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    «Non rubare»

    Il settimo comandamento

    Gianfranco Ravasi

    Nell'ottobre dello scorso anno al Palais des Sports di Parigi un grandioso spettacolo con 54 attori. 250 costumi e imponenti scenografie cinematografiche (il tutto per un costo di 15 miliardi) ha riproposto I dieci comandamenti. A recitare erano stati convocati europei e arabi, ebrei, cristiani e musulmani (la moglie di Mosè, Zippora, era impersonata dalla cantante israeliana Nourith). Regista era Elia Chouraqui che porta lo stesso cognome di uno dei più noti e originali traduttori della Bibbia in francese, l'ebreo algerino e ora israeliano André Chouraqui che proprio quest'anno ha pubblicato presso Mondadori un suo ampio commento a I dieci comandamenti, mostrandone l'insonne presenza in tutte e tre le religioni monoteistiche.
    Il nostro viaggio testuale all'interno delle 620 lettere ebraiche che compongono il Decalogo nella loro sostanza imperativa approda ora al settimo precetto che è inciso nella mente di tutti con quel lapidario "Non rubare". Un comando che è sempre stato praticato con molte varianti, come quella suggerita dal titolo di un filmetto americano del 1976 di Ted Kotcheff con Jane Fonda: Non rubare. se non è strettamente necessario. A proposito ancora di spettacoli, ricordiamo che già nel 1932 un film inglese, in cui si fronteggiavano due coppie di ladri, era stato appunto intitolato Settimo: non rubare (regia di Maurice Elvey e Fred Niblo).
    Ma ritorniamo per un momento alla rappresentazione musicale parigina. La scena più intensa era quella in cui Mosè, accompagnato dalla madre Jochebed, gridava al faraone: «Lascia andare il mio popolo, restituiscigli la libertà! Lascia partire il mio popolo, lascialo vivere in libertà!». Ora, nell'originale ebraico del settimo comandamento, l'espressione usata, lō' tignōb, si estende a un orizzonte più ampio del furto di oggetti e beni, comprendendo anche il ratto o il sequestro di persona, compiuto in quei tempi durante le razzie. È per questo che già nel 1949 un noto studioso della Bibbia, Albrecht Alt, aveva sostenuto che originariamente il comandamento condannava il rapimento più che la rapina.
    Anche noi riteniamo che il senso primigenio e capitale sia questo, così da allineare dal quinto all'ottavo comandamento la sequenza dei diritti fondamentali della persona: la vita, il matrimonio, la libertà, l'onore. La tutela del diritto alla proprietà apparirebbe, invece, nel nono e decimo comando.
    Sul tema della libertà è intessuto tutto l'evento dell'esodo dalla schiavitù d'Egitto, come si diceva nella scena teatrale sopra descritta che, tra l'altro, usava espressioni desunte appunto dal libro dell'Esodo, al cui interno è collocato anche il Decalogo (cap. 20). Dovremmo, perciò, prima di tutto esaltare il dono della libertà che già appare agli esordi stessi della creazione allorché l'uomo è posto sotto l'albero della conoscenza del bene e del male, lasciato solo nella sua decisione di accogliere da Dio la morale o di costruirla lui stesso, rapendo il frutto del bene e del male.
    È, questa, una visione tipica della Bibbia, a differenza delle culture circostanti (ad esempio, la babilonese) che consideravano l'uomo come l'impasto della polvere del suolo col sangue del dio ribelle Kingu: secondo questa concezione nelle nostre vene non potrebbe che scorrere il male a cui saremmo irrimediabilmente votati. Ben diversa è la persona secondo le Scritture bibliche: «Dio da principio creò l'uomo e lo lasciò in balìa del suo proprio volere. Se vuoi, osserverai i comandamenti: l'essere fedele dipenderà dalla tua buona volontà. Dio ti ha posto davanti il fuoco e l'acqua: là dove vuoi stenderai la tua mano. Davanti agli uomini stanno la vita e la morte: a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà» (S'iracide 15,14-17). Il Creatore quasi si ritira per lasciare lo spazio a quella creatura che non ha voluto simile a una stella fissa o a un vegetale ma libera interlocutrice.
    Proprio per questo le dittature, le oppressioni politico-sociali ed economiche, le strutture che strappano artificiosamente il consenso, la stessa moderna egemonia della seduzione televisiva, i sistemi subdoli di avvincimento, oltre naturalmente la schiavizzazione economica dei popoli, i sequestri di persona e così via sono crimini non solo sociali ma anche religiosi, non colpiscono solo la morale ma anche la fede, non si configurano soltanto come peccati contro il prossimo ma anche come sacrilegi perché si rivoltano contro il progetto divino. Nella Bibbia sono esemplari, al riguardo, tre vicende: quella, già citata, dell'esodo, quella di Giuseppe venduto dai suoi fratelli (Genesi 37-50) e quella dello schiavo Onesimo che Paolo nella lettera al suo padrone Filemone presenta ormai come figlio e invita ad accogliere «non più come schiavo ma come fratello carissimo» (versetto 16). Significativa è la durezza della sentenza comminata proprio poche righe dopo la pagina del Decalogo: 'Chi rapisce un uomo, che lo abbia venduto o che lo tenga in mano sua, sia messo a morte, (Esodo 21,16).
    Come è noto, la pena capitale per l'antico Israele non era solo un (detestabile) mezzo punitivo ma una forma espressiva per indicare la "scomunica" dalla comunità del popolo di Dio per un delitto gravissimo. Il rapimento di persone è equiparato, perciò, nell'antica legislazione biblica, a un omicidio perché aliena la persona del suo bene più prezioso e specifico, la libertà. Come scriveva Anton Cechov (1860-1904) nel suo Uomo nell'astuccio: “Ah, libertà, libertà! Persino un vago accenno, persino una debole speranza che essa sia possibile dà le ali all'anima!». Il filosofo ebreo austriaco Martin Buber (1878-1965) nella sua opera Gog e Magog osservava: «Dio è il Dio della libertà. Egli che possiede tutti i poteri per costringermi, non mi costringe. Egli mi ha fatto partecipe della sua libertà. Io lo tradisco se mi lascio costringere».
    Affermato il valore primario (e solitamente ignorato) del settimo comandamento, è però necessario ricordare che anche l'accezione comune che bolla il furto non è ad esso estranea. Anzi, sottrarre al prossimo un bene necessario per la pienezza della sua esistenza è un'altra via per renderlo schiavo. Per questo già i profeti, che - come Amos nell'VIII sec. a.C. - avevano denunciato la vergogna della vendita del "giusto" e del "povero per un paio di sandali" (2,6), togliendo loro la libertà, non hanno esitazioni nel protestare in modo veemente contro il furto quasi legalizzato, cioè quella corruzione politica di cui purtroppo siamo sempre spettatori complici o impotenti. Gridava, infatti, Isaia pochi anni dopo Amos: «Guai a coloro che emettono decreti iniqui e scrivono in fretta sentenze oppressive, per negare la giustizia ai miseri e per frodare il diritto dei poveri del mio popolo, così da fare della vedova la loro preda e spogliare gli orfani!» (10,1-3).
    Sul furto della proprietà si ha una serie di commi proprio nella pagina biblica successiva a quella del Decalogo (Esodo 21,37-22,4), ove però si ha anche una certa tutela giuridica dello stesso ladro, soprattutto per impedire la reazione violenta della società o dello stesso derubato: si insiste, infatti, sul risarcimento del danno e non si commina - come accadeva nel codice babilonese di Hammurabi (XVIII sec. a.C.) - la pena di morte. Citiamone almeno uno di questi commi: «Se uno ha rubato un bue, un asino o un agnello e li ha conservati vivi, restituirà il doppio» (Esodo 22,3). La norma è severa perché la sottrazione di un bue, di un asino o di una pecora in una società agricola era un forte colpo inferto alla sussistenza di una famiglia che veniva in tal modo esposta a una esistenza precaria.
    In questa luce si comprende la reazione di Davide, inconsapevole di essere lui in causa in quella parabola, di fronte al profeta Natan che vuole denunciare il particolare "furto" perpetrato dal re, quello di Betsabea, moglie del suo ufficiale Uria. Natan narra la storia di un ricco proprietario di greggi e mandrie che strappa da un povero "una pecorella piccina" che viveva con lui quasi fosse una figlia e Davide reagisce così: «Per la vita del Signore chi ha fatto questo merita la morte! Pagherà quattro volte il valore della pecora, per aver fatto una tal cosa e non aver avuto pietà!» (vedi 2 Samuele 12,1-7). Analogo è il caso del contadino Nabot a cui il re Acab, sollecitato dalla regina Gezabele, aliena l'appezzamento di terreno per aggregarlo al suo parco reale (1 Re 21). Non riuscendo subito nell'intento, giungerà fino all'assassinio, sollevando la protesta solitaria, chiara e forte, del profeta Elia (S. Ambrogio dedicherà a questa vicenda biblica un intenso e veemente commento "sociale" nell'opera De Nabuthae).
    Naturalmente il furto può avere mille volti, soprattutto in una società economicamente così complessa com'è la nostra. Già nell'Antico Testamento si condannavano le frodi e gli inganni: «Non rimuovere il confine del tuo prossimo, che hanno posto gli antenati nel tuo possesso» (Deuteronomio 19,14). Noi oggi potremmo far cenno alle rapine perpetrate dalle multinazionali nei confronti dei paesi del Terzo Mondo, all'usura, allo scambio diseguale tra le nazioni, al furto della conoscenza tecnologica e del lavoro, a certe transazioni commerciali ingannevoli; potremmo anche pensare a quell'infame furto che si consuma ai danni dei bambini, violando la loro intimità con la pedofilia, ma anche con una cattiva educazione o un'esistenza difficile, rubando a loro il futuro e spesso la stessa vita che avrebbero dovuto vivere (e chi sa quanto avrebbero arricchito l'umanità!).
    La società non è sempre rigorosa e giusta nell'individuare e definire con verità il furto e la sua gravità. Già il famoso maestro taoista Chuang Tzu (IV-III sec. a.C.) nel Sacro Libro di Nan Hua amaramente osservava: «Ruba un pezzo di legno e ti chiamano ladro; ruba un regno e ti chiamano duca». Un'idea che sarà ripresa dalla novella La lampada di Sant'Antonio dell'abate Giambattista Casti (1724-1803): «Degno di gloria è quei che ruba un regno, chi ruba poco d'un capestro è degno». In verità chi prevarica sul prossimo attraverso il furto. secondo il Decalogo, pecca innanzitutto contro Dio: infrange, infatti, l'ordine della creazione, accaparrandosi egoisticamente quelle risorse che Dio ha destinato al bene comune. Il ladro, soprattutto quando è a livello politico, ferisce la società e umilia la dignità della persona.
    Il Concilio Vaticano II nella Gaudium et Spes va oltre e dichiara: «L'uomo, usando dei beni del Creato, deve considerare le cose esteriori che legittimamente possiede, non solo come proprie, ma anche come comuni, nel senso che possono giovare non unicamente a lui, ma anche agli altri» (n. 69). E il Catechismo della Chiesa Cattolica precisa: «Il diritto alla proprietà privata, acquisita con il lavoro o ricevuta da altri in eredità. oppure in dono, non elimina l'originaria donazione della terra all'insieme dell'umanità. La destinazione universale dei beni rimane primaria» (n. 2403). Proprio sulla scia di questo principio "primario" vorremmo concludere con le parole nette e severe di S. Ambrogio nella citata opera De Nabuthae: «La terra è stata creata come un bene comune per tutti, per i ricchi e per i poveri. Perché, o ricchi, vi arrogate un diritto esclusivo sul suolo? Quando aiuti il povero, tu non gli dai del tuo, ma gli rendi il suo. Infatti, la proprietà comune, che è stata data in uso a tutti, tu solo la usi. La terra è di tutti, non solo dei ricchi (...). Dunque, quando aiuti il povero, tu restituisci il dovuto, non elargisci il non dovuto».


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