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    Tra deserto e mondo

    I luoghi di Gesù di Nazaret

    Gabriella Caramore

     

    Premessa

    Comunque si leggano i Testi sacri – Bibbia, Vangeli, ma anche di altre tradizioni – che li si legga come testi letterari, come testi sapienziali o come scritti che veicolano una dimensione "sacrale", aspirando a un qualche contatto con il divino, è doveroso tener conto che in ogni caso, nella storia, queste scritture hanno costituito un genere del tutto particolare: esse contengono parole, narrazioni, pensieri nei quali interi popoli, intere generazioni, singoli uomini e donne così come comunità intere hanno creduto di rinvenire una traccia di Qualcosa, di Qualcuno che non è alla portata dell'umano, che eccede l'umano, in cui sono depositate le speranze e le disperazioni, le domande e le grida, le trepidazioni e le gioie di innumerevoli creature. Sono testi che qualcuno legge – o ascolta, o recita, o canta – attribuendovi contenuti di salvezza, di giudizio, di orientamento che vanno al di là di qualunque altro testo, per quanto grande, amato, ricordato nei secoli.
    Occorre dunque sapere che si è di fronte a materia delicata da un lato, ma esplosiva dall'altro – quante deflagrazioni per un uso poco accorto dei Testi sacri! Occorre in primo luogo cercare di dotarsi di strumenti esegetici, perché nessuna improvvisazione o leggerezza è ammissibile nel lavoro dell'interpretazione. Ma nello stesso tempo è lecita, e doverosa, una libertà nella ricerca, una creatività nel commento, un esercizio critico responsabile.
    La mia lettura – lo dico subito – prescinde da una posizione di fede, ma prescinde anche da una eventuale dichiarazione di non appartenenza religiosa. Semplicemente, prendo sul serio le parole contenute ín queste Scritture, e prendo sul serio il peso che esse hanno avuto nella vita di generazioni e generazioni di individui. Non mi interrogo – non in questa sede – sulla loro storicità: se siano state effettivamente pronunciate da Gesù o se siano state elaborate da chi ha scritto i Vangeli. Piuttosto, cerco di cogliere, nello straordinario svolgimento del racconto, la densità simbolica di alcuni nessi, di alcune parole, cerco di capire perché hanno risuonato così a lungo nei secoli, perché ancora oggi – ripeto: al di là di ogni convinzione di fede – sono parole che scuotono, che interpellano, che suscitano domande, che chiedono ascolto e sempre nuova interpretazione e lettura.
    In questo senso mi sembra che perlustrare la mappa dei luoghi frequentati da Gesù possa aggiungere qualche sprazzo di luce non solo alla comprensione della sua straordinaria vicenda, ma anche alla storia di quelle parole – delle "sue" parole, se si accetta la convenzione che il testo ci offre – nei secoli e per le strade del mondo.
    Gesù è un uomo in movimento. Contrariamente all'immagine statica a cui è stato associato nei secoli – una figura ferma sull'altare, inchiodata a una croce, chiusa in un tabernacolo, recintata nei libri di preghiera o nelle pratiche devozionali, o fissata nelle formulazioni teologiche –, Gesù è un uomo "che cammina". Che si muove, si sposta, esce, incontra, sale, attraversa, percorre. L'uomo che cammina è il titolo di un piccolo libro di Christian Bobin, in cui è evidenziata soprattutto la dinamica del movimento.
    È in effetti stupefacente la geografia dei suoi percorsi: si mette in cammino, va per villaggi, città, lungo le strade; sosta lungo il "mare", sale su un monte, su un'altura; si ritira in luoghi deserti, monta su una barca per attraversare e riattraversare il "mare" di Galilea; entra nelle case, entra in sinagoga, ne esce. Va verso la grande città, Gerusalemme, che gli sarà fatale. Lì compie dei gesti che non passano inosservati. Viene catturato. Subisce un processo. Viene fatto salire su una collinetta spoglia dove sarà messo a morte. Lì tutto sembra fermarsi. Tutto finito. Compiuto il racconto. Poi però qualcosa ancora si muove: qualcosa, oltre la morte, ancora risuona, debolmente ma distintamente. Una piccola luce faticosamente ancora rischiara. E ancora vi sarà del movimento.
    Vedremo tra poco, nel dettaglio, questa singolare mappatura dei luoghi. Per ora vorrei sottolineare il fatto che non si tratta soltanto di un corpo che cammina, come se fosse percorso da una frenesia ambulatoria, ma di un corpo che si muove a incontrare altri corpi: per curare, per guarire, per accarezzare (i bambini), per banchettare, per condividere gioie, dolori, pensieri. Ma soprattutto, il suo andare è un andare per portare parole, per portare l'annuncio che il perdono e la salvezza sono per tutti, che la misericordia attende chiunque non si rifiuti a essa; per chiamare alla conversione dei cuori, per dire che vi sarà un giudizio su ciascuno di noi, sulle nostre vite. Anzi, che in ogni momento siamo giudicati. E dunque non bisogna attardarsi. Vietato perdere tempo.

    Il logos del movimento

    Vi è una "logica del movimento" che sottende non soltanto la gestualità di Gesù, ma le sue parole. I luoghi da lui attraversati sono luoghi che ospitano la parola. Ma è una parola che – questa è la questione – ben lontana da una fissità dottrinaria, è mobile, aperta, generosa. E anche inquieta. Una parola erratica, talvolta contraddittoria, che soltanto gli edifici dottrinari della Chiesa dei secoli successivi ha cercato di rinchiudere in una torre teologica. In parte riuscendovi, e dunque trasformandola in una parola spenta, immobile, morta, addormentata. Ma non interamente. Perché la sua irrequietezza ha superato le mura delle chiese, le cittadelle delle dottrine, le fortezze del clero, le fortificazioni del magistero e, qua e là, ha mantenuto una capacità sorgiva di sbucare fuori anche da terra arida, e di soffiare dove vuole. Come il vento dello spirito.
    Se proviamo ad attraversare i testi dei quattro Evangeli – qui per praticità e linearità mi soffermerò su quello di Marco, il più antico, il più asciutto, íl più attento alla gestualità di Gesù, ma ci saranno anche incursioni negli altri Evangeli, – vedremo che i luoghi della vita di Gesù assecondano, sottolineano, accolgono la "mobilità" della sua parola.
    Sostando in questi luoghi, dovremo anche tener presente che quelli che per noi hanno assunto una connotazione simbolica legata soltanto, o principalmente, alla vita di Gesù, di fatto al tempo in cui egli è vissuto – e al tempo in cui questi testi sono stati scritti – avevano già un deposito di senso molto ricco, stratificato e immediato. Quando all'inizio del Vangelo di Marco incontriamo il Battista che accoglie i peccatori nel fiume Giordano per conferire loro un "battesimo di conversione", se non siamo frequentatori assidui di storia sacra ci viene naturale ritenere questo momento l'inizio della pratica battesimale. Pensiamo che il Giordano acquisti rilievo simbolico a partire dall'immersione di Gesù, ma dimentichiamo che molti erano i movimenti dei battezzatori a quel tempo, e che il fiume Giordano ha già un significato profondissimo nella tradizione ebraica. Analogamente al mar Rosso, anche il Giordano si apre per lasciar passare le dodici tribù di Israele, con Giosuè come guida, e l'Arca dell'Alleanza portata avanti a tutti dai sacerdoti. Un simbolo di rinascita, di passaggio, di novità, dunque. Così, quando Gesù sale sul monte per tenere il suo sermone più importante (nei Vangeli di Matteo e Luca), per pronunciare le "Beatitudini", per insegnare la preghiera al Padre, per sfamare le folle con pani e pesci che non c'erano, quel monte non può non evocare il monte in cui era salito Mosè, in cui era stato consegnato il dono della Legge, e tanti altri monti ancora. Allo stesso modo, quando Pietro e Giovanni, nella scena della trasfigurazione, dicono a Gesù «perché non facciamo qui una tenda...», o una "capanna", è alle capanne del deserto che va la memoria ebraica, e così via.
    Tutto ciò dice molto sulla pregnanza simbolica dei luoghi.
    Ma torniamo al nostro percorso. Mentre Matteo e Luca cominciano con il racconto della nascita e della genealogia di Gesù, e accennano brevemente ai suoi primi mesi e anni (anche la fuga in Egitto e il ritorno dall'Egitto hanno una valenza simbolica forte e subito evidente), Marco comincia con il racconto di Giovanni che battezza nel deserto e «proclamava un battesimo di conversione in vista del perdono dei peccati (Mc 1,4)». Gesù sembra arrivare quasi dal nulla – «da Nazaret, in Galilea» (1,9) – e subito si immerge a sua volta nel fiume, per farsi battezzare. Gesù viene da un altro luogo. Si mette in fila, presumibilmente con gli altri peccatori, si immerge e infine riaffiora: è accolto da una voce, che poi risuonerà ancora... La prima comparsa di Gesù è già una scena dimovimento: giunge, si mescola agli altri, si immerge, riaffiora.
    Il primo atto di qualcosa deve essere un atto dinamico. Un'immersione e una riemersione. Un andare giù, non solo nel profondo dell'acqua, ma anche dove profondo è il peccato, per tornare in superficie. Conversione è questo: inabissarsi e riemergere, toccare il fondo e respirare di nuovo. Qui non siamo nel chiuso di una sinagoga. Siamo all'aperto: c'è acqua, c'è luce. Non siamo nel centro del Paese, non siamo vicini a Gerusalemme, ma siamo in Galilea, terra di periferia, terra di confine; qui possono accorrere tutti, gli abitanti di Galilea e gli abitanti della Giudea, perché in un certo senso ci troviamo in terra mobile, in terra di nessuno, su un confine, su un fiume.
    Ma la parola di Gesù ancora non l'abbiamo udita. Gesù sa che occorre un'altra purificazione, un'altra prova, più difficile, più dura, più rischiosa: viene "spinto dallo Spirito" verso il deserto. È come se stesse maturando una scelta, una decisione. C'è bisogno di un altro luogo, il luogo della tentazione per antonomasia per il popolo ebraico, il luogo della fatica, il luogo della disillusione, del timore, dell'infedeltà, della caduta. Per quarant'anni il popolo ebraico ha vagato nel deserto. Per quaranta giorni Gesù rimane tra le bestie selvatiche e gli angeli. Marco non parla nel dettaglio delle tentazioni di Satana. Ma proprio per questo appare più profonda la sua solitaria meditazione, più radicale la conversione, come se il lungo silenzio avesse chiarito il suo compito, reso più decisa la vocazione. Che sarà vocazione alla parola.
    Al versetto successivo troviamo Gesù che viene in Galilea (dopo l'arresto di Giovanni) e inizia a dire: «Il tempo favorevole è giunto a pienezza e il regno di Dio è vicino: convertitevi e credete nell'Evangelo» (Mc 1,15). Comincia così il cammino delle parole di Gesù nel mondo. Un cammino che non conoscerà soste – tranne alcune eccezioni che vedremo – un cammino che sarà sempre un portare la parola, porgere la parola, toccare gli altri con la parola. Basterebbe rileggerlo, il Vangelo, e si vedrebbe come l'andare e il parlare in Gesù siano fatti della stessa sostanza, come i sogni e la nostra vita secondo la celebre battuta di Prospero, nel IV atto della Tempesta.
    Dopo la chiamata alla conversione, rivolta a chiunque incontrasse per via, ecco la chiamata dei primi due discepoli, poi altri due e altri ancora: Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni, e poi Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, l'altro Giacomo, Taddeo, l'altro Simone e Giuda. «Venite dietro a me» (1,17). Loro lasciano tutto e lo seguono. È un andare verso la chiamata. È un andare verso l'ascolto. Un movimento. Gesù non chiede dichiarazioni, non chiede certificati, adesioni formali, a nessuno chiede di recitare un "Credo". Non chiede di essere imitato. Più semplicemente, chiede di essere seguito. Di andare assieme a lui. Andare incontro ad altri. Moltiplicare, in senso missionario, l'annuncio della Parola. Ma la conversione è dei cuori, non a una religione, non è cieca adesione a un dogma. Andare. Seguire. Annunciare. Curare
    Da qui in avanti sarà un movimento continuo: entrare, uscire, camminare, salire, scendere. Incontrare volti, persone, esseri bisognosi di aiuto, tentatori malevoli, interroganti, afflitti, disperati, anelanti alla speranza. Sarà tutto un dire, ascoltare, rispondere, discutere, annunciare, insegnare.
    La parola non è un atto solitario. La parola "va incontro"; viaggia, si potrebbe dire. A volte attende risposta, si rilancia, interroga, replica, ribatte – un dialogo vero e proprio. Altre volte attende, si deposita, ascolta, si lascia ascoltare. Conosce mille strade,la parola. E e mille strade diventano parola. Mille luoghi risuonano dell'eco di questa parola, che è lasciata cadere, affidata, sedimentata.
    La parabola del seminatore (Mc 4,3-9; 13-20) è un'immagine efficace di questo movimento: il gesto largo del seminatore lascia cadere il seme della parola ovunque, senza strategie, senza prefigurazioni. Non forza nessuno, non impone. Offre. È una opportunità, una fiducia, una attesa.

    Dal deserto al mondo

    Sono così tanti i luoghi in cui si manifesta il "dinamismo" della parola, che qui riusciremo a nominarne solo alcuni.
    Ci sono le case in cui Gesù entra e discute, riposa e si ristora. C'è casa sua, a Cafarnao, dove diverse volte spera di trovare rifugio e quiete, ma la folla lo assilla, è sedotta dalla novità, attratta dalle guarigioni. Si pensi a quando, visto che non riuscivano a farlo entrare dalla porta, calano dal tetto un paralitico perché Gesù possa guarirlo. Ci sono le case in cui si reca per guarire i malati, o coloro che sembrano già morti; ci sono le case dei funzionari delle imposte e dei peccatori in cui lo invitano a pranzo; c'è – siamo già nella seconda parte: verso Gerusalemme, verso l'epilogo, a pochissimo tempo dal tradimento e dalla consegna ai capi del potere religioso e civile – la casa di Betania, dove la- donna entrata all'improvviso gli cosparge con un prezioso unguento i capelli: Gesù, che annuncia di nuovo la sua passione, accetta quel gesto compiuto per un eccesso di amore verso di lui.
    Diversamente dalla strada, dai luoghi all'aperto, le case sono lo spazio dell'intimità, del discorso fraterno con i discepoli, delle discussioni conviviali, delle incomprensioni con coloro che sono più vicini. La casa è dove i discepoli trovano il coraggio di interrogarlo e si sforzano per comprendere le sue risposte. Mai però la casa è spazio chiuso, circoscritto, privato, mai è il luogo della famiglia stretta intorno al focolare, ai valori dell'identità domestica, congiunta dai vincoli del sangue. Al contrario. Quando, spaventati dalla sua eccentricità, i "suoi" cercano di ricondurlo alla ragionevolezza familiare, Gesù di nuovo "apre": apre la parola, apre gli orizzonti, apre lo sguardo. «Chi è mia madre, e chi sono i miei fratelli? [...] Chi compie la volontà di Dio, questi è mio fratello, sorella e madre» (Mc 3,21; 31-35).
    Anche la sinagoga, la casa di preghiera e di meditazione delle Scritture, diventa luogo aperto. Luogo in cui si può guarire in giorno di sabato, luogo in cui si risponde alle provocazioni del clero, luogo in cui si discute della Legge non per metterla in questione, ma per capirla più in profondità. Perché compito della Parola non è solo andare verso l'aperto, ma anche scendere nelle profondità dei cuori, mettersi in ascolto della profondità di Dio. Ma la sinagoga, luogo in cui si leggono e si pregano le Scritture, può essere anche luogo chiuso, di aridità, di non ascolto. Quando Gesù torna nella sua patria (nella città di Nazaret, cfr. Mc 6,1-6), la chiusura dei cuori dei presenti impedisce loro di dare riconoscimento alle sue parole. Il figlio del carpentiere, quello che abbiamo visto da piccolo, come può aver accumulato tanta sapienza da venire a insegnare a noi? Così non lo ascoltano. E si scandalizzano di lui. E Gesù è costretto, ancora una volta, a riconoscere che è più facile che la parola trovi ascolto al di fuori dei confini piuttosto che nel perimetro di casa propria.
    D'altronde anche il gesto, apparentemente spropositato, di Gesù nei confronti dei venditori di colombe e dei cambiavalute al tempio di Gerusalemme – rovescia tavoli e sedie, impedisce che si trasportino vasi e suppellettili, si mette a urlare cose fuori misura – va inteso, credo, nel senso di una incontenibile collera, quella contro i soprusi, le scorrettezze, le pochezze di chi non ha in conto la verità, la bellezza, la giustizia, come una legittima rabbia nei confronti dell'indifferenza alla santità della "casa di preghiera". Tutto quel commercio di sacrifici da offrire a buon mercato, per una salvezza che va cercata a caro prezzo, non tiene conto delle parole dei profeti che hanno ammonito a cercare il Dio vivente "in spirito e verità". Come dirà Gesù nel Vangelo di Giovanni, nell'episodio in cui la samaritana al pozzo gli chiede dove si deve adorare Dio, sul monte Garizim o a Gerusalemme. Gesù le risponde: «Credimi, donna, viene l'ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre, ma in spirito e verità» (Giov 4,21-22). Di nuovo, Gesù propone un'uscita dai confini. Lui, giudeo, si intrattiene con la samaritana, per spiegare a lei – come a chiunque – che Dio non può essere perimetrato dentro un tempio, non può essere incatenato a un luogo, non può essere contenuto da mura. Per questo la Parola che lo annuncia deve essere libera, aperta, oltre il confine, oltre la propria città, nazione o tradizione.
    Per questo Gesù non si limita a predicare nei territori della Galilea e della Giudea. Sconfina, sembrerebbe volentieri, in territori pagani. Non è solo l'apostolo Paolo dunque che porta la fede, per così dire, oltre i confini dell'ebraicità fondando e consolidando chiese al di fuori della Galilea e della Giudea, e con la convinzione che la salvezza è stata offerta a tutti e che per questo «non c'è né giudeo né greco, né schiavo né libero, né maschio né femmina, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Galati 3,28). Anche Gesù, di fatto, ci viene descritto come qualcuno che ha presente – non a livello teorico, ma nella sua prassi diannuncio – che non vi è più «giudeo né greco, né samaritano, né cananeo».
    In questo gioca un ruolo importante il "mare" di Galilea, quel vasto lago salato che segna una sorta di demarcazione tra i territori di Galilea e i cosiddetti territori pagani: a sud l'Idumea, a est la Transgiordania, o Perea, a nord Tiro e Sidone. Più volte Gesù compie la traversata del mare, da una riva all'altra, da una folla all'altra, su una piccola barca: simbolo della necessità di andare oltre, ma anche del traghettare instabile, leggero; di uno spazio delimitato ma provvisorio; ponte mobile tra il mondo dei giudei e il mondo dei pagani. Non a caso le moltiplicazioni dei pani – almeno in Marco e Matteo – sono due: una avviene in territorio galileo, l'altra in territorio pagano. Perché tutti hanno fame. Tutti sono stanchi. Tutti hanno bisogno di compassione. Tutti hanno bisogno di una parola di speranza. E non a caso anche il discorso della montagna in Matteo e Luca, (Mt 5,1; Lc 6,12-20) è rivolto dall'alto di un monte, perché la voce arrivi più chiara e perché possano vederlo le "grandi folle" arrivate dalla Galilea, dalla Decapoli, da Gerusalemme, dalla Giudea e da oltre il Giordano (Mt 4,25).
    È nei territori pagani che Gesù incontra, andando per città e villaggi, l'indemoniato di Gerasa (Mc 5), la donna siro-fenicia (Mc 7), il sordomuto che chiede guarigione (Mc 7). È a loro che rivolge attenzione, cura, ascolto. In particolare la donna siro-fenicia, colei che si oppone con vigore dialettico alla pretesa di privilegiare i figli di Israele, lo converte all'attenzione nei confronti degli altri, i non scelti, i non eletti, ma in ogni caso figli del Dio vivente.
    La lingua di Gesù si deve articolare in modo da farsi comprendere anche da questi stranieri. E questi a loro volta lo "convertono" ad aiutarli. Non c'è preferenza, non c'è privilegio. «Dio non fa preferenze di persone» affermerà Pietro negli Atti degli Apostoli (Atti 10,34). Non vi è preferenza tra ricco e povero, tra discepoli ed estranei.
    Abbiamo visto folle, moltitudini. Ma anche uomini e donne: ciascuno col suo volto, la sua storia, la sua domanda. Quanti sono i volti che quell'uomo in cammino ha incontrato? A ciascuno ha riservato una parola, una domanda, un gesto. Ci sono i discepoli, innanzitutto, ma anche l'indemoniato nella sinagoga di Cafarnao, in rappresentanza della moltitudine di malati e posseduti che gli hanno portato. La suocera di Simone. Il lebbroso, che Gesù sfiora con la mano e con le parole. Il paralitico calato dal tetto. L'uomo con la mano paralizzata. L'indemoniato di Gerasa (nella Decapoli, appunto), con i diavoli che escono dal suo corpo per entrare in quello di duemila porci che si gettano in mare. La donna malata di perdite di sangue. Giairo, uno dei capi della sinagoga, e la sua bambina creduta morta. La donna siro-fenicia, con una figlia posseduta da uno spirito impuro. Il sordomuto. Il cieco di Betsaida. L'epilettico posseduto da uno spirito muto e violento. I bambini. L'uomo ricco. Il cieco di Gerico, uomo povero. E in tutto questo scribi e farisei, dottori della Legge e uomini dell'apparato che lo interrogano, gli tendono tranelli, provano a farlo cadere, a incrinare quella sua logica così paradossale e così coerente al tempo stesso. Poi, dopo l'ingresso in Gerusalemme, gli incontri si fanno più silenziosi. Gesù al sinedrio, Gesù di fronte a Pilato, Gesù scambiato con Barabba, Gesù aiutato dall'inconsapevole Simone di Cirene, Gesù e i soldati, Gesù che muore con un grido. E l'unico a riconoscerlo è un soldato romano. Ma torneremo su questa scena.
    Questo è quanto vorrei sottolineare: mentre la parola di Gesù si muove in libertà, si plasma a ridosso del mondo, è "salda muovendosi", secondo quella logica paradossale che la caratterizza, i secoli della cristianità l'hanno incatenata a delle formule, l'hanno fatta risuonare in un campo vuoto, l'hanno imprigionata – certamente non sempre – in rituali ciechi, senza respiro. E questo è accaduto sia a opera dei suoi sostenitori, sia dei suoi detrattori. Quante volte in questi anni abbiamo sentito ripetere le parole di Gesù in maniera stanca ed esangue all'interno dei palazzi ecclesiastici. Quante volte le abbiamo sentite irridere da chi non ne ha compreso la forza d'urto, la dirompenza, il progetto di futuro. Se queste parole sono sopravissute, nei secoli, è perché qualcuno, sommessamente, le ha custodite, ha restituito loro respiro e calore e luce. Se una parola così è sopravvissuta, è stato perché, forse, non poteva morire. Come un piccolo rivo d'acqua che anche senza pioggia non si prosciuga mai del tutto. Come una povera brace che rimane accesa sotto la cenere della consuetudine, della dimenticanza, del tradimento.
    È così che non si è mai perso del tutto quel senso dell'andare.
    Non dimentichiamo neppure che questa parola di Gesù si fa, si forma, si plasma lungo la strada. Nella polvere e nella sete, nella fatica dell'incontro. Non dimentichiamo che i cristiani itineranti delle prime comunità venivano chiamati «quelli della strada», gli «appartenenti alla via» (Atti 9,2): la via, la strada (odòs) (Atti 19,9-23; 25,15).
    Ma che cosa significa essere sulla strada? E non nel chiuso di un edificio, di una istituzione, di una struttura gerarchica?

    Andare altrove

    C'è un episodio, all'inizio del Vangelo di Marco, poco dopo la prima predicazione di Gesù itinerante, in cui si racconta che, dopo aver compiuto alcuni miracoli, la folla curiosa, desiderosa come sempre di prodigi – ricordate la Leggenda del Grande Inquisitore? Il popolo ha sete dí miracolo, di mistero e di autorità... –, desiderosa di veder guariti i propri cari, assedia Gesù, che alla sera, stremato, si ritira in casa, si chiude dentro, e al mattino presto, quando è ancora buio, esce di soppiatto e si ritira in un luogo deserto per pregare. Ma Simone e gli altri lo raggiungono e gli dicono: «Tutti ti cercano!» (Mc 1,37). Ma come, sei così famoso e te ne stai qui da solo a pregare? Sei raggiunto dalla folla e ti sottrai? Sei un grande maestro che fa miracoli e non ne approfitti, non ci fai godere della tua fama? Gesù risponde: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là. Per questo infatti sono venuto» (Mc 1,38). E se ne va per tutta la Galilea, a predicare e a guarire.
    Che cosa c'è in quelle due parole "andiamocene altrove"? Il primo movimento è quell'andare su cui mi sono già soffermata. Andare di villaggio in villaggio, di casa in casa, di sinagoga in sinagoga. Lungo le strade, in riva al lago, sul monte, per un dinamismo inquieto, che contempla però anche un "andare via" dal luogo in cui ci si trova. Il secondo movimento sta in questo altrove. Perché altrove? Perché non c'è solo il nostro cortile di casa, non c'è solo il chiuso delle nostre relazioni. Non ci sono solo rapporti familiari, o di vicinato, o di cittadinanza. Ci sono luoghi e volti che non conosciamo, che attendono di essere scoperti, che attendono di essere trovati. Che attendono di sapere che vi è una buona notizia da accogliere.
    Anche se si tratta soltanto delle strade e dei villaggi di Galilea, quell'altrove è da leggere come un "andare verso" il mondo, un uscire dai confini, un procedere oltre. Giustamente, credo, la Chiesa ha letto questo altrove l'inizio dell'attività missionaria di Gesù. Ma dovremmo anche ricordare alcune cose. Innanzitutto che Gesù mette il suo andare, il suo andare altrove, al servizio di qualcosa che trascende anche lui stesso: dell'annuncio della misericordia di Dio, del perdono dei peccati, di una possibilità di vita piena per gli esclusi dalla vita. Troppo spesso invece la Chiesa, la cristianità, ha inteso quel suo andare altrove come un'espansione di sé, come un paradossale movimento che nel momento stesso in cui si apriva al mondo accelerava una funzione accentratrice, un rafforzamento del nucleo, una fortificazione identitaria. In definitiva, troppo spesso la Chiesa ha messo il suo allargarsi al mondo al servizio di se stessa.
    In secondo luogo, l'annuncio della buona notizia – tutto, ma proprio tutto, nella vita di Gesù lo attesta – non è una dottrina. Non è un corpus di formulazioni. Non è una risposta catechistica alle interrogazioni sui misteri della vita e del mondo, sul mistero di quella identità enigmatica alla quale diamo il nome di Dio.
    È parola di speranza, è consolazione di lacrime, è giudizio severo sul mondo, è appello alla conversione dei cuori, è apertura di orizzonti, cura, talvolta guarigione. Non altro. Su come la Chiesa, a partire dai primi secoli, abbia costruito intorno alle scarne narrazioni dei Vangeli il suo sistema dottrinario è stato detto molto a livello storico ed esegetico, ma poco è ancora passato nella predicazione, nella catechesi, nella pastorale. Una scollatura tra esegesi e vita dei fedeli (tra esegesi e pastorale) produce pessima stagnazione, produce una Chiesa separata dalle esistenze di uomini e donne, produce necessità di incantamento invece che di trasformazione dei cuori, produce immobilità invece che movimento, necessità di esibire grandezza invece che di mostrarsi nella naturale pochezza di ogni creatura umana.
    Un'altra indicazione che possiamo trarre è che sulla strada di quell'altrove Gesù giungerà fino alla croce. Non seduto su un trono imperiale. Non vestito di porpore. Non come capo di uno Stato. In quelle strade di Galilea, che sono come le vie del mondo, e in quell'universo in miniatura di Gerusalemme, Gesù annuncia senza alcun timore cose che potrebbero infastidire qualcuno e ricorda che il perdono è per tutti. Annuncia, ricorda le Scritture, le interpreta, le ascolta. E guarisce. Si mette al fianco di chi è malato. Tocca gli infermi. Ingaggia una lotta con i demoni che possiedono alcuni sventurati. Che si tratti di guarire o di predicare, non si tira mai indietro, si mette in gioco in prima persona, non mente, non nasconde, non trae vantaggio per sé, non si preoccupa della sua identità, della ricchezza, del proprio nome, del prestigio, della sua influenza sul mondo. Si preoccupa che gli infelici sappiano che c'è qualcuno che sa stare dalla loro parte. Si preoccupa che la Parola venga pronunciata, e possibilmente ascoltata. Questo è la parola in movimento.
    Ma c'è un altro passo da fare. La logica del movimento, per non essere pura frenesia, ha bisogno anche del suo contrario, Ha bisogno anche di stasi. La Parola, prima di essere formulata, ha bisogno di essere raccolta in un silenzio. Non vi è solo un movimento orizzontale, da un centro verso il mondo. Ma anche uno verticale, dal mondo verso la profondità del silenzio. Ogni parola, per essere efficace, necessita di una "notte oscura" in cui sostare, in cui mettersi alla prova. La Parola deve poter sfidare la morte per essere credibile, udibile, perché torni a parlare anche al di là della morte.
    Ho parlato finora di un dinamismo della Parola, ma è importante andare oltre: vi è un movimento dialettico tra Parola e Silenzio, tra mondo e solitudine.

    Tra Parola e Silenzio

    Abbiamo appena incontrato questa ricerca del silenzio in Gesù di Nazaret. Anche in un'esistenza così errabonda e protesa («per questo sono venuto») vi sono momenti in cui l'isolamento è necessario: nella vita di Gesù non c'è solo l'irrequietezza della Parola. Essa si nutre anche delle soste nel silenzio, e sono molte più di quelle che potrebbero sembrare a un primo sguardo. Vi sono circostanze in cui Gesù cerca solitudine, respiro, riposo dalla fatica delle folle, ristoro dalla stanchezza del parlare, per lo più senza essere capito.
    Nella seconda parte dei Vangeli, nell'itinerario verso Gerusalemme, verso la croce, il dinamismo si fa, in un certo senso, meno irrequieto. Gesù si fa più silenzioso. Gli eventi prendono una piega fatale. A questo proposito mi soffermerò soltanto su due momenti, due "luoghi".
    Il primo è il podere (l'orto) chiamato Getsemani. Questo episodio descrive una sorta di terra di mezzotra la solitudine e lo stare insieme, tra il silenzio e la parola. Gesù si ritira in solitudine. Il momento è grave. Tutto si giocherà in quell'ora solitaria. Ha bisogno di far luce dentro di sé, nel buio di quella tristezza, per capire che cosa lo attende. Ogni decisione grave si prende in solitudine. Nessuno può sostituirsi a noí. Però si desidera che qualcuno ci stia accanto. Che qualcuno vegli con noi. Anche Gesù esprime questo desiderio. Ma la solitudine diventa un abbandono. Gli amici, stanchi, distratti, come sovente accade, non vegliano per niente, si addormentano, si dimenticano di lui. Qui abbiamo un punto di sospensione tra Silenzio e Parola. Gesù si rivolge al Padre, si rivolge a se stesso, ma intorno a lui è il deserto. Di nuovo il deserto, ma più spietato e più nemico che mai.
    Il deserto può esserci anche molto vicino, può essere anche in mezzo agli amici, in mezzo alla folla. Qui la sua parola si ferma, sospesa. Non viene descritto che cosa ha capito, che cosa gli è stato detto, quale sia il movimento della sua coscienza. Ne abbiamo solo il risultato. Come se si fosse compiuta una necessità, un destino.
    Vi saranno altri silenzi di qui in avanti. Sono i silenzi che avvolgono le vittime di tutti i soprusi della storia. La folla grida, la vittima tace. I poteri, indifferenti, emettono sentenze – poco cambia che siano poteri politici o religiosi – e la vittima rimane senza parole. Di fronte al sinedrio, di fronte a Pilato, di fronte ai soldati, Gesù per lo più tace. Come ogni vittima, si avvolge di silenzio. Il silenzio viene anche dai suoi amici, che se ne sono andati, e dalle donne, che osservano da lontano. È solo, come sola è ogni vittima di fronte al suo destino. Un destino che nessuno potrà mai cambiare, che nessuno vorrà mai cambiare. Questo non è più un silenzio cercato per ridare vigore e senso alla Parola, è un silenzio subito, è il silenzio del paria, del reietto. Qui finisce ogni andare, qui ogni incontro è annullato. Siamo al termine del viaggio.
    Ed ecco infatti il silenzio più grande, il silenzio della croce. Qui si sente solo lo schiamazzo di chi deride, di chi insulta, e il chiasso del mercato del mondo, poco distante, indifferente.
    Sul "luogo del cranio" avviene la crocifissione: tutto precipita in quel luogo di maledizione. Un vortice nero che sprofonda verso il basso. E qui lo scandaloso silenzio di Dio, che non risponde al grido del figlio. Che non risponde alla domanda che chiede ragione di quell'abbandono. Perché mi hai abbandonato? Nessuna risposta. Silenzio. Fine di tutto.
    Eppure non è la fine di tutto. Eppure una voce c'è. È una voce che viene da "altrove". È il centurione romano che si sostituisce alla voce di Dio – che tace –ed esclama: «Quest'uomo era figlio di Dio!» (Mc 15,39). Oppure, nel Vangelo di Luca: «Veramente quest'uomo era giusto» (Lc 23,47).
    Per due volte la voce di Dio era risuonata dall'alto (nella scena del battesimo, in quella della trasfigurazione), e ora, nel momento più decisivo, nel momento del dramma, tace. Ma c'è un'altra voce, che viene da "altrove", e non dall'alto dei cieli, ma da sotto un patibolo, da un luogo maledetto, e dice che qualcosa, forse, non muore. Qualcosa, forse, rimane. Una Parola, se non altro, un annuncio, che qualcosa può continuare. Chissà.
    Da qui ripartono i racconti della resurrezione. Che sono, ancora, racconti di movimento, di spostamenti, di apparizioni e sparizioni. Di nuovo la Parola torna ad apparire, ancora erratica, vagabonda, ora in una forma, ora in un'altra, non riconoscibile, se non per la forza del suo annuncio.
    Che cosa rimane oggi di tutto questo? Che cosa rimane a noi che leggiamo? A noi che ascoltiamo? Forse solo il racconto di una Parola viva, in movimento, di una Parola che si è cercato di far tacere, come tante parole di testimoni di libertà e di giustizia. Una Parola che sa di pane, che sa di cura, che sa di desiderio, e di speranza di felicità.

    (AA.VV., L'Oltre e l'Altro. Sette variazioni sul viaggio, Utet 2014, pp. 83-105)



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