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    Eucaristia per l’affettività

    La vita affettiva

    Domenico Simeone


    1. Affetti senza legami, legami senza affetti[1]

    Nella società attuale, la separazione tra passione e ragione, tra affetto e norma “riduce a pura emotività l’esperienza affettiva, tutta interna al soggetto, autogenerantesi, ingovernabile dalla volontà e dalla ragione.(…) L’uomo nel campo affettivo tende sempre di più a diventare “ciò che sente”, con una separazione tra mente e corpo”[2].
    Come ci ricordano i Vescovi nel documento “Educare alla vita buona del Vangelo” “La formazione integrale è resa particolarmente difficile dalla separazione tra le dimensioni costitutive della persona, in special modo la razionalità e l’affettività, la corporeità e la spiritualità. La mentalità odierna, segnata dalla dissociazione fra il mondo della conoscenza e quello delle emozioni, tende a relegare gli affetti e le relazioni in un orizzonte privo di riferimenti significativi e dominato dall’impulso momentaneo”[3].
    Le esperienze affettive sono sempre più spesso svincolate da ogni legame duraturo e al di fuori di qualsiasi logica progettuale e al tempo stesso i legami non sempre sono alimentati dalla dimensione affettiva. L’affettività è vissuta con passività, come una dimensione che non può essere controllata dalla volontà del soggetto, come “esperienza esauribile nell’hic et nunc, come realtà dell’io individuale, pieno del suo sentire e delle sue emozioni senza spazio per l’incontro con l’altro”[4].
    Inoltre l’incertezza esistenziale che qualifica la società contemporanea aumenta le difficoltà dei giovani a compiere scelte rilevanti e percepite dai soggetti come “irreversibili”. Sono giovani per certi aspetti determinati e autonomi, ma tale determinazione e autonomia, che si manifesta quando si muovono sull’asse del presente, segna il passo allorché sono chiamati a sintonizzarsi sulla linea della continuità temporale, a progettare itinerari che non si esauriscono nell’immediato. Di fronte alla necessità di compiere scelte, l’autonomia cede il passo all’insicurezza[5]. Per far fronte alle esigenze di una prospettiva progettuale, i giovani hanno bisogno di orientamento, di qualcuno che insegni loro a mediare il desiderio.
    Tale contesto culturale incide anche sul modo con cui i giovani vivono le relazioni d’amore. Le emozioni ed i sentimenti sembrano assumere importanza come criterio guida “non solo nella sfera privata (e in particolare nel campo dell’affettività e della sessualità), ma anche nell’orientamento nella realtà e nelle scelte condivise. (…) Pare cioè sufficiente affidarsi al proprio sentire (a come le esperienze vengono intimamente vissute o percepite) per operare delle scelte di fondo, maturare conferme o disconferme di sé e delle situazioni che si stanno vivendo, rinsaldare i rapporti interpersonali o ipotizzare una rottura, abbracciare una causa o abbandonare un impegno”[6]. Vi è la tendenza a costruire relazioni di coppia di tipo “intimistico” in cui prevale la ricerca di un rapporto “caldo” sul piano emotivo-affettivo che non implica necessariamente un impegno per il futuro. È una relazione in cui si cercano rassicurazioni e conferme. L’affinità emotiva sembra avere il sopravvento rispetto ad altre forme di convergenza. Vi è un primato dei sentimenti sulla dimensione progettuale. Secondo F. Garelli “saremmo di fronte a una generazione post-ideologica, che anche nel modo in cui si orienta nella realtà e nel proprio modello di realizzazione sembra riflettere più il primato dei sentimenti e delle emozioni che quello della condivisione di ideali e progetti[7].
    Sembrano prevalere quelli che Bauman ha chiamato “legami senza conseguenze” (Bauman, 2001). Ne sono un esempio emblematico le relazioni che abitano la rete virtuale. Negli spazi del web i legami appaiono spesso fragili ed effimeri. Si costruiscono così comunità che evitano accuratamente di tessere reti di responsabilità che comportino impegni a lungo termine. Le interazioni giocate nel web sono spesso “un dono leggero” che non impegna chi lo riceve. Molto spesso nella comunicazione in rete, chi comunica sembra farlo per soddisfare un proprio bisogno piuttosto che per “incontrare” il proprio interlocutore. Ci possiamo quindi chiedere se tale comunicazione sia una sorta si es-posizione narcisistica o piuttosto una nuova forma di dono. Il messaggio depositato in rete ha come potenziali interlocutori tutti coloro che navigano nel web, ma non sappiamo ancora se sia in grado di poter sopravvivere alle minacce del tempo. Possiamo quindi dire, con M. Aime e A. Cossetta, che “La Rete di certo promuove la diffusione di una nuova cultura del dono, dello scambio reciproco (o quasi). Possiamo percorrere strade aperte, sconfinate, che offrono nuove possibilità di stabilire contatti e anche di dare vita a forme di aggregazione fondate sostanzialmente sul dono, ma che rimangono rinchiuse in piccole nicchie, microcosmi con cui giocare o dove si può apprendere, nei quali ci si mostra, si costruiscono e si modificano identità, si condividono interessi, si elaborano linguaggi. Un dono costretto, quindi, dentro piccole mura fatte di specchi trasparenti, che riflettono, amplificano la luce e i legami, ma che non sempre riescono a sopravvivere alle intemperie, agli improvvisi venti del mondo contemporaneo. E quando si spezzano, non si può fare altro che costruire qualcosa di simile, un po’ più in là” (Aime, Cossetta, 2010, p. 120), in un panorama che richiama alla mente Ersilia, la città fantastica, descritta da Calvino nel volume “Le città invisibili”[8]. Ma cosa fa sì che questi mille fili siano connessioni vitali, in grado di tessere rapporti generativi tra le persone coinvolte e cosa, invece, li rende elementi di una ragnatela che trattiene, imprigiona e soffoca? È forse ancora presto per dare una risposta definitiva. Certo è che la qualità delle relazioni attivate e la disponibilità a mettersi in gioco in modo autentico potrà fare la differenza.

    2. Il dono in famiglia, tra dimensione affettiva e dimensione etica

    Profondi mutamenti hanno investito anche la famiglia e pongono nuovi interrogativi e aprono inedite prospettive educative. Il passaggio dalla famiglia normativa alla famiglia affettiva[9] ha favorito un rapido mutamento delle strategie di socializzazione e di educazione dei figli. Si sono modificate le relazioni e i vissuti all’interno della famiglia, è cambiato il ruolo materno e paterno, si sono trasformati i rapporti tra le generazioni, ma anche se cambia la morfologia familiare, il compito educativo dei genitori resta immutato; anzi, oggi diventa ancora più urgente di prima, poiché le radicali modificazioni che stanno contrassegnando i rapporti familiari hanno indotto nei coniugi e nei figli insicurezze e fragilità nuove. La famiglia rimane, dunque, l’ambito fondamentale “dell’umanizzazione della persona”, il luogo privilegiato della cura degli affetti e dell’educazione. “Nell’orizzonte della comunità cristiana, la famiglia resta la prima e indispensabile comunità educante. Per i genitori, l’educazione è un dovere essenziale, perché connesso alla trasmissione della vita; originale e primario rispetto al compito educativo di altri soggetti; insostituibile e inalienabile, nel senso che non può essere delegato né surrogato”[10].
    La famiglia è “il luogo per eccellenza del legame affettivo, ma anche il luogo generativo di responsabilità che viene conferita (entitlement) e che deve essere assunta. Le qualità etico-affettive costituiscono la struttura portante sia della relazione di coppia (il coniugale), sia della relazione genitori-figli (il parentale)”. Con E. Scabini e V. Cigoli possiamo identificare queste qualità come fiducia-speranza e giustizia-lealtà[11].
    Queste quattro dimensioni vanno intese in senso dialettico, esse convivono con il loro opposto. La famiglia è dunque il luogo del benessere della persona ma può anche essere fonte di grave sofferenza psichica e di patologia relazionale. Se la giustizia e la fiducia qualificano le interazioni sane della famiglia, sfiducia-disperazione e ingiustizia-slealtà minacciano le relazioni familiari e costituiscono un’area di quello che Scabini e Cigoli chiamano il “diabolico”, contrapposto al “simbolico”. “Il diabolico è ciò che spezza la connessione e il legame e non consente il riconoscimento e la comprensione”[12]. Nelle relazioni familiari, seguendo la logica dello scambio simbolico, assume particolare rilevanza il tema del dono, come elemento che costruisce e mantiene il legame. Il dono è un atto di fiducia che sta all’origine del legame di coppia[13].
    Nella famiglia ciascuno entra nel rapporto contemporaneamente come creditore e debitore, alimentando quello scambio che rende vitali e feconde le relazioni familiari. Il legame familiare si alimenta di azioni che prestano fiducia all’altro. Lo scambio simbolico, tipico delle relazioni familiari, consiste dunque nel dare all’altro ciò che si pensa e si auspica abbia bisogno. Esso è sostenuto dalla fiducia che l’altro ricambierà al momento opportuno con un equivalente simbolico. Più propriamente la restituzione avviene nell’arco delle generazioni e non necessariamente nell’arco della vita del singolo.
    La relazione coniugale, si fonda su un patto fiduciario. Il patto esprime il polo etico (la norma di reciprocità), la fiducia il polo affettivo. La dimensione etica del rapporto, che fa appello alla tensione ideale, spinge alla reciprocità del dono di sé e delle cure dell’altro. La fiducia, che rappresenta la dimensione affettiva del rapporto, consente di mantenere nel tempo una relazione esclusiva con l’altro[14].
    Etimologicamente il coniugale (cum-iugo) fa riferimento a un vincolo comune; il patto coniugale infatti è un vincolo reciproco che si stabilisce tra un uomo e una donna. La reciprocità è l’incontro con la differenza dell’altro, con il coniuge, con la sua storia e le sue caratteristiche di personalità ed è, allo stesso tempo, il riconoscimento di una somiglianza strutturale, cioè di una comunanza di condizione in quanto persone. Infatti, tutti abbisogniamo dell’altro per essere noi stessi.
    “L’altro può così essere riconosciuto nella sua realtà/alterità, accettato nei suoi limiti, e desiderato per quello che è. […]Tale aspetto incondizionato è il nocciolo costitutivo della relazione familiare chiaramente percepibile nella relazione generativa, ma anche elemento cruciale del patto coniugale. Lì ha sede la possibilità del dono (per-dono compreso), del gesto gratuito, del sacrificio della riconciliazione”[15].
    La dimensione simbolica la possiamo individuare anche nella relazione genitoriale. Una delle caratteristiche fondamentali del legame di coppia è la generatività. Già Erikson aveva individuato la generatività e la capacità di cura come caratteristiche fondamentali dell’essere adulti. La generatività, che non può essere ridotta alla sola generatività biologica, è intesa come capacità di prendersi cura dell’altro, di tutto l’altro, anche della sua dimensione affettiva. La generatività porta con sé la possibilità di “un nuovo ethos generativo”, che si traduce in una cura universale, nella disposizione delle generazioni adulte verso il miglioramento della vita delle nuove generazioni nel loro complesso.
    La genitorialità si esprime attraverso la “cura responsabile”, dove la “cura” rimanda al polo affettivo della relazione mentre la “responsabilità” esprime il polo etico. Quando la giustizia e la speranza intergenerazionale sono gravemente disattese nascono relazioni patologiche che possono essere superate attraverso un lungo e faticoso percorso che può portare alla compassione e al perdono. “Il perdono è un atto di dono fiducioso, attinge al serbatoio della speranza e fa leva sugli aspetti incondizionati della relazione. È in grado di interrompere la catena dell’ingiustizia e di ristabilire l’ordine dello scambio tra le generazioni”[16].

    3. Prendersi cura degli affetti feriti: il perdono

    Nelle relazioni di coppia e familiari molte sono le occasioni in cui si rischia di ferire l’altro; nella vita quotidiana vari sono i motivi che possono generare contrasti, interpretazioni erronee, scelte non condivise che deludono e amareggiano. Certe forme di incomprensione, di svalutazione, di violenza verbale psicologica o fisica innalzano barriere che ostacolano il dialogo, il confronto, l’elaborazione di vissuti dolorosi.
    Il rapporto di coppia e le relazioni educative tra genitori e figli che non contemplino la possibilità del perdono rischiano di lacerarsi proprio nel momento in cui maggiore è il bisogno di aiuto. La relazione educativa ferita da un torto subito, se non è in grado di attivare la capacità di perdonare, rischia di essere trascinata in un vortice di contrapposizioni emotive che possono infrangere il patto fiduciario. Si rischia così di sviluppare un atteggiamento di paura nei confronti dell’errore e del conflitto. L’errore, allora, sarà nascosto per paura delle possibili conseguenze e non cercato e riconosciuto per aprire le porte al cambiamento positivo. Il conflitto sarà evitato o inibito piuttosto che affrontato per favorire un confronto aperto e sincero.
    L’esperienza del perdono apre una via verso l’amicizia, verso la benevolenza e la cooperazione. Quando una persona sperimenta il perdono ha la certezza di non essere di troppo, d’avere il diritto di esistere e di non essere solo tollerato. La capacità di perdonare è in stretto rapporto con la capacità di essere empatici (mettersi nei panni degli altri). Il desiderio che porta a cercare o a offrire il perdono è il desiderio di guarire, di sanare la relazione.
    Perdonare è un processo dinamico che nasce da un atto di volontà ed esige coraggio, disponibilità e fiducia. Il perdono è, per così dire, un atto di fede nella bontà dell’altro, è una forma di amore, che accetta l’altro per quello che è (e crea le condizioni perché possa cambiare). L’accettazione reciproca può trasformare l’offesa e creare le premesse per un rapporto più intenso. La riconciliazione arriva come punto culminante del processo di perdono. Chi perdona è intenzionato a costruire un rapporto nuovo. Il perdono libera la persona e le affida il compito dell’amore per sé e per gli altri.
    Il perdono non comporta l’elusione della verità, ma la sua esplicita ammissione e implica, di conseguenza, il ristabilimento della vera giustizia. Ciò che lo contraddistingue è il rispetto per la persona che ha sbagliato e per il mistero che la connota. Nell’atto del perdono la giustizia del diritto è trascesa, senza essere annullata, dalla giustizia dell’amore.
    È possibile perdonare nella misura in cui si riconoscono i propri limiti, ci si sente debitori e bisognosi di perdono. Difficilmente si può imparare a perdonare, se non si è fatta l’esperienza personale di essere stati perdonati. Il perdono autentico è legato all’accettazione delle proprie imperfezioni. Il perdono comporta una costante attitudine a guardarsi dentro, riconoscendosi umilmente limitati e rifiutando ogni forma di autogiustificazione come ogni tentazione di disperazione.
    Il perdono è un dono incondizionato accordato a una persona che ne ha ferita un’altra. Esso implica risposte affettive, cognitive, comportamentali. “A livello affettivo le risposte negative – collera, odio, risentimento, tristezza, sdegno – vengono abbandonate, ed entrano in scena, sotto forma di compassione, amore e rispetto, risposte positive che comportano il desiderio di aiutare l’offensore. A livello cognitivo l’offeso non condanna più colui che ha recato l’offesa e non progetta rivincite. Capisce di avere il diritto di provare sentimenti negativi ma vuole provare a superarli”[17].
    Con C. Nanni possiamo dire che, per arrivare a praticare il perdono, si richiede preventivamente di educare il cuore affinché si riesca ad elaborare il lutto per ciò che si perde; si canalizzi l’impulso di aggressività e di vendetta verso idee e valori più grandi; si sappia accettare di aprirsi ad altre idee per collaborare ad un bene migliore, superando (per usare un’espressione psicoanalitica) sia il principio del piacere sia il principio di realtà, in nome del principio del valore[18].
    La tensione umana alla relazione ha in sé una intrinseca esigenza etica, che spinge l’uomo all’assunzione di un preciso compito morale ed educativo: l’umanizzazione dell’altro. La capacità rigenerativa del perdono produce un cambiamento sia in chi lo riceve sia in chi lo offre. Il perdono ha una sua forza trasformativa che dà nuova forma al rapporto e apre alla speranza, ma è un processo che matura nel tempo, “un pellegrinaggio del cuore”, che va accompagnato con una adeguata azione educativa. Il perdono è frutto di un lungo lavoro di gestazione, in cui si impara a conoscersi reciprocamente.
    L’esperienza di questa accoglienza illimitata diviene stimolo ad una risposta altrettanto incondizionata e rigeneratrice. Solo l’esperienza dell’amore, che usa misericordia, può restituire oggi all’uomo il senso del suo valore, non disgiunto dall’accettazione della sua miseria, e fornirgli la capacità di aprirsi con fiducia al mistero dell’altro e degli altri.

    4. Lo sviluppo dell’affettività. Tappe di un cammino verso la capacità di amare

    L’avventura di diventare uomini e donne capaci di amare si gioca nell’intreccio dei rapporti tra le generazioni (adulti-minori) e tra i generi (maschile e femminile). Lo sviluppo della sessualità e la maturazione affettiva sono possibili soltanto in un positivo contesto relazionale. La dimensione relazionale è connaturata all’esistenza umana, ogni persona si trova inserita in una rete di rapporti interpersonali. Ciascuno nasce, cresce e si sviluppa grazie alle relazioni instaurate e ai legami affettivi stabiliti.
    Una risposta concreta al bisogno di educazione all’affettività delle giovani generazioni è dato dalla capacità degli adulti (genitori, educatori, catechisti, sacerdoti, ecc…) di stabilire una comunicazione educativa in grado di promuovere la crescita umana di ogni soggetto coinvolto.
    “Mediante l’opera educativa la famiglia altro non fa che attuare e sviluppare “la fondamentale e nativa vocazione all’amore e alla comunione”[19].
    Ogni famiglia, nel corso della propria storia e della propria evoluzione, vive situazioni di passaggio che, a volte, possono essere causa di sofferenza e di difficoltà, non necessariamente legate a fenomeni patologici ma piuttosto causate da eventi critici, dovuti alla transizione da una fase all’altra del ciclo vitale o da avvenimenti imprevisti, che mettono a dura prova le capacità della famiglia.
    Sono crisi evolutive o di sviluppo legate al naturale processo di crescita del soggetto, le quali segnano un momento di passaggio significativo, un salto qualitativo nella storia evolutiva della persona. L’approccio evolutivo allo studio delle relazioni familiari descrive il ciclo di vita familiare (Family life cycle) come contrassegnato da compiti di sviluppo familiari che consistono in “asperità da appianare, questioni da dirimere, situazioni da cui uscire, in un momento particolare del processo evolutivo, rivolto al sollecito raggiungimento di ulteriori traguardi”[20] e considera la famiglia come un sistema aperto, che si qualifica per la propria flessibilità e adattabilità di fronte alle nuove sfide educative che il processo evolutivo le pone di fronte.
    Di là dalle singole specificità di ogni stadio di sviluppo, la coppia genitoriale si trova, durante il proprio percorso evolutivo, di fronte ad alcune sfide che, se affrontate positivamente, incrementano il processo di crescita della famiglia.
    La crisi diviene allora, almeno potenzialmente, un’occasione di «riorientamento», a patto che la persona coinvolta abbia le risorse necessarie per comprendere e guidare il cambiamento. La crisi, percepita come opportunità, rappresenta il punto di avvio di una relazione che voglia sostenere la famiglia e orientarla verso nuovi traguardi evolutivi.

    5. Promuovere la crescita affettiva ed educare al limite

    Il figlio, quando è visto come un prolungamento di sé, come una ulteriore opportunità per appagare le proprie aspirazioni, per ottenere conferme circa il proprio ruolo genitoriale, è investito di aspettative e attese irrealistiche che lo schiacciano, soffocando la possibilità di una piena realizzazione di sé. Il mancato riconoscimento dell’individualità del figlio impedisce lo stabilirsi di un adeguato rapporto educativo basato sul rispetto reciproco e sullo scambio relazionale.
    “Padri e madri faticano a proporre con passione ragioni profonde per vivere e, soprattutto, a dire dei “no” con l’autorevolezza necessaria. Il legame con i figli rischia di oscillare tra la scarsa cura e atteggiamenti possessivi che tendono a soffocarne la creatività e a perpetuarne la dipendenza”[21].
    Da parte dei genitori c’è un iperinvestimento nei confronti dei figli con la tendenza a bruciare le tappe inseguendo il mito della “precocità” nel tentativo di non far perdere le migliori opportunità per l’affermazione e il successo sociale. L’educazione dei figli è vissuta come un importante investimento, il figlio diventa un bene tanto più prezioso, quanto più raro e i genitori concentrano su di lui tutte le proprie risorse e aspettative.
    Tale iperinvestimento si traduce, sotto l’aspetto emotivo affettivo e relazionale, in atteggiamenti protettivi volti a preservare i figli da esperienze frustranti e dolorose. I genitori fanno ogni sforzo per eliminare il dolore e le frustrazioni connaturate ad ogni processo di crescita e di separazione. Paradossalmente, così facendo, nel tentativo di avere figli felici, crescono figli fragili, incapaci di far fronte alle difficoltà, insicuri rispetto alle proprie capacità.
    Se il genitore soddisfa ogni richiesta del figlio, se non lo aiuta ad affrontare progressivamente le frustrazioni che incontra nel processo di crescita lo priva dell’opportunità di sviluppare gli strumenti necessari per affrontare la vita. Ogni limite rappresenta anche una occasione di crescita. Aiutare i figli a cogliere il senso del limite significa anche aiutarli a sviluppare le proprie capacità. La frustrazione, se ragionevole e commisurata alle possibilità del bambino, lo stimola all’impiego delle proprie risorse e lo rende “competente”.
    Ciò che è davvero importante non è preservare i figli dalle frustrazioni, ma offrire loro la possibilità di affrontare e superare le difficoltà commisurate alle loro capacità e risorse. Perché i bisogni affettivi dei bambini possano essere accolti è fondamentale la qualità della relazione con l’adulto. I bisogni dei ragazzi possono essere appagati solo da un reale e fecondo incontro con adulti significativi che sappiano “ascoltare” le loro esigenze, che siano disposti a lasciarsi coinvolgere nella relazione educativa. Ogni limite rappresenta anche un’occasione di crescita. Aiutare i figli a cogliere il senso del limite significa anche aiutarli a sviluppare le proprie risorse affettive.

    6. Adolescenti in cerca d’identità

    I ragazzi si dibattono tra il bisogno di continuità, la necessità e la paura del cambiamento, nel tentativo di costruire una rappresentazione di sé autentica. Durante l’adolescenza sono messi in crisi i miti infantili ed avviene un lungo e laborioso processo di trasformazione che porta alla definizione di una nuova identità. Solo in questo modo è possibile per l’adolescente nascere socialmente, cambiare ruolo affettivo e sociale, passare da un contesto protettivo e totalizzante come la famiglia ad un ambiente relazionale più ampio come la comunità sociale. I ragazzi preadolescenti e adolescenti chiedono comprensione per ciò che stanno vivendo, si attendono che gli adulti li sappiano accompagnare in questo percorso di crescita. Il desiderio di un futuro possibile e la paura di non riuscire a realizzarlo rappresentano alcuni dei dilemmi fondamentali che agitano l’animo dei ragazzi. I genitori sono chiamati ad un arduo compito educativo: incrementare il dialogo intergenerazionale, affrontare in modo costruttivo i conflitti, offrire sostegno nei momenti di difficoltà. La capacità dell’adulto di riformulare la comunicazione educativa è la premessa indispensabile per la transizione delle giovani generazioni verso la vita adulta.
    I ragazzi tendono a non affrontare direttamente le questioni che riguardano l’affettività e l’amore, lo fanno in modo indiretto e generico. Spesso manifestano atteggiamenti di finta disinvoltura e di libertà inautentica che nascondono il disagio dell’affrontare e dell’integrare nella propria esperienza emotiva gli aspetti legati all’affettività e alla sessualità. Disinvoltura e disinformazione, sicurezza e dubbio sono due aspetti di un rapporto con l’affettività che rimane problematico. Nonostante l’apparente disinvoltura non è possibile eliminare le implicazioni affettive ed emotive che spesso lasciano gli adolescenti smarriti di fronte a ciò che provano e che non riescono ancora a definire e nominare.
    L’educazione all’amore diventa educazione sentimentale ed etica se insegna ai ragazzi e alle ragazze quell’essere-insieme come persone umane in vicendevole rispetto che sa superare il desiderio egoistico di possesso. Possedere l’altro o usarlo è infatti il contrario dell’amore. Dove, invece, l’io incontra l’altro in una relazione dialogica, ognuno può essere veramente sé stesso. Il farsi persona implica il riconoscimento degli altri come persone. Non si tratta di reprimere l’istinto, la pulsione, il desiderio sessuale, bensì di educare la persona dotata di istinti, pulsioni, desideri sessuali, ma anche d’intelligenza e di volontà. L’educazione integrale presuppone infatti che nessuna delle componenti dell’identità venga trascurata[22].
    L’incontro con l’altro come persona sessuata favorisce l’elaborazione della differenza di genere e il riconoscimento della propria identità. Da un ascolto effettivo della differenza può nascere un nuovo pensiero su di sé e sull’altro sesso. Vi è nell’uomo un aspetto costitutivo fondamentale che è la volontà di dare significato alla vita, e questo avviene nella trascendenza: l’uomo si attua soltanto se si trascende verso gli altri e verso l’Altro. Nel dischiudersi al mondo, il soggetto può “decidersi” per la propria esistenza.
    Accompagnare le giovani generazioni nell’avventura di diventare uomini e donne significa aiutarle a scoprire un quadro di valori esistenziali che consenta loro, oltre che di irrobustire la propria identità, di costruire un progetto di vita aperto alla relazione e capace di guardare al futuro[23].

    7. Dall’amore di sé all’amore dell’altro: la conversione di “Narciso”

    L’esperienza dell’amore spinge i giovani ad uscire da sé per approdare al territorio dell’altro. Questo “decentramento” permette di avvicinarsi all’altro, di conoscerlo, di comprenderlo e di amarlo. Questo amore diviene “fecondo” quando è aperto al dono e alla vita. Per giungere all’amore adulto è necessario passare dall’amore-che-prende all’amore-che-dà, realizzando cioè il dono di sé. Possiamo descrivere il processo di crescita come un passaggio dall’amore egocentrico all’amore progettuale, indicando il percorso che la persona compie e che genitori ed educatori hanno il dovere di promuovere[24].
    La relazione amorosa nasce dall’attrazione fisica, dalla profonda aspirazione all’incontro insita in ogni essere umano, dal desiderio di superare la solitudine.
    È una risposta al bisogno profondo di essere riconosciuti, scelti ed amati, ma rappresenta anche un’occasione di cambiamento e di crescita che può condurre l’individuo dall’amore di sè all’amore per l’altro, in cui Eros e Agape si integrano e si rinforzano vicendevolmente per la costruzione di una relazione autentica che porta al reciproco dono di sè. “Anche se l’eros inizialmente è soprattutto bramoso, ascendente – fascinazione per la grande promessa di felicità – nell’avvicinarsi poi all’altro si porrà sempre meno domande su di sé, cercherà sempre più la felicità dell’altro, si preoccuperà sempre più di lui, si donerà e desidererà “esserci per” l’altro”[25].
    L’innamoramento e i sentimenti che lo accompagnano sono aspetti positivi, che vanno coltivati e avvalorati, ma rappresentano anche un elemento fragile e delicato della relazione di coppia. Nel cammino di crescita della coppia i giovani portano a compimento l’innamoramento attraverso un passaggio che li conduce, oltre i sentimenti, verso una scelta d’amore. Lungi dall’essere un processo che evolve spontaneamente, tale cambiamento necessita dell’impegno intenzionale delle persone coinvolte, postula il ricupero delle componenti volitive del soggetto e richiede il sostegno educativo degli adulti che hanno responsabilità educative, primi fra tutti i genitori. Ne consegue, sul piano educativo, la necessità di aiutare i giovani a compiere, attraverso l’esperienza d’amore, la transizione dalla centralità dell’io alla centralità dell’altro, per attuare la conversione di Narciso, cioè il trapasso “dal pensiero di me all’impegno per chi mi sta di fronte, senza di che non vi è àdito alla maturità personale”[26]. In siffatto processo di trasformazione, il sostegno educativo diventa necessario per collocare il cambiamento avviato dall’innamoramento in una prospettiva d’intenzionalità e di conquista di significati.
    Se nella relazione d’amore contraddistinta dagli aspetti narcisistici, la relazione è funzionale al soddisfacimento dei bisogni personali e non coglie i bisogni del partner, nella relazione d’amore caratterizzata da reciprocità, l’amore diviene uno scambio in cui entrambi i soggetti hanno qualcosa da offrire e da ricevere.
    L’amore progettuale coinvolge la totalità della persona (aspetto fisico, psichico e spirituale), implica un rapporto profondo in cui si trovano sessualità e tenerezza, affetto ed intelligenza, premura e responsabilità. L’amore maturo rispetta le differenze individuali nella comunione dei sentimenti, mentre l’amore narcisistico è la pretesa infantile della fusione reciproca. “L’amore maturo non nasce solo dalla emotività (attrazione a stare insieme), ma dal progetto comune (capacità di camminare insieme). Togliete l’aspetto progettuale e il rapporto è impoverito anche dal punto di vista degli affetti. È il fine che innalza il sentimento allo stato di affetto”[27]. L’amore maturo si qualifica per il dono di sé all’altro e per la progettualità comune che si apre al futuro.

    8. Relazioni educative affidabili per la crescita integrale della persona

    Per compiere il cammino verso un amore maturo i bambini, i ragazzi e i giovani hanno bisogno di testimoni credibili e affidabili con cui confrontarsi, di adulti che sappiano “compromettersi” nella relazione educativa, hanno bisogno di educatori che sappiano aprire le porte del futuro perché sogni, desideri, progetti possano trovare dimora. “L’educatore è un testimone della verità, della bellezza, del bene, cosciente che la propria umanità è insieme ricchezza e limite. (…) Educa chi è capace di dare ragione della speranza che lo anima ed è sospinto dal desiderio di trasmetterla”[28].
    Compito dell’educatore è suscitare nel soggetto una «responsabile progettazione dell’esistenza», che, evitando i rischi della progettazione inautentica connotata da acriticità, incoerenza, unilateralità, assecondi la capacità di effettuare scelte orientate al futuro, aperte al cambiamento e volte alla piena realizzazione della persona nella sua globalità.
    Accettare l’altro, ascoltarlo autenticamente, comprendere la sua realtà, favorire il dialogo, significa consentire al Tu di percepire l’esperienza intima del rapporto e di sentirsi riconosciuto nella propria unicità. “L’uomo che si rivolge autenticamente all’altro uomo, l’educatore che si rapporta positivamente con l’educando, lo “individua”, lo fa emergere dall’anonimato, lo separa dalla molteplicità indifferente per concentrarsi sul rapporto con lui”[29].
    Alla luce del principio dialogico, la relazione educativa ha il compito di favorire in ciscun uomo il compiersi della totalità della dimensione umana che lo definisce nella sua unicità e irripetibilità. Per Buber questo significa operare affinché l’uomo possa raggiungere una «esistenza autentica», rispondendo a ciò a cui è chiamato e che gli permette di avverarsi come uomo.
    Si tratta, dunque, di riscoprire il senso dei legami di interdipendenza, di comporre la trama paidetica, di costruire la comunità. Per far questo è necessario che gli adulti recuperino la propria responsabilità educativa, si facciano garanti di una promessa e di un debito nei confronti dei più piccoli, così come suggerisce la radice etimologica del termine responsabilità. “Chi educa è sollecito verso una persona concreta, se ne fa carico con amore e premura costante, perché sboccino, nella libertà, tutte le sue potenzialità. Educare comporta la preoccupazione che siano formate in ciascuno l’intelligenza, la volontà e la capacità di amare, perché ogni individuo abbia il coraggio di decisioni definitive”[30].
    Si tratta di attuare un’educazione integrale di tutta la persona che sappia superare l’artificiosa contrapposizione tra razionalità e affettività. Corporeità e spiritualità.
    Lo spazio interpersonale (o intersoggettivo) è anche il luogo in cui può avvenire l’autentico incontro educativo, in quanto si configura come spazio non già proprietà di un soggetto bensì alimentato dalla relazione tra i soggetti. La reciprocità educativa che lega l’Io e il Tu dà vita allo spazio educativo della «noità», vero e proprio luogo di incontro, di comunicazione, di manifestazione di sé, di comprensione, di accoglienza, di progettualità. Esso è “innanzitutto spazio dell’espansione della vita. (…) L’apertura a spazi comuni nell’esperienza educativa implica un arricchimento di senso degli oggetti che co-abitano lo spazio educativo, si apre in una apertura che scopre e rivela; è autentico spazio della scoperta, spazio che si allarga contemporaneamente al dischiudersi ed espandersi dell’intelligenza e del sentimento”[31].
    La relazione educativa autentica supera la tentazione di possedere, di trattenere l’altro per lasciare spazio al desiderio di liberarlo e di promuoverlo affinché possa essere un uomo/una donna capace di amare.
    G. Grandis, schematizzando in modo efficace la questione afferma che “la ricerca del senso dell’esistenza può percorrere fondamentalmente tre vie: la via della affettività, la via della conoscenza e la via dell’etica, individuando di volta in volta la dignità dell’uomo o nella sua capacità di provare affetto, o nella sua capacità di conoscere, o nella sua capacità di agire in modo libero e responsabile”[32]. Queste dimensioni che possiamo anche chiamare pathos, logos e ethos, mostrano che i valori fondamentali per una educazione integrale della persona si basano su tre fondamentali esperienze: l’esperienza affettiva basata sul valore dell’amore, l’esperienza conoscitiva basata sul valore della verità, l’esperienza comportamentale basata sul valore della legge morale come legge che guida la libertà umana verso il volere il bene.
    Concludo con le parole del Santo Padre che radica l’esigenza di un’educazione integrale nella passione di Dio per l’Uomo: “La persona umana non è, d’altra parte, soltanto ragione e intelligenza, che pur ne sono elementi costitutivi. Porta dentro di sé, inscritta nel più profondo del suo essere, il bisogno di amore, di essere amata e di amare a sua volta. (…) Qui, molto più di ogni ragionamento umano ci soccorre la novità sconvolgente della rivelazione biblica: il Creatore del cielo e della terra, l’unico Dio che è la sorgente di ogni essere, questo unico Logos creatore, questa ragione creatrice, sa amare personalmente l’uomo, anzi lo ama appassionatamente e vuole essere a sua volta amato. Questa ragione creatrice, che è nello stesso tempo amore, dà vita perciò a una storia d’amore con Israele, il suo popolo, e in questa vicenda, di fronte ai tradimenti, il suo amore si mostra ricco di inesauribile fedeltà e misericordia, è l’amore che perdona al di la di ogni limite”[33].

     

    NOTE

    [1] Mutuo questo titoletto dal volume di B. Rossi, Avere cura del cuore. L‘educazione del sentire, Carocci, Roma, 2006, p. 201.

    [2] R. Iafrate, A. Bertoni, Gli affetti. Dare senso ai legami familiari e sociali, La Scuola, Brescia, 2010, p. 6.

    [3] Conferenza Episcopale Italiana, Educare alla vita buona del Vangelo, 4 ottobre 2010, n. 13.

    [4] R. Iafrate, A. Bertoni, Gli affetti. Dare senso ai legami familiari e sociali, La Scuola, Brescia, 2010, p. 6.

    [5] P. C. Rivoltella, «Giovani e percezione del tempo: il punto di vista dell’educazione», in Ardrizzo, G. (a cura di), L’esilio del tempo, Meltemi, Roma 2003, pp. 51-73; cfr. G. Pietropolli Charmet, Fragile e spavaldo. Ritratto dell’adolescente oggi, Laterza, Roma-Bari, 2008.

    [6] F. Garelli, «I giovani e la ricerca della felicità», in  P. Gentili, E. Tortalla, M. Tortalla (a cura di), Insieme verso le nozze. La preparazione al matrimonio Cristiano, Cantagalli, Siena 2010, p. 21.

    [7] [7] F. Garelli, «I giovani e la ricerca della felicità», cit., p. 22.

    [8] I. Calvino, Le città invisibili, Mondadori, Milano, 1993, p. 76.

    [9] Sul tema si veda il volume che raccoglie gli atti del Convegno Organizzato dalla Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, tenutosi a Milano il 22-23 febbraio 2002, AA.VV., Genitori e figli nella famiglia affettiva, Edizioni Glossa, Milano, 2002.

    [10] Conferenza Episcopale Italiana, Educare alla vita buona del Vangelo, 4 ottobre 2010, n. 36; cfr. Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica Familiaris consortio, 22 novembre 1981, n. 36.

    [11] E. Scabini, V. Cigoli, Il familiare. Legami, simboli e transizioni, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2000, p. 40.

    [12] Ibid.

    [13] Il paradigma del dono, affermatosi negli studi antropologici, sociologici e filosofici e applicato alle relazioni familiari in modo originale da E. Scabini e V. Cigoli, è stato ripreso recentemente anche in ambito catechetico. In riferimento al rapporto tra Eucaristia, catechesi e comunità si veda il recente  studio di F. Pedrazzi, “Eucaristia, catechesi, comunità. Un’articolazione a partire dal paradigma del dono”, in Quaderni Teologici del Seminario di Brescia, numero monografico “Eucaristia e Chiesa”, Morcelliana, Brescia, 2010, pp. 341-363.

    [14] D. Simeone, “Costruire e mantenere legami. Dono e perdono in famiglia”, in A.M. Mariani (a cura di), I Legami. Vincoli che soffocano o risorse che sostengono?, Unicopli, Milano, in corso di pubblicazione.

    [15] E. Scabini, V. Cigoli V., “Costruzione dell’ideale di coppia e processi di riconciliazione”, in E. Scabini, G. Rossi, Dono e perdono nelle relazioni familiari e sociali, Studi interdisciplinari sulla famiglia, n. 18, Vita e Pensiero, Milano, 2000, pp. 161-185.

    [16] E. Scabini, V. Cigoli, Il familiare. Legami, simboli e transizioni, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2000, p. 55.

    [17] R. D. Enright, “Piaget on the moral development of forgiveness: Identity or reciprocity?”, in Human Development, 1994,16, 66.

    [18] C. Nanni, “Globalizzazione ed educazione”, in Orientamenti Pedagogici, 2002, 6, pp. 1001-1002.

    [19] Giovanni Paolo II, Familiaris consortio, n. 11.

    [20] N. Galli, Educazione dei coniugi alla famiglia, Milano, Vita e Pensiero, 1988, p. 55.

    [21] Conferenza Episcopale Italiana, Educare alla vita buona del Vangelo, 4 ottobre 2010, n. 36; cfr. Comitato per il progetto culturale, La sfida educativa, Laterza, Bari-Roma, 2009, pp. 25-48.

    [22] V. Iori, “Preadolescenti e educazione sessuale”, in Pedagogia e Vita, 1999, 6, p. 128.

    [23] B. Rossi, “L’amore, principio di una cultura della solidarietà”, in La Famiglia, 1994, 167, pp. 17-28;

    G. Mollo, “La famiglia come luogo di formazione ai valori”, in La Famiglia, 1993, 159, pp. 26-36.

    [24] Per una più ampia trattazione del tema cfr. D. Simeone, “L’innamoramento giovanile tra vissuto soggettivo e relazioni familiari”, in L. Pati (a cura di), Innamoramento giovanile e comunicazione educativa familiare, Vita e Pensiero, Milano, 2000, pp. 71-104.

    [25] Benedetto XVI, Deus caritas est, n. 7.

    [26] N. Galli, Educazione dei giovani alla vita matrimoniale e familiare, Vita e Pensiero, Milano, 1993, p. 94; J. Vieujean, Jeunesse aux millions de visage, Casterman, Tournai, 1962 .

    [27] A. Manenti, Coppia e famiglia, come e perché, EDB, Bologna 1993, p. 180.

    [28] Conferenza Episcopale Italiana, Educare alla vita buona del Vangelo, 4 ottobre 2010, n. 29.

    [29] G. Milan, Educare all’incontro, Città Nuova, Roma, 1994, p. 51.

    [30] Conferenza Episcopale Italiana, Educare alla vita buona del Vangelo, 4 ottobre 2010, n. 5.

    [31] V. Iori,  Lo spazio vissuto, La Nuova Italia, Firenze, p. 83.

    [32] G. Grandis, “Amore e senso dell’esistenza”, in Consultori Familiari Oggi, 2006, 1, p. 13.

    [33] Benedetto XVI, Discorso ai partecipanti al IV Convegno nazionale della Chiesa italiana.

    ANCONA, 5 settembre 2011

    XXV Congresso Eucaristico Nazionale

    “Signore da chi andremo”

    Eucaristia, passione di Dio per l’uomo

     


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