Una memoria sapiente
di don Bosco
Suggerimenti alla nostra attuale riflessione e prassi pastorale
Riccardo Tonelli

1. Fare memoria per affrontare i problemi di oggi
Tutti siamo consapevoli dei molti problemi che investono la nostra quotidiana esistenza. In genere sono seri e inquietanti… anche se non tutti allo stesso modo.
Sentiamo urgente il bisogno di decifrarli, interpretarli e risolverli.
Ci si divide… pur avendo tutti una esigenza comune. Perché?
Esistono delle ragioni pratiche.
Ne esistono però anche molte di collocazione e di orientamento. Sembrano teoriche (e persino inutili quando si opera sotto l’urgenza dei problemi) … ma di fatto sono tanto «pratiche», da generare diversificazioni, tensioni, orientamenti contrapposti proprio sul piano delle scelte concrete e degli interventi programmati.
Per superare questa situazione di stallo suggerisco due prospettive concrete:
- la scelta di «fare memoria» per ritrovare nel passato (che è il vissuto, sofferto e glorioso, di tanti nostri amici) i suggerimenti e l’ispirazione per decifrare e affrontare i problemi dell’oggi;
- un modo speciale di fare memoria per evitare il rischio di scegliere la via della nostalgia e della ripetizione in una stagione in cui tutto sembra tanto diverso da quello che abbiamo sperimentato e realizzato.
Qui si colloca la ragione e lo stile del riferimento a don Bosco che desidero proporre.
2. Uno stile per fare memoria
Le due prospettive (fare memoria e fare memoria in un modo originale) sono complementari. Per questo posso rilanciare l’esigenza, in una stagione in cui siamo diventati gente dalla memoria corta, solo chiarendo la questione pregiudiziale, quella dello stile, del modo originale di fare memoria.
La mia proposta comprende tre indicazioni.
2.1. Un discernimento critico verso il passato
Prima di tutto, chi fa memoria, è sollecitato a interpretare il passato per scoprire quello che c’è dentro, sapendo, con coraggio, discernere tra la passione che ha spinto verso precise realizzazioni e le realizzazioni stesse.
Mi spiego con un esempio.
Chi osserva una foto di gruppo, vecchia di qualche decennio, difficilmente riesce a non sorridere. Non è solo questione di tecnica fotografica e di gusto artistico. In quella foto incontriamo un mondo che non è più il nostro. Nel profondo di quelle pettinature strane, di quegli abiti smessi da qualche tempo e di quelle pose da maniera, ci sono, però, volti cari e passioni forti, persone coraggiose che hanno realizzato imprese grandi. Discernere vuol dire separare quello che conta davvero da quello che invece è ormai decaduto, per raccogliere il primo, abbandonando, senza falsi rimpianti, il secondo.
Questo importante modo di procedere, che sta alla base del fare memoria, viene indicato spesso con una espressione di gergo come «atteggiamento ermeneutico».
L’atteggiamento ermeneutico nasce da una constatazione, ormai diffusa e consolidata: lo stretto rapporto esistente in ogni espressione tra quello che si intende comunicare e le formule linguistiche utilizzate per farlo. Il primo elemento proviene dall’intimo di ogni persona, rappresenta il suo mondo interiore e il frutto del suo vissuto. Il secondo invece viene dai modelli culturali che riempiono l’ambiente della nostra esistenza. Ogni proposta (parole, gesti, interventi generali…) è sempre una sintesi di questi due elementi.
L’atteggiamento ermeneutico richiede, per attivarsi quando è necessario, una abitudine al «sospetto ermeneutico». La formula dichiara la consapevolezza dello stretto legame esistente tra i due elementi.
L’enfasi sul “sospetto” sottolinea la necessità di un fiuto speciale che abiliti alla capacità di discernimento. I due elementi (vissuto personale e cultura ambientale) non sono facilmente identificabili, come se il secondo fosse solo esterno e funzionasse da involucro del primo. Essi sono invece profondamente embricati l’uno nell’altro, in un intreccio che rende appunto difficile l’opera di discernimento.
Una persona è la stessa quando indossa la giacca della festa o quella del lavoro. In questo caso, il cambio di abbigliamento è facilmente constatabile. Qui invece il rapporto è molto più profondo e complesso: un gesto e una parola dipendono, nello stesso tempo, da quello che una persona vuole comunicare e dai modelli culturali che utilizza per realizzare la sua comunicazione.
2.2. Interpretare l’oggi
La seconda operazione riguarda l’oggi.
Lo stesso sguardo attento e critico, che abbiamo rivolto verso il passato, va lanciato anche sul presente.
Cosa ci preoccupa nell’oggi? Quali responsabilità sono evocate? In che direzione ci sentiamo competenti a progettare un’opera di trasformazione? Dobbiamo cogliere problemi e prospettive, facendo nostra la passione che ha spinto altri, in un tempo ormai lontano, verso quello che ci hanno consegnato.
Leggere l’oggi dalla memoria del passato significa perciò raccogliere sfide e provocazioni, altrimenti mute.
Come si nota, suggerisco una lettura del presente di tipo interpretativo.
Essa è fondata sulla competenza fenomenologia che ci aiuta a cogliere la realtà nella sua costitutiva complessità e nella trama che lega i singoli frammenti. Viene però superata la semplice descrizione mediante un tentativo di interpretare per leggere tra le pieghe verso il suo profondo.
Già la rassegna dei fatti è sempre condizionata dalla collocazione di chi si guarda d’attorno. Sappiamo quanto sia importante essere «oggettivi» … per questo vogliamo essere informati e utilizziamo tutta la strumentazione necessaria. Ma dentro e oltre i risultati, vogliamo cogliere qualcosa che solo l’amore sincero sa decifrare: una realtà profondamente reale, stanata dallo sguardo penetrante della passione.
2.3. Verso il futuro
Infine, si richiede una profonda capacità prospettica.
Alle sfide dell’oggi vogliamo rispondere con un’azione che sappia prevedere, riorganizzare, ridefinire compiti e priorità, inventare risorse e ridisegnare l’uso di quelle disponibili.
Anche questo è un momento della memoria: l’oggi, ricompreso dalla prospettiva del passato, si protende verso un futuro nuovo.
La proiezione verso il futuro restituisce serietà alla memoria ed evita di bruciare tempo ed energie nel vuoto rincorrersi di rimpianti del passato.
La tentazione è facile. Nelle situazioni di crisi, quando i problemi incombono e sembrano pronti a sommergere le persone, riaffiora la nostalgia dei «bei tempi». Si consolida l’impressione che allora tutto filasse a puntino e che, in ultima analisi, è sufficiente ritornare con coraggio a ripetere quei gesti, per non dover più fare i conti con le crisi che ci investono.
Lo sguardo verso il futuro restituisce invece alla fedeltà la capacità inventiva. Nel progetto, pieno del rischio del futuro, rimettiamo in gioco la capacità di servire la vita e di consolidare la speranza.
3. Un atteggiamento ermeneutico anche verso don Bosco
Per scoprire come mettersi alla scuola di don Bosco propongo di assumere un deciso atteggiamento ermeneutico.
Non possiamo ripetere alla lettera le belle realizzazioni di cui è punteggiata la vita di don Bosco, nemmeno quelle che hanno lasciato il segno nel cammino della storia. Esse rispecchiano problemi e sensibilità molto diverse da quelle correnti. Possiamo però raccogliere, dal profondo del suo vissuto, quei suggerimenti che ci permettono di interpretare meglio l’oggi e di progettare qualcosa per la sua trasformazione.
Di qui la mia convinzione: mettersi alla scuola don Bosco, per affrontare i problemi attuali, comporta l’impegno di una fedeltà che dall’oggi va verso il passato e dal passato si rilancia verso il futuro.
Il quadro teorico è abbastanza chiaro e facilmente può essere condiviso.
La faccenda si complica quando cerchiamo di dare spessore concreto a questo impianto.
Qual è la passione forte di don Bosco, quella che vogliamo scoprire nel profondo del suo vissuto… per fare memoria in atteggiamento ermeneutico?
Abbiamo bisogno del contributo degli storici di don Bosco. Ma non possiamo lasciare ad essi l’unica parola. Essi leggono i fatti nella trama in cui si sono svolti e nel contesto culturale e sociale che li ha influenzati. Noi abbiamo bisogno di far parlare quei fatti (e non certo quelli che per comodità e per zelo ci inventiamo…) dalla provocazione dell’oggi e dei nostri problemi. E abbiamo bisogno di rileggere l’oggi dall’esperienza di don Bosco per coglierne la dimensione più profonda.
Sono convinto delle difficoltà. Qualcosa però lo dobbiamo tentare.
Mettendo a confronto il vissuto di don Bosco e quello che mi inquieta e mi sorprende della stagione attuale, avanzo – almeno come ipotesi tutta da verificare – una interpretazione della passione di don Bosco, ritrovata tra le pieghe dei segni del suo tempo e della cultura in cui si è espresso.
3.1. La dimensione religiosa della vita
La consapevolezza della dimensione religiosa della vita rappresenta una delle intuizioni più decisive di don Bosco, fino al punto che ho l’impressione che perdiamo don Bosco se la dimentichiamo e, nello stesso tempo, uno dei momenti in cui don Bosco risulta molto legato alla teologia e alla antropologia del suo tempo.
Per precisare questa prima indicazione, invito a riflettere un attimo su un evento che conosciamo, ripetiamo… e su cui ci dividiamo.
Il progetto di don Bosco mirava a fare «onesti cittadini» e «buoni cristiani». Si trattava di due obiettivi (quello educativo e quello pastorale) separati, almeno dal punto di vista cronologico e logico? O, al contrario, i due obiettivi non solo sono complementari, ma si integrano tanto profondamente da diventare l’uno ragione e fondamento dell’altro?
Nella Lettera apostolica, indirizzata da Giovanni Paolo II alla Famiglia salesiana in occasione del primo centenario della morte di don Bosco, l’espressione famosa viene cambiata: “onesto cittadino perché buon cristiano” (Iuvenum patris 10).
Gli storici di professione hanno protestato. Anche se il documento del papa non intende citare alla lettera le parole di don Bosco, quello strano «perché» non è stato mai nella bocca di don Bosco.
Si tratta di una integrazione indebita, lontana dal pensiero di don Bosco… oppure lo rappresenta veramente in modo autentico, fino al punto che possiamo riconoscere che era nel suo «cuore» ciò che non è mai stato sulla sua «bocca»?
L’interpretazione suggerita dal «perché», presente nel documento pontificio, sembra spingere concretamente verso la consapevolezza di un profondo collegamento tra impegno educativo e impegno pastorale. Ho cercato di scoprirne le ragioni e le implicanze, studiando i modelli teologici in cui al tempo di don Bosco era concepita la salvezza (quella «salvezza dell’anima» che stava tanto a cuore a don Bosco) e ho scoperto le ragioni che giustificano ampiamente questa prospettiva.
Per don Bosco e per gli uomini religiosi del suo tempo solo in una esplicita e consapevole esperienza cristiana è possibile vivere seriamente la propria responsabilità sociale, culturale, politica… «umana», in una parola.
La conseguenza è quella che conosciamo tutti. Don Bosco ha affidato la sua missione educativa ai «mezzi soprannaturali», come diceva lui. Ha educato i suoi giovani affermando la potente forza della grazia di Dio. Ha insistito moltissimo sui sacramenti, sulla preghiera, sulla «buona condotta», motivata nello svelamento della dignità di figli di Dio.
3.2. L’educazione per la «rigenerazione della società»
Come ho appena ricordato, l’interesse fondamentale di don Bosco era "religioso" (la salvezza dell'anima, come diceva lui). Interpretarlo sotto altre preoccupazioni, è tradire la sua esistenza. Ma di fronte ai giovani concreti di cui si occupa, il suo cuore di prete è pieno di sollecitudine per i loro bisogni quotidiani. Per questo «reagisce» con interventi nell'ambito sociale e politico.
Non fa teorizzazioni ma fatti.
Non è contento (anzi è molto preoccupato…) di come stiano evolvendo in Italia e in Europa le scelte politiche. Avverte l’urgenza di intervenire per assicurare una forte inversione di tendenza. Vuole «trasformare» il sistema sociale e culturale.
Possiamo prendere le distanze dal modello di società che don Bosco perseguiva. Resta però decisivo prendere atto del modo globale di azione politica che don Bosco assume e verso cui impegna.
Per attuare il suo progetto di trasformazione, don Bosco ha scelto la strada dell'educazione. La valuta esplicitamente come un'alternativa seria rispetto ad altri modi di intervento, presenti tra i suoi contemporanei.
La sua scelta educativa e religiosa diventa concretamente una scelta «politica». “Se vuolsi, noi facciamo anche della politica. [...] L'opera dell'Oratorio in Italia, in Francia, in Spagna, nell'America, in tutti i paesi dove si è già stabilita, esercitandosi specialmente a sollievo della gioventù più bisognosa, tende a diminuire i discoli e i vagabondi; tende a scemare il numero dei piccoli malfattori e dei ladroncelli; tende a vuotare le prigioni; tende in una parola a formare dei buoni cittadini, che lungi dal recar fastidii alle pubbliche Autorità saranno loro di appoggio, per mantenere nella società l'ordine, la tranquillità e la pace” (D. Bosco, discorso ad ex alunni in occasione della festa onomastica, 24 giugno 1883).
3.3. Una decisa e matura scelta dei giovani
Nell’opera di trasformazione, don Bosco pone al centro delle sue preoccupazioni i giovani.
Cerca alternative culturali per loro.
Si impegna a raggiungere i suoi progetti affidando responsabilità forti ai suoi giovani. La sua istituzione religiosa ed educativa… è una società di giovani.
Siamo di fronte ad un’altra scelta fondamentale per cogliere il cuore e la passione di don Bosco: una decisa e matura scelta dei giovani.
Don Bosco ha riempito la sua esistenza e la sua passione educativa di una fiducia amorevole e accogliente nei confronti dei giovani. “Senza la familiarità non si dimostra l'amore e senza questa dimostrazione non vi può essere confidenza. Chi vuol essere amato bisogna che faccia vedere che ama. Gesù Cristo si fece piccolo coi piccoli e portò le nostre infermità. Ecco il maestro della familiarità. (...) Chi sa di essere amato, ama, e chi è amato ottiene tutto, specialmente dai giovani” (dalla Lettera da Roma).
Merita un’attenzione tutta speciale la felice intuizione che ha portato don Braido a scegliere il titolo della sua ultima impegnativa fatica: Don Bosco prete dei giovani nel secolo delle libertà. Egli assume le sollecitazioni alla libertà da persona attenta al suo tempo e si impegna per restituire ai giovani, che ama intensamente, questa libertà. Non lo fa per un progetto filosofico come erano alcuni di quelli che stavano consolidandosi nel tempo di don Bosco. Lo fa da educatore, impegnato a lavorare per la felicità dei suoi giovani, che vuole liberare dai pregiudizi, dalle difficoltà e ristrettezze economiche, sociali e culturali. Persino opera per superare quella incompatibilità tra esperienza religiosa e gioia di vivere che lui «prete per i giovani» non poteva sopportare.
Certo non può dimenticare norme, ordine, doveri… con cui la libertà deve fare i conti. All’interno di questi confini vuole per tutti i giovani la libertà di muoversi, saltare, correre, godere la vita e cercare la felicità.
3.4. La funzione insostituibile dell’adulto
Il progetto educativo e culturale di don Bosco non è mai una proposta giovanilistica. Il clima culturale dominante non lo portava verso questa direzione… anche se non mancavano germi diversi… capaci di riscuotere anche un certo consenso.
Don Bosco sta dalla parte dei giovani, li ama e si fida di loro… ma non li pone mai in conflitto con gli adulti… anzi, al contrario, chiede ai giovani di confrontarsi con gli adulti e con i valori da loro proposti e con la loro saggezza. Per questo nell’opera educativa don Bosco affida una funzione insostituibile all’adulto.
Il primo adulto è lui stesso. Tutto è centrato sulla sua persona. Si riconosce vicino ai suoi giovani. Ha nostalgia di loro quando è lontano. Si tiene informato e interviene, quando non lo può fare di persona.
L’affermazione può essere ampiamente documentata. Basta rievocare le funzioni esercitate da don Bosco nei confronti dell’Oratorio di Valdocco: direttore, educatore, confessore, direttore spirituale. Sono commoventi alcune espressioni di lettere di don Bosco ai suoi giovani, quando gli impegni lo tengono assente da Valdocco: “Sebbene qui a Roma non mi occupi unicamente della casa e dei nostri giovani, tuttavia il mio pensiero vola sempre dove ho il mio tesoro in Gesù Cristo, i miei cari figli dell’Oratorio”. “Io vivo qui col corpo, ma il cuore, i miei pensieri e fin le mie parole sono sempre all’Oratorio, in mezzo a voi”.
Persino le preoccupazioni che suscitava in don Bosco il tempo delle vacanze (quando i giovani non stavano all’Oratorio), trovano la spiegazione nella forzata lontananza da don Bosco e dagli altri educatori.
Certo, don Bosco non può essere presente dappertutto. Per questo si fa aiutare: cerca adulti (in alcuni casi… poco più adulti dei giovani che vuole educare) con il compito di «rappresentarlo» e assicurarne l’insostituibile presenza educativa.
3.5. Una lettura della realtà piena del coraggio della speranza
Desidero infine sottolineare la qualità della lettura che don Bosco fa della realtà, degli avvenimenti e delle persone.
La teologia e l’antropologia che aveva interiorizzato nel processo formativo e in cui si riconosceva spontaneamente, lo portavano ad una analisi pessimistica dell’esistente. La sua teologia della salvezza era tutta segnata dalla dialettica tra peccato e grazia.
Eppure verso i suoi giovani ha una grande fiducia. La sua fede si trasforma in speranza operosa e nella certezza che in ogni ragazzo, anche il più «disgraziato» (come diceva lui) c’è sempre un germe di bene… che basta scoprire e accogliere per raggiungere esiti impensabili. E tutta la sua azione educativa è improntata a questa speranza. La teorizza persino raccontando la vita di alcuni di questi ragazzi davvero «disgraziati».
Basta poco a costatare quale fosse la ragione e la radice di questa speranza, coraggiosa e ostinata, che lo ha portato a diventare l’uomo che «spera sempre» … persino quando tutto sembrerebbe trascinare verso la disperazione: una consolidata familiarità con il soprannaturale, che lo ha abitato per tutta la vita. L’esperienza, quasi diretta, della presenza paterna di Dio si alimenta sulla parola di Dio, sulla preghiera, sui sacramenti.
4. Affrontare i problemi di oggi con la memoria di don Bosco
Ritorno al punto da cui sono partito: i problemi che attraversano violentemente la nostra esistenza quotidiana. Abbiamo fatto memoria di don Bosco non per una sotterranea vena di nostalgia e neppure per quella formula subdola di trionfalismo che ci trascina a ricordare qualcosa di felice per non essere eccessivamente provocati dai tempi che siamo costretti ad attraversare. Siamo invece andati all’esperienza di don Bosco per trovare incoraggiamenti (ed è la cosa più facile…) e suggerimenti (qualcosa di più complicato perché potrebbe ferire la nostra presunzione…) per affrontare in modo serio le difficoltà che incontriamo. Ci troviamo di fronte a problemi complessi, da affrontare con tutte le risorse di cui disponiamo, in un approccio che sia capace di riscrivere nell’oggi quello che abbiamo decifrato nel cuore appassionato di don Bosco.
Suggerisco alcune priorità pastorali che possono aiutarci ad affrontare i problemi di oggi con la memoria di don Bosco.
4.1. L’irrinunciabile dimensione religiosa
Oggi noi abbiamo una sensibilità assai diversa da quella di don Bosco. Essa ci porta a separare gli ambiti educativi da quelli religiosi e, di conseguenze, non ci piace assolutamente mescolare le competenze. Non possiamo però rigettare il modo di pensare dei tempi di don Bosco con l’atteggiamento sconsiderato di chi si lascia sedurre dal nuovo e dai limiti evidenti dell’antico. Un’operazione del genere denuncia la mancanza di discernimento. Riproduce, dall’opposto, l’enfasi sulla tradizione e su quello che altri hanno vissuto prima di noi.
Nel profondo della prassi e delle espressioni di don Bosco è presente qualcosa che attraversa i modelli culturali e giunge fino a noi, come un dono prezioso: la consapevolezza di quanto sia centrale nella vita il vissuto e l’esperienza religiosa. Questo don Bosco affermava quando metteva al centro del suo impegno educativo la grazia di Dio e la salvezza dell’anima.
Abbiamo davvero un gran bisogno di recuperare questa dimensione dell’esistenza. La sua perdita ci impoverisce tutti e fa terribilmente scadere la qualità della nostra vita. Va in crisi il significato dell’esperienza cristiana perché ci siamo rassegnati a convivere con un livello scarso di qualità di vita quotidiana.
Siamo abituati, infatti, a considerare vero e reale solo quello che possiamo manipolare. Per questo siamo diventati presuntuosi e saccenti. Per ogni cosa abbiamo una spiegazione e di ogni avvenimento conosciamo responsabilità, positive o negative. Se qualche male ci sovrasta, ne conosciamo il rimedio o, almeno, è solo questione di giorni: presto o tardi, troveremo il nome giusto per identificarlo e gli strumenti adeguati per risolverlo.
L'uomo maturo – e il cristiano, soprattutto – non si trova davvero a proprio agio in questo modo riduttivo e falso di vedere la realtà. S’impegna per comprenderla fino in fondo, felice di poter utilizzare tutto quello che la scienza e la sapienza dell'uomo hanno saputo produrre. Riconosce però l'esistenza di un altro mondo, fatto di eventi un po' misteriosi, la cui trama ci sfugge completamente e di cui possiamo parlare solo secondo le logiche originali del linguaggio religioso.
Lo diceva don Bosco mettendo al centro del suo progetto educativo l’impegno per “la salvezza dell’anima” dei giovani. Non lo possiamo dimenticare noi, alla sua scuola, per non ridurre il servizio educativo ad una rincorsa, affannosa e inconcludente, di ritrovati, di progetti, di suggerimenti, destinati a bruciarsi quando soffia il vento del dolore, della morte, dell’incertezza sul senso e sulle prospettive dell’esistenza.
4.2. La fiducia verso l’educazione
Viviamo in un tempo di diffusa e insistita complessità, sociale e culturale: una situazione certamente diversa da quella in cui don Bosco è vissuto e ha operato.
Spesso non sappiamo davvero cosa fare, tanto risulta intricata la trama dei problemi e dei processi.
La coscienza della complessità può spegnere ogni interesse verso la trasformazione. Qualche volta costruisce atteggiamenti radicali e devastatori.
Che fare per allargare il confine della vita, restringendo operativamente quello della morte?
In situazione di complessità, gli interventi possibili sono molti. Nessuno può pretendersi quello risolutore.
Alla scuola di don Bosco noi ci qualifichiamo per la fiducia operosa verso l'educazione.
4.3. I giovani in una società dove comandano gli adulti
Non è vero che siamo in una società «giovanilistica»: è più vero il contrario. Con solenni proclami abbiamo l’abitudine di inneggiare ai giovani come «il futuro» di tutto l’esistente… e poi restano ai margini, sono privati di ogni responsabilità concreta, sono giudicati impietosamente.
Alla scuola di don Bosco possiamo oggi condividere alcune linee concrete:
- una fiducia nei confronti dei giovani, riconoscendo fattivamente ad essi una dignità costitutiva (per le ragioni dell’amore e della fede) che nessuna devastazione è in grado di distruggere;
- la fiducia operativa verso i giovani per immaginare una trasformazione culturale e sociale in ascolto delle loro attese e in riconoscimento delle loro esperienze. L’impegno può valere anche nella comunità ecclesiale che sembra, oggi in modo speciale, eccessivamente ripiegata sugli adulti e sulle loro istituzioni… forse perché maggiormente rassicuranti e capaci di far convergere uno strano diffuso utopismo (basta pensare alle note che riguardano la funzione della famiglia in questa stagione culturale e sociale);
- un impegno educativo giocato sulla doppia convergente preoccupazione di restituire dignità a chi ne è stato deprivato e affidare responsabilità concreta, attivando un reale e consapevole protagonismo, anche critico.
4.4. Trasformare i non-luoghi in luoghi di vita e di speranza
Il confronto con don Bosco, interpretato con una capacità amorevole di discernimento critico, mi porta a suggerire una quarta linea operativa: costruire luoghi dove far sperimentare la speranza.
Don Bosco è un grande costruttore di opere educative per i giovani. Lo ha fatto per raccoglierli dalla strada, per assicurare esperienze di crescita, abilitarli ad una professione che potesse rassicurarli verso il futuro. I frutti di questo coraggio si sono disseminati velocemente per il mondo.
Oggi questi modelli sembrano in crisi per mancanza di domanda e di significato: nei nostri contesti culturali sono sempre meno i ragazzi e i giovani che hanno bisogno di una ospitalità come quella che don Bosco ha riservato a tanti. Certo, l’affermazione non può essere generalizzata: vale per il nostro contesto sociale, in linea di massima; vale molto meno per i tanti contesti del sud del mondo in cui siamo presenti e operiamo.
Non mi piace però concludere con l’ipotesi che dobbiamo restare disoccupati o specializzarci in altre frontiere.
Sono convinto della necessità di costruire luoghi dove potere sperimentare in modo concreto la speranza verso il futuro. Sono luoghi dove si respirano fatti di speranza, nel coraggio di affrontare le questioni della vita quotidiana secondo modalità alternative a tante dominanti.
Forse non abbiamo bisogno di inventare luoghi di aggregazione: nascono e muoiono spontaneamente. Spesso però questi luoghi sono non-luoghi dal punto di vista del senso, della speranza, delle relazioni… una piazza su cui scorrono le proposte più disparate o una discoteca dove la relazione è assicurata solo alzando a dismisura il tono della voce o lasciandosi sedurre dal clima di branco.
Nello stile di don Bosco, in una prospettiva molto diversa dalla sua, possiamo continuare la sua presenza trasformandoli in luoghi dove sperimentare la speranza.
















































