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    Filippo Gentiloni


    «L'angelo Gabriele fu mandato da Dio
    per far dono della vita eterna
    a chi avesse un momento di tempo per riceverlo.
    Ma l'angelo tornò indietro e disse:
    "Avevano tutti un piede nel passato e uno nel futuro.
    Non ho trovato nessuno che avesse tempo" ».

    (da un racconto ebraico)

    Il Dio di una diffusa e distorta educazione e mentalità cattolica non abita nel presente: la sua dimora è soprattutto nel passato e nel futuro. Lì, nel passato e nel futuro, il Dio prende consistenza e pesantezza, evitando quel vuoto leggero e sfuggente che è il presente, l'attimo che non è il passato che è, e che invece è il futuro che non è.
    Questo Dio cattolico abita volentieri il passato: il passato della Bibbia e quindi della «storia sacra», non il presente della nostra storia tanto profana. Ma anche il passato di una tradizione ecclesiastica fattasi palla al piede per ogni novità e invenzione. Il passato di una verità fatta di coerenza fra le affermazioni di un secolo e quelle di un altro, tutti passati. Il passato degli eroi e dei santi, dei modelli, cioè, da imitare senza staccarsene. Anche il passato delle tradizioni popolari, delle feste sancite e intoccabili, dei legami fra nazione, popolo, famiglia, cultura, religione. Lì, in questi santuari, ama dimorare un certo Dio.
    Lo ritrovo facilmente anche nel mio passato. Nella mia infanzia pia, mitizzata e felice. Ma anche nei miei peccati, ricordati, forse pentiti, ma amati e, comunque, luoghi privilegiati del mio Dio.
    Un Dio della memoria non può non essere un Dio pesante, ingombrante, vincolante, dalla parola autoritaria e solenne. Esiste anche, lo so bene, una memoria sovversiva e rivoluzionaria, ma è rara. Più spesso la memoria impedisce i passi avanti, la memoria fa invecchiare. Perciò i vecchi, carichi di memoria, in genere si muovono meno dei giovani: devono portare con sé troppi ricordi. In questo senso anche la memoria cristiana rischia di essere una memoria appesantita e il ricordo di Cristo costituisce un freno più spesso di uno stimolo.
    Per compensare la sua dimora nel passato, il Dio pesante di molta tradizione cattolica ama abitare anche il futuro. Il futuro, anzi, è il suo castello privilegiato, il suo al di là, paradiso, bengodi, paese dei balocchi più o meno infantile secondo le varie immaginazioni popolari. Questo al di là di Dio risolve tutti i problemi, dalla nascita alla morte, dalla guerra alle diseguaglianze sociali. Là non sarà più così, quando ogni lacrima sarà asciugata, quando il leone convivrà con l'agnello, quando la sposa abbigliata a festa andrà incontro al suo sposo. Questa escatologia tutta proiettata nell'al di là è alla base di buona parte dell'alienazione cattolica. Il Dio della storia e della persona ci attende là, all'ultima fermata del percorso del treno, alla stazione d'arrivo.
    Allora è ovvio che il presente non conti gran che. Il presente è breve e brutto: non può essere dimora del gran re. E tunnel, guado, ponte: va superato senza fermarci l'attenzione. Il suo senso sta tutto nel rapporto con il passato e con il futuro. In sé il presente è nulla. Dio non può abitare nel grigio di una giornata qualunque, nel filo dei rapporti quotidiani, nel sospiro delle parole di tutti i giorni.
    Così il quotidiano ha perso di valore. Il cattolico si è abituato a disprezzarlo. Non sa godere delle sue gioie: un po' di compagnia, un po' di sole, un po' di benessere del corpo, un po' di pane e di vino. Queste cose, per lui, non hanno valore in se stesse ma soltanto se collegate con un prima e un poi, se indirizzate a qualche cosa d'altro. La malattia dell' «altro» a cui rinviare sempre (della «trascendenza», in termine tecnico) rovina il presente e il futuro. La malattia platonico-cristiana del confronto continuo fra un presente modesto ma non da buttar via, e un assoluto, perfetto, irraggiungibile. Niente è più lontano dallo spirito del Vangelo di questo continuo rinvio a ieri e soprattutto a domani: il Vangelo vive nell'oggi, e nell'oggi grigio, modesto, opaco ma mio, trova la dimora di Dio. Niente è più lontano dal Vangelo dello spirito platonico dei «valori», tavole di paragone a cui confrontare continuamente la realtà.
    Quante angosce sono nate da questa impostazione che svaluta l'oggi a vantaggio di ieri e di domani. Ne è nata molta disperazione, ne è nata l'incapacità di godere la gioia – piccola o grande – del momento. Ne è nata anche l'incapacità di agire con impegno e serietà per modificare l'oggi, per cui vale la pena di vivere. Il rinvio al fine ultimo ha fatto perdere di vista il senso delle cose che ho fra le mani, dalla gioia di un po' di amore allo sforzo politico per il miglioramento di un piccolo ambiente.
    Solo se il suo Dio sta nell'oggi più che nel passato e nel futuro, il credente potrà essere in grado di vivere senza alienazione la sua storia quotidiana.

    (da: Abramo contro Ulisse. Un itinerario alla ricerca di Dio, Claudiana 2003, pp. 63-65)



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