf. Mc 4,39).
    Siamo di fronte a una teofania (cf. Sal 107,28-30): Gesù ha la stessa auto rità di Dio, un'autorità volta a donare la salvezza, e il suo agire profetizza la potenza del Risorto, vincitore sul male e sulla morte. In questo semplice gesto, accompagnato da una parola efficace, è contenuta tutta la logica dell'incarnazione e del mistero pasquale: nell'umanità debole e mortale di Gesù, si manifesta la potenza di Dio, più forte di qualsiasi pericolo mortale! Se il profeta Giona, in mezzo alla tempesta, aveva chiesto di essere gettato in mare affinché i suoi compagni di navigazione si salvassero (cf. Gn 1,4-16), Gesù invece rimprovera il mare, mostrando di essere partecipe della potenza di Dio. E così, puntualmente, "il vento cessò e vi fu grande bonaccia" (Mc 4,39).
    Giungiamo qui al vertice della nostra pagina, rappresentato dalla duplice domanda di Gesù: "Perché avete paura? Non avete ancora fede?" (Mc 4,40). Interessanti le varianti degli altri sinottici: "Dov'è la vostra fede?" (Lc 8,25), fiducia che pare scomparsa... "Perché siete paurosi, uomini di poca fede?" (Mt 8,26), con un aggettivo proprio della penna di Matteo: oligòpistos, che letteralmente significa "piccolo di fede", cioè dalla fede esitante, incerta, non coraggiosa. Di tutte le sue occorrenze (cf. Mt 6,30; 8,26; 14,31, 16,8; il sostantivo oligopistía in Mt 17,20), la più vicina a quella presente è la terza. Sempre durante una tempesta notturna, dopo aver camminato sulle acque per venire incontro ai discepoli, Gesù comanda a Pietro di fare lo stesso, venendogli incontro. All'inizio il discepolo riesce, ma poi comincia ad affondare, tanto che "subito Gesù, stesa la mano, lo afferrò e gli disse: 'Uomo di poca fede, perché hai dubitato?'" (Mt 14,31). "Se all'apostolo Pietro, con la sua fede e il suo ardore di cuore, è stato detto questo, ... cosa si dovrebbe dire a noi che non abbiamo la minima particella di questa poca fede?"[2].
    Certo, avere fede non significa essere esenti da dubbi, camminare alla luce della visione (cf. 2Cor 5,7), o pensare che la fede non subisca prove, passando attraverso il buio. Questa è un'illusione propria di chi non aderisce alla realtà e dunque rifiuta di prendere in conto le difficoltà che la vita porta con sé: è la vita, non si può pensare di attraversarla senza passare attraverso le ferite e le prove! Se mai, il punto è un altro. Mancanza di fede o poca fede che dir si voglia sono legate, con maggiore o minore consapevolezza da parte nostra, alla paura. Dobbiamo guardare in faccia e affrontare la paura che, in ultima analisi, è sempre legata alla paura della morte. Perché i discepoli gridano? Perché hanno paura di morire: ecco il radicale difetto di abbandono fiducioso in Gesù...
    Ma non va meglio subito dopo, quando la calma è stata ristabilita: "furono presi da grande paura (ephobéthesan phóbon mégan) e si dicevano l'un l'altro: 'Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?'" (Mc 4,41). Certo, non si tratta più di paura come di fronte all'infuriare della tempesta, ma piuttosto di stupore per uno straordinario gesto di potenza (e così, a maggior ragione, dopo la resurrezione; cf. Lc 24,38). Con le dovute differenze, è la stessa reazione dei presenti nella sinagoga di Cafarnao, dopo i primi atti taumaturgici di Gesù: "Tutti furono presi da timore (verbo thambéomai), tanto che si chiedevano a vicenda: 'Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, con autorevolezza'" (Mc 1,27). 0 ciò che avverrà a Pietro (insieme a Giacomo e Giovanni) dopo la trasfigurazione di Gesù: "Non sapeva che cosa dire, perché erano spaventati (ékphoboi)" (Mc 9,6). 0, ancora, quanto si legge in una pagina con molti tratti comuni a quella appena commentata. I discepoli sono sconvolti (verbo taràsso: Mc 6,50) al vedere Gesù camminare sulle acque nella notte, tanto che egli deve rassicurarli: "Coraggio, sono io, non abbiate paura (verbo phobéomai)!" (ibid.).
    Nello stesso tempo, la paura dei discepoli e delle discepole è ciò che costituirà l'ostacolo per eccellenza alla fede, come mostra la crescente ricorrenza di phobéomai nel prosieguo del vangelo, sempre in relazione alla passione, morte e resurrezione. Dopo il secondo annuncio di Gesù, Marco annota che i discepoli "non capivano queste parole e avevano paura di interrogarlo" (Mc 9,32).
    Lo stesso avviene come trait d'union tra l'annuncio di Gesù sul pericolo delle ricchezze, unito alla promessa relativa a chi "lascia casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e del vangelo" (Mc 10,29; più in generale, 10,23-31), e il terzo annuncio della passione (Mc 10,33-34): "mentre erano sulla strada per salire a Gerusalemme, Gesù camminava davanti a loro ed essi erano sgomenti (verbo thambéomai); coloro che lo seguivano avevano paura" (Mc 10,32).

    Conclusione

    Infine, è il caso della celeberrima conclusione della versione primitiva del vangelo (cf. Mc 16,1-8), una finale dai tratti sconvolgenti, impareggiabile conclusione al nostro saggio.
    Nell'alba del primo giorno della settimana le donne discepole si recano al sepolcro per ungere il corpo di Gesù. Entrate nella tomba vuota, "videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d'una veste bianca, e furono prese dallo sgomento (verbo ekthambéomai)" (Mc 16,5).
    Sconvolte, non sono in grado di accogliere l'annuncio di questo giovinetto: "Non vi sgomentate (verbo ekthambéomai)! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. E risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l'avevano posto" (Mc 16,6), né il successivo invito a portare la buona notizia della resurrezione a Pietro e agli altri (cf. Mc 16,7). No, "uscirono e fuggirono via dal sepolcro, perché erano piene di spavento e di stupore. E non dissero niente a nessuno, perché avevano paura" (Mc 16,8). Ephoboúnto Or: è sulla paura, causa del comportamento delle discepole di Gesù e della loro apparente impossibilità di giungere alla fede, che il vangelo più antico si chiude bruscamente, in un assordante silenzio. Pietra tombale ben più pesante di quella rimossa dall'ingresso del sepolcro...
    La conclusione di questo itinerario evangelico ci pone ancora una volta di fronte alla domanda seria: siamo in grado di sconfiggere con la fede le paure, o almeno di lottare contro di esse?
    Ovvero: la nostra adesione fiduciosa a Gesù Cristo, vincitore della morte, cambia davvero qualcosa nella nostra vita? Cosa significa vivere qui e ora da "con-risorti con Cristo" (cf. Ef 2,6; Col 2,12; 3,1)? In estrema sintesi, la lotta contro la paura si nutre di ciò che è più forte anche dei nostri dubbi e della nostra incredulità, l'amore. "Forte come la morte è l'amore" (Ct 8,6), più forte della morte è stato l'amore vissuto e insegnato da Gesù, il quale ci ha aperto la strada per la vita eterna, in quella fiducia gioiosa, anche se a caro prezzo, che niente e nessuno ci potrà rapire.
    Ogni giorno la sua voce mormora nel cuore di chi si dispone ad accoglierla e a metterla in pratica: "Coraggio, io sono la resurrezione e la vita, non avere paura!" (cf. Mc 6,50; Gv 11,25).

    NOTE

    1) Per questo Luca attutisce la loro esclamazione: "Maestro, maestro, siamo perduti!" (Lc 8,24). Matteo, dal canto suo, la trasforma quasi in una preghiera dal sapore liturgico: "Salvaci, Signore, siamo perduti!" (Mt 8,25).
    2) Girolamo, Commento a Matteo II (su Mt 14,31), CCSL 77, pp. 125-126



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