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    Sotto il cielo stellato


     

    Elisa Storace

    (NPG 2006-02-62)


    Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me e la legge morale in me. Queste due cose io non ho bisogno di cercarle e semplicemente supporle come se fossero avvolte nell’oscurità o fossero nel trascendente fuori del mio orizzonte; io le vedo davanti a me e le connetto immediatamente con la coscienza della mia esistenza…
    (Immanuel Kant, Critica della ragion pratica, Königsberg 1788)

    Duecentodiciotto.
    Sono gli anni passati da quando Kant scrisse queste righe.
    Da allora molta acqua è passata sotto i ponti e ne ha abbattuto più d’uno… l’acqua impetuosa delle rivoluzioni, cuori esaltati e ghigliottine, luddisti e macchine a vapore, in ottobre contro lo zar e dei fiori contro l’imperatore, l’acqua violenta delle guerre, guerre di trincea e guerre lampo, fredde tra blocchi ed etniche tra fratelli, l’acqua inarrestabile del progresso, illuminista, relativista, sociale.
    Così oggi «dentro» e «sopra» si sono invertiti: il cielo stellato in me, la legge morale sopra di me: l’uno luminoso e benevolo, l’altra minacciosa e incombente.
    Estranea all’individuo, la «morale tradizionale» è rifiutata come una limitazione alla libertà, e sostituita da tante «morali personalizzate», da cui tante passioni, tanti interessi, tante morali. «Convivo col mio ragazzo per conoscerlo davvero», «Tradisco mia moglie per non abbandonarla», «Ho divorziato da mio marito per non renderlo infelice», «Ho votato per l’aborto perché le donne devono gestire il proprio corpo», «Approvo l’eutanasia perché ho pietà di chi soffre», «Ho fatto l’eterologa perché il desiderio di un figlio è sempre giusto».
    La morale, divenuta opportunistica e incoerente, si è svuotata di senso: se si può sempre trovare una giustificazione morale a tutto, l’a-moralità non esiste più!
    Come si suol dire, «essere cristiani oggi» non è affatto facile…
    Soprattutto non è facile esserlo senza isolarsi dalla società.

    Ecco un testo che - nonostante il tempo - mi sembra cogliere il nodo del problema ancora in modo attualissimo:
    «Quando Saulo fu folgorato alle porte di Damasco dall’improvvisa luce di Gesù celeste, due furono le sue interrogazioni: «Chi sei tu, o Signore?»; e: «Che cosa vuoi che io faccia?».
    Noi chiamiamo questa scena prodigiosa la conversione di S. Paolo. Notate i due punti interrogativi la conoscenza di Cristo, la linea nuova d’azione. Conosciuto Cristo, un imperativo bisogno, un comando di operare, deriva immediatamente e logicamente. Un cristiano è un uomo che agisce in conformità di questo suo essere, che ha un suo stile, che ha un suo disegno di vita. Questo è l’ordine morale cristiano. La formula è semplice, ma la realtà a cui essa si riferisce è complessa. Implica una quantità di elementi, che fanno parte di un disegno organico di verità: su Dio, sull’uomo, sulla libertà, sulla coscienza, sulla grazia, sul peccato,sulla virtù, sul merito, sulla sanzione. Se così è, la prima impressione è scoraggiante: troppo complicata questa concezione della morale cristiana! L’uomo moderno vuole una morale moderna.
    […] Oggi abbiamo bisogno di riflettere sui problemi morali, dobbiamo vedere come applicare i principi morali costanti ai bisogni nuovi e alle aspirazioni contingenti del tempo nostro, e dobbiamo riflettere perché in questo campo della morale, sia teorico che pratico, vige una tendenza generale: semplificare. […] Il progresso non consiste nell’abolizione delle norme, ma piuttosto nella scoperta di nuove norme, dalla cui osservanza derivi un vero progresso...» (Paolo VI, mercoledì 7 ottobre 1970, Udienza Generale).
    … perché il cielo, sopra tutte le vicende umane, resta sempre stellato.



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