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    Formare preti per una Chiesa vicina ai giovani: il ruolo del seminario



    Antonio Napolioni

    (NPG 2004-03-30)


    Non c’è documento ecclesiale né convegno pastorale che, tra le sue conclusioni operative, non chiami in causa i sacerdoti e la loro formazione, i seminari e le loro responsabilità. Giustamente, questo vale anche per il rapporto tra preti e pastorale giovanile (PG). Uno dei gruppi di studio tenuti al VII convegno nazionale degli incaricati diocesani di PG (Palermo, 22-24 febbraio 2002) aveva a tema proprio “Giovani preti e pastorale giovanile: la comunicazione del Vangelo ai giovani come sfida per la formazione”.[1] Riscontrando un crescente scollamento tra l’impegno pastorale di molti giovani preti e le esigenze della PG, emerse anche in quella sede la domanda: dipende forse dai seminari? Cosa si fa in essi per dare anche alla Chiesa di domani preti capaci di stare tra i giovani e di annunciare loro il Signore della vita?
    L’ipotesi che condividiamo con quanti fecero quella analisi è che una maggiore attenzione al mondo dei giovani, dal quale dovrebbero venire gli stessi seminaristi e al quale dovrebbero rivolgersi una volta diventati presbiteri, non costituisca un aggravio specialistico, ma uno stimolo qualificante la formazione sacerdotale nel suo insieme. Per questo, alla luce di una certa esperienza diretta in entrambi i campi, e di un frequente confronto con altri responsabili di seminari, propongo alcune riflessioni intorno al prima, al durante e al dopo gli anni di seminario, cercando di descriverne la variegata situazione, testimoniarne l’essenziale intenzionalità formativa, trarne alcuni elementi di prospettiva.

    Chiamati da dove?

    Dire seminario nella Chiesa italiana significa oggi evocare realtà molto diverse e in continua evoluzione, per ragioni socioculturali e pastorali, storiche e contingenti, nelle tipologie istituzionali come nelle forme concretamente vissute. Limitandoci all’ambito dei seminari maggiori (aperti a chi ha almeno 19 anni), si va dagli imponenti seminari di alcune grandi diocesi del nord, di Roma e di alcune regioni del sud (dove prevale la formula del seminario regionale, di istituzione pontificia), alle piccolissime comunità formative di alcune diocesi che magari per gli studi inviano i seminaristi in un Istituto teologico interdiocesano. Si va dai seminari (diocesani o regionali) di medie dimensioni (dai 30 ai 50 seminaristi di teologia) alle nuove esperienze di seminari legati ai movimenti ecclesiali contemporanei. Ma è assai diverso pensare in concreto l’esperienza formativa per 200 o per 50 o per 5 seminaristi!
    Diverse, a monte, sono anche le situazioni ecclesiali, quanto a tradizione e rinnovamento delle forme di pastorale vocazionale, quanto all’esistenza o meno di soggetti e luoghi deputati all’accompagnamento e al discernimento (seminari minori, centri vocazionali, incaricati diocesani), quanto al trend delle ordinazioni e alla maggiore o minore “angoscia” per il calo dei preti e per l’invecchiamento medio del clero, quanto ai diversi orientamenti dei pastori in ordine all’accoglienza di candidati provenienti da altre chiese e da altre culture. Si registrano significative spinte alla collaborazione interdiocesana per rafforzare la proposta formativa, come pure tentativi di maggior radicamento nelle realtà locali con la riapertura di alcuni seminari e istituti teologici diocesani. Anche strutturalmente, le grandi sedi che un tempo ospitavano centinaia di ragazzi e giovani per i lunghi anni della vita seminaristica chiedono di essere ristrutturate o talvolta sostituite con ambienti più a misura d’uomo, più condivisibili e aderenti alle diverse esigenze della crescita.
    Molto più eterogeneo è il mondo dei candidati che di fatto compongono queste comunità. Come accade da tempo in alcune regioni, sono sempre meno i giovani provenienti dai seminari minori, mentre aumentano coloro che intraprendono questo cammino a 25 o 30 anni, avendo alle spalle un percorso umano e cristiano più articolato, un’esperienza personale del mondo giovanile vissuta spesso fuori dei contesti ecclesiali, ben diversa da quella del diciannovenne che ha appena terminato le scuole superiori. Cosa significa preparare al sacerdozio e ad un servizio nella PG seminaristi tanto diversi per età, estrazione culturale e formazione scolastica (in una gamma che va dalla terza media alla laurea), per vissuto religioso ed esperienza ecclesiale (talvolta rarefatta o del tutto originale), per aspettative e ideali che formano il loro immaginario vocazionale?
    Per fare alcuni esempi più stimolanti, oggi entrano in seminario quelli che…
    – sono cresciuti vicino ad un prete e quindi…;
    – fino a ieri facevano i cubisti in discoteca e poi…;
    – a quarant’anni scoprono che il lavoro non riempie la vita e allora…;
    – sono stati animatori di AC o capi scout…;
    – dopo la laurea hanno incrociato il prete del CDV che…;
    – hanno mangiato pane, rosario e vocazione sulle ginocchia della nonna…;
    – si sono visti cambiare la vita dalla missione, dal volontariato…;
    – hanno già girato tanti conventi e ora sono qua…;
    – si sono sentiti chiamati proprio a quella GMG…;
    – intanto hanno chiaro che non hanno la vocazione della famiglia…;
    e si potrebbe allungare l’elenco all’infinito.
    Nascono, comprensibilmente, alcune domande, specie quando mettiamo a confronto questo caleidoscopio di storie vocazionali con il mondo giovanile che si incontra a scuola e in strada, in discoteca e allo stadio, o più semplicemente nei nostri circuiti ecclesiali. Non sempre il giovane che approda al seminario corrisponde all’idealtipo del giovane maturo e impegnato: lo sanno quei presbiteri che continuano a guardare i loro migliori catechisti e animatori, chiedendosi perché mai a quello lì non “venga la vocazione”. Spesso le disponibilità e le scelte maturano al di fuori dei percorsi della pastorale giovanile, specie quando questa si limita all’aggregazione di massa e non offre ai ragazzi più sensibili il cibo solido di un esigente cammino di fede. Quando questo, invece, viene proposto per tempo, possiamo tornare a stupirci e gioire di bellissime disponibilità, di chi a 18 o 20 anni chiede come poter seguire Cristo a tempo pieno, e si affida con entusiasmo e trepidazione alla sapienza educativa della Chiesa.
    Giovanni Paolo II ha introdotto la Pastores dabo vobis con una lucida lettura dell’ambivalenza che caratterizza il mondo dei giovani rispetto alla proposta vocazionale. L’invadente attrattiva della società dei consumi li può allontanare dal primato dell’essere sull’avere, per favorire in loro un’esperienza distorta della libertà e del rapporto con le proprie istanze affettive. Una PG aggiornata e coraggiosa deve perciò proporre un’esperienza integrale e coinvolgente di vita cristiana, in cui esaltare la tensione ideale e al volontariato, la ricerca di senso e il bisogno di aggregazione che tanti giovani manifestano.[2]
    Una variabile da non trascurare sono anche gli educatori: quelli che i giovani hanno incontrato nella loro crescita e quelli che li accolgono in seminario. Limitandoci a questi ultimi, non è affatto indifferente il tipo di formazione e di mentalità che li caratterizza, soprattutto in ordine ai diversi modelli culturali di interazione tra teologia e scienze umane, che possono dar luogo ad impostazioni educative assai diverse. Se, in passato, sembrava sufficiente individuare un buon parroco, un uomo di Dio, uno zelante ecclesiastico per farne un formatore adeguato alla tradizione dei seminari post-tridentini, oggi, il seminario del Vaticano II ha bisogno di animatori capaci di coniugare con sapienza interdisciplinare e quotidiana creatività la fedeltà a Dio e la fedeltà all’uomo. È significativo che, più spesso che in passato, molti formatori vengano oggi da studi o esperienze significative di catechetica, di pastorale, di psicopedagogia, di teologia spirituale.

    Chiamati ad una trasfigurazione

    Anche a chi scrive è capitato di vedersi trapiantato dal mondo dei catechisti e degli animatori di PG al più capillare e complesso servizio di formatore dei futuri sacerdoti. Istintivamente, sono stato tentato di ricorrere innanzitutto alla memoria della mia esperienza da educando, ma l’impatto con la complessità del nuovo mondo seminaristico, l’ascolto delle trasformazioni in atto nei giovani e nei loro diversi contesti di crescita, il confronto assiduo con altri presbiteri impegnati nello stesso ministero, hanno indicato la necessità di progettare e sperimentare con cura nuovi percorsi educativi.
    Avendo in mano gli orientamenti nazionali del 1980 per la formazione dei presbiteri [3] e l’esortazione apostolica Pastores dabo vobis successiva al sinodo del 1990, la Chiesa italiana ha recentemente avvertito il bisogno di puntualizzare alcune aggiornate esigenze della formazione sacerdotale nelle mutate condizioni culturali e pastorali,[4] in attesa di provvedere ad una revisione più organica della medesima ratio nazionale. Per dare alle comunità cristiane del terzo millennio preti capaci di attingere una feconda carità pastorale all’ecclesiologia di comunione vissuta nel presbiterio e decisamente orientati alla priorità dell’evangelizzazione, anche tra i giovani, occorre che i seminari rispondano con maggior coraggio ad alcune istanze.
    Al centro di tutti i progetti si ravvisa con forza la necessità di giungere ad un’effettiva integrazione delle dimensioni umana, spirituale, culturale e pastorale della formazione sacerdotale. Non si tratta semplicemente di equilibrare un dosaggio di contenuti ed esperienze, quanto di proporre, sostenere e verificare la costruzione di un’identità profonda, ossia della vocazione unica e irripetibile che Dio dona al chiamato, ove il suo conformarsi a Cristo capo, sposo e pastore della Chiesa non può ridursi ad un rivestimento esteriore, ad una posizione ideologica, ad una sistemazione sociale o pratica.
    La catechesi per l’iniziazione cristiana e, più ampiamente, la pastorale giovanile mirano da tempo all’integrazione fede-vita,[5] alla matura mentalità di fede che renda i credenti testimoni significativi del vangelo, ma le difficoltà incontrate nel lavorare su tali obiettivi sono sotto gli occhi di tutti, tanto da suggerire facili predilezioni per i modelli selettivi dei movimenti ecclesiali, ove spesso l’integrazione avviene per adesione incondizionata ad un carisma e ad un gergo non immediatamente disponibili e accolti nel cammino di una Chiesa comunione. Nei seminari si ricercano i metodi adeguati a favorire in ogni giovane una conoscenza realistica e veritiera di sé, un confronto appassionato e stringente con il Cristo dei vangeli e la sua proposta di vita, smascherando ogni facile fuga in avanti, senza indulgere ad alcun ripiegamento vittimistico, nella consapevolezza che solo un’armonica crescita umana e spirituale può dare corpo e anima al dono dello Spirito che chiama ad un ministero nella Chiesa.
    Insomma, dove talvolta non arriva certa pastorale ordinaria, deve poter arrivare il tempo forte del discernimento, dell’accompagnamento, della formazione, offerto a chi riceverà il delicato mandato di essere guida pastorale nella comunità. Tempo forte ma non affrettato, per nessun motivo, soprattutto quando occorre ricostruire percorsi propedeutici all’ingresso vero e proprio nella comunità del seminario: perché non è affatto indolore il passaggio dalle scuole superiori, dai gruppi giovanili, ma anche dalle esperienze del lavoro e talvolta del fidanzamento, ad una vita comunitaria così specificamente organizzata intorno alla preghiera liturgica e personale, allo studio teologico, alla condivisione fraterna e alla verifica personale. Perché non va data per scontata una buona conoscenza di sé e della propria intima adesione a ciò che la Chiesa intende per vocazione e ministero presbiterale. D’altronde, aspetti problematici sottovalutati e difficoltà non risolte, che hanno portato un giovane a lasciare fidanzata, studi o lavoro, potrebbero essere poi gli stessi motivi per cui, dopo alcuni anni, si esce dal seminario o si abbandona il ministero.
    “Non è facile per i giovani del nostro tempo, e pertanto anche per gli alunni del seminario, comporre in unità i diversi elementi della formazione e soprattutto far crescere le motivazioni che stanno alla radice di una scelta esigente qual è quella del ministero presbiterale”.[6] Crediamo che tale sintesi personale possa esaltare l’impegno autoeducativo [7] del giovane seminarista quando, rifuggendo il facile soggettivismo, egli viene coscientemente coinvolto in un vero esodo attraverso il mistero pasquale di cui anche la sua storia è scenario vivente. Le motivazioni vocazionali con cui, oggi come ieri, si intraprende un cammino formativo sono spesso insufficienti e anche spurie, bisognose di quel lavorìo di purificazione e sviluppo che non può essere affidato al solo trascorrere degli anni. Si delinea, piuttosto, un cammino dalle tappe obbligate:[8]
    – dalla sincerità con cui si manifesta una generosa disponibilità iniziale, al fare verità nell’intreccio profondo di pensieri e sentimenti, paure e desideri, condizionamenti e ideali che animano il cuore di ciascuno;
    – dall’ascolto della Parola e dalla sequela di Colui che è la sola verità che libera, riconosciuto e amato senza frettolose sublimazioni, alla scoperta di una nuova libertà, quella di poter celebrare la dignità dei figli di Dio nella costitutiva esperienza del perdono gratuito del Padre;
    – dalla libertà di appartenere in maniera ora veramente cordiale e adulta al corpo di Cristo che è la Chiesa nelle sue più umane attualizzazioni, alla matura possibilità di una consegna di sé, nel celibato per il Regno e nella missione pastorale, da vivere in stile di formazione permanente e condivisione fraterna.
    Una relazione educativa non occasionale ma costante e puntuale, nonostante sia trovata più che scelta, fa sperimentare la concretezza esistenziale di tale itinerario, che aiuta il giovane a riconoscere “mistagogicamente” la propria vicenda come vera storia di salvezza,[9] da poter raccontare con gesti e parole capaci di autenticare il suo ministero. Non scandalizza, dunque, sentirsi dire da un seminarista magari trentenne: “mi sono convertito in Seminario”, se per conversione intendiamo una trasfigurazione profonda della coscienza di sé e non un’emotiva e fuggevole esperienza del monte. Facendo attenzione che non si tratti di un neofita, che può facilmente confondere conversione con vocazione, enfatizzando una vicenda che esige di essere vagliata dal tempo e dalle relazioni ecclesiali. Intorno a questo nucleo centrale, antropologico e cristologico, che nella liturgia vissuta trova la sua fonte e il suo vertice, prendono vigore anche le attenzioni pedagogiche oggi più spesso segnalate come prioritarie:[10] promuovere una disposizione alla ricerca, una vera passione di vita apostolica, la capacità di andare al significato delle cose, una positiva capacità relazionale, il saper coltivare l’unità interiore della persona, sapendo che il ministero è questione di vita più che di attività, segna l’essere e non chiede solamente un fare. Non è difficile riconoscere l’importanza di questi tratti per chi sarà prete tra e per i giovani, sacramento di una paternità psicologicamente spesso improbabile ma possibile a chi si immerge quotidianamente nel mistero di Cristo.
    Al di là di pur auspicabili competenze nell’animazione giovanile, è questo che la PG chiede ai seminari: preparare ad “essere pastori”, personalizzando al massimo l’azione educativa nei confronti di giovani sempre meno omologabili, verificando seriamente le motivazioni di chi chiede di essere ordinato prete.[11]
    Probabilmente, chi entra direttamente a contatto con le comunità seminaristiche, conserva una certa impressione di distanza rispetto al mondo, alle realtà pastorali, alle sfide culturali. Da un lato resta sempre valido il paradigma evangelico di Mc 3,14, per cui Gesù “ne costituì dodici che stessero con lui e anche per mandarli a predicare”, segnalando la priorità della conformazione a Cristo rispetto al compito missionario. Dall’altro, c’è il rischio di avere preti in riflusso rispetto alla significatività dell’esperienza cristiana per la società e per il mondo: Bibbia e giornale restano appuntamenti quotidiani cui educare in armonia e chiarezza. Semmai, uno stacco dal mondo oggi è necessario per compiere interiormente un più doloroso e salvifico viaggio di liberazione, senza il quale nessun seminario può restituire alla Chiesa sacerdoti “presi tra gli uomini, costituiti per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio, capaci di giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore”.[12]

    Chiamati a fare Chiesa in mezzo ai giovani

    Concretamente, nei nostri seminari, si fa qualcosa di più preciso per motivare e preparare i futuri presbiteri al servizio della PG? Mentre le statistiche nazionali rivelano il drastico calo del numero dei viceparroci e la difficoltà crescente nelle giovani generazioni di preti circa il sentirsi fiduciosamente mandati a fianco dei ragazzi in crescita, nei loro ambienti di vita, in oratorio, a scuola, in strada…[13] possiamo ancora sperare di avere preti che sapranno stare tra i giovani, con una proposta di speranza e di vita per il loro futuro?
    Investiamo innanzitutto sulla maturità umana e cristiana di ogni candidato al sacerdozio, perché sappiamo bene che nessun giovane amerà mai seguire una sorta di manichino ecclesiastico, né riceverà nulla di buono da chi – assai più pericolosamente – dovesse istrionicamente fare del ministero una ricerca magari inconscia e ossessiva di autogratificazione e consenso. In particolare, grande cura viene richiesta dai documenti e dalla realtà perché i futuri presbiteri brillino per una positiva capacità di costruire relazioni interpersonali adulte, significative, liberanti, frutto di equilibrio affettivo e di una vita spirituale solidamente radicata.
    Se la dimensione umana è il fondamento e quella spirituale l’anima dell’intero impianto formativo del pastore, lo studio teologico – che prende gran parte del tempo e delle energie dei seminaristi – deve offrire ragioni di senso e percorsi di effettiva maturazione culturale, in cui ciascuno giunga ad una organica visione di insieme, di cui sia evidente la costante finalizzazione pastorale e ove non manchi la conoscenza esplicita di criteri e metodi dell’evangelizzazione nel mondo contemporaneo. I piani di studio del ciclo istituzionale, che normalmente culmina col baccellierato in teologia, sono però necessariamente concentrati nell’offerta fondativa e sistematica della materia biblica, storica, teologica, liturgica e morale. Poiché si lamenta spesso l’eccessiva frammentazione dei corsi e degli esami, sono improponibili abbondanti aggiunte di corsi a carattere pastorale. Nell’Istituto in cui opero, ad esempio, assicuriamo un corso semestrale di teologia pastorale fondamentale, un corso annuale di catechetica, un corso semestrale di teologia pastorale speciale, in genere riservato alla pastorale giovanile. Qualora si conservi il VI anno formativo, detto “anno pastorale”, i giovani diaconi possono essere meglio accompagnati con lo studio di ulteriori aspetti della prassi ecclesiale.
    Maggiori aspettative si nutrono probabilmente nei confronti del tirocinio pastorale che i seminaristi vivono nei tempi a ciò destinati dai programmi dei singoli seminari, in genere il sabato e la domenica. Non è facile fare di un tempo così breve e specifico un valido “laboratorio pastorale”, sia perché spesso si ha un contatto quasi solamente liturgico con la vita festiva della comunità che accoglie il giovane, sia perché sono molte le aspettative inadeguate da purificare nei seminaristi stessi, come nei parroci, nelle comunità e nei gruppi giovanili che li accolgono. La parrocchia cui affidare un seminarista deve essere scelta per la sua capacità di contribuire alla formazione, e non perché lì c’è bisogno di qualcuno, perché non c’è più un viceparroco da mandare! Molto più utili risultano, come esperienza di PG, i tempi di vacanza, in cui i seminaristi possono partecipare integralmente a campi scuola invernali ed estivi, a pellegrinaggi, ritiri spirituali e tempi forti in cui conoscere i giovani e costruire con loro significative relazioni. Dai riscontri che ne abbiamo, sembra che i giovani seminaristi vivano tra gli altri giovani meno come protagonisti e più come compagni di strada, impegnandosi a passare dal facile individualismo alla capacità di riconoscere e sviluppare i doni di tutti.
    Si punta molto al rapporto diretto del seminarista col parroco cui viene affiancato, per apprendere dalla sua testimonianza lo stile e lo spirito della carità pastorale, per esercitarsi nella comunione che deve essere sempre più il distintivo di una nuova azione pastorale. Qualcuno dice che dai seminari escono oggi dei “semilavorati”, per i quali si impone una seria formazione permanente, fatta di comunicazione fraterna, di verifica delle esperienze, di maturazione spirituale più che di ulteriori contenuti teologici. Se negli anni di seminario non pare possibile esercitarsi come animatori stabili di gruppi giovanili, le prime delicate responsabilità educative del ministero esigono certamente la carità di una costante revisione di vita, in cui apprendano che realmente la comunione ecclesiale è nota costitutiva e indispensabile fattore di vera crescita.
    Esperienze più specifiche di introduzione e partecipazione alla PG non mancano, e le accenniamo velocemente:
    – spesso i seminari aprono le loro porte alla realtà giovanile del proprio territorio, soprattutto per iniziative di animazione vocazionale, scuole di preghiera, che talvolta divengono validi punti di riferimento per l’intera chiesa locale;
    – le missioni popolari, riscoperte negli ultimi anni, sono talvolta animate anche dai seminaristi, che così imparano ad andare negli ambienti in cui i giovani vivono, ad es. nelle scuole, per dare la propria testimonianza e imparare a dialogare con loro;
    – a seconda dei ritmi e delle modalità in cui ciascun seminario può rapportarsi ai servizi di PG della o delle diocesi, è opportuno e possibile favorire la partecipazione dei seminaristi alle principali esperienze diocesane di PG, anche in occasione delle GMG, che spesso sono state momento forte per la maturazione della loro scelta di vita;
    – il crescente uso di internet offre molteplici opportunità di conoscenza e dialogo con il mondo giovanile e con la pastorale che valorizza queste forme comunicative: perché non vedere una sera se e come i seminaristi osano annunciare il vangelo e raccontare le loro speranze in una chat?
    – nei seminari dove sono attivi gruppi di animazione culturale o missionaria, possono essere proposte occasioni di formazione da condividere anche con altri giovani;
    – sporadiche presenze in ambienti come l’ospedale, il carcere, il centro per disabili, ecc. possono ricordare che esiste un mondo giovanile assai più vasto e complesso del solito gruppo parrocchiale o associativo;
    – numerosi sono i convegni e i corsi di formazione proposti in questi anni da uffici CEI e da altri centri pastorali per i seminaristi, che possono così essere aiutati a scoprire i propri talenti e ad imparare a spenderli con competenza e sensibilità adeguate.
    La quotidianità della vita in Seminario è, essa stessa, un’occasione da vivere nel rispetto dei linguaggi giovanili di cui i seminaristi sono, almeno all’ingresso, generalmente portatori: occorre dar loro il tempo e il modo di diventare veramente adulti, come uomini e come credenti, per essere “anziani” pieni di giovinezza spirituale da donare alla comunità. Per questo, il discernimento vocazionale deve centrarsi sul requisito della docibilitas della persona: la libertà interiore con cui ciascuno si lascia guidare, che “è in fondo il requisito dell’esser giovane, non tanto come qualità anagrafica, quanto come atteggiamento globale esistenziale. È importante che chi chiede di entrare in seminario o nella vita consacrata sia veramente giovane, con le virtù e vulnerabilità tipiche di questa stagione della vita, con la voglia di fare e il desiderio di dare il massimo di sé, capace di socializzare e di apprezzare la bellezza della vita, cosciente dei propri difetti e delle proprie potenzialità, consapevole del dono d’essere stato scelto”.[14] È probabile che, invece, chi non riesce ad esprimere la freschezza della sua umanità e religiosità, finisca col fare della liturgia una cerimonia, del ministero un ruolo burocratico, delle relazioni educative e pastorali un’esperienza conflittuale o puramente formale.
    Le crescenti crisi vocazionali dei preti giovani interpellano tutti, senza ignorare le belle testimonianze di entusiasmo per il Vangelo che tanti nuovi presbiteri stanno dando tra i giovani. I Vescovi non ignorano quanto il ministero sia concretamente sfidato da alcuni inediti tratti culturali: la provvisorietà e la reversibilità delle scelte, la complessità e la molteplicità delle appartenenze, l’esplosione della soggettività, il disincanto,[15] che possono affliggere, non solo il mondo giovanile in genere, ma anche chi da esso viene e ad esso torna come giovane prete. Se ci preoccupassimo solamente di equipaggiare un solitario “prete dei giovani” di aggiornati strumenti per la sua ardua missione tra chi gli è poco meno che coetaneo, finiremmo col coltivare illusioni ed eludere le questioni oggi primarie. La domanda che maggiormente viene posta dai seminari ai presbiterii riguarda piuttosto gli scenari di vita sacerdotale e pastorale verso cui stiamo andando: cosa significa coltivare in seminario un’intensa esperienza comunitaria e preparare i preti di domani ad una pastorale di comunione, se poi è spesso così difficile instaurare concrete esperienze di collaborazione nel presbiterio della medesima zona? E le unità pastorali, le forme di vita comune del clero? Lo scambio fecondo che può venire da diverse generazioni di pastori?
    È urgente che ogni Chiesa locale faccia di simili questioni occasione di ripensamento della qualità di vita e di testimonianza delle sue diverse vocazioni e di come esse si stimano e si aiutano vicendevolmente. Perché non accada che simili bisogni insoddisfatti spingano ad idealizzare unilateralmente forme pseudo-monastiche di vita sacerdotale, che risulterebbero assai distanti dalle attese di vangelo ancora nutrite dalla nostra gente. Ci si augura che l’attuale riflessione sulla parrocchia si apra ulteriormente a una coraggiosa e fiduciosa verifica di come si vive in ogni presbiterio diocesano e di come in esso dialogano le varie generazioni di ministri ordinati, intorno alla paternità sacramentale del Vescovo.
    “Non è difficile immaginare quanto beneficamente può influire sulla formazione la passione con cui un presbiterio e una Chiesa cercano di mostrare come riescano a fondersi la figura ideale del prete e le condizioni effettive del suo ministero e della sua vita. I tratti di riforma della vita della Chiesa hanno in se stessi grande ricaduta formativa. Lo stile più evangelico della pastorale, le forme di corresponsabilità e di collaborazione praticate sul campo, il vigore apostolico della dedizione e la fraternità, l’equilibrio tra i presupposti contemplativi della vita spirituale e l’operosità nel lavoro pastorale affrontato insieme sono un apporto di esemplarità e di incoraggiamento nella vita stessa del seminario”.[16] I preti giovani di oggi e di domani dicono l’effettiva portata formativa della comunione vissuta nella Chiesa diocesana, che non delega tutto al suo seminario, e ne fa luogo di maturo discernimento comunitario del futuro che Dio prepara attraverso i preti che le dona. Sono i giovani che sanno pungolare e verificare l’autenticità di ogni vocazione e della sapienza con cui è stata accompagnata e formata. Per questo, il dialogo non può che continuare.


    NOTE

    [1] Cf Notiziario del Servizio nazionale per la pastorale giovanile, n.34/maggio 2002, in “Quaderni della Segreteria Generale CEI” VI/2002 n.10, 150-154.
    [2] Giovanni Paolo II, Pastores dabo vobis, esortazione apostolica postsinodale del 25 marzo 1992, 8-9, in EV/13, 1194-1203.
    [3] CEI, La formazione dei presbiteri nella Chiesa italiana. Orientamenti e norme, 15 maggio 1980, in ECEI/3, 189-413.
    [4] Cfr. CEI Commissione Episcopale per il Clero, Linee comuni per la vita dei nostri seminari, nota del 25 aprile 1999, in ECEI/6, 1801-1983.
    [5] Cf una sintesi in tal senso in Meddi L., Integrazione fede e vita, LDC, Torino-Leumann 1995, come pure in Tonelli R., Per la vita e la speranza. Un progetto di pastorale giovanile, LAS, Roma 1996.
    [6] Linee comuni, cit. 38 in ECEI/6, 1908.
    [7] Cf Pastores dabo vobis, cit. 69.
    [8] Cf Cencini A., I sentimenti del Figlio. Il cammino formativo nella vita consacrata, EDB, Bologna 1998.
    [9] Cf Zulehner P.M., Ci previeni con la grazia. A colloquio con Karl Rahner per una teologia della pastorale, Città Nuova, Roma 1987 (or. ted. 1984).
    [10] Cf Linee comuni, cit. 43 in ECEI/6, 1920-1926.
    [11] Cf Notiziario, cit. 152.
    [12] Cf Eb 5,1-2, e le sempre attuali considerazioni di Nouwen H.J.M., Il guaritore ferito. Il ministero nella società contemporanea, Queriniana, Brescia 19986 (or. ingl. 1972).
    [13] Cf Garelli F. (cur.), Sfide per la Chiesa del nuovo secolo. Indagine sul clero in Italia, Il Mulino, Bologna 2003.
    [14] Pontificia Opera per le Vocazioni ecclesiastiche (Congregazioni per l’educazione cattolica, per le chiese orientali, per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica), Nuove vocazioni per una nuova Europa, documento finale del Congresso sulle vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata in Europa, 8 dicembre 1997, 37, in EV 16/1703.
    [15] Cf Linee comuni, cit. 42 in ECEI/6, 1916-1919.
    [16] Ibidem 70, in ECEI/6, 1980.



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