Le Beatitudini e l'elogio della carità
Giuseppe Liberto
Il Vangelo delle Beatitudini continua a risuonare in tutta la sua paradossale bellezza e chiede di tradursi in quell'amore che san Paolo articola in nove parole di luce: pazienza, benignità, generosità, umiltà, rispetto, altruismo, dolcezza, magnanimità e sincerità.
Un Vangelo orientato all'eterno
I1 fondamento del Vangelo è dato dalle Beatitudini annunziate da Gesù ai suoi discepoli quando quel giorno salì sulla montagna e messosi a sedere cominciò a istruire gli ascoltatori. Se all'inizio sono presenti i discepoli, alla fine sono le folle che rimangono incantate dal suo insegnamento (cfr. Mt 7,28ss). Perché Gesù annunzia le Beatitudini in Luca nel deserto e in Matteo "sulla montagna"? Intanto i due luoghi sono separati dal frastuono della vita quotidiana e la solitudine è adatta per rivelare una nuova verità. Anche sul Sinai Dio rivelò e donò a Mosè i comandamenti, legge fondamentale per il suo popolo. Contro le categorie discordanti del mondo che avversano il regno di Dio, Gesù oppone la litania delle Beatitudini demolendo così le radici di tutte le forze avverse e proponendo la vera scuola dell'amore. Il codice delle Beatitudini è orientato verso l'eternità e indica le condizioni per l'ingresso nella gloria del Regno dei cieli. Tra il codice di Cristo e quello del mondo non esistono concordanze compromettenti. Il Maestro, infatti, lo esclude in modo chiaro e deciso: le Beatitudini sono la "Legge del Regno".
Nella concorde armonia delle Beatitudini sono proclamate "beate" otto categorie di persone: i poveri in spirito, gli afflitti, i miti, quelli che hanno fame e sete di giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati per causa della giustizia. I poveri in spirito (v. 3) vivono la povertà facendo esperienza d'insufficienza economica, sociale o culturale. Consapevoli di questa loro situazione, si affidano a Dio e in lui confidano. Lo spirito di povertà è contro l'avidità della ricchezza, del consumismo e dello spreco, mentre milioni di esseri umani sono malnutriti e muoiono di fame. La povertà in spirito è la prima e il fondamento delle otto Beatitudini perché ci rende disponibili a compiere la volontà divina facendo vivere il cristiano nell'abbandono a Dio come nelle braccia di un Padre.
Gli afflitti (v. 4) sono quelli che soffrono e piangono per le tante afflizioni e hanno la forza di vivere e di sperare perché in Dio trovano la vera speranza e l'autentica gioia. Poveri e afflitti devono trovare consolazione e aiuto nel cuore aperto dei credenti per condividerne le sofferenze e il pianto. I miti (v. 5) sono i benevoli, i mansueti e i clementi, i non violenti. La mitezza è di quelli che non sono superbi, arroganti, prepotenti per farsi spazio ed emergere, inquinando così le relazioni fraterne e sociali. Essere come Gesù Maestro mite e umile di cuore. Quelli che hanno fame e sete di giustizia (v. 6) sono quelli che nutrono il desiderio di realizzare la volontà di Dio attraverso il gusto della parola di Dio. I misericordiosi (v. 7) che hanno pensieri di pace e non di vendetta, sono capaci di perdonare. I nuclei familiari e sociali lacerati da discordie e incomprensioni conducono a separazioni disgreganti. Per eliminare le cause che li generano e li alimentano, lo spirito di misericordia esige perdono e comprensione, amore e dialogo e concorde armonia. I puri di cuore (v. 8), che vedono Dio ovunque, hanno l'amabile semplicità senza doppiezze. Con la trasparenza del cuore trasformato dalla Parola divina possono realizzare la nuova creazione.
Gli operatori di pace (v. 9): la pace non è quella che dà il mondo. Gesù la offre con i tocchi del suo amore, «vi lascio la pace, vi do la mia pace» (Gv 14,27). Il vero cristiano deve essere per natura operatore di pace, della pace di Cristo. Gesù condanna quella sorta di pacifismo ipocrita da parte di chi opera con disegni perversi e logiche machiavellistiche. Chi opera la pace è il mite e il misericordioso. I perseguitati a causa della giustizia (v. 10): la giustizia di Dio è la sua volontà espressa nella sua Parola. Avere fame e sete della sua Parola significa desiderare di conoscerla e viverla facendo la sua volontà. L'ultima beatitudine è rivolta ai discepoli perché essi saranno perseguitati e martiri a causa del loro Maestro. È Lui la ragione ultima di tutte le Beatitudini. Quattro in Luca e otto in Matteo, le Beatitudini esprimono la logica alternativa del regno di Dio rispetto a quella dominante nel mondo. Esse collocano il discepolo di fronte alla presenza di Dio che agisce non secondo i valori del mondo e le possibilità di successo, ma secondo i valori di Dio e i doni da lui elargiti.
Le Beatitudini e l'elogio della carità
Chi è il Beato che armonizza le Beatitudini in esemplare concordia? Colui che le ha annunziate: Cristo Gesù, povero, mite, giusto, misericordioso, pacifico, puro e innocente, servo sofferente ingiustamente perseguitato, violentato sino alla morte di croce. Il discepolo, in conformità al Maestro, vive le Beatitudini nella speranza della beatitudine futura che è fonte e anticipazione della felicità eterna. San Paolo afferma che questa gioia ed esultanza è già «Cristo in noi speranza della gloria» (Col 1,27). Le Beatitudini furono il segno visibile della concordia della prima comunità cristiana descritta negli Atti degli apostoli: «La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuor solo e un'anima sola» (4,32). I discepoli di Gesù sono diventati discepoli del Regno attraverso l'ascolto e l'accoglienza della sua Parola e le Beatitudini ne sono la legge costitutiva.
La comunità cristiana deve essere caratterizzata dalla concorde armonia tra il «beati voi» e «Voi siete il sale della terra e la luce del mondo» (Mt 5,13.14). Il "sale" è indispensabile per il nutrimento che è necessario per vivere. La "luce" è necessaria per l'esistenza umana perché da essa dipende qualunque genere di vita. A chi si rivolge Gesù con quel "Voi"? Ai discepoli che con gioia ed entusiasmo accolgono le Beatitudini e le offrono al mondo che ne ha bisogno. Il "sale" indicava una sostanza necessaria per la vita dell'uomo ed era conservato per preservare le vivande dalla decomposizione. I testamenti erano confezionati spargendovi il sale. Quando però perdeva il sapore e diventava scipito, incapace d'insaporire, era buttato via. Gesù chiedeva ai discepoli di garantire il suo "testamento" con lo stile della loro vita. Il sale è simbolo della sapienza perché tutti possano riconoscere il Padre e il Figlio Gesù con l'aiuto dello Spirito. Il discepolo sta nel mondo come "sale dell'alleanza" che costituisce il sigillo dell'alleanza con l'umanità voluta da Dio attraverso l'incarnazione del Figlio. I discepoli di Gesù, vivendo le Beatitudini, sono anch'essi strumenti di concorde comunione tra Dio e l'umanità. Gesù afferma con decisione che se il sale perdesse il sapore a null'altro servirebbe che a essere gettato via e calpestato dagli uomini (cfr. Mt 5,13). Se i discepoli perdessero il "sapore" della fede nutrita di speranza, vivrebbero l'esistenza insipida e randagia nel disamore. L'immagine del sale ci richiama a vivere le Beatitudini nella fedeltà alla Parola che dona sapore alla vita e, preservandola dalla corruzione, garantisce al lievito di custodire il fermento di Cristo nel mondo.
La "luce" è la prima creatura uscita dalle sapienti dita del Creatore quando disse: «Sia la luce! E la luce fu» (Gn 1,3). Le tenebre sono soltanto negazione della luce. Giovanni rievocando nel Prologo il racconto della creazione canta che Dio creò il mondo con la sua Parola. Il Verbo che poi si sarebbe incarnato nel mondo, sarebbe stato la Luce vera, quella che avrebbe illuminato ogni uomo. Zaccaria nel suo cantico dice: «Grazie alla tenerezza e misericordia del nostro Dio, verrà a visitarci un sole che sorge dall'alto, per risplendere su quelli che stanno nelle tenebre e nell'ombra di morte» (Lc 1,78-79). Simeone, accogliendo tra le braccia il bambino Gesù, canta il suo cantico d'amore perché i suoi occhi stanno vedendo il Salvatore che è luce che si rivela alle genti e gloria d'Israele, suo popolo (cfr. Le 1,29-32). Giovanni Battista avrebbe poi dato testimonianza alla Luce (cfr. Gv 1,1-9). Lo stesso Gesù affermerà: «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (Gv 8,12). Fonte inesauribile di luce, Gesù partecipa e comunica la sua luce a tutti i suoi discepoli perché a loro volta siano sorgenti di luce e mediatori nei confronti degli esseri umani. I discepoli devono essere luce che risplende davanti agli uomini per far vedere le loro opere buone e rendere gloria al Padre celeste.
L'annunzio delle Beatitudini sulla montagna ci richiama il messaggio consolatore di fede e di speranza che Isaia annunzia alla comunità del ritorno. Gerusalemme sui suoi monti è ammantata di luce in splendore: «Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te... Cammineranno le genti alla tua luce» (60,1-3). Il sale e la luce devono essere in concorde armonia tra la grazia della fede e la carità annunziata dalle Beatitudini. Se la luce della verità deve illuminare, riscaldare e orientare bisogna far risplendere il Sole divino della nostra fede sostanziata di speranza che è il Cristo Crocifisso e risorto. È lo Spirito che dà luce e forza ai discepoli perché siano capaci dí manifestarlo. La luce della Sapienza è Verità nella Carità per gustare la Carità nella Verità.
La litania della carità
San Paolo, nella prima lettera ai Corinzi (13 ,1- 13 ), ci offre una litania di luci che illuminano il cammino del credente all'interno del vivere quotidiano per governare la storia. Enrico Drummond, titolare della cattedra di scienze naturali a Glasgow, iniziò una conferenza commentando il capitolo dove l'apostolo Paolo canta l'elogio sublime della Carità. Il professore declinò la litania della carità con nove parole: Pazienza, Benignità, Generosità, Umiltà, Rispetto, Altruismo, Dolcezza, Magnanimità, Sincerità. Tutte queste virtù sono in rapporto con lo stile di vita del cristiano. Il cristianesimo non è una delle tante religioni astratte o una sovrastruttura devota, ma l'ispirazione della vita nel respiro dello Spirito attraverso il mondo temporale.
Pazienza: «la carità è paziente», è calma, mite e quieta. Attende di agire, e quando viene chiamata compie con gioia il suo lavoro. Benignità: «la carità è benigna» perché in entusiasmo opera il bene beneficando il prossimo. Generosità: «la carità non è invidiosa» perché l'invidia è un sentimento di astio verso coloro che operano sulla nostra stessa linea. La grazia di avere un cuore aperto, ricco e generoso ci fortifica per non essere invidiosi. Umiltà: «la carità non si vanta, non si gonfia», non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia ma si compiace della verità. Rispetto: «la carità non manca di rispetto» ma compie il bene e il bello con la concorde simpatia della fraternità. Altruismo: la carità «non cerca il proprio interesse», anche se l'uomo si occupa giustamente dei suoi diritti. San Paolo, in effetti, non ci invita a rinunziare ai propri diritti ma ci esorta ad andare oltre perché la sola grandezza sta nell'amore non egoista. In effetti, non esistono difficoltà per chi sa amare. Gesù chiama leggero il suo giogo perché vivendo nel suo amore, tutto diventa facile e felice. La vera felicità non sta soltanto nel possedere o nel ricevere ma nel donare e nel servire.
Dolcezza: la carità «non si adira». La dolcezza è il contrario dell'irritabilità che la santa Scrittura condanna come uno degli elementi più disumani e distruttivi della natura umana. Nella parabola del figlio prodigo che ritorna a casa, la reazione del fratello maggiore che, pieno di rabbia, di gelosia, di orgoglio, se ne stava fuori e non voleva entrare, rivela un atteggiamento privo di fraterna dolcezza e amabilità. Il nostro spirito, solo se immerso nello Spirito di Cristo, raddolcisce, purifica e trasfigura. Magnanimità: la carità «non tiene conto del male ricevuto» perché è grazia di accostamento verso i fratelli sospettosi. In quest'atmosfera di sospetto, la persona si chiude. Invece, in un'atmosfera di fiducia si apre, si espande, si sente incoraggiata educandosi così a vivere in concorde armonia con la vita sociale. Non tener conto del male ricevuto significa non cercare il movente, vedere il lato buono di ogni azione con la benevolenza. Sincerità: la carità "non gode dell'ingiustizia ma si compiace della verità" perché "copre ogni cosa". Per chi ama, la Verità è l'oggetto del suo amore. È necessario ricercare la Verità senza pregiudizi, ma con umiltà di spirito. Nelle parole di san Paolo è rivelata la virtù del dominio di sé che rifugge dall'approfittarsi delle debolezze e dei peccati altrui deliziandosi di pubblicizzarli. Coprire il male non significa far finta che non sia stato compiuto.
Queste nove parole sono tutte virtù umane che costituiscono e costruiscono il sommo bene che è l'Amore con cui Dio ci ama sin dall'eternità. Talvolta si parla solo di amore verso Dio, ma Gesù ci istruisce che quest'amore deve essere in comunione con la carità verso il prossimo. La missione di ogni cristiano, dunque, è di impegnarsi a "inculturare" il messaggio delle Beatitudini nella varietà delle culture. La speranza che il deserto fiorirà e che immensi campi di rovi, di spine e di pietre saranno trasformati in giardini di fiori e di frutti è già sicurezza che solo allora l'Amore vivrà in teandrica armonia! Tutti, infatti, siamo chiamati a essere una sola cosa con Dio incarnando nei nostri rapporti umani il mistero sublime dell'unità che c'è tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo (cfr. Gv 17,21). La carità sarà il tema del Giudizio finale. San Matteo lo descrive con l'immagine del Giudice Pastore seduto sul trono regale quando alla fine dei tempi dividerà le pecore dai capri. Il banco di prova finale della nostra vita non sarà il "come abbiamo creduto" ma il "come abbiamo amato" vivendo le Beatitudini da configurati a Cristo. ^
FEERIA, 2023/2 - n. 64 - pp. 13-16















































