NPG 2026
    QuartinoNPG2025


    Campagna abbonamenti
    QuartinoNPG2025


    Alzati e vai
    Proposta pastorale 2025-26


    Il numero di NPG
    marzo-aprile 2026
    600 NPG COVER MARZO APRILE 2026


    Il numero di NPG
    gennaio-febbraio 2026
    cover 600 1 2026


    Newsletter
    marzo-aprile 2026
    NL 2 2026


    Newsletter
    gennaio-febbraio 2026


    P. Pino Puglisi
    e NPG
    PPP e NPG


    Post it


    Le ANNATE di NPG 


    I DOSSIER di NPG 


    Le RUBRICHE di NPG 


    Gli AUTORI di NPG


    Gli EDITORIALI di NPG 


    VOCI TEMATICHE 


    I LIBRI di NPG 

     


    IN VETRINA


    Etty Hillesum
    Una spiritualità per i giovani 


    Semi di spiritualità


    Animazione, animatori


    Sussidi, Materiali, Esperienze


    Recensioni e Segnalazioni


    Letti & apprezzati


    Un giorno di maggio 
    La canzone del sito
    Margherita Pirri 


    WEB TV





    Note di pastorale giovanile
    via Giacomo Costamagna 6
    00181 Roma

    Telefono: 06 4940442

    Email


    L'incontro con l'altro: lineamenti

    di una teoria del riconoscimento *
    Lucio Cortella



    Una singolare duplicità caratterizza la nostra natura umana. Da un lato siamo attraversati da passioni fortemente individualiste: autoconservazione, conflittualità, autoaffermazione, volontà di dominio e possesso. L'antropologia moderna e contemporanea ha in vario modo evidenziato questo nostro carattere. Dall'altro lato questa stessa antropologia ha cercato di individuarne la radice nella sensazione di precarietà e manchevolezza che ci attraversa [1]. E la filosofia ha certificato questa condizione tematizzando la finitezza come cifra della nostra condizione [2]. Proprio perché fragile e insufficiente la natura umana è animata da un costante ricerca di autoaffermazione, espansione e controllo. Non è però il dominio sulle cose naturali, la fagocitazione dell'altro, la manipolazione degli oggetti, ciò di cui essa ha in primo luogo bisogno, ma la conferma di sé, il conforto per la propria vulnerabilità, il sostegno al proprio sentimento di sé. La sfera in cui può trovare questa attenzione non è perciò quella dei rapporti soggetto-oggetto ma il contesto dei rapporti intersoggettivi. La relazionalità è un bisogno che scaturisce dalla stessa precarietà della natura umana. Socialità e individualità non sono perciò reciprocamente alternative ma intimamente connesse. Lo sviluppo dell'una incrementa quello dell'altra.

    1. Il desiderio di riconoscimento

    In che cosa consiste propriamente questo bisogno dell'altro che è però contemporaneamente ricerca e bisogno di sé? Si tratta del desiderio di riconoscimento, il desiderio di incontrare qualcuno che ci riconosca, che ci rivolga la sua attenzione. Kojève, nel suo celebre commento alla Fenomenologia dello spirito, ha chiamato questo bisogno desiderio di desiderio [3], ovvero la ricerca di qualcuno per il quale possiamo diventare oggetto di desiderio. Noi vogliamo essere desiderati, vogliamo che qualcuno si accorga di noi, si prenda cura dei nostri bisogni e ci sostenga nella nostra strutturale manchevolezza.
    Il desiderio di riconoscimento è la base delle relazioni intersoggettive. E tuttavia esso si presenta in prima battuta come una riconferma dell'atteggiamento autocentrato e solipsistico del nostro io. Sotto quel bisogno, infatti, non c'è tanto il desiderio dell'altro quanto il desiderio di noi stessi. Noi vogliamo essere desiderati e l'altro è assunto solo come uno strumento per rafforzare il nostro bisogno di sicurezza, l'attenzione per noi stessi, la fiducia nella nostra autonomia.
    Tuttavia in quel desiderio c'è già una prima apertura all'altro, il riconoscimento implicito che dell'altro abbiamo bisogno. Ma soprattutto c'è l'inizio di un'esperienza del tutto nuova, destinata a cambiarci in profondo e a trasformare quell'originaria natura egoistica e autoriferita con cui muoviamo i nostri primi passi. Infatti, quando si avanza la pretesa di essere riconosciuti lo si può fare solo di fronte a qualcuno che si ritenga in grado di realizzare una tale azione. Non si vuole essere riconosciuti da un oggetto inanimato, né da una pianta, né da qualcuno incapace e indegno di riconoscere. Ma ciò significa che lo si è inconsapevolmente "riconosciuto", significa che lo si è ritenuto degno di riconoscere, cioè gli si è attribuita quella stessa qualificazione di soggetto autonomo che noi abbiamo ottenuto da lui. Non si può ottenere sostegno alla propria soggettività senza dare sostegno all'altra. Da essa abbiamo ricevuto la conferma della nostra autonomia, rafforzato l'immagine di noi stessi, ottenuto la considerazione altrui e accresciuto l'autostima. Ma al tempo stesso abbiamo conferito anche all'altro le medesime qualità. Il rapporto di riconoscimento o è reciproco o non è [4]. Nel momento in cui ci si sente guardato come un soggetto

    2. L'esperienza dell'intersoggettività

    L'originaria prospettiva monologica e chiusa della coscienza si è finalmente aperta all'altro, rivelatosi ora come l'unica possibilità per il desiderio di riconoscimento di trovare soddisfazione. L'iniziale isolamento del soggetto si è spezzato "dall'interno" ed è stata messa in moto un'esperienza radicalmente nuova. Grazie ad essa sappiamo che al mondo non esistono solo oggetti di conoscenza e di desiderio, ma anche soggetti, che non esiste solo il proprio desiderio ma anche il desiderio altrui, che non solo noi siamo oggetto dell'attenzione altrui ma che anche gli altri sono, a loro volta, oggetto di considerazione. Riconoscendo l'altro abbiamo riconosciuto l'esistenza di un mondo plurale, composto da differenti soggettività, desideri, valori. A questo punto possiamo dire di aver fatto una nuova esperienza, che ci ha condotto al di là dell'originaria prospettiva solipsistica: l'esperienza dell'intersoggettività. Sperimentare il desiderio di un altro, l'attenzione di un altro, lo sguardo di un altro significa maturare l'idea che esiste un altro punto di vista oltre al nostro, significa che esiste un'altra prospettiva sul mondo.
    Questa nuova esperienza ha un duplice carattere. Da un lato è esperienza traumatica e conflittuale perché inizialmente ognuno di noi voleva trovare nell'altro solo la conferma di sé e del proprio punto di vista, mentre ora ci vediamo costretti a confrontarci con l'altro, cioè con una prospettiva estranea che mette in discussione la nostra e con dei desideri che possono entrare in rotta di collisione con i nostri. Dall'altro lato questo conflitto ha anche carattere formativo: confrontandoci con l'altro apprendiamo che esistono differenti prospettive sul mondo e che il nostro punto di vista non è l'unico possibile. Ognuno di noi, grazie all'altro, apprende a relativizzare la propria concezione. Sottomettendoci alla logica del riconoscimento reciproco siamo stati costretti a considerare il nostro punto di vista come un punto di vista accanto
    delle due autocoscienze. Ciascuna vede l'altra fare la stessa cosa che essa fa; ciascuna fa per parte sua proprio ciò che sollecita nell'altra; e anche quel che fa, pertanto, lo fa solamente nella misura in cui l'altra fa lo stesso. Il fare unilaterale sarebbe inutile, poiché ciò che deve accadere può istituirsi solo grazie a entrambe» (G.W.F Hegel, La fenomenologia dello spirito, Einaudi, Torino 2008, p. 129).
    all'altro e quindi come una delle tante possibili prospettive sul mondo. La nostra soggettività ha finalmente imparato a prendere le distanze da se stessa, acquisendo un punto di vista decentrato rispetto al proprio. E tutto ciò grazie alla fondamentale esperienza di un altro soggetto, cioè di un'altra prospettiva.

    3. La scoperta di noi stessi

    Il processo di formazione che sta alla base della nostra identità individuale ha nel confronto con l'altro il suo ineliminabile presupposto. Acquisendo l'idea che esiste un punto di vista altrui impariamo a guardare a noi stessi "dal di fuori". Non si tratta della constatazione banale che "non siamo soli al mondo" ma dell'esperienza ben più radicale che gli altri costituiscono prospettive cognitive e pratiche sul mondo che non coincidono con la nostra. Solo a questo punto cominciamo a capire chi noi siamo, perché finalmente ci guardiamo da un punto di vista esterno. E quindi "scopriamo" noi stessi. Quella visione distaccata dì sé che alla coscienza isolata era impossibile diventa ora realizzabile grazie a un'altra coscienza. Lo sguardo dell'altro su di noi può in tal modo essere fatto nostro, acquisito e interiorizzato. La soggettività vede se stessa nello sguardo dell'altra. Essa "nasce" propriamente grazie a quello sguardo. Il soggetto non è il prodotto di se stesso ma dell'intersoggettività, cioè della speciale relazione resa possibile dall'incontro fra i soggetti. La filosofia ha prevalentemente teorizzato la genesi dell'autocoscienza come un prodotto della nostra soggettività individuale [5]. Ma noi non siamo il prodotto di noi stessi, non siamo auto-costituiti. La genesi dell'autocoscienza non sta in noi stessi ma sta nell'altro [6]. È a lui che dobbiamo la scoperta di noi stessi. E nei suoi confronti abbiamo contratto un debito fondamentale.

    4. Un'esperienza etica

    Il riconoscimento è una partecipazione alla sfera dell' intersoggettività non solo cognitiva ma emozionale, affettiva, pratica. Ottenere riconoscimento significa che qualcuno ci ha ritenuti "degni" della sua attenzione e considerazione. Ma poiché la relazione di riconoscimento è necessariamente reciproca, significa che anche noi abbiamo conferito quella dignità a chi ci ha riconosciuto. Mentre scopro la mia dignità grazie all'altro, scopro anche la dignità dell'altro grazie a me. Non si può riconoscere qualcuno e non rispettarlo: il mancato rispetto è la negazione del riconoscimento, il suo fallimento e quindi la negazione della consapevolezza di noi stessi, la ricaduta nel primitivo oblio di sé e della nostra differenza dagli altri. Il rispetto dell'altro non è un istinto innato ma è una norma morale che abbiamo appreso nel nostro originario rapporto di riconoscimento reciproco. È lì che abbiamo imparato non solo a rispettare l'altro ma anche ad accoglierlo e a promuovere la sua stessa autonomia, perché nel riconoscimento della sua autonomia sta la condizione della nostra.
    Nelle relazioni di riconoscimento si forma quel serbatoio di intuizioni morali, valori e norme da cui noi attingiamo per orientarci nelle nostre scelte. Su quei principi si fonda anche la stessa immagine morale dell'uomo: la nostra idea di persona si forma in quelle relazioni comunicative e da esse viene a dipendere. Noi abbiamo un debito morale verso l'altro, dato che la nostra libertà, umanità, moralità si è formata in noi grazie a lui.
    Di contro alle teorie negative della libertà secondo le quali noi siamo liberi quanto più ci emancipiamo dall'influenza altrui, l'esperienza del riconoscimento mostra che l'altro non può più essere considerato un limite alla mia autonomia ma la sua condizione. È nell'altro che l'io ha trovato sostegno alla propria identità, è grazie all'altro se è diventato capace di esercitare la sua libertà, se ha maturato la sua autonomia. Io sono libero non nonostante l'altro ma grazie a lui. Perciò riconoscere l'altro è il nostro imperativo morale fondamentale.
    Certo, come ogni norma morale, l'imperativo del riconoscere non può esercitare sul soggetto agente alcuna costrittività: egli è sempre libero di accettarlo o di rifiutarlo. Ma quel dovere morale non può essere considerato alla pari dei tanti valori rispetto ai quali è sempre legittima la pluralità di orientamenti e di scelte. Il riconoscimento dovuto all'altro è inscritto nell'atto di nascita della nostra identità. Data la reciprocità della pratica riconoscitiva, riconoscere l'altro è la condizione della nostra stessa autonomia. Violare quell'imperativo è violare il nostro essere umani.

    5. Originarietà e fragilità

    Il riconoscimento è esperienza originaria. Non è immaginabile una soggettività che preceda il riconoscimento. Un soggetto è tale solo se è riconosciuto, solo se è già passato attraverso quel processo. Alle origini della storia dell'uomo si sono progressivamente consolidate le pratiche e le norme che hanno consentito il reciproco riconoscersi degli individui, ponendo così le basi culturali per la formazione della nostra costituzione soggettiva. E qualcosa di tutto ciò si ripete in ogni infanzia. Ognuno di noi è passato attraverso questo processo di formazione.
    Ma se la forma del riconoscere è qualcosa di universale, che attraversa le storie e le culture, le modalità in cui si viene riconosciuti sono plurali e molteplici: c'è un riconoscimento affettivo, amicale, giuridico, sociale, politico, morale [7]. Ognuna di queste esperienze poi non è mai costituita da un unico atto ma da una sequenza di atti, dalla loro reiterazione, dalle loro variazioni. La nostra identità, la consapevolezza di noi stessi, la fiducia nelle nostre capacità, hanno la necessità di essere consolidate in continuazione.
    Il riconoscimento è perciò conquista precaria. Non è mai ottenuto una volta per tutte. Nessun riconoscimento ci può mai garantire da misconoscimenti, umiliazioni, offese. E quindi non ci può mai immunizzare da regressioni, ricadute, ridiscussioni della nostra identità e della nostra autonomia. Siamo il risultato di un processo di formazione, ma un risultato la cui formazione non è mai conclusa, un prodotto che non è mai finito, mai assicurato una volta per tutte. Per questo abbiamo un continuo bisogno degli altri e del loro riconoscimento. Ma questa etero-dipendenza non significa il nostro asservimento, la sottomissione all'alterità. Al contrario sta in essa proprio la nostra indipendenza. L'altro per noi non è uno scacco ma una risorsa.

    6. La forza di un ethos oggettivo

    Quando partecipiamo a un processo riconoscitivo entriamo all'interno di una fondamentale relazione morale, in cui sia io che l'altro veniamo riconosciuti degni di attenzione e di rispetto. Ma la nostra iniziale intenzione era tutt'altra: volevano solo egoisticamente essere confermati in noi stessi. Il risultato radicalmente diverso che abbiamo ottenuto è dipeso dal fatto che per raggiungere quell'obiettivo iniziale siamo stati "costretti" ad accettare e accogliere l'altro dentro di noi. Quella relazione normativa si è quindi imposta sulla volontà dei soggetti come una realtà oggettiva che precede e fonda le autocoscienze. Si tratta di un vero e proprio ethos, che si manifesta come una necessità inaggirabile, la condizione indispensabile per ottenere il riconoscimento atteso.
    Nell'originario rapporto io-tu c'è la nascosta presenza di un terzo soggetto che agisce su di noi e che ci conduce al di là delle nostre stesse intenzioni. Perciò nei rapporti di riconoscimento gli attori in gioco sono almeno tre, uno dei quali è costituito da un'etica fondamentale che viene implicitamente veicolata in quella relazione ma che al tempo stesso la sostiene e la rende possibile. Noi siamo non solo i prodotti dell'altro ma soprattutto il risultato di un'eticità, che si manifesta come la nostra terra d'origine, la nostra dimora, la nostra vera patria.

    7. Una trascendenza immanente

    Nell'incontro con l'altro facciamo esperienza di un diverso Altro. Esso non sta al di fuori della nostra umanità ma è immanente in tutti i nostri incontri. È con noi ma sta fuori di noi. Scaturisce dalle nostre relazioni reciproche ma le conduce là dove noi non volevamo andare. È solo grazie a questo Altro se facciamo finalmente l'esperienza radicale della nostra umanità. Noi lo sperimentiamo come una necessità oggettiva che si impone sulle nostre intenzioni soggettive. Ma quella necessità è libertà, la condizione per poter essere autonomi e solidali, liberi e fraterni, individuali e sociali. È una libertà che ci conduce al rispetto, all'accoglienza e alla solidarietà con l'altro. Sta in essa la ragione profonda del legame indissolubile che collega il nostro destino individuale a quello di tutti gli altri.
    Nella nostra più profonda umanità incontriamo dunque la trascendenza. Dio non è il totalmente altro ma cammina assieme a noi, non sta al di là della nostra umanità ma è alla sua radice, non ostacola la nostra autonomia morale ma la promuove. In un passo decisivo della Fenomenologia dello spirito Hegel descrive l'incontro fondamentale tra i soggetti come «il Sì della riconciliazione, in cui i due Io si spogliano della loro esistenza opposta» e nel quale ognuno dei due può conquistare la propria identità individuale grazie al legame con l'altro. Ma quell'incontro, quel "Sì", «è il Dio che si manifesta in mezzo a questi Io» [8]. Non irrompe dall'alto ma emerge dal loro incontro, anzi è il loro incontro, è l'evento prodigioso del loro riconoscimento, la grazia in cui consiste ogni incontro in cui ciò che ci si scambia e si realizza è la nostra stessa umanità. Perché, come ci ricorda il Vangelo secondo Matteo, «dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro».


    NOTE

    * Ho sviluppato in una più ampia articolazione questa medesima teoria nel mio recente volume L'ethos del riconoscimento, Laterza, Roma-Bari 2023.
    1 Il riferimento inevitabile è all'antropologia filosofica di A. Gehlen (cfr. Le origini dell'uomo e la tarda cultura, Il Saggiatore, Milano 1994).
    2 E qui invece il riferimento canonico è M. Heidegger, Essere e tempo, Longanesi, Milano 2005.
    3 Il Desiderio umano differisce dal desiderio animale «per il fatto che si dirige non verso un oggetto reale, "positivo", dato, ma verso un altro Desiderio. Così., per esempio, nel rapporto tra l'uomo e la donna, il Desiderio è umano unicamente se l'uno non desidera il corpo bensì il desiderio dell'altro, se vuole "possedere" o "assimilare" il Desiderio assunto come tale, se cioè vuole essere "desiderato", "amato" o, meglio ancora, "riconosciuto" nel suo valore umano, nella sua realtà di individuo umano» (A. Kojève, Introduzione alla lettura di Hegel, Adelphi, Milano 1996, p. 20).
    4 In Hegel troviamo la più completa esposizione della struttura necessariamente reciproca del riconoscimento: «Il movimento è allora senz'altro quello, duplice, è perché si è guardato anche all'altro come a un soggetto. Mentre l'altro mi conferisce la dignità di soggetto io conferisco questa dignità a lui.
    5 La massima espressione della natura auto-costituita della nostra soggettività è costituita dalla tesi fondamentale sostenuta da Fichte nella Dottrina della scienza: «L'Io originariamente pone assolutamente il suo proprio essere» (J. G. Fichte, La dottrina della scienza, Laterza, Bari 1971, p. 78).
    6 Una tesi radicalmente opposta a quella fichtiana viene invece sostenuta da Hegel nella Fenomenologia dello spirito: «L'autocoscienza è in sé e per sé allorquando, e per il fatto che, essa è in sé e per sé per un'altra autocoscienza; ciò significa che è solamente come qualcosa di riconosciuto» (G.W.F Hegel, La fenomenologia dello spirito, cit., p. 128).
    7 Un'articolata elaborazione delle differenti forme di riconoscimento è stata offerta da Axel Honneth nel suo Lotta per il riconoscimento. Proposte per un'etica del conflitto, Il Saggiatore, Milano 2002.
    8 G.W.F. Hegel, La fenomenologia dello spirito, cit., p. 444.

     

    (FONTE: L'incontro con l'altro, in Esodo 2022, 3, pp. 4-9)



    IN PRIMO PIANO


    Oratorio: noi ci crediamo!
    Tutto quello che... sull'oratorio


    Vivere l'anno
    Sussidio liturgico-esistenziale
    Tempo pasquale


    Buon giorno scuola
    Incontrarsi benevolmente
    Aprile 2026


    ALZATI E VAI
    Sussidio Proposta Pastorale MGS
    Febbraio 2026
    600 Logo MGS 25 26


    SNPG
    La Chiesa italiana per i giovani


    RUBRICHE ON LINE


    RUBRICHE NPG 2026


     Infosfera, AI
    e pastorale giovanile 


     PG oggi in dialogo
    con G.B. Montini 


     Accompagnamento 
     e proposta di fede 


     Incontrare Gesù
    nel Vangelo di Giovanni


    I sensi come
    vie di senso nella vita


    PG negli USA
    Sfide culturali e percorsi innovativi


    Noi crediamo
    Ereditare oggi la novità cristiana


    Pillole letterarie
    pillole letterarie


    Playlist generazioneZ
    I ragazzi e la loro musica


    Generazione Z
    Ultimi studi e ricerche
    adolescente


     Ragazzi e adulti
    pellegrini sulla terra


    CONTINUA DAL 2025


    Saper essere
    Competenze trasversali


    L'umano nella letteratura


     Strumenti e metodi
    per formare ancora


    Per una "buona" politica


    Sport e vita cristiana


     Passeggiate nel
    mondo contemporaneo


    Un "canone" letterario
    per i giovani oggi