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    Non sapevano come dirlo


    Non sapevano come dirlo

    domenica di Pasqua

    p. Ermes Ronchi


    Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall'altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto!». Pietro allora uscì insieme all'altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l'altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario - che era stato sul suo capo - non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l'altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.
    Gv 20,1-9

    È così bello pensare che l'inaudito è raccontato con i verbi semplici del mattino. Pasqua è qui, adesso. Ogni giorno, quel giorno.
    Il giorno che precedette la Pasqua fu un sabato diverso da tutti gli altri. Le donne di Galilea in segreto preparavano aromi, ma era buio nel cuore. Anche la Madre attendeva in silenzio, addolorata, forte, fedele.
    È il sabato del silenzio di Dio. Per ogni credente, seduto in faccia al sepolcro.
    Maria di Magdala esce di casa quando è ancora notte. Non ha niente tra le mani, porta solo la sua vita risorta: da lei Gesù aveva cacciato sette demoni.
    Si reca al sepolcro perché si ribella all'assenza di Gesù. E vide che la pietra era stata tolta: il sepolcro è spalancato, vuoto e risplendente nel fresco dell'alba!
    Gli evangelisti non sapevano come dirlo, non avevano parole, e allora le hanno prese in prestito dalle nostre piccole resurrezioni quotidiane, con i verbi alzarsi e svegliarsi. Ed è così bello pensare che Pasqua, l’inaudito, è raccontata con i verbi semplici del mattino.
    Pasqua è qui, adesso. Ogni giorno è quel giorno, dopo la notte di naufragio, di terribile silenzio, di buio ostile, dove geme e piange un pugno di uomini e donne totalmente disorientati.
    Notte della Risurrezione in cui la carne indossa una tunica di luce. Il primo segno di Pasqua è così semplice, solo una assenza. Manca un corpo. È poco, è confuso, ma basta a mettere in moto la storia.
    Maria di Magdala corre via, corre da Pietro per denunciare un furto, un altro dolore. “Non abbiamo più neanche un corpo per piangere”. Tutti corrono in quel mattino, a perdifiato! Non si corre così per un lutto, ma perché spunta qualcosa di immenso. Gesù non merita prudenza, merita la fretta dell’amore che non sopporta indugi, che è sempre in ritardo sugli abbracci. Quella corsa non è ancora fede, ma una speranza antica, un’ansia illogica. L’aveva detto: Io sono la Risurrezione e la vita.
    Il Vangelo di Pasqua ci racconta che nella vita è nascosto un segreto e Gesù è venuto a sussurrarcelo. Per ogni uomo che uccide ce ne sono cento che amano e mille ciliegi che continuano ostinatamente a fiorire.
    Ma la Pasqua è difficile. Da qualsiasi parte la si affronti, presenta un passaggio obbligato: quell’impasto durissimo di violenza, dolore e morte che è la croce. Bisogna passare per forza di là. Colui che risorge è il crocifisso.
    Che è disceso agli inferi. E scende ancora adesso nei sotterranei della storia, presso i dannati della terra. E dalle profondità della materia preme verso più luminosa vita,
    Andate, vi precede! Il nostro è un Dio migratore che ama gli spazi aperti, che apre cammini. Attraversa muri e spalanca porte. Cristo non solo è il Risorto, al passato, ma è colui che risorge oggi, qui e ora, e continua a rotolare via i massi dall'imboccatura del cuore, circondando ogni essere con il suo affetto e penetrandolo con la sua luce.
    Per tutti noi dolore è a un passo, ma è a un passo anche l'amore, vivo per sempre.



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