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    Tra storia e memoria

    Ha'azìnu (Dt 32,1-52)

    Daniel Taub

     trastoriaememoria

    Mentre il suo ultimo discorso ai figli di Israele si avvicina alla conclusione, Mosè si preoccupa sempre di più del problema della continuità. In che modo il popolo ebraico garantirà che la storia del loro viaggio e della loro missione non finisca per sbiadire fino a sparire del tutto? Come abbiamo visto sopra, gli ultimi due dei 613 comandamenti sono entrambi approcci diversi che puntano a garantire che gli insegnamenti di Mosè siano tramandati alle generazioni future: la lettura pubblica della Torà ogni sette anni, e il comando a ciascun singolo individuo che scriva una Torà per sé.
    Nella lettura di Dt 32,1-52, Mosè è ancora turbato dalla sfida della continuità, e introduce il suo ultimo cantico sottolineando l'importanza di preservare il passato:
    «Ricorda i giorni lontani, considera gli anni di generazione in generazione; interroga tuo padre e te l'annuncerà, i tuoi anziani e te lo diranno» (Dt 32,7).

    Nel rapportarsi al passato esiste una differenza cruciale tra memoria e storia. La storia riguarda i fatti, quello che è accaduto. La memoria riguarda il rapporto tra il passato e noi stessi; è il passato così come si riflette nella nostra identità.
    Questa differenza è accennata nelle ultime parole di Mosè. La prima metà del versetto parla di storia: «Ricorda i giorni lontani, considera gli anni di generazione in generazione». "I giorni lontani" e il passare degli "anni di generazione in generazione" sono storia, in senso remoto e oggettivo.
    La seconda metà del versetto invece suggerisce che una comprensione oggettiva della storia non è sufficiente: «Interroga tuo padre e te l'annuncerà, i tuoi anziani e te lo diranno». Qui Mosè ci dice che dobbiamo impegnarci con il passato, porre domande e percepire con esso un legame personale, dobbiamo renderci conto che il passato è un messaggio inviato a noi dai nostri padri e antenati. Qui sta parlando non di storia, ma di memoria.
    La sfida di prendere il passato e trasformarlo da storia in memoria permea quasi ogni aspetto della vita ebraica. Gli eventi principali del calendario sono tentativi di conferire immediatezza ai momenti storici, e di riportarli in vita; come il riportare in vita l'esodo la sera di pasqua, o la distruzione del tempio e l'esilio nel giorno di tish'a be'àb (il nono giorno del mese di Ab, tra luglio e agosto). Analogamente, molte usanze ebraiche legate al ciclo della vita sono incentrate sulla rimembranza, dai nomi dei parenti defunti scelti per i figli, fino allo spezzare i bicchieri ai matrimoni per ricordare la distruzione di Gerusalemme e alle preghiere di Qaddìsh e Yizkòr pronunciate in memoria dei morti.

    Esiste nel pensiero ebraico un'altra differenza cruciale tra storia e memoria. La storia è una disciplina accademica, che viene soddisfatta semplicemente conoscendo il passato. La memoria nell'interpretazione ebraica porta con sé l'obbligo di imparare le lezioni del passato e di metterle in pratica nel futuro.
    Il commentatore classico Rashì (Francia, XI secolo) suggerisce che questa idea si rifletta anche nelle parole di Mosè. «Ricorda i giorni lontani», propone Rashì, è un richiamo al popolo ebraico perché ricordi gli eventi che si sono svolti nel passato. La prosecuzione del versetto: «Considera gli anni di generazione in generazione» si ricollega, secondo Rashì, non al passato ma al futuro. Esprime il nostro dovere di considerare le implicazioni del passato per il futuro.
    Questa concezione della memoria ebraica, che richiama il passato perché incida sul modo in cui ci rapportiamo al futuro, si riflette nell'uso del termine zekòr
    ("ricorda") nella Bibbia. Rabbi Immanuel Jakobovits, ex-rabbino capo del Regno Unito, ha sottolineato come in Genesi vi siano tre occasioni in cui si parla di Dio che ricorda: «Dio si ricordò di Noè» (8,1) e lo fece uscire dall'arca sulla terra asciutta; «Dio [...] si ricordò di Abramo» (19,29) e salvò suo nipote Lot dalla
    distruzione della città di Sodoma; «Dio si ricordò [anche] di Rachele» (30,22) e le diede un figlio.
    Ogni volta che Dio si ricorda, conclude Jakobovits, non è per soffermarsi sul passato, ma per agire di slancio per proteggere il futuro.
    È dunque questo il concetto ebraico di memoria: un processo che inizia con la storia, ma non si conclude mai in essa. Ci sollecita non soltanto a ricordare il passato, ma a interiorizzarlo e ad essere consapevoli del suo messaggio per la preservazione e il progredire della vita ebraica nelle generazioni a venire.



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