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    Pace, il sogno per cui combattere

    Enzo Bianchi


    “Sognare il dolce sogno della pace”: chi può dire di non nutrire o aver nutrito questo desiderio così ben espresso dalle parole di Kant?. Credo nessuno, neppure tra quanti, per realizzare quel sogno, sono fermamente convinti di dover usare gli strumenti della guerra. Eppure la pace continua a essere relegata nel mondo dei “sogni”, in una “utopia” che non ha né luogo – come vuole il suo nome – né tempo: la realtà ci parla di guerre, di conflitti, di violenze che, nel migliore dei casi, “sognano” sempre di essere le ultime, pretendono di costituire le dolorose e inevitabili premesse per una pace duratura che tuttavia mai giungerà.
    Ma davvero nulla si può inserire tra il sogno e la realtà per rendere quest’ultima più simile al primo? Davvero l’unica alternativa al brusco risveglio da un bel sogno è il piombare nell’angoscia di un incubo? No, forse un esile spazio esiste, una fragile opportunità è concessa tra l’illusione del sogno e la tragica realtà delle cose: è l’ambito precario dell’immaginazione, intesa non come fantasia onirica bensì come respiro del pensiero, come capacità di dare un volto a realtà che non si vedono ma della cui esistenza si è certi, nonostante tutto e contro ogni evidenza.
    “Immaginare la pace”, questo il coraggioso titolo del Forum internazionale organizzato dalla “Accademia Universale delle Culture” a Parigi, i cui atti vedono la luce in francese (Imaginer la paix, Grasset, Paris 2003). Iniziativa “visionaria” di un gruppo di intellettuali dei cinque continenti presieduto da Elie Wiesel che, fedeli a una loro pluriennale tradizione, hanno voluto riunire per due giorni di serrato dibattito testimoni e opinionisti di varie culture e tendenze mettendoli a confronto non solo tra di loro ma soprattutto con un folto e appassionato pubblico di giovani e studenti: una sorta di seminario aperto, in cui educare alla convivenza civile le nuove generazioni per aiutarle a immaginare un altro mondo possibile.
    Ora, leggere proprio oggi quelle riflessioni – e i dibattiti, a volte anche aspri, tra relatori e pubblico – aiuta a tenere i piedi per terra: infatti, come osservava uno dei partecipanti, Paul Ricoeur, “se dobbiamo immaginare la pace è perché la guerra resta l’accecante realtà”. Storici, filosofi e sociologi cercano allora di tracciare un percorso storico del concetto e delle definizioni di pace (tra gli altri, Umberto Eco), mentre testimoni di aree lacerate dai conflitti osano abbozzare una traduzione nel quotidiano della pace possibile e inafferrabile: pace tra i popoli, dialogo tra le culture, viaggi verso l’altro si scontrano con la violenza che abita ciascuno, con la degenerazione degli antichi e moderni “codici di guerra”, con l’assenza di una cultura di pace (è il tema dell’intervento di Furio Colombo), con lo sconvolgimento di certezze provocato dall’11 settembre.
    Sì, “la pace appare oggi più che minacciata: una visione dello spirito, forse persino un’allucinazione, come una pellicola translucida, un profumo volatile, l’ala di un’ape, il sogno di un saggio che immagina di essere una farfalla o di una farfalla che si considera saggia” afferma Julia Kristeva. E per questa scrittrice psicanalista diventa persino problematico “pensare la pace”, perché “il discorso sulla vita ci fa difetto all’inizio di questo terzo millennio… Molto più che nello ‘scontro di civiltà’, il deficit della civilizzazione moderna risiede nella nostra assenza di risposta alla domanda: cos’è una vita? cosa significa ‘amare la vita’?”. Allora, conclude, “più che la coesistenza pacifica tra religioni, è un’analisi radicale delle loro logiche di vita che può ancora salvarci”.
    In questo senso mi pare fondamentale chiedersi come mai accade – e il fenomeno è talmente generalizzato a livello storico e geografico che non si può negarne la caratteristica di costante antropologica, indipendente dalla specifica natura dei contendenti – che la religione, cioè quell’insieme di convinzioni, norme di comportamento, sentimenti e riti che mette i comunicazione l’umano con il divino, inneschi pensieri e azioni di guerra e non di pace? Nella dimensione del divino non siamo abituati a collocare l’anelito umano a una vita piena in cui pace, giustizia, prosperità, salute, assenza di dolore, gioia, amicizia possono trovare la loro fonte e il loro culmine? Forse la ragione fondamentale consiste nell’enorme carica di “identità” e nella presunzione di “verità” di cui le religioni sono portatrici. Da un lato, infatti, è tale la loro capacità di determinare, definire, identificare un popolo, una nazione ma anche una famiglia, un singolo, che finiscono per diventare il “collante” ideale per qualunque impresa che richieda all’uomo un superamento di se stesso, nel bene come nel male: così, in nome della religione, da “credente” riesco a compiere gesti di abnegazione che mi sarebbero preclusi come semplice essere umano, ma anche gesti contro i miei simili che, come uno di loro, mi ripugnerebbe compiere. Sì, è la religione che mi fornisce la ragione per cui vale la pena dare la vita affinché gli altri abbiano la vita, ma è la distorsione della stessa religione che può portarmi a dare la vita perché altri abbiano la morte.
    D’altro lato, intimamente legato all’identità che la religione è in grado di offrire, vi è il concetto di “verità”. Ora, finché questa “verità” viene cercata, scrutata, riconosciuta, accolta come dono destinato all’umanità intera, essa è parte integrante, fondamento di quella “pace” come vita piena che l’uomo ricerca. Ma quando la “verità” viene concepita come possesso esclusivo, come conquista da difendere e da imporre agli altri, essa innesca l’ostilità verso gli estranei e il “rigetto” verso i simili.
    Capire la natura profonda di questi meccanismi è essenziale per invertire il senso di marcia delle enormi potenzialità insite nelle religioni: convertirne le finalità, anzi ripristinare il loro orientamento originale, teso alla piena realizzazione dell’essere umano, al ristabilimento di una condizione di pace cosmica, fatta di armonia interiore, di concordia con i propri simili, di serena convivenza con tutte le creature, di amore condiviso. Non ci sorprende allora che la pace sia realtà difficile da costruire e delicata da preservare, capiamo perché essa richieda sforzo interiore e riflessione collettiva, perché sia invece più veloce e pratico ricorrere alle schematiche identificazioni e contrapposizioni religiose in modo che i “militanti” non debbano troppo riflettere sulla bontà della loro causa e dei mezzi scelti per perseguirla: se “Dio lo vuole” i dubbi cadono e tutto è lecito, se “Dio è con noi” è certamente contro i nostri nemici, se “Dio benedice i nostri eserciti” la guerra che combattiamo è “santa”.
    Immaginare la pace, allora, significa anche liberarsi da questi schemi mentali, dare spazio e possibilità di espressione all’altro, alla sua identità e alla sua verità: immaginare la pace significa, come ricorda ancora Paul Ricoeur, “non sognarla o allucinarla, ma concepirla, volerla e sperarla. La pace, infatti, in ultima istanza, è più dell’assenza della guerra o della sospensione della guerra: è un bene positivo, una condizione di felicità che consiste nell’assenza di timore, nella tranquillità dell’accettazione delle differenze… Se si dovesse designare una forma verbale che distingue l’immaginazione della pace dal sogno, io la chiamerei l’ottativo della tranquillità, nella calma accettazione delle differenze su scala planetaria”. Quanta ostinata perseveranza, quanta paziente tenacia, quanta lotta interiore richieda questa “tranquillità” è ogni giorno sotto gli occhi di ciascuno di noi.

    Dal blog di Enzo Bianchi - 14 luglio 2025



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