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    “Questi è il mio figlio amato… Ascoltatelo!”

    II domenica di Quaresima A

    sorella Ilaria


    In quel tempo, 1Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. 2E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. 3Ed ecco, apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. 4Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». 5Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l'amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». 6All'udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. 7Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». 8Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.
    9Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell'uomo non sia risorto dai morti».
    Matteo 17,1-9 (Gen 12,1-4a– 2 Tim 1,8b-10)

    Dopo il tempo della prova nel deserto, tempo disteso e prolungato, tempo che chiede perseveranza, discernimento e fortezza, oggi il vangelo di questa seconda domenica di quaresima ci presenta un evento fugace che chiede vigilanza, lucidità e soprattutto ascolto. Per Gesù è il passaggio dal buio delle tentazioni alla gloria luminosa della Trasfigurazione, per noi è traccia di un cammino che ci chiede di fidarci delle promesse del Signore (come ci narra la prima lettura, tratta dal capitolo dodicesimo della Genesi), cammino nel quale ci viene data la forza della grazia di Dio manifestata in Cristo Gesù (come annuncia Paolo nella seconda lettura), cammino nel quale la luce viene da una nube e dove ci viene detto che per vedere è necessario ascoltare, come i ciechi i quali proprio perché ciechi affinano in modo straordinario la loro capacità di ascolto.
    “Questi è il figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo!”: in questo imperativo forte, conciso, preciso sta l’essenza di tutta la nostra capacità di discernimento, ovvero di riconoscere in quell’uomo Gesù il figlio amato, di vedere la luce della gloria in quel corpo provato, come ciascuno di noi, dalle tentazioni, di confessare in quel condannato appeso a una croce il salvatore del mondo.
    Come Gesù prenderà con sé tre discepoli per portarli sull’alto monte, luogo della presenza e della rivelazione di Dio, luogo dove Dio parlava faccia a faccia con Mosè, ma anche luogo in disparte (cf. Mt 17,1), fuori dai luoghi comuni, così Dio chiama Abramo a uscire dalla terra in cui vive, ad affrontare un cammino inedito verso una terra che gli è sì promessa, ma che è anche sconosciuta.
    Uscire e affrontare l’ignoto, in un atto di affidamento a una parola degna di fiducia, e di conseguenza vivere qualcosa di “grandioso”: per Abramo significherà diventare una grande nazione ma soprattutto essere una benedizione che si spande; per i discepoli vorrà dire riconoscere la gloria del figlio in quell’uomo Gesù che essi seguono, vedere quella luce che è trasparenza della sua intima comunione con il Padre e con la Legge e i profeti (Mosè ed Elia che conversano con lui).
    Ma questo movimento, di uscita nel caso di Abramo, di ascesa nel caso dei discepoli, è possibile solo come risposta a una parola-promessa ascoltata ed accolta: è Dio che chiama Abramo a lasciare la sua terra, è Gesù che conduce i tre discepoli dopo aver detto: “Vi sono alcuni tra i presenti che non moriranno prima di aver visto venire il Figlio dell’uomo con il suo regno” (Mt 16,28).
    Una parola che è chiamata ma anche promessa, che è vangelo perché esprime il progetto e la grazia di Colui che chiama, come dice Paolo nella seconda lettura (cf, 2 Tim 1,9).
    Una parola che è fin dall’eternità, ma che ci è stata rivelata nella manifestazione del salvatore nostro Gesù Cristo (per usare sempre le espressioni di Paolo), manifestazione nella luce della Trasfigurazione ma anche nel buio delle tentazioni, perché sia nella luce che nel buio è Gesù solo che siamo chiamati a discernere tramite un ascolto attento, un ascolto che diventa visione, riconoscimento di quella gloria che dall’eternità abita in Dio ma che nel figlio ci è stata rivelata.
    Poi la parola ricevuta ed ascoltata diventa parola donata: la benedizione con cui Abramo è benedetto, che egli riceve da Dio come dono di fecondità, diventa (tramite la sua obbedienza fatta di ascolto, di fiducia e di determinazione) una via di benedizione che si spande, una parola di fecondità e vita per altri: “Possa tu essere una benedizione… in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra” (Gen 12,2-3).
    Per i discepoli invece la parola ricevuta e ascoltata diventa da un lato parola che orienta lo sguardo verso Gesù solo (Mt 17,8) e dall’altro parola che si trasforma in silenzio, in mistero che deve essere trattenuto, custodito, fino al momento del suo pieno manifestarsi nella resurrezione: “Non parlate a nessuno di questa visione prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti. (Mt 17,9).
    Ascoltare per donare, ascoltare per vedere, ascoltare per custodire: ecco i movimenti che le letture di questa domenica ci invitano a compiere per avanzare in una comprensione sempre più profonda del dono di Dio fattoci in Gesù Cristo e per diventare, tramite lui e in lui, benedizione che si spande come luce sul mondo.



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