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    La sfida del gender, tra opportunità e rischi:

    per non concludere

    Giuseppe Savagnone *



    Bilancio (provvisorio)

    Alcuni punti emergenti a livello teorico
    Gli scenari teorici e pratici che si sono delineati nel nostro percorso sono troppo variegati per pretendere di racchiuderli in una sintesi esaustiva. Alcuni elementi sono comunque emersi con sufficiente chiarezza.
    Il primo, che sta alla base di tutti gli altri, è l'aprirsi di prospettive nuove sul rapporto tra sesso biologico e genere. Merito dei gender studies (o gender theories), che hanno consentito di definire meglio la complessità dell'identità sessuale – in passato identificata semplicemente con il sesso –, distinguendo quest'ultimo dal genere, nella duplice accezione di costrutto sociale, connesso a una serie di "ruoli" culturalmente consolidati, e di percezione della propria identità da parte del soggetto.
    Ma abbiamo visto come da questa scoperta – suffragata dai fatti – abbia preso il via un movimento di pensiero che ne ha tratto conclusioni di ordine filosofico, dando luogo a delle "teorie del gender" non necessariamente deducibili dalle gender theories. Si è così sviluppata una visione antropologica che in varie forme svaluta la corporeità, arrivando perfino a ridurre lo stesso sesso biologico a un costrutto culturale, oppure, nelle forme più moderate, minimizzando il suo ruolo nella identità sessuale complessiva di una persona.
    Il problema è che questo passaggio dalla scienza alla filosofia non solo è logicamente scorretto, ma viene compiuto in modo spesso inconsapevole, cosicché ci si ostina a negare che quelle "teorie del gender" esistano e si accusano coloro che le criticano di essere solo dei difensori di vecchi pregiudizi e dei nemici delle nuove evidenze scientifiche.
    Sta di fatto che esse stanno esercitando un forte influsso sulla nostra società, almeno in Occidente, veicolando una visione della persona che ne tradisce l'unità profonda. Negli esseri umani il corpo non è una porzione di materia amorfa, semplicemente giustapposta a una "mente" autonoma rispetto ad essa, ma è pervasa e caratterizzata dalla dimensione psicologica e spirituale, così come questa, a sua volta, è segnata in modo decisivo dalla costituzione corporea.
    Non si può perciò parlare di una identità sessuale che prescinde dal sesso biologico. Quest'ultimo è un aspetto costitutivo, irriducibile a una mera costruzione culturale. Se per "natura umana" si intende questa fondamentale struttura psico-fisica, è innegabile che essa caratterizza gli individui della nostra specie, rendendoli riconoscibili come tali.
    Non bisogna però scambiare questa comune appartenenza con una rigida classificazione, entro cui omologare i simili e rispetto a cui escludere i diversi. La condivisione di una stessa "natura" non esclude la singolarità, come quest'ultima, a sua volta, la implica. In questo quadro si collocano le multiformi diversità tra gli individui, fino al caso di eccezioni – non determinate da scelte deliberate né da patologie – che non dimostrano l'inesistenza della regola, anzi sono definibili proprio in rapporto ad essa.
    Il tentativo di valorizzare l'unicità e la singolarità delle persone non solo porta a negare la "natura umana", ma si spinge, contraddittoriamente, fino a negare l'esistenza del soggetto, cercandone l'autenticità nel mutevole incrociarsi delle esperienze e delle relazioni. Il prezzo di una simile operazione è la rinunzia a quella unità profonda dell'io che è invece la condizione della fedeltà a se stessi e dell'autenticità che invece si vorrebbe garantire.
    Altrettanto contraddittorio è credere di poter costruire su questa antropologia una visione della famiglia, che conseguentemente dovrebbe riflettere la stessa illimitata frammentarietà. Perché, così come a questo prezzo non c'è più l'io, allo stesso modo non c'è più niente che consenta di chiamare "famiglia" una pura e semplice aggregazione di individui, anche se uniti da un legame di reciprocità.
    Perché ci sia "famiglia" è necessaria quella combinazione di complementarità e di reciprocità di cui la forma più piena è l'unione feconda dell'uomo e della donna, e di cui le altre forme, omosessuali e omogenitoriali, riflettono in qualche modo la pienezza. A patto di intendere la complementarità non come integrazione tra due "parti" incomplete, di cui una – quella maschile – preponderante e l'altra – quella femminile – subordinata, bensì come relazione tra due modi entrambi pieni di realizzare la medesima umanità, in un rapporto che non esclude, ma implica, la reciprocità dei diritti.

    Alcuni punti emergenti a livello pratico
    Non c'è da stupirsi che a questa mescolanza di scoperte significative e di letture problematiche o distorte corrisponda, sul piano pratico, un quadro altrettanto ricco di luci e di ombre.
    Dove le luci sono sicuramente tutte le reali conquiste fatte in questi anni, almeno nel mondo occidentale, nella lotta contro la discriminazione a cui da sempre erano soggetti i "diversi". Dall'ambito del lavoro a quello della famiglia, a quello della sanità, a quello della scuola, si sono fatti passi significativi per superare logiche disumane, irrispettose della dignità delle persone.
    Non si può però chiudere gli occhi sugli aspetti problematici di questo processo. Sul piano legislativo, accanto a misure importanti a tutela dei transgender, si diffonde la tendenza ad avallare una vanificazione della dimensione sessuale a favore della identità di genere, affidando la definizione anagrafica di quest'ultima alla percezione soggettiva e all'autocertificazione dei singoli, senza alcun riscontro corporeo. Con esiti paradossali, denunziati giustamente da molte femministe come una violenza nei confronti delle donne.
    Così pure, per quanto riguarda le coppie gay, il riconoscimento delle loro unioni viene totalmente equiparato, giuridicamente, al matrimonio, simulando una genitorialità che in natura non c'è e sostituendola con quella fittizia della maternità surrogata. Una soluzione che ancora una volta molti movimenti femministi denunziano come una reificazione e una strumentalizzazione inaccettabile del corpo femminile, in una logica che è quella del neocapitalismo trionfante.
    Sul piano culturale, l'indiscriminata enfasi sul gender, a scapito della realtà biologica del corpo, minaccia l'esistenza stessa della "donna" e fa apparire obsoleta e reazionaria l'immagine della famiglia eterosessuale. Dando luogo, come abbiamo visto, a vere e proprie forme di intolleranza vesso chi si ostina a considerare importanti questi concetti.
    Per non parlare della ridefmizione tacita di concetti come quello di "amore", scambiato con un desiderio autoreferenziale che prescinde da ogni limite e dalla realtà stessa dell'amato, in particolare dal suo bene, per cercare esclusivamente il proprio appagamento.
    Sul piano educativo la valenza filosofica delle "teorie del gender" si manifesta nel taglio dato alla giusta lotta, nella scuola, contro il bullismo ed ogni forma di discriminazione, trasformata in una sistematica svalutazione del paradigma eterosessuale e in un'azione volta a "decostruire" l'identità sessuale maschile e femminile. Si punta su un'educazione che relativizzi il ruolo decisivo della corporeità, enfatizzando le percezioni soggettive che il singolo ne può avere, in un'età delicatissima in cui un'azione educativa di questo tipo può risultare devastante.
    Con un evidente errore logico: invece di formare le persone a rispettare chi è diverso, si vanifica la diversità e si appiattiscono le diverse identità in una sostanziale in-differenza. Il riflesso di questa azione educativa – di cui in realtà la scuola è solo il veicolo istituzionale, e che si concretizza in modo ancora più capillare attraverso i mille canali della nostra società mediatica – è l'aumento esponenziale delle persone, soprattutto di giovane età, che si considerano lesbiche, gay, bisessuali o transgender.
    Il caso più rilevante, dal punto di vista medico, è quello dei ragazzi e delle ragazze che ritengono di non essere in accordo con il proprio corpo e chiedono aiuto per trasformarlo con cure ormonali e interventi chirurgici. Una domanda che andrebbe presa con estrema cautela e attente verifiche, come dimostrano i casi di richiesta di "detransizione".

    La posta in gioco

    È impossibile dare una valutazione conclusiva di questa trasformazione culturale e sociale, ancora in pieno svolgimento. Per quanto inevitabilmente sommario e incompleto, il quadro che abbiamo cercato di tracciare può essere una guida nella lettura della realtà. Da esso emerge un invito a guardarci sia da una unilaterale demonizzazione, sia da una altrettanto unilaterale esaltazione di quello che sta accadendo sotto i nostri occhi.
    Però una questione di fondo ci sembra porsi, al di là dei singoli problemi. Abbiamo cercato di mostrare che la posta in gioco del dibattito sul gender, con le sue ricadute legislative, culturali, educative e mediche, non è solo il superamento di inaccettabili logiche discriminatorie, ma – contrariamente a quello che si continua a ripetere – comporta, a monte, una nuova visione della persona umana.
    Da questo punto di vista esso trascende sia l'ambito dei contributi che la scienza può dare alla comprensione della sessualità, sia quello della difesa dei diritti e si colloca nell'alveo della problematica, sollevata da Nietzsche, riguardante l'oltrepassamento dell'umano. «Noi siamo stanchi dell'uomo» [1], ha scritto il filosofo tedesco, all'inizio dell'epoca post-moderna.
    Ebbene, la problematica del gender si situa tra quelle in cui oggi si sta decidendo se, come pensava il filosofo tedesco, «l'uomo è qualcosa che dev'essere superato» [2].
    Non si tratta solo di una questione astrattamente teorica. Abbiamo individuato nell'approccio al tema del gender da parte della cultura e della politica le tracce di questa tendenza a rimettere in discussione la struttura costitutiva dell'umano, svalutando la sua dimensione corporea e la stessa identità di un soggetto unitario e permanente.
    Se si sceglie di seguire questa via, però, bisogna farlo ad occhi aperti e accettarne le conseguenze, che vanno ben al di là della lotta contro lala discriminazione dei transgender e degli omosessuali.
    Alcuni preoccupanti indizi dicono che oggi manca, non solo nell'opinione pubblica, ma da parte di molti intellettuali, una chiara consapevolezza di ciò. E della contraddizione insita in una battaglia a difesa dei diritti umani che poggia sulla dissoluzione della stessa identità antropologica.
    Non pLa sfidretendiamo di aver fornito soluzioni e tanto meno "ricette" da seguire. Ma queto libro avrebbe assolto la sua funzione se solo fosse servito a richiamare l'attenzione sulla reale portata del problema e a suscitare una riflessione

    NOTE

    1 F. Nietzsche, Genealogia della morale. Uno scritto polemico, I, 12, intr. M. Montinari, tr. it. F. Masini, Adelphi, Milano 1984, p. 33.
    2 F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra. Un libro per tutti e per nessuno, intr. G. Colli, tr. it. M. Montinari, Adelphi, Milano 1982, vol. I, pp. 5-6.

    (FONTE: Ultimo capitolo del libro pubblicato da Cittedella 2024, pp. 127-132



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