(NPG 1977-07-9)
Il tempo dell'adolescenza è momento cruciale nell'esistere di una persona. Questa età, infatti, è caratterizzata dalla ricerca di una prima stabilizzazione della struttura di personalità. Elemento portante di questo processo è la elaborazione di un progetto di sé: quel nucleo di valori che ogni persona fa propri, attraverso i quali vengono organizzate le singole esperienze e selezionati i vari modelli incontrati nel quotidiano della vita.
In questa progettazione di valori centrali, l'adolescente gioca anche la sua decisione per l'esperienza religiosa (e cristiana). I valori religiosi possono venire assunti in modo più o meno integrato e in prospettiva più o meno durevole nella struttura di personalità; oppure possono venire marginalizzati o addirittura esclusi.
L'adolescente vive questo processo con le caratterizzazioni che gli sono tipiche: la disomogeneità e l'incoerenza, le ridefinizioni e il rincorrersi di nuovi tentativi, l'alternanza tra stati di crisi e rinnovati entusiasmi.
Esiste una accentuata pretesa di autonomia: gli adolescenti affermano il diritto all'autoprogettazone, rifiutando sia la dipendenza dalla vita morale dell'infanzia, sia da quella ufficiale del mondo adulto. Ma si tratta di un'autonomia molto relativa. L'adolescente è infatti influenzato continuamente dai modelli di comportamento diffusi dalla cultura in cui vive e in cui si identifica. La società pesa sulla sua autoprogettazione, trascinandolo in stati conflittuali e in profonde crisi di sicurezza. Nel pluralismo diffuso, riesce difficile far emergere valori centrali attorno ai quali orientare la selezione e l'interiorizzazione degli altri.
Come aiutare «questo» concreto adolescente? Quale linea educativa si intona meglio alle sue «misure»? Come parlargli di sé e dell'amore che il Padre gli dona, in Cristo Gesù? Come stimolare la sua maturazione di personalità, in vista di una reale integrazione tra la sua fede e la sua vita? In questo DOSSIER affrontiamo lo studio dell'educazione, umana e cristiana, dell'adolescente, oggi. Vogliamo considerare questa età (14116 anni – biennio scolastico o primo impatto con il lavoro) nelle sue problematiche tipiche e generali. Da queste prospettive potranno poi prendere le mosse progetti più articolati e differenziati.
Consapevoli delle difficoltà che l'argomento presenta, abbiamo preparato il DOSSIER in un convegno di ricerca, tra esperti e operatori pastordi Le linee e i contributi del DOSSIER propongono e interpretano i ricco materiale emerso.
FATTI
Ogni progetto educativo e pastorale parte dalla conoscenza, attenta e critica, dei destinatari. È importante ricordarci che «la misura e il modo sono variabili e relativi alle attitudini e necessità di fede dei singoli e al contesto di cultura e di vita in cui si trovano» (RdC 75).
Chi sono gli adolescenti di oggi? Non c'è una risposta facile.
La letteratura sulla psicologia dell'adolescente è abbondante e consolidata. Essa sottolinea i tratti costitutivi della sua struttura biologica e psichica. Emerge il ritratto dell'«adolescenza» in assoluto: l'adolescente perenne.
La fatica descrittiva non può concludersi così. Molti sottolineano con insistenza lo stretto rapporto che lega gli adolescenti alla società. Essi sono i catalizzatori più attenti dei condizionamenti socio-culturali: i modelli proposti dalla società in cui vivono segnano in termini spesso rigidi la loro personalità. Essi sono l'immagine della società. In una società in crisi come è la nostra (per l'inconsistenza delle strutture, per la flessibilità e l'imprecisione delle norme, la retoricità di molti valori, per la caduta rovinosa di credibilità e di presa dei modelli adulti...), la crisi degli adolescenti è crisi sociale, prima di essere biologica o psicologica.
L'esperienza di molti educatori conferma questi dati. Ci si accorge, anche se in modo confuso, che gli adolescenti sono diversi, profondamente diversi, dai loro coetanei di 5-10 anni fa. Chi è l'adolescente di oggi?
Tracciamo una risposta a più voci: una rete di intuizioni e di affermazioni che si concentrano attorno all'identikit dell'adolescente.
Il primo contributo di F. Garelli descrive il contesto socio-culturale attuale. Questo è il «mondo» degli adolescenti di oggi. Di questo mondo, essi sono immagine, anche se sfuocata e contraddittoria.
Il secondo e il terzo contributo (rispettivamente di G. Sovernigo e G. Anfossi) offrono una radiografia da prospettive complementari: psicologica la prima, sociologica la seconda.
Il quarto intervento tenta una sintesi, per l'educatore. Per attivare la sua capacità interpretativa. Perché l'adolescente non è quello descritto dallo psicologo o dal sociologo. Esso è unità profonda, anche tra contrasti e riprese. L'adolescente è Pietro, Carlo, Francesca, Roberto... che incontriamo e con cui dialoghiamo: in famiglia, a scuola, nel gruppo, nell'ambiente di lavoro.
Un'ultima considerazione.
L'adolescenza è fenomeno «collettivo», perché investe una categoria sociale ben precisata, ma «diversificato». Non possiamo tracciare una descrizione, con la pretesa di farne un ritratto universale. Esistono decise differenziazioni, tra adolescenti di città e adolescenti di campagna, tra coloro che provengono da una famiglia con forte capacità di identificazione e di riferimento critico e coloro che invece hanno rotto tutti i ponti con la stessa. Altre diversità sono originate dalla collocazione geografica (tra Nord e Sud, per esempio), dalla categoria professionale dei genitori, dal tipo di relazioni sociali che essi stanno vivendo... È però in atto un processo di «omogeneizzazione» culturale, che fa attenuare sempre di più le diversità, fondato sulla diffusione dell'istruzione e la dilatazione della comunicazione, tra ambienti e zone diverse.
Come sempre, l'ultima parola è a chi opera nel concreto.
PROSPETTIVE
Stiamo elaborando un progetto di «educazione cristiana» degli adolescenti. E questo significa, in termini più precisi, che ci proponiamo un obiettivo globale, capace di unificare sia gli impegni tipicamente educativi che i contributi esplicitamente pastorali: l'integrazione tra fede e vita.
1. Verso l'integrazione fede/vita
La formula è ormai assodata, nel linguaggio e nella mentalità degli operatori pastorali. Ne abbiamo già parlato in molti contesti, derivando l'esigenza da RdC che propone l'«integrazione fede/vita» come obiettivo centrale dell'azione pastorale.
Integrare fede e vita significa, per noi, lavorare educativamente per formare nell'adolescente un'unica struttura di personalità i cui criteri valutativi e operativi (e cioè i criteri di lettura e di trasformazione della realtà) si rifanno al messaggio cristiano, non come ad un dato imposto dal di fuori, ma come ad esigenza
e a risposta connesse con l'esperienza dei valori umani. Si raggiunge quindi l'integrazione fede/vita quando i valori umani, sui quali si costruisce la personalità dell'adolescente, sono compenetrati profondamente da quelli religiosi. Questi, anzi, formano il criterio orientativo e decisivo dei primi. Per favorire l'integrazione sul piano dell'esistere concreto dell'adolescente, non vi sono due processi educativi, uno per i valori profani-umani e l'altro per quelli religiosi. Ve n'è invece uno solo, unitario e unificante, in cui la persona in crescita è aiutata ad elaborare un quadro armonico dí valori, capaci di essere organizzati e significati dai valori religiosi. Quando si distingue, come facciamo qui, è solo per chiarezza metodologica e per ricordare le condizioni che rendono i due interventi convergenti.
2. Le difficoltà
Molti adolescenti stanno già vivendo una reale esperienza di «integrazione fede/ vita», anche se, per loro soprattutto, l'integrazione non è un felice possesso, ma una faticosa e sofferta ricerca, perché investe il loro continuo divenire, ed è segnata dalla fragilità e dall'incostanza tipica dell'età che attraversano.
Per troppi adolescenti, invece, esistono grosse difficoltà: la vita non cerca la fede, la proposta di fede che loro è fatta nulla dice alla vita. Tra fede e vita non c'è «dialogo», ma contrasto e reciproco disinteresse.
Approfondiamo questo problema. Ci sembra carico di dati molto concreti. L'integrazione fede/vita risulta difficile quando i contenuti della fede (nelle mediazioni con cui sono offerti) sono percepiti come estranei, irrilevanti, rispetto agli interessi e alle esperienze quotidiane.
Questa difficoltà oggi ha una doppia matrice.
La prima è conseguenza di una teologia che propone una concezione astorica della fede. A causa di questo orizzonte teologico, la fede è stata presentata come un modo esterno, alternativo, di vivere e di comprendere la vita quotidiana. Non ha animato dall'interno gli interessi umani, ma li ha solo addomesticati, ricoprendoli del manto delle proprie certezze e conclusioni. Qualche altra volta, gli interessi umani sono stati strumentalizzati, deprivati del loro autonomo valore. La fede ha tentato di catturare la vita, riducendola alle sue misure. Il 'secondo livello di problemi viene invece dallo svuotamento della fede, dalla perdita della sua specifica identità. È il rischio oggi più facile, legato a visioni teologiche che tentano di recuperare attraverso nuovi integrismi quella rilevanza sociologica che l'attuale sistema culturale oggi nega all'esperienza cristiana. Si tende a dare come contenuto della fede quei valori che le ideologie correnti stimano importanti e così si svuota, dall'interno, l'alterità e la novità della fede, riducendola al rango di una comprensione umana del profano, raffinata e ideologicamente efficace. Nell'adolescente il rifiuto della proposta cristiana (o la sua marginalizzazione) è facile quando egli si accorge che i contenuti di fede non gli dicono nulla di importante. Perché sono fuori dalla sua vita o perché sono in concorrenza con spiegazioni che sa recuperare in ambiti culturali diversi. Questa fede non è in grado di risignificare la sua esperienza di vita, perché non ha una proposta sulla vita.
Anche il modo con cui la vita è vissuta, nei suoi significati più decisivi, gioca un peso notevole per la possibilità (o la resistenza) all'integrazione fede I vita.
La progettazione di sé non è indifferente nell'esperienza cristiana.
E questa progettazione è normalmente il frutto dell'antropologia espressa (o sottintesa) nei processi educativi in cui il giovane cresce.
Vogliamo indicare due generi di difficoltà.
La prima difficoltà, forse la più frequente, è determinata dal fatto che la vita quotidiana è vissuta in modo così disimpegnato e alienato da non aprire ad alcun serio problema. La fede è rivelazione sulla vita, risposta di Dio ai suoi interrogativi più radicali. Quando un giovane vive la sua vita a livelli di estrema superficialità, catturato dalla spirale del consumismo, privo di ogni problema serio, la fede non gli può dire nulla di vitale. È una proposta che cade su un terreno senza attese: proposta ma non risposta.
La seconda difficoltà è già stata accennata in contesti diversi: la deresponsabilizzazione. Viviamo in una cultura che tende a deresponsabilizzare. Oggi, soprattutto a livello giovanile, è presente la coscienza del «male». Ciascuno è in grado di fare il lungo elenco delle cose che non vanno, dentro e fuori di sé. Però, troppo spesso, la responsabilità è sugli altri: sulle cose che non si possiedono in misura adeguata, sulle strutture alienanti, causa di tutti i guai, sui condizionamenti psicologici che limitano o annullano la responsabilità personale.
In questa situazione, il bisogno di salvezza non chiama in causa la persona, nel mistero della sua irripetibilità; è un fatto che interessa solo gli altri. Per questo, la fede non ha nulla di significativo da offrire alla vita.
3. Il rapporto tra teologia e pedagogia
La rassegna delle difficoltà che impediscono l'integrazione fede/vita ci costringe ad allargare il discorso.
Molti operatori pastorali si rendono conto in modo riflesso di un fatto tradizionalmente presente nell'azione pastorale, ma spesso malinteso o mal risolto: per educare alla fede bisogna fare i conti con l'educazione; o, in altre parole, c'è un rapporto stretto tra pedagogia e teologia, nella pastorale giovanile. Per stare in tema: educare alla fede un adolescente significa non solo proporgli determinati contenuti teologici, ma studiare anche il modo con cui presentarglieli. La novità non sta nell'affermazione, ma nella coscienza riflessa del problema; e soprattutto nel tentativo di instaurare nuovi e più corretti rapporti. Per spiegarci, incominciamo a determinare quali sono i rapporti non corretti, da superare.
La teologia può non rispettare i dati pedagogici, che le suggeriscono «come» parlare dell'amore di Dio in Gesù Cristo, a «questo» concreto adolescente. La teologia, in questo caso, si preoccupa soltanto di «cose da dire», dell'ortodossia delle formule; e non tiene conto dei destinatari, di obiettivi educativi, di una necessaria gradualità, delle mediazioni. Ignora, in una parola, le scienze dell'uomo, che le suggeriscono i termini educativi della sua proposta. Oggi c'è anche il rischio opposto: di una pedagogia che voglia prendere il sopravvento sulla teologia. In questo caso la pedagogia assume la egemonia nel processo educativo cristiano, tanto da rendere puerile, superficiale, inutile o marginale il contributo della teologia. Il «vero» diventa ciò che è preferito, che è accessibile, quello su cui si crea il consenso. La teologia (e la fede) perdono la loro funzione orientativa, rispetto alla maturazione cristiana dell'adolescente.
Dal rapporto gerarchico (dell'una sull'altra) si deve invece passare a quello «dialogico»: tra due discipline che hanno in comune la passione per l'uomo, ma che analizzano la realtà a partire da prospettive specifiche diverse. La teologia dialoga con la pedagogia, in una doppia modalità di «dare»
e «ricevere», non con pretesa normativa, ma modellandosi su tutte le componenti del processo educativo e avendo come scopo la promozione dell'adolescente, secondo il progetto di Gesù Cristo.
L'area di incontro, il terreno di dialogo, è proprio «questo» adolescente, che deve crescere come uomo maturo e come figlio di Dio, in profonda unità interiore.
4. I tre compiti dell'azione pastorale
Da questo dialogo (certo non facile) hanno origine i tre compiti della pastorale giovanile, verso l'integrazione fede/ vita.
Primo compito: autenticare ogni personale progetto di umanizzazione, per restituire ad ogni uomo la possibilità di realizzarsi in modo pieno, contro le definizioni disumanizzanti.
Questo compito comporta sia la stimolazione di esperienze umane sulla linea della salvezza e novità di vita offerta dal Padre in Gesù Cristo, sia la contestazione delle esperienze di non-salvezza che purtroppo segnano il quotidiano di ogni uomo.
In questo processo, le esperienze umane ritrovano in Cristo la loro normatività totale, perché Gesù Cristo è la realizzazione piena e autentica di ogni processo di umanizzazione.
Secondo compito: coscientizzare il giovane sul significato definitivo di cui ogni esperienza umana partecipa, compresa nella salvezza donata in Gesù Cristo ad ogni uomo. È un compito di rivelazione, che si compagina con quello educativo di concentrare l'attenzione distratta sul senso umano di ogni gesto storico.
E, infine, terzo compito: annunciare in modo esplicito e tematizzato Gesù Cristo fondamento e sostegno dell'autenticità personale, evento e progetto di salvezza per ciascuno. Il compito di annunciare Gesù Cristo si connette con quello di «celebrare» la novità di vita che le esperienze umane ritrovano in Gesù Cristo, mediante i sacramenti e la vita liturgica, nella comunità ecclesiale.
5. Il servizio della fede all'autenticità personale
La fede esercita tre funzioni orientative della crescita personale, della «vita», come abbiamo chiamato la complessa realtà esperienziale dell'adolescente. Prima di tutto è «notificazione», annuncio di una storia e di una promessa, che dà luce nuova al presente. Essa è proposta di contenuti da approfondire e interiorizzare, per vivere in modo nuovo. Non è solo una «esperienza», redatta in termini emotivo-intimistici.
In secondo luogo, essa esercita una funzione «critica», di continuo invito alla conversione, al cambio di vita, per l'autenticità. È quindi profezia sulla vita, che spinge tutti a trasformarsi in «uomini nuovi».
In terzo luogo è «proposta confortante», perché annuncio che Dio ci è Padre e Gesù Cristo, uno di noi, è il nostro Salvatore.
Come si vede, per l'adolescente si tratta di doni importanti, dimensioni costituitive del suo maturare: nell'approfondimento culturale di una storia che gli preesiste e lo supera, nello stimolo a procedere in avanti, nella gioiosa esperienza di essere capito, amato, accettato.
6. Tra fede e vita una continuità discontinua
Un grande catecheta ci ricorda: «Il tentativo di armonizzare in un'unità, scevra di tensioni, fede e educazione diviene problematico, per il fatto che redenzione e educazione non sono identiche» (E. Feifel).
Tra fede e vita resterà sempre una insuperabile conflittualità, che ci spinge oltre, verso quella novità di esistenza che è dono.
Si tratta di un processo dinamico, a cui è importante abilitare e motivare l'adolescente. La decisione della fede comporta in se stessa il conflitto interiore di una pienezza sempre cercata e mai definitivamente raggiunta. È una decisione irrevocabile, ma non una posizione conquistata una volta per tutte. Il credente vive la Parola di Dio come una chiamata alla conversione permanente: ad un approfondimento personale crescente dell'opzione di fede. Egli vive di fede, in marcia verso la fede.
PER L'AZIONE
Siamo così arrivati alla stretta conclusiva.
Abbiamo accumulato molto materiale: di tipo diagnostico e di ordine progettativo. Ora si tratta di organizzare tutto ciò in un progetto concreto e articolato di educazione cristiana di «questi» adolescenti. Certamente, l'impresa non è facile. Anche perché l'analisi ha evidenziato che non esiste un adolescente, ma tanti e diversi adolescenti.
– Adolescenti non problematici e sufficientemente disponibili: frequentano o hanno frequentato scuole cattoliche, vengono da famiglie unite, hanno avuto una buona integrazione nella scuola media o per essere riusciti scolasticamente, o per aver trovato una intesa affettiva con qualche insegnante; in talune zone sono ragazzi che vivono in campagna e che raggiungono la città per motivi scolastici.
– Adolescenti immaturi. Gli anni della scuola dell'obbligo sono passati senza lasciare traccia. Mancano spesso di capacità di concentrazione, di serietà, di senso critico.
– Adolescenti antisociali. Si tratta di adolescenti estroversi ed arroganti, manifestano buona intelligenza e felice integrazione sociale. I loro pensieri sono occupati da hobbies innocui e forse inutili; i discorsi si rivolgono allo sport, come «tifo» e, se praticato, organizzato ad imitazione di quello dei divi della domenica, al motorino, alla discoteca, al sesso, all'amore delle canzoni. La moda occupa, oggi anche per i maschi, un posto importante (scarpe, jeans, occhiali...).
– Adolescenti antisociali. Si tratta di adolescenti estroversi ed arroganti, che hanno interrotto la scuola per lo più durante la preadolescenza. Vivono in bande e si costruiscono una personalità in una superiorità di tipo fisico e «mafioso».
– Adolescenti emarginati, complessati, timidi. Sono adolescenti che spesso la timidezza se la portano dentro, per aver ricevuto una educazione insufficiente o per non aver superato l'impatto con la scuola superiore. Alcuni trascorrono il loro tempo nella solitudine o nel chiuso di amicizie a volte infantili. Rientrano in questa categoria anche i giovani apprendisti o quelli in attesa di primo impiego e gli adolescenti immigrati di famiglie molto unite affettivamente. Questi adolescenti timidi normalmente non si fanno notare, ma sono spesso presenti anche nelle comunità ecclesiali. Sono coloro che più difficilmente si lasciano integrare nei gruppi, nonostante l'apparente docilità.
Quanto agli apprendisti, hanno una rapida maturazione non appena vengono ben retribuiti; altri maturano attraverso una esperienza affettiva stabile (specie le ragazze, anche se non sempre si tratta di vera maturazione, in quanto non di, rado il rapporto è vissuto in modo possessivo ed intimistico).
Il primo atteggiamento dell'educatore deve essere prendere atto della situazione e verificare nel proprio ambiente in quale percentuale siano presenti gli adolescenti analizzati sopra. L'approccio educativo sarà evidentemente diverso. Nelle pagine che seguono, suggeriamo un approccio generale, che tiene conto della situazione più comune. Degli adolescenti che girano attorno ai nostri ambienti, un po' disimpegnati e un po' disillusi; ma disposti a «cambiare» se qualcuno parla, in modo serio e convincente, alla loro vita. Soprattutto se inseriti in un gruppo dove si esperimenti una diversa qualità di vita e di fede.








































