La parabola
del figliol prodigo
(Lc 15, 11–32)
Bartolomeo Sorge

Il tempo di Quaresima è un momento di riflessione per tutti. Ne abbiamo bisogno. Ci dobbiamo fermare ogni tanto nella vita frenetica e rumorosa da cui siamo travolti per riflettere, rientrare in noi stessi. Per guardare la nostra vita, scoprirne il senso. Per metterci all’ascolto di Dio che ci parla. Per riprendere il cammino e purificare la nostra coscienza e il nostro sguardo interiore. Per vedere Dio in noi e intorno a noi.
In particolare la parabola del figliol prodigo ci svela la necessità del pentimento, non solo per ottenere il perdono dei peccati, ma soprattutto per purificare lo sguardo e vedere dove stiamo andando, per aprire una nuova pagina nella nostra vita, per accogliere i fratelli con Spirito nuovo.
Infatti, la parabola del figliol prodigo ci richiama tre verità fondamentali: 1) la vicenda del figlio minore mette in luce che la dignità della persona nasce dal fatto che Dio è veramente Padre nostro e noi siamo figli suoi, creati a immagine e somiglianza sua, chiamati a vivere della sua stessa vita; 2) la vicenda del fratello maggiore mostra che tutti indistintamente, anche quanti sono ritenuti (o si ritengono) «giusti», sono bisognosi di misericordia e di perdono; 3) infine la figura del Padre che ama e perdona i figli mostra che siamo tutti fratelli, chiamati a testimoniare e rendere visibile nel mondo l’amore misericordioso di Dio.
1. Il figliol prodigo
La vicenda del figlio più giovane, il «figliol prodigo», ci aiuta a riflettere sulla grandezza della vita umana, sulla sua suprema dignità. Tutti oggi parliamo di dignità della persona. Ma su che cosa si fonda questa dignità? Molti hanno cercato di darle un fondamento immanente: chi la razza, chi la cultura, chi la salute, il potere, il successo, il danaro; ma nessuna di queste realtà immanenti potrà mai da sola garantire in modo stabile e universale il valore e la dignità della persona. La Parola di Dio ci viene in aiuto: la persona umana – dice la Scrittura – è degna di rispetto, perché è creata "a immagine e somiglianza" di Dio (Gen 1, 26). E spiega che essere creato a «immagine e somiglianza di Dio» significa soprattutto due cose: la prima, che ciascuno di noi (ogni persona) ha Dio per Padre, esiste perché è stato «voluto» direttamente da Dio con un libero atto di amore; in secondo luogo, essere creato a «immagine e somiglianza» di Dio significa che ogni persona umana è libera e capace di conoscenza e di amore.
Ma c’è di più. La Sacra Scrittura ci fa sapere che siamo immagine di Dio, non soltanto perché naturalmente intelligenti e liberi, ma anche perché chiamati a partecipare alla vita divina. La persona umana raggiunge la sua pienezza nel rapporto filiale con il Padre.
Ecco perché nessuno può fare a meno di Dio; prima o poi ogni essere umano non può fare a meno di porsi il problema di Dio nella propria vita.
Proprio per questo, la vicenda del figliol prodigo rispecchia la nostra stessa esperienza.
Ci avverte che per comprendere e difendere la vera dignità dell’uomo, dobbiamo superare la tentazione, comune a ogni essere intelligente, di vivere come se Dio non ci fosse. Questa tentazione è divenuta più forte oggi, nell’era tecnologica. Infatti, oggi l’uomo, in seguito al potere straordinario di cui dispone, è «convinto – scrive Benedetto XVI – di essere il solo autore di se stesso, della sua vita e della società […]. La convinzione di essere autosufficiente e di riuscire a eliminare il male presente nella storia solo con la propria azione ha indotto l’uomo a far coincidere la felicità e la salvezza con forme immanenti di benessere materiale e di azione sociale» (Caritas in veritate, n. 34). Che bisogno c’è di Dio – ci si chiede sempre più spesso –, se l’uomo basta a se stesso e si può liberare con le proprie mani? Perché insistere sull’uomo «immagine e somiglianza di Dio», quando la tecnica mi consente di clonarlo in laboratorio, a immagine e somiglianza mia? La vicenda del figliol prodigo, dunque, richiama il vero dramma dell’essere umano, perché vivendo come se Dio non ci fosse, l’uomo smarrisce se stesso, la sua dignità.
Avviene infatti che, escluso Dio, il giudizio etico rimane subordinato all’efficienza, all’innovazione tecnologica e al consenso sociale, senza alcun riferimento ai valori radicati nella stessa persona umana, nella sua coscienza morale e religiosa.; ma «senza Dio – scrive Benedetto XVI nell’enciclica Caritas in veritate – l’uomo non sa dove andare e non riesce nemmeno a comprendere chi egli sia» (n. 78).
È questa la prima verità che la parabola del figliol prodigo richiama: Dio e l’uomo stanno insieme. Se l’uomo si allontana da Dio, perde se stesso. «Il figlio più giovane – dice la parabola –, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze [ton bìon, la sua vita!] vivendo da dissoluto. Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava» (vv. 13‐16).
Quando l’uomo si allontana da Dio, non solo perde l’orientamento, ma sciupa la sua vita e finisce col degradarsi a livello degli animali immondi, fino a condividerne il cibo, che, se può saziare gli animali, fa morire di fame l’uomo.
Nello stesso tempo, però, la parabola ribadisce: ogni volta che l’uomo ritrova se stesso ritrova Dio. Il figliol prodigo, infatti, «rientra in se stesso» e pensa: «Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi leverò [“risorgerò”, dice l’originale greco, usando il verbo anìstamai], andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni. Partì e si incamminò verso suo padre» (vv. 17‐20). Quando l’uomo ritrova se stesso, risorge a vita nuova, ritrova la sua dignità, ritrova Dio. Non posso dimenticare l’esperienza fatta a Mosca, durante un convegno di studio nel 1989, pochi giorni prima che cadesse il muro di Berlino. Agli studiosi sovietici che parlavano con entusiasmo dei diritti fondamentali ritrovati (libertà di parola, di pensiero, di movimento…) chiesi: «Perché questi diritti di cui tanto vi rallegrate sono certi e assoluti? Forse perché sono garantiti dal governo Gorbaciov? E se domani non ci fosse più? Se i diritti umani non si fondano sull’Assoluto maiuscolo, come potranno conservare il loro valore assoluto?». Mi rispose un professore dell’Università di Mosca: «Sì. È vero. Riscoprendo i diritti umani, che ci erano stati negati dal comunismo, noi oggi stiamo riscoprendo l’Assoluto, Dio e la religione».
È il cuore del messaggio evangelico: la salvezza portataci da Cristo sta nella possibilità che l’uomo ritrovi se stesso dopo essersi perduto, che il peccatore risorga a nuova vita dopo essere morto: «Questo mio figlio era morto ed è ritornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato» (v. 24). Chiunque, rientrando in sé e pentendosi, non solo ritroverà la propria dignità, ma ritroverà Dio amore. Potrà iniziare una vita nuova.
2. Il fratello maggiore
Attraverso le vicende del figlio maggiore, la parabola ci richiama una seconda grande verità: tutti abbiamo bisogno di misericordia, anche quelli che si ritengono o sono ritenuti «giusti». Tutti indistintamente siamo chiamati a rinnovarci, a fare l’esperienza del perdono e dell’amore del Padre.
Anche i cristiani praticanti, coloro che sono ritenuti (o si ritengono) buoni, hanno bisogno di convertirsi e di rinascere, di riprendere con nuova lena il cammino verso il Padre. Anche il figlio maggiore, che era vissuto sempre con il Padre, rischia di rimanere fuori di casa quando sbagliando pensa di avere «diritto» all’Amore del Padre. Il più giovane aveva detto: «Dammi la parte del patrimonio che mi spetta» (v. 12), ritenendo di avere diritto a una parte dei beni del padre; il figlio maggiore fa il medesimo errore: udendo che in casa si faceva festa per il ritorno del fratello, «si arrabbiò e non voleva entrare», ritenendo che il perdono accordato al fratello peccatore fosse un’ingiustizia nei suoi confronti, persuaso di avere «diritto» alla ricompensa solo lui a motivo della sua fedeltà: «Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso» (vv. 28‐30).
La parabola sottolinea che, ragionando così, anche il figlio maggiore si allontana e resta fuori di casa, come il fratello più giovane. Perciò, il Padre che, «commosso», era corso incontro al figliol prodigo, ora esce di nuovo incontro al figlio maggiore. Con quel suo gesto di bontà verso il Padre spiega a entrambi, che il suo amore per loro è gratuito.
Non esiste un diritto all’amore, un diritto che si possa acquisire o perdere. Dio ci ama non perché noi lo meritiamo, ma perché lui è buono e ci ama gratuitamente. Di conseguenza, come il figliol prodigo non ha perso l’amore del Padre allontanandosi da lui, così neppure il figlio maggiore ha diritto all’amore del Padre perché non si è allontanato.
Nel medesimo errore cadiamo anche noi figli della Chiesa, quando pensiamo di non aver bisogno di misericordia, quasi che andando a Messa la domenica, ricevendo i sacramenti, facendo qualche opera buona, abbiamo acquisito il «diritto» alla salvezza.
Era questa la convinzione falsa del fariseo, che Gesù apertamente condanna: «O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto posseggo» (Lc 18, 11 s.). L’amore del Padre è gratuito, ribadisce la parabola del figliol prodigo: va accolto con la stessa umiltà e con la stessa fede, con cui il pubblicano «si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore» (v. 13). A che serve la preghiera delle labbra, se manca quella del cuore? Quante volte anche noi, credenti e praticanti, facciamo soffrire il Padre come il figlio maggiore della parabola, ritenendo un’ingiustizia la misericordia del Padre verso il fratello peccatore.
È rimasta famosa la cruda riflessione del card. Ratzinger, a commento della terza caduta di Gesù, durante la via Crucis del 2005: il Padre – disse il futuro pontefice – soffre certamente per coloro che si allontanano da lui, «ma non dobbiamo pensare anche a quanto Cristo debba soffrire nella sua stessa Chiesa? […]. Quante volte celebriamo soltanto noi stessi senza neanche rendersi conto di lui! Quante volte la sua Parola viene distorta e abusata! […]. Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che nel sacerdozio dovrebbero appartenere completamente a lui! Quanta superbia, quanta autosufficienza!».
La quaresima, dunque, deve essere tempo di conversione e di risurrezione per tutti.
Tutti abbiamo bisogno di sperimentare il perdono e l’amore del Padre.
3. Il Padre
Noi spesso abbiamo un concetto sbagliato di Dio: lo immaginiamo come un essere lontano, assente, indifferente dinanzi alle sofferenze, disinteressato alle nostre vicende.
Non ci rendiamo conto che, pensando così, noi offendiamo Dio. La parabola del figliol prodigo ci fa conoscere il vero volto di Dio: un Padre che soffre, che si commuove, che condivide le sofferenze delle sue creature; ci parla di un Dio vicino alla nostre vicende quotidiane, capace solo di amore, che dona e conserva la vita, che ci segue costantemente con la sua divina provvidenza, con tenerezza insieme paterna e materna.
Il messaggio centrale della parabola del figliol prodigo si può dunque esprimere così: «Abbiate un giusto concetto di Dio». L’amore che il Padre ha per noi è lo stesso con cui egli ama il suo Figlio unigenito, nel quale ha posto tutte le sue compiacenze. Per il Padre non esistono figli di serie A e figli di serie B: egli «fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» (Mt 5,45).
È di una tenerezza illimitata. Il figlio minore vuole andar via di casa? Il Padre, che lo ha creato libero, ne rispetta pienamente la scelta. Eppure, da quando si è allontanato, il Padre non fa altro che pensare a lui e aspettarlo. Perciò, lo riconosce subito, pur essendo ancora lontano, quando torna a casa logoro, stanco e affamato. Si era lui! «E si commosse», dice il Vangelo. Ma l’originale greco è molto più forte della traduzione italiana. Usa il verbo «esplangnìsthe» che non indica solo la commozione ordinaria, ma l’amore viscerale e profondo che la mamma ha per il suo bambino. E gli corre incontro, lui, il Padre che, secondo il costume del tempo, non avrebbe dovuto muoversi, ma attendere che fosse il figlio a prostrarsi ai suoi piedi. Gli getta le braccia al collo e lo bacia teneramente. Gesù non sa più che espressioni usare per esprimere la tenerezza del padre.
È il Padre che dà la vita, il vivente. Aveva generato il figliol prodigo una prima volta, dandogli la vita fisica (che in greco si indica con il termine «Bìos»), gliela aveva data una seconda volta quando gli aveva concesso «ton bìon», la «parte dei beni che gli spettava», cioè la sostanza per vivere (che in greco si indica con lo stesso termine «Bìos»), ora gli ridona la vita per la terza volta: ma qui il testo non parla più di vita fisica («Bìos») bensì di una vita nuova («zoè»). Il Padre non lo lascia neppure terminare il discorsetto che si era preparato per chiedergli perdono, e ordina ai servi: «Presto, portate la prima stola, quella più bella («stolén ten pròten», metafora della vita divina): mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi (non è schiavo, ma figlio), uccidete il vitello grasso e facciamo festa. Perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita («anézesen»), è tornato a una vita nuova («zoé»), che va al di là della pura vita fisica («bìos») (cfr vv. 22‐24).
Significativamente la parabola qui s’interrompe e rimane incompiuta. Il Vangelo, cioè, non ci dice che cosa è accaduto dopo: i due fratelli hanno ripreso a vivere insieme nella casa del Padre? Le frasi finali lo fanno intuire. Anzi a questo punto il messaggio della parabola tocca il suo vertice. Che il fratello minore e il fratello maggiore, rientrati in casa partecipano familiarmente alla vita del Padre, diventando una cosa sola con lui e tra di loro, è possibile dedurlo dalla frase che il Padre rivolge al fratello maggiore: «Figlio mio – gli dice – tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo» (v. 31). Sono le identiche parole che Gesù usa per indicare il suo rapporto familiare di comunione con il Padre: «Tutte le cose mie sono tue e tutte le cose tue sono mie» (Gv 17, 10).
Ciò lascia intuire che sia questa la vera conclusione della parabola. E, ancora una volta, vale anche per noi. Sperimentando l’amore e il perdono di Dio, ci riscopriamo fratelli tra di noi, uniti dal vincolo dell’amore del Padre. Tutti, ognuno con la propria storia di peccato e di grazia, siamo chiamati a dare testimonianza, nello stesso tempo, dell’amore paterno di Dio e dell’amore fraterno: essendo amati e perdonati dal Padre, a nostra volta ci amiamo e ci perdoniamo tra noi, gli uni gli altri . Del resto, è stata questa l’ultima insistente preghiera, fatta da Gesù prima di tornare al Padre: «Siano uno come noi siamo uno: io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo riconosca che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me» (Gv 17,23).
È il significato più profondo della parabola del figliol prodigo.















































