DON BOSCO
LA CULTURA DELL’AMOREVOLEZZA
Gaetano Mollo
Perché oggi ha ancora senso parlare di don Bosco? non sono sufficienti a parlarci di lui le sue case, i suoi oratori, le sue scuole, i suoi centri professionali? non è sufficiente tutto ciò che ci ha lasciato di scritto, i suoi regolamenti, tutto l’insieme dell’esempio della sua instancabile dedizione al bene della gioventù?
Se il messaggio di don Bosco rappresentasse un qualche cosa di cui dover semplicemente prendere atto, il ricordarlo servirebbe solo a rammentarne la vita, rispolverarne gli scritti, accertarne la fedeltà al suo progetto.
Ma don Bosco non può venir ricordato in questo modo. Tutto il suo operare non è stato per essere solo ricordato! Don Bosco è uno stile di risposta alle esigenze dei giovani; don Bosco è una risposta appassionata e razionale alla situazione giovanile; don Bosco è essenzialmente una proposta, che è, in quanto tale, risposta.
1. LA SITUAZIONE DELL’ABBANDONO: IERI E OGGI
Sicuramente diversa è la situazione giovanile odierna da quella in cui egli operò. Sicuramente diversi sono il contesto e l’atmosfera culturale, ma la sua è una risposta all’abbandono della gioventù. La gioventù da cui si fece prendere don Bosco e di cui s’innamorò, dedicando ad essa tutta la sua eccezionale energia mentale e morale, è in gran parte anche oggi abbandonata, anche se si tratta di un diverso tipo di abbandono.
All’epoca di don Bosco l’abbandono era vizioso, appariscente: la sua evidenza era sconcertante, ma si trattava di tutta una classe sociale abbandonata, perché non considerata. Oggi, istituzionalmente, nessuno resta abbandonato: si tende alla massima efficienza organizzativa, al fine di offrire sempre maggiori opportunità sia di studio sia di lavoro. Per questo può capitare che i giovani si trovano di fronte ad un mondo preordinato e da consumare: programmi scolastici, attività ricreative, spazi di aggregazione, tutto è all'insegna dell’organizzazione, ma spesso è presentato ed offerto in maniera tale da non spalancarsi come spazio ricreativo, bensì da mostrarsi come semplice luogo di apprendimento.
Oggi i giovani sono di fronte ai modelli competitivi del mondo economico-sociale ed ai modelli estetici del mondo dei mass-media, con un tale massiccio invio di messaggi, che la forma di pedissequo adattamento rischia di divenire il modo più facile per sopravvivere e riuscire ad inserirsi.
Oggi i giovani si trovano di fronte a tante offerte allettanti, da quelle sportive a quelle professionalizzanti, ma, forse, fra i tanti compiti che possono assumere, riesce loro difficile scorgere un compito per cui valga la pena di vivere, un compito attraverso il quale poter pienamente attuare la propria esistenza, un compito che possa durare per tutta la vita.
Oggi, forse, i giovani si trovano maggiormente abbandonati di esistenza, abbandonati di fronte alla povertà di modelli morali, alla esiguità di modelli di comunità, dove la solidarietà e la condivisione possano costituire ambienti esemplari e di arricchimento personale e sociale.
Oggi sono tanti i bisognosi e gli abbandonati, si tratta solo di saper vedere la povertà là dove l’uomo non riesce a sviluppare appieno la sua ricchezza interiore, e saper scorgere l’abbandono là dove sono lasciati improduttivi la mente e il cuore dell’uomo moderno.
La reale situazione d’abbandono in cui si trovano oggi moltissimi giovani domanda ancora a don Bosco un segno della sua disponibilità. Resta abbandonato il giovane che non trova motivazioni adeguate per intraprendere la via della propria realizzazione; resta abbandonato il giovane che non entra in certi ambienti, perché non è invitato o non si sente accettato; resta abbandonato il giovane che non riesce a profondere il suo impegno in ciò che fa, perché non sa riconoscervi significatività e valore. Di fronte a tutte queste chiamate d’abbandono, don Bosco è presente in tutti coloro che a lui s’ispirano.
2. DON BOSCO: UN MODO D’ESSERE UOMO DI CUORE E PADRE AUTOREVOLE
Domandarci come era don Bosco significa renderci conto di perché ci ha affascinato, perché lo sentiamo vicino, perché la sua vita ha ancora significato per noi. Di solito parlare di «sanità» ci fa sentire un uomo lontano: don Bosco lo abbiamo sempre chiamato semplicemente e confidenzialmente «don Bosco» appunto perché lo abbiamo avvertito come un uomo con cui si poteva entrare direttamente in contatto. Domandarci, quindi, quale immagine ne abbiamo, significa investigare il senso stesso del suo messaggio ed il valore che in quanto tale rappresenta per noi.
Don Bosco era un «operativo», un manager. Aveva un’innata capacità di azione, sorretta da una volontà ferrea. Non a caso lasciò come testamento spirituale ai suoi salesiani il «messaggio del lavoro» e si prefisse l’abitudine di non darsi più di cinque ore al sonno per notte. Al vescovo di Casale, che voleva discutere con lui di problematiche filosofiche, rispose: «Io non ho tempo di occuparmi di queste cose perché il campo assegnatomi da Dio è non delle idee, ma delle opere». È stato per questo definito un «politico che non fa politica» [1], capace di impiegare varie strategie e molta arguzia per raggiungere i suoi fini.
Don Bosco era un «sognatore realista». La sua partecipazione ai problemi dei giovani lo portava ad immaginare situazioni e risposte profetiche; i suoi sogni sono il simbolo della sua grande capacità di immedesimazione e di partecipazione affettiva. Era un uomo che sapeva sognare in grande e che per questo sapeva perseguire con costante tenacia ciò che si prefiggeva a favore dei giovani.
Don Bosco era un «padre autorevole», più modello che legge, più amico che giudice carismatico. Soleva dire: «In qualunque ora fate pure capitale sopra di me, ma specialmente nelle cose dell’anima. Per parte mia vi do tutto me stesso». La disponibilità era la sua dote accattivante, l’occasione del suo saper donare e produrre amore. La stessa Lettera da Roma del 1884 è tutto un simbolo di affettuosità paterna. Il fatto di essere paterno non lo esentava dall’essere severo e intransigente con i suoi collaboratori.
Don Bosco era un «uomo di cuore». Partecipava, infatti, ai dolori e alle gioie di tutti i suoi ragazzi. Si commoveva e sapeva manifestare senza falsi pudori la sua emotività. Non a caso sapeva piangere, non nascondendo le lacrime. In questo, la sua sensibilità lo portava a saper essere uomo capace non solo di testimonianza ma pure di segni visibili della sua partecipazione. Per questo, l’amorevolezza la pose alla base di tutto il suo sistema preventivo.
Ciò che caratterizza il fascino attrattivo di don Bosco è quest’insieme di autorevolezza e amorevolezza, dove l’essere uomo di cuore riesce ad ispirarsi allo spirito di patrocinio, e l’essere autorevole è continuamente alimentato dallo spirito d’amorevolezza. Da qui la grande umanità dell’educatore. L’umanità di don Bosco è qualche cosa che traspare nella sua capacità di comunicare, nella sua capacità di farci coinvolgere, nel suo carattere a disposizione degli altri. Non a caso poteva attivarsi ai giochi dei giovani. L’umanità di don Bosco è nel suo creare climi sereni, dove ci si possa esprimere nell’entusiasmo. Non a caso pose la condizione della santità giovanile nell’allegria.
3. LA PEDAGOGIA DELL’ASCOLTO
La risposta alle varie situazioni di abbandono che don Bosco ci indica è prima di tutto dettata dall’accoglienza del cuore. L’attenzione alle esigenze dei giovani è il punto di avvio della sua pedagogia. Per questo il suo è un atteggiamento che oggi definiremmo profondamente ed autenticamente compatto: «si dia agio agli allievi di esprimere liberamente i loro pensieri (...). L’educatore li lasci parlare molto, ed egli parli poco» [2].
La disponibilità all’ascolto non rappresenta per don Bosco uno stratagemma psicologico, né una tecnica per poter osservare in maniera più distaccata possibile il comportamento degli educandi: si tratta di un intimo senso di rispetto e di partecipazione. Ascoltare assume il valore dell’immedesimazione profonda, onde poter cogliere l’umanità intima della persona. Don Bosco arriva a sostenere che hanno più bisogno d’amore quelli che apparentemente meno se lo meritano; è perché il suo ascolto riesce ad andare al di là dell’immediatezza degli atteggiamenti, cogliendo il mondo delle esigenze intime. L’ascolto si fa in don Bosco modalità dell’accoglienza, che diventa di per sé potente calamita per la sete di comprensione e per la fame d’affetto dei giovani.
L’atteggiamento d’ascolto di don Bosco non è quello di un punto socio emotivo, legato alla contingenza del momento e suscitato dal semplice moto d’animo della compassione.
L’ascolto emotivo resta in superficie, limitandosi a cogliere solo ciò che immediatamente colpisce e genera momentanee sensazioni di compartecipazione. Passata l’emozione, tutto è dimenticato.
Il modo di ascoltare di don Bosco non è neppure di stampo ideologico. Chi ascolta ideologicamente, tende ad interpretare tutto all’interno dei suoi rigidi schemi mentali o delle proprie concezioni di vita. Tutto ciò che risulta conforme agli schemi e familiare alla concezione è di fatto accolto, mentre tutto il resto rimane in realtà estraneo. Per don Bosco la categoria della estraneità era sconosciuta quando entrava in contatto con un giovane, perché il suo ascolto è di tipo esigenziale.
L’ascolto di don Bosco è nei confronti delle necessità profonde dei giovani: la voglia di allegria, la tensione ad espandere le proprie doti, il desiderio d’incontrarsi e di fare amicizia, il bisogno di operare sempre di fronte alla varietà e difficoltà delle situazioni dell’esistenza. L’ascolto esigenziale è assoluto di disponibilità etica, è assoluto di condivisione profonda e d’impegno solidale, è assoluto progettante e speranzoso.
La pedagogia dell’ascolto è per don Bosco l’indice del muovere dal soggetto, per cui — come rileva il Corallo — «la prima cosa che deve fare l’educatore è mettersi dalla parte del ragazzo esistenzialmente, studiare come egli, e scoprire le motivazioni profonde che lo spingono ad agire (...) la cosa difficile, quella in cui insiste don Bosco, non è tanto conoscere la psicologia dei dati evolutivi o avere una cartella personale dell’allievo ben compilata, quanto far passare questi dati nella concreta attività di un rapporto educativo che non confida soltanto nelle leve psicologiche» [3].
Il muovere dal ragazzo costituisce l’approccio pedagogico che s’incarna nella relazione d’accoglienza, senza onere di volontarismo in atto. Non a caso don Bosco sosteneva che un educatore dovesse sempre mostrare un volto sereno e lieto, pronto all’incoraggiamento e alla correzione, senza mai avvilire o deprimere la persona, bensì cercando il più possibile di far leva sul positivo, con il lodare e con l’incentivare. Solo movendo da un autentico ascolto diventa possibile cogliere tutti gli aspetti che possono venir apprezzati in un giovane, in maniera tale da sollecitare ed amplificare in lui gli aneliti e le energie migliori. L’atto di ascolto diventa in don Bosco il punto di avvio per assumere le esigenze del giovane, cercando di camminare a fianco di chi deve compiere un lungo cammino di formazione. Con l’ascolto si dà confidenza e consiglio, dove lo stare assieme può venir percepito come compagnia formativa e non presenza prescrittiva.
Forse, l’essenza del metodo preventivo è tutta in questo atteggiamento di presenza accogliente, per cui prevenire significa agevolare la costituzione di uno stile di vita sano e virtuoso, impedendo il formarsi di ciò che per noia, condizionamento o passiva adeguazione, può divenire cattiva abitudine, apatia mentale ed atrofia morale.
4. L’INCONTRO COME OCCASIONE DI FAMILIARITÀ
Il fatto di muovere dall’ascolto dei ragazzi in situazione è ciò che suggerisce a don Bosco il suo stile spontaneo e dialogico, che non si struttura in una rigida precettistica o in artefatte enunciazioni di principio, ma in una pedagogia delle occasioni. Si può parlare di una pedagogia delle occasioni e non di una pedagogia occasionale. Sono infatti le occasioni concrete d’incontro che determinano la possibilità educativa. Una pedagogia occasionale si affiderebbe solo ad alcuni momenti formativi, o — ancor peggio — dipenderebbe dall’essere più o meno propizia una occasione per introdurre certi discorsi o per indicare precisi comportamenti; si tratterebbe di una metodologia dipendente dal caso o affidata alla artificiosità della creazione di condizioni particolari. Per don Bosco non c’è nulla di artificioso o di casuale: naturalezza e finalizzazione educativa in lui si amalgamano e s’integrano.
Si tratta di cogliere il momento dell’incontro come occasione di ascolto e capacità di progetto, di fare dell’occasione d’incontro un’occasione formativa. Ecco il valore del «cortile», il senso della «festa», il significato della «scuola», la forza emancipatrice del laboratorio. Don Bosco c’insegna ancora che l’educazione passa attraverso gli ambienti dove si crea familiarità e collaborazione: la familiarità porta affetto e l’affetto porta confidenza [4].
La familiarità orienta il ponte d’incontro con i giovani, il ponte di congiunzione fra il terreno della spontaneità giovanile e gli ampi spazi d’apprendimento morale e civile, che la presenza di un educatore può offrire, attraverso l’animazione dell’ambiente educativo. Ma la familiarità non è una competenza fredda, non si costituisce tecnicamente, non si apprende attraverso ciò che normalmente s’intende per studio. La familiarità è un effetto trasparente dell’amorevolezza, di quell’atteggiamento mentale di apertura ed accoglienza verso chi ha bisogno d’essere amato, e per don Bosco basta che una persona sia giovane per avere in sé il requisito per essere amato.
Ogni occasione offerta da un ambiente educativo è in quanto tale per don Bosco un’occasione di familiarità, un’occasione per poter estrinsecare ed attestare lo spirito d’amorevolezza che anima e costituisce dall’intimo l’educatore. Per questo l’amorevolezza è di per sé attestazione, senza la quale l’essere educatori si riduce a farsi freddi ripetitori di precetti o a divenire statici istruttori. «Non basta che i giovani siano amati, ma che essi stessi conoscano di essere amati». Così, leggendo l’insieme degli scritti sul sistema preventivo nell’educazione della gioventù [5], si avverte costantemente come nel pensiero e nel cuore di don Bosco la presenza dei suoi «amati giovani» sia autentica relazionalità affettiva: «sono pochi giorni che vivo separato da voi, o miei figli», e mi sembra essere già scorsi più mesi. Voi siete veramente la mia delizia e la mia consolazione e mi manca l’una e l’altra di queste due cose quando sono da voi lontano» [6].
Lo stesso sistema preventivo si fonda sulla familiarità, quale atmosfera di coinvolgimento e di fiducia responsabilizzante, in cui tutti possono trovare non solo profondo rispetto, ma reale partecipazione emotiva e mentale da parte degli educatori: «il sistema preventivo sia proprio di noi; non mai castighi penali, non mai parole umilianti, non rimproveri severi in presenza altrui. Ma nelle classi suoni la parola dolcezza, carità e pazienza (…). La dolcezza nel parlare, nell’operare, nell’avvisare guadagna tutto e tutti. Dare a tutti molta libertà e molta confidenza» [7].
5. IL POTERE DELL’AMOREVOLEZZA
La risposta che don Bosco offre all’abbandono dei giovani è tutta nella sua disponibilità ad interessarsene in modo realistico e fattivo: l’offerta di luoghi ricreativi ed istituzioni professionalizzanti ne è sicuramente la sostanza, ma il clima proposto fatto di sfida ed entusiasmo, impegno ed arricchimento, è senza dubbio quello dell’amorevolezza, quello che fa dire a don Aubry che «il contatto salesiano va oltre la semplice accoglienza amabile, perché è impregnato di vero affetto, fatto di calore umano e di grande delicatezza insieme» [8].
Quale atteggiamento di base l’amorevolezza è ciò che muove e promuove l’incontro con i giovani. Incisivamente, L. Cian la qualifica quale «prima ed ultima parola della metodologia preventiva», quale concreto affetto, per cui «non può esistere “sistema preventivo” senza amorevolezza; e non esiste amorevolezza se non in un ambiente di famiglia, nemico di ogni collegialismo, di ogni ufficialità, di ogni stile burocratico e diplomatico. Non esiste famiglia dove il clima di convivenza è privo di gioia spensierata, di allegria suscitata dagli stessi educatori che dovrebbero essere “l’anima della ricreazione”, rinunciando ai propri gusti per vivere con i ragazzi la rumorosa e a volte indisciplinata “vita del cortile”» [9].
Pensare a don Bosco in termini ispirati, tali cioè da lasciarsi trascinare dal creativo e dal progettuale a vantaggio dei giovani, implica sempre un farsi prendere da quel senso di affettuosa attenzione e partecipazione che è l’amorevolezza. In questo sta il suo potere trascinante e coinvolgente. Non con l'argomentare, col dimostrare o con l’allettare si può conquistare il cuore del giovane. Don Bosco ne sperimentò con umiltà la grande forza: «amici cari, io vi amo tutti di cuore, e basta che siate giovani perché io vi ami assai, e vi posso accertare che troverete libri prodotti da persone di gran lunga più virtuose e più dotte di me, ma difficilmente potrete trovare chi più di me vi ami in Gesù Cristo, e chi più desideri la vostra vera felicità» [10].
L’amorevolezza spinge don Bosco ad intraprendere opere di divulgazione, quali i Dialoghi sul sistema metrico decimale e la Storia d’Italia, nella cui prefazione è esplicitamente dichiarata la motivazione dello scritto: «il desiderio di porre tra le mani un libro che congiunga alla verità storica la sana morale, la rettitudine dei giudizi e la purità della patria lingua mi ha consigliato a dar mano a questo lavoro» [11].
L’amorevolezza fa delineare a don Bosco tutta una serie di contegni, indicati ai giovani delle sue case per le diverse situazioni in cui si trovano. Coerentemente con la sua pedagogia delle occasioni formative, descrive tutta una serie di comportamenti moralmente adatti secondo i diversi ambienti in cui ci si trovi (chiesa, lavoro, scuola, studio, laboratorio, teatrino, passeggio) e secondo il vario tipo di relazioni (superiori, compagni). Su tutto ritorna il principio dell’amorevolezza: «amatevi tutti scambievolmente, come dice il Signore, ma guardatevi dallo scandalo (...). Se potete prestarvi qualche servizio e darvi qualche buon consiglio, fatelo volentieri. Nella vostra ricreazione, accogliete di buon grado nella vostra conversazione qualsiasi compagno senza distinzione di sorta, e cedete parte dei vostri trastulli con piacevoli maniere» [12].
L’amorevolezza fa distinguere a don Bosco tutta una serie di ruoli educativi al servizio dei giovani — dal direttore all’assistente, dal prefetto al catechista, dal consigliere scolastico al maestro d’arte —, ma tutti responsabilizzati per la realizzazione di un’atmosfera serena e partecipata.
Certo, bisogna cercare di distinguere ciò che, nell’impostazione di don Bosco, è legato al suo tempo, ciò che nel suo progetto metodologico risente dei limiti culturali dell’epoca da quello che in esso resta propulsivo e permanentemente valido. Si tratta — come propone il Gianola — di sapersi riferire al modello costruito da don Bosco come «sistema aperto per cui il don Bosco vero supera il don Bosco storico, sia per la sua esplicita confessione di pericolosa coscienza sia per la virtualità intrinseca del sistema»: «oltre don Bosco, con don Bosco significa essere convinto dalla presenza di uno spirito di don Bosco che immette dentro orizzonti che al tempo suo e nel suo pensiero e nella sua prassi non erano ancora maturi, perché neppure lo erano nella coscienza della teoria e della prassi pedagogica e pastorale, degli stessi sistemi della società, della cultura, della stessa Chiesa» [13].
Si tratta, per noi, di fare riferimento al potere dell’amorevolezza che costituì lo strumento educativo basilare di don Bosco. Quando gli chiedevano di spiegare l’esercizio del suo metodo, egli rispondeva che neppure lui lo sapeva, perché scaturiva dall’atteggiamento di amorevolezza e di attenzione ai bisogni dei giovani. G. Dacquino, quando sostiene che quello di don Bosco non è «un metodo didattico ad attivazione prevalentemente intellettiva» e che egli stesso non fu un «tecnico della pedagogia» ma un «promotore della formazione della persona», afferma che «l’originalità di don Bosco fu d’avere una volta votato pedagogico alla gioia, al buon umore; cioè d’avere non soltanto accettato, ma anche condiviso come educatore, quella religiosità aperta e dignitosa del giovane» [14].
Il messaggio di don Bosco potrebbe venir riassunto nell’idea di «cultura dell’amorevolezza», da intendere come: a) ascolto della persona; b) capacità immaginativa; c) dimensione popolare.
Cultura dell’amorevolezza è innanzitutto ascolto della persona, per cui essere uomini di cultura è essere uomini di cuore. Si tratta di saper muovere da ciò che la persona umana può esprimere, o riesce a saper fare.
6. L’AMOREVOLEZZA COME STILE EDUCATIVO
L’atteggiamento dell’amorevolezza diventa in don Bosco lo stesso modo di essere educatore fiducioso ed ottimista. Infatti, senza credere nella positiva risposta del giovane, senza reputare che il contatto educativo possa di per sé risvegliare quei valori cui il giovane direttamente può attingere, senza questa fiducia l’atteggiamento dell’amorevolezza risulterebbe una scommessa perdente.
Don Bosco non crede, come afferma il Nietzsche, che solo le menti pienamente mature riescono ad amare la verità, mentre «ai giovani piace l’interessante e lo strano, ed è loro indifferente che esso sia vero o falso» [15]. Per don Bosco il giovane ha una particolare sensibilità a farsi prendere dalla verità, non come semplice gusto della riflessione mentale, ma piuttosto come adesione appassionata ad un mondo di valori per cui vivere ed impegnarsi, quali la giustizia, l’amicizia, la libertà, l’amore: «dotati di forte affettività, in essi domina il cuore». Perciò per don Bosco l’educazione “è cosa di cuore”, perché il ragazzo normale, quasi per sua natura, è cuore. Se nel momento del bisogno il giovane sarà incontrato e aiutato con la ragione e l’amorevolezza, l’educatore potrà sempre parlargli con il linguaggio del cuore e guadagnare il cuore del suo protetto. Perciò la rieducazione per don Bosco è sempre possibile. «In ogni giovane, anche il più disgraziato, avvi un punto accessibile al bene e dovere primo dell’educatore è di cercare questo punto, questa corda sensibile del cuore e trarne profitto» (MB 5, 367) [16].
La forza attraente e traente di don Bosco diventa incomprensibile se non ci si riferisca alla prospettiva religiosa entro la quale l’amore per i più piccoli e abbandonati diventa l’incarnazione stessa dell’amore di Cristo. Così, nel rilevare i tre principali mali di cui fuggire, egli sosteneva che, «sebbene ognuno debba fuggire qualsiasi peccato, tuttavia vi sono tre mali che in qualche maniera dovete evitare perché maggiormente funesti alla gioventù. Questi sono: 1° la bestemmia, ed il nominare il nome santissimo di Dio invano, 2° la disonestà, 3° il furto» [17]. Il considerare la mancanza di rispetto verso Dio, verso sé stessi e verso gli altri, come i massimi peccati, pone in luce il fatto che per don Bosco nulla deve diminuire o rompere quei legami d’amorevolezza che deve sussistere fra gli uomini nel triplice aspetto delle relazioni con gli altri, con sé stessi, con Dio.
Certamente lo stile dell’amorevolezza di don Bosco era del tutto eccezionale, perché eccezionale era l’uomo, per cui si può assentire con Nigg, quando, ponendo nell’amorevolezza il perno portante della sua pedagogia, sostiene che «l’azione educativa di don Bosco era un carisma legato alla sua persona; non era qualcosa che si può imparare, come la didattica. Questo carisma consisteva inequivocabilmente nel suo grande amore; egli era l’uomo dell’amore» [18]. Tuttavia, se è pur vero che un carisma non può essere oggetto d’insegnamento, è altrettanto vero che ci si può ispirare a ciò che ha costituito la forza di questo carisma, quando si tratta di farsi prendere dalle esigenze dei giovani e dal cercare di andare loro incontro.
Lo stile educativo di don Bosco, come suo carisma particolare, resta irriproducibile, ma in quanto amorevolezza in azione può divenire lo stile di ogni persona che si trovi ad essere in relazione con i giovani. Se, per certo, rispetto a don Bosco, si può solo restare ammirati, ispirarsi al suo stile non consiste certo nel limitarsi ad esserne ammiratori. Così pure, riconoscendo l’eccezionalità delle doti della sua personalità, non si può chimericamente pretendere di essere suoi diretti imitatori. Nell’ammirazione c’è il rischio di assumere un atteggiamento di puro e semplice apprezzamento, nell’imitazione c’è l’illusione, che quasi sempre si tramuta poi in delusione, di poter riprodurre col medesimo successo gli atteggiamenti oggetto di ammirazione: in entrambe le modalità regna la passività. Il potere è la forza dell’amorevolezza non invece quello di farsi ispirare di una propensione civile e circostanziata a tutto ciò che può diventare fattibile ed attualizzabile nel nostro contesto ed in riferimento alle nostre disponibilità e capacità: lo stile dell’amorevolezza è uno stile riproducibile, senza modelli prestabiliti, ma che lascia ampio spazio alla nostra sensibilità e alla nostra creatività.
Lo stile educativo dell’amorevolezza, attestatoci da don Bosco, può ispirare in maniera aperta e dinamica tanti modi di comunicare col mondo giovanile, suscitando rapporti personalizzanti ed ambienti liberanti. Ad ogni educatore spetta tenere a punto il proprio spirito d’amorevolezza, in qualità di motore del rapporto educativo. Questo motore è, tuttavia, in grado di girare, se è dotato di adeguati pistoni, che sono le virtù umane relazionali di base: la cordialità e l’accoglienza, la familiarità e la solidarietà.
Le esigenze di democrazia e di partecipazione restano d’altronde non attuabili se non sanno trovare la giusta ispirazione nello spirito dell’amorevolezza. Per sentirsi accomunati e per poter solidarizzare, si deve poter stare in cortile assieme: l’atteggiamento salesiano è quello del ricrearsi insieme, in maniera tale che lo slancio, la passione, la comunicatività giovanile possano aprire i cancelli di una vita associata ed efficace sulla reciproca comprensione e sulla comparticipazione sincera.
Lo stile dell’amorevolezza è la risposta alla situazione d’abbandono in cui vengono a trovarsi oggi molti giovani. L’abbandono spesso è determinato dall’incapacità di comunicare e dalla prigionia nel narcisismo. Lo stile dell’amorevolezza può essere risposta all’incomunicabilità e al narcisismo.
Contro l’incomunicabilità, l’atteggiamento salesiano è quello di muovere sempre dalla familiarità (il «Sai fischiare?», proposto da don Bosco al Garelli), perché la familiarità porta affetto e l’affetto produce fiducia.
Contro il narcisismo, che in fin dei conti è incapacità ad aprirsi agli altri e al mondo che ci circonda, l’atteggiamento salesiano è quello di suscitare occasioni di ascolto, di disponibilità, d’inventività (è l’ampia libertà espressiva data ai fanciulli).
Se per don Bosco non basta amare i giovani, ma è necessario che essi conoscano di essere amati, è perché per il giovane è vitale il poter dare il proprio amore con fiducia, più che il sentirsi iperprotetto e assillato da un amore possessivo e pretenzioso.
Fare dell’amorevolezza una vera e propria cultura di relazione, dove il senso dell’altro sia presente in una prospettiva d’amore, significa trovarsi alla scia creativa di don Bosco, in linea con la sua fonte d’ispirazione, riuscendo a farsi ispirare da quei valori per cui la gioventù può essere oggetto di speranza e d’amore, riuscendo ad adeguarsi alle circostanze, nelle quali potere ravvisare reali e autentiche occasioni d’amorevolezza.
NOTE
1 Cfr. W. Nigg, Don Bosco: un santo per il nostro tempo, Torino, Elle Di Ci, 1980, pp. 69-74. L'autore, analizzando l'incessante operosità di don Bosco, pone in luce la forza operativa che in lui scaturiva dalla sua politica per i giovani, per cui «egli ha sempre messo al primo posto, dal principio alla fine della sua attività, la linguistica e la trasmissione; poteva farlo perché badava a risolvere i problemi, non a schierarsi per un dato partito. Egli era la personificazione del politico che non fa politica» (ivi, p. 74).
2 G. Corallo, Il metodo educativo salesiano. L'eredità di don Bosco, Catania, Tip. Scuola Salesiana del libro, 1979, p. 23.
3 Ivi, p. 23.
4 G. Bosco, Scritti sul sistema preventivo nell'educazione della gioventù, a cura di P. Braido, Brescia, La Scuola, 1965.
5 G. Bosco, «Lettere a giovani e a educatori», in Scritti sul sistema preventivo nell'educazione della gioventù, p. 328.
6 Ivi, pp. 348-349.
7 G. Aubry, Lo spirito salesiano, Roma, Ed. Coop. Salesiani, 1974, p. 93.
8 G. Bosco, "Regolamento per le case della società di S. Francesco di Sales», in Scritti sul sistema preventivo nell'educazione della gioventù, p. 443.
9 Ivi, p. 450.
10 P. Gianola, «"Don Bosco, ritorna!": il Magistero pedagogico di Don Bosco», pp. 215 e 224.
11 G. De Guibert, Psicologia di don Bosco, Torino, SEI, 1988, p. 149.
12 F. Nietzsche, Umano, troppo umano, vol. 1, Milano, Adelphi, 1965, p. 289.
13 P. Gianola, «"Don Bosco, ritorna!": il Magistero pedagogico di Don Bosco», pp. 200-201.
14 G. Bosco, «Regolamento per le case della società di S. Francesco di Sales», p. 450.
15 W. Nigg, Don Bosco: un santo per il nostro tempo, p. 66.
16 Non si tratta di una generica fiducia nell'adolescenza. Don Bosco lo ha sperimentato direttamente e ci lo indica attraverso i suoi giovani. «Don Bosco, attraverso Domenico Savio, invita ad avere fede nelle grandi capacità di adolescenti e nelle risorse degli adolescenti stessi. Dio non si occupa solo degli adulti; si compiace di rivolgersi anche ai "piccoli". E l'adolescenza non è solo un periodo di preparazione e di attesa, ma un'età privilegiata per l'apertura ai valori personali più alti, un'età proposta alla santità. Con il suo impeto e le sue angosce, la sua tenerezza, è l'età dell'amore che dona con gioia, senza i calcoli della maturità e senza le rinunce della vecchiaia. […] Dio, vero Santo educatore di un adolescente santo: Don Bosco e Domenico Savio», in Don Bosco. Attualità di un magistero pedagogico, pp. 125-183.
17 G. Bosco, «Regolamento per le case della società di S. Francesco di Sales», p. 450.
18 W. Nigg, Don Bosco: un santo per il nostro tempo, p. 66.
FONTE: Pedagogia e vita, gennaio-febbraio 1994, pp. 53-65.
















































