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    Quale gruppo per i preadolescenti?



    Umberto De Vanna

    (NPG 1977-02-69)


    Sul tema: «Animatori dei gruppi giovanili ecclesiali» si è tenuto nel novembre scorso, presso la Villa Tuscolana (Frascati) uno stimolante corso di studio. Oltre ad approfondire il tema generale della fisionomia dell'animatore all'interno della dinamica di gruppo applicata alla pastorale giovanile il corso ha suggerito alcune prospettive per la vita liturgica, l'uso dei mezzi di comunicazione sociale e il gruppo dei preadolescenti. Su questo terzo tema riportiamo alcune parti tratte dal documento finale.
    – a Considerando l'instabilità dei ragazzi in questa delicata fase di maturazione, non appare facile a prima vista la costituzione di gruppi. Riteniamo tuttavia che abbia senso riunire i ragazzi attorno ad un interesse da loro sentito e condiviso da altri. Non è necessario che il gruppo si avvii pensando ad un programma a lungo termine. Il gruppo infatti potrebbe anche avere vita breve ed esaurirsi addirittura nel giro di un anno o anche di pochi mesi. L'importante è che i ragazzi comincino ad abituarsi al lavoro di gruppo e a stare insieme, che imparino a sapersi accettare, a ricercare insieme soluzioni comuni, ed apprendano il rispetto vicendevole, il senso di responsabilità, il dialogo, l'ascolto.
    Pensiamo che si possa giungere, in casi di una certa maturità, a fare, attraverso la vita di gruppo, una prima esperienza di comunità e di Chiesa».
    – a Quanto ai gruppi scolastici, sembra indispensabile operare prima di tutto un minimo di rinnovamento didattico: ci pare questa la premessa indispensabile per qualsiasi discorso formativo nell'ambito della scuola. Se i ragazzi a subiscono» la scuola, il discorso è chiuso in partenza.
    Riesce difficile far corrispondere a ogni classe un gruppo; è forse più facile favorire gruppi di interclasse, oppure piccoli gruppi all'interno della stessa classe, sulla base dei loro interessi.
    Il discorso dei gruppi scolastici va inquadrato anche nel vasto problema della scuola a tempo pieno».
    – a Sono innumerevoli e indispensabili i centri di interesse per attivizzare i ragazzi.
    La proposta degli interessi e dei gruppi va posta in un'area che si colloca tra lo spontaneismo dei ragazzi e la libera adesione a gruppi già costituiti o proposti dall'animatore.
    – «Occorre che l'animatore per primo creda nel centro di interesse attorno al quale si è organizzato il gruppo; deve farsi promotore di nuovi interessi e rendersi disponibile per il gruppo. A tal proposito si fa notare che il gruppo man mano che cresce richiede sempre maggior impiego di tempo e talora l'animatore si trova nell'impossibilità fisica di seguirlo.
    Questo anche perché l'organizzazione dei gruppi non è sempre considerata in tutta la sua portata educativa e pertanto non adeguatamente programmata. Ci sembra indispensabile che ciò avvenga soprattutto nelle scuole e negli istituti con internato (che troppo spesso si sorreggono sulle spalle di pochi che debbono badare a tutto, mentre i più si limitano alle ore di scuola)».
    – «Specie nelle organizzazioni oratoriane e parrocchiali, appare ormai un problema non più procrastinabile quello di dedicare tempo ed energie per formare al più presto degli animatori laici, che non solo risolvano il problema della penuria dei collaboratori, ma che fattivamente affianchino i responsabili.
    Specialmente nella organizzazione sportiva è necessario che l'animatore non sia soltanto un tecnico, ma sia capace di condurre un discorso umano-sociale per poter avviare anche il discorso cristiano, in modo che lo sport venga vissuto in funzione pastorale».


    Il gruppo rappresenta un momento privilegiato per una educazione personalizzante, che voglia promuovere la crescita umana del ragazzo ed aprirlo ad una esplicita proposta di fede. È attraverso il gruppo normalmente che i ragazzi fanno esperienza della Chiesa.
    La crisi dell'associazionismo tradizionale è un dato riconosciuto ormai da tutti. Il fenomeno si inserisce in un clima più vasto e profondo che ha travolto tutte le istituzioni.
    Si vivono però i primi sintomi della ripresa. Si sente maggiormente la necessità di non affidarsi alla improvvisazione e si incomincia ad avere fiducia nella organizzazione, intesa come strumento, veicolo di realtà più importanti. La crisi si è riversata anche sui gruppi di preadolescenti, i quali per sé si trovano bene in una struttura efficiente, anche per un innato gusto del funzionale e per un senso estetico delle cose. La preoccupazione di «eliminare» (tessere, iscrizioni, riunioni fisse, strutturazione di gruppi, collegamento) ha lasciato pesantemente il segno nei nostri ambienti: qualcuno si è ritrovato il vuoto, proprio quando altre istituzioni stavano scoprendo e valorizzando il gruppo come fondamentale mezzo di educazione.

    La prima adolescenza rappresenta un periodo di volontaria marginalità psicologica e di perdita temporanea del senso della propria identità sociale e del corrispondente sentimento di sicurezza. Ragazzi e ragazze reagiscono a questa situazione di evidente disagio, per più versi inevitabile, con la scoperta di un rapporto di amicizia personale con un coetaneo, per lo più dello stesso sesso, e con l'inserimento in un gruppo.
    La spinta emotiva del preadolescente che ricerca un gruppo è in un primo momento negativa, in quanto ragazzi e ragazze vogliono costruirsi un nuovo cerchio di persone attorno a cui ruotare. Gli amici, l'adulto simpatico, l'insegnante prendono a questa età il posto dei genitori.
    L'influsso degli amici è particolarmente forte e se il gruppo si è costituito su una base sufficientemente ricca di valori, i ragazzi vi troveranno facilmente le risposte alle proprie ansie ed incertezze. Il gruppo diventa così il contributo di maggior sostegno ai preadolescenti, in maturazione. Tanto più che la legge del gruppo li obbligherà a dei grossi superamenti di sé, perché riusciranno a trovare spazio tra gli amici soltanto a condizione di manifestarsi espansivi e aperti al dialogo, capaci di allargare i propri interessi, di essere gentili e curati nel proprio aspetto fisico. I preadolescenti aggressivi, che si irritano facilmente, gli egoisti, gli introversi, coloro che attendono tutto dagli altri e mancano di iniziativa vengono il più delle volte rifiutati dai gruppi.

    LA SCELTA DEL GRUPPO

    Prima di parlare del gruppo dei preadolescenti, ricordiamo alcune classificazioni utili.
    • Gruppi primari: sono caratterizzati da legami di solidarietà e di amicizia e dalla adesione a valori comuni. Possono essere gruppi di integrazione, nei quali è importante soprattutto l'amicizia tra i partecipanti e quindi a struttura pienamente democratica, e gruppi di dipendenza, nei quali i componenti si ritrovano volentieri sotto la guida di un leader.
    • Gruppi di lavoro: spiccano soprattutto gli obiettivi chiari, lo scopo, il rendimento. Non sono veramente dei gruppi se non esiste un minimo di integrazione e di circolazione di valori comuni. Ad esempio, una squadra che si ritrova abitualmente per la partita e gli allenamenti non è un gruppo se i giocatori, oltre a trovarsi fisicamente insieme, non si parlano e non fanno circolare alcuni valori sufficientemente condivisi da tutti.
    Quanto alla struttura organizzativa, i gruppi si possono inquadrare schematicamente in
    • gruppi di tipo associativo: esiste un'organizzazione centralizzata, con distintivi, tessere, sussidi, giornali di collegamento. Lo spirito del gruppo è fissato per lo più dallo statuto formulato all'atto della fondazione della associazione centrale. Sono associazioni di questo tipo per esempio gli Scout e l'A.C.R. (Azione Cattolica Ragazzi).
    Altri gruppi associativi, come gli ADS (Amici Domenico Savio), i GEN 3 (ragazzi focolarini), i RAGAllI NUOVI (fascia giovanile dell'Apostolato della preghiera) preferiscono definirsi movimento, indicando con questo termine una «associazione» con strutture minime, principalmente a servizio della circolazione di valori.
    • Gruppi a carattere spontaneo: nascono per un interesse immediato, hanno vita unicamente nell'ambiente in cui sono sorti. L'iniziativa può venire da un adulto o anche da un cerchio di amici. Possono essere più o meno strutturati, secondo le tendenze dell'animatore e dei componenti, che si danno uno statuto
    • semplicemente si lasciano guidare dall'intesa che hanno avuto nel momento in cui hanno voluto il gruppo.
    • Si parla oggi, per gli adulti soprattutto, anche di gruppi di riferimento: i membri condividono chiaramente il fine del gruppo, si ritrovano a scadenze fisse per «ricaricarsi» e approfondire le motivazioni del proprio impegno, ma vivono inseriti attualmente in altri contesti sociali o anche in altri gruppi.

    QUALE GRUPPO PER I PREADOLESCENTI?

    A parte la scelta del gruppo più adatto, che è spesso una scelta operata per motivi di tradizione, per situazioni ambientali o di opportunità, il preadolescente ha bisogno di un gruppo:
    • che lo accolga come persona in fase di crescita e perciò in permanente situazione di crisi e bisognoso di sostegno;
    • che lo accetti così com'è, con i condizionamenti dell'educazione ricevuta e la sua carica biologica;
    • che accetti un'adesione al gruppo fatta più d'istinto che di ragionamento, poiché a questa età si è guidati spesso dalle situazioni e da motivi inconsci. Per questi motivi il gruppo dei preadolescenti non avrà altro scopo ultimo che lo sviluppo della persona del preadolescente stesso. Quando un gruppo permette ai componenti di vivere con gli altri, di lavorare in gruppo, di trovare nell'esercizio del servizio agli amici la soluzione alle proprie difficoltà, di sensibilizzarsi ai problemi della propria crescita e a quelli del mondo, che solo ora si incomincia a percepire come concretamente esistente, ha pienamente realizzato lo scopo per cui si è formato. Il gruppo diventa così per il preadolescente
    – l'occasione per sperimentare la capacità di avere relazioni personali;
    – la sede dove trova una risposta ai problemi personali e dove le sue tensioni si dissolvono attraverso la solidarietà e l'amicizia;
    – l'occasione per verificare ogni giorno la propria maturazione in un confronto continuo con gli amici del gruppo e con la vita di altre realtà sociali più vaste e anche più importanti: la famiglia, la scuola, la comunità sociale.

    GLI INTERESSI DEL GRUPPO

    Non esiste gruppo senza un interesse di base attorno a cui possa ruotare. Non si può volere che i preadolescenti si trovino insieme unicamente per trattare i loro problemi (la stessa «riunione di gruppo» rappresenta un «momento forte» della vita di gruppo, ma non ne esaurisce la vitalità). Sport, musica, gite, cucito, ricamo, giornalismo, fotografia, attività religiose e caritative, assistenza ai più piccoli, raccolta di medicinali o di carta, collegamento e aiuto ai missionari, ecc. sono sicuramente interessi e attività che possono trovare accoglienza nei ragazzi.
    L'interesse tuttavia non deve diventare prevalente e non si deve dimenticare che la formazione del preadolescente è l'unica cosa che debba veramente avere peso nella vita di gruppo, come pure deve essere l'unico criterio di efficienza. Soprattutto quando regna l'ordine perfetto e i risultati si raggiungono sempre, occorre verificare se i ragazzi stanno facendo realmente un'esperienza che li maturi.

    FUNZIONE DETERMINANTE DELL'ANIMATORE

    Si dovrebbe qui aprire il discorso sull'animatore adulto, ma ne facciamo soltanto un accenno. «Due tipi di eroi stentano a morire nella nostra cultura» – scrive argutamente Rice, mettendo il dito sulla piaga – «il dilettante geniale e il leader nato». Infatti è comune che un gruppo sia mandato avanti sostenuto unicamente dalla genialità di un adulto che sa fare accettare la sua guida, anche se non si preoccupa eccessivamente di qualificarsi, né di giudicare criticamente la sua attività.
    Quanto ai preadolescenti, l'animatore terrà presente soprattutto:
    – di non strumentalizzarli agli obiettivi;
    – di far risaltare chiaramente la gerarchia delle cose che si fanno (per i ragazzi diventa importante ciò che si presenta come importante. Se per un torneo di calcio riempio di stendardi l'oratorio, spendo 150.000 lire per le coppe, offro gratuitamente la cena ai vincitori e quando organizzo un ritiro spirituale i ragazzi devono pagarsi il viaggio e la permanenza... avrò un bel da gridare che la formazione è più importante del gioco: il mio modo di organizzare le cose ha già insegnato chiaramente prima che io apra bocca);
    – che non si crei nel gruppo un clima disancorato dalla vita concreta vissuta dai ragazzi;
    – che i ragazzi trovino la possibilità di parlare dei loro problemi e vengano aiutati a risolverli;
    – che si favorisca un allargamento degli interessi, aiutando il gruppo ad entrare in sintonia con i problemi umani più seri e con gli uomini di buona volontà che cercano di risolverli.

    PASTORALE DI MASSA O PASTORALE DEI GRUPPI?

    Una prassi sconfessata dalla realtà

    Negli Istituti e negli Oratori si è spesso presi dal panico ogni volta che si parla di gruppi. La scarsità di personale e la volontà precisa di raggiungere tutti, fanno compiere spesso la scelta di badare un po' a tutti, senza «fare delle scelte elitarie», a detrimento dei più bisognosi di cura che rimarrebbero fuori dai gruppi. Questa linea pastorale che si è straordinariamente diffusa in questi ultimi anni, sta ricevendo un duro colpo dalla situazione reale dei giovani.
    L'aver fatto delle proposte generiche ed indifferenziate ha disperso energie ed ha illuso. Non è difficile infatti riempire i cortili attraverso un'organizzazione sportiva anche modesta: la difficoltà nasce nel momento in cui ci si ritrova con un pugno di mosche ogni volta che si tenta di coinvolgere i ragazzi in qualche attività d'impegno, che non siano le solite preghiere recitate tra una partita e l'altra. C'è ancora chi si culla nell'illusione di credere che, per il solo fatto di aver varcato la porta del nostro Istituto o dell'Oratorio i ragazzi e le ragazze si vedano immessi in una struttura educativa e cristiana.

    La dialettica massa-gruppi

    La diffidenza verso i gruppi non deve soprattutto diventare disattenzione per i singoli e per il loro processo di maturazione personale. È importante quindi verificare i risultati della propria pastorale. Dove non esiste dialogo con i ragazzi e non c'è un ambiente adatto per l'esperienza dell'amicizia personale, è probabile che la massa non abbia la possibilità di ricevere vere e proprie proposte educative.
    Due cose occorre inoltre tenere presenti:
    - il senso di appartenenza: che è ciò che fa verificare se i ragazzi riescono a «respirare» il clima educativo proposto dall'ambiente. Quali sono gli indizi che permettono ad una istituzione di qualificare i propri componenti?
    - Il coordinamento: come si inseriscono nella pastorale d'insieme tutti i gruppi che vivono all'interno dell'istituzione? Quando manca il coordinamento e ogni gruppo sí dà una fisionomia personale senza tener conto dell'impostazione generale dell'istituzione, non si dà più senso di appartenenza vero e i fini educativi non si raggiungono più se non settorialmente.

    L'assurda mancanza di organizzazione

    Occorre verificare se non si va avanti per inerzia, per tradizione, guidati dalla improvvisazione.
    La scelta concreta della pastorale più adatta è sempre inevitabilmente frutto di compromesso tra le istanze educative e le strutture (mezzi, persone) inadeguate. È essenziale però che la scelta pratica del compromesso sia realisticamente accettata, rimanendo disposti a continuare a verificarsi nel tentativo di migliorare la propria offerta educativa. Tutto ciò si traduce in incontri di verifica e di coordinamento (consigli oratoriani, consigli d'istituto).

    DAL GRUPPO ALLA CHIESA

    Al preadolescente che si apre alla scoperta di sé e della società, la visione evangelica della vita è una proposta che può inserirsi perfettamente nella sua condizione di crescita. La sua situazione di maturazione diventa un momento privilegiato di evangelizzazione. L'allontanamento dei preadolescenti dalla pratica cristiana e le defezioni in massa che si verificano nella nostra epoca rappresentano un fenomeno preoccupante soprattutto per l'influenza negativa che il mondo secolarizzato degli adulti determina nei ragazzi. Proprio perché l'esperienza cristiana ha bisogno di un ambiente adatto che la incarni, il gruppo diventa un'occasione concreta per una proposta di vita cristiana. Soprattutto a questa età l'esperienza della Chiesa passa concretamente attraverso l'esperienza di gruppo. E tuttavia occorre ricordare anche che l'appartenenza alla Chiesa non è tanto determinata da un'etichetta o da un certo tipo di attività che si è scelto. Il gruppo vive realmente l'esperienza della Chiesa se nel suo interno vi è rispetto per la libertà dei ragazzi, senza manipolazioni; se i membri sanno aprirsi a tutti, senza esclusioni; se c'è valorizzazione e coinvolgimento di tutti nelle attività e nell'organizzazione; se vi è aggancio con la vita reale, nella consapevolezza che è lì che si costruisce il Regno di Dio; se compaiono alcuni gesti sacramentali essenziali per un'esperienza cristiana: la lettura della Parola di Dio, il rinnovamento della Cena di Gesù, la vita di gioia e di speranza di una comunità che sa perdonarsi e rinnovarsi nel nome del Signore risorto; se, finalmente, l'esperienza di gruppo non chiude in un ghetto, ma offre la dimensione universale della ecclesialità, nell'incontro con altri gruppi e movimenti ecclesiali.

    Chi volesse approfondire questo tema, può consultare:

    G. PALIZZI (a cura di), Ragazzi in gruppo, LDC, 1976.
    C. MAGGIO: L'animazione dei gruppi, La Scuola, 1973.
    E. DE SCALZI: «Appunti per una pastorale dei preadolescenti» su NPG, 3/74.
    P. ScCILLIGO: Dinamica di gruppo, SEI, 1973.
    CSPG: Fare pastorale giovanile oggi, LDC, 1975.
    R. TONELLI: La vita dei gruppi ecclesiali, LDC, 1974.
    R. MUCCHIELLI: La dinamica di gruppo, LDC, 1970.



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