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    Novissimi

    Enzo Bianchi

    novissimi

    Morire, l'ultima obbedienza che ci fa più uomini

    Morte, giudizio, inferno, paradiso: così suonava la risposta del Catechismo alla domanda sui novissimi, cioè sulle realtà ultimissime che attendono ogni uomo. Su queste colonne abbiamo già sostato sul giudizio e sul paradiso, ma in questi giorni che precedono la memoria dei morti vorremmo tentare di leggere la morte come evento umano e cristiano, sapendo che oggi viviamo in un’atmosfera culturale che della morte non vuole più saperne. È perfino banale questa constatazione: la morte è rimossa, è diventata l’unica realtà concretamente «oscena», che non deve cioè essere vista, contemplata, considerata.
    Oggi vogliamo evitare di essere testimoni della morte, che tuttavia continua a essere presente nelle nostre vite familiari e di relazione; soprattutto, vogliamo evitare di pensare alla nostra propria morte, che è l’unico evento certo che ci sta davanti. È significativo un invito fatto da André Comte-Sponville al suo lettore, proprio in un libro che vuole essere una "saggezza" per tutti: «Lettore, coraggio! Per la morte hai tutto il tempo. Innanzitutto impegnati a vivere!». Non è un caso che anche il vocabolario della morte sia poco frequentato. Si ha una sorta di ritegno a parlare di «morto, morte»; si preferisce dire: «Se n’è andato. È passato di là. Non è più con noi»… Questo accade anche nei funerali, che si dicono ancora cristiani, ma che sovente, soprattutto nel caso di qualche persona importante o di una disgrazia pubblica, sono «eventi» con accenti di spettacolo. In essi, invece di accogliere il mistero della morte, si parla del defunto, ci si indirizza a lui come se fosse ancora vivo, si tenta quasi una rianimazione di cadavere, magari facendo ascoltare a tutti qualche sua parola o – se era un cantante – una sua canzone. Così si cancella la morte dalla nostra vita e dalla prospettiva tanto necessaria nella ricerca di un senso, di una direzione verso cui camminare. Ma ciò che appare follia è il fatto che, accanto a questa rimozione della morte, avvenga la sua spettacolarizzazione nei mezzi di comunicazione. In questi la morte sembra regnare, in un flusso di immagini che la esibiscono, la mostrano, insistono su di essa per «dare la notizia» efficace di catastrofi, guerre, torture, omicidi…
    Non vogliamo vedere la morte, e poi rallentiamo in auto per guardare gli effetti di un incidente e vederne le vittime. Abituandoci alle immagini della morte in scena, crediamo di allontanare la possibilità della nostra propria morte. Insomma, anche per il cristiano la tentazione è quella di fare tacere i novissimi, di dimenticarli, e tra di essi in particolare la morte. Eppure la morte continua ad avere l’ultima parola su di noi, almeno nella realtà visibile, continua a essere un traguardo, una meta che ci attende: è l’unica direzione (senso) della vita che non possiamo mutare, perché sempre la vita va verso la morte. Martin Heidegger in questa lettura è giunto ad affermare che l’uomo «vive per la morte». La mia generazione ha ancora ricevuto dalla grande tradizione cristiana il consiglio spirituale dell’esercitarsi a morire, del prepararsi all’evento finale, del vivere la morte. La morte era un tema di meditazione, non funereo, non dolorista, ma andava pensata come «ora» che ci attende, ora del giudizio di Dio su ciascuno di noi, incontro con il volto di Dio tanto cercato. Nella memoria mortis c’era una tristezza, quella di dover morire; c’era il timore di Dio (cosa diversa dalla paura!), per il suo giudizio che è misericordia ma anche giustizia; c’era la consolazione per l’incontro definitivo con il Signore, la vita eterna. Nella memoria della morte occorreva soprattutto esercitarsi a pensare che il proprio morire deve essere «un atto». Questo mi era di difficile comprensione quando ero bambino, ma nella maturità ho poi compreso.
    Per un cristiano la morte non può essere un evento passivo: non è possibile lasciarsi morire ma è assolutamente necessario poter fare un atto di quell’evento finale al quale non si sfugge. Certo, nella fede, e forse anche con molti dubbi e nell’angoscia, ma occorre poter dire al Signore: «Padre, quella vita che tu mi hai dato e per la quale ti ringrazio, te la rendo puntualmente, te la offro in sacrificio vivente (cf. Rm 12,1), sperando solo nella tua misericordia». In tal modo la morte diventa un atto, e così si muore nell’obbedienza, magari accogliendo le parole di chi accompagna il morente, che – se è intelligente – sa dirgli al momento giusto: «Parti, vai al Padre, nel nome del Padre che ti ha creato, nel nome del Figlio che ti ha redento, nel nome dello Spirito santo che ti ha santificato». Forse questo fare della morte un atto è ciò che ci rimette i peccati, come affermava con audacia Marco il monaco (fine V-inizio VI secolo). Forse è l’estrema possibilità di «obbedienza della fede» (Rm 1,5; 16,26) per il cristiano, che così confessa di credere nella misericordia infinita di Dio. Proprio per predisporre tutto affinché questo sia possibile, occorrerebbe che chi è nella malattia fosse avvertito, se lo vuole, della sua situazione di uomo o donna giunto/a alle soglie della morte, al termine della vita. Operazione delicata, che non va fatta sempre, in ogni caso e per tutti, ma solo quando c’è una certa maturità di fede, e allora il credente morente desidera essere consapevole dell’incontro ormai prossimo con il suo Signore. La morte quindi diventa "azione", atto puntuale, vera operazione di "adorazione" del Creatore, di riconoscimento dell’essere una creatura voluta da Dio nel suo amore e che torna a Dio il quale è amore per sempre (cf. 1Gv 4,8.16; 1Cor 13,8). È in questa fede che l’uomo confessa di non essere proprietario della propria vita, di non decidere lui la propria fine, ma di accoglierla rimettendo a Dio il suo respiro, il suo spirito (cf. Sal 31,6; Lc 23,46). Al cristiano – occorre ricordarlo – non è chiesto di soffrire e neppure di accogliere i patimenti fisici come se fossero voluti da Dio. Dio non ci chiede nemmeno di espiare i nostri peccati con tormenti fisici, perché solo lui sa come restaurare la giustizia che abbiamo offeso e violato con i nostri peccati. È compito suo, non nostro: lasciamo che sia lui il Signore nella nostra vita e nella nostra morte. Per questo occorre che le sofferenze fisiche siano il più possibile evitate al malato morente, in modo che possa attraversare l’ora della morte semplicemente rispondendo a ciò che è sua umanizzazione e che è compimento della volontà di Dio: possa cioè vivere la malattia e la morte continuando ad amare chi resta e accettando di essere a sua volta amato. Nient’altro.
    Questo è il comandamento ultimo e definitivo: amare fino alla fine, fino all’estremo (cf. Gv 13,1), per quanto è possibile a un umano. La vita è un dono di Dio, anzi è il dono di Dio per eccellenza, e questo dono va riconosciuto e ridato a colui che ci è Padre. Sì, oggi sull’evento della morte – lo dobbiamo dire – si gioca la fedeltà dei cristiani al loro Signore: i cristiani sanno, perché nel battesimo sono stati immersi nella morte del Signore, sono «con-morti con Cristo», che con Cristo risorgeranno (cf. Rm 6,4-5.8; Col 2,12) e che questo télos sta davanti a loro come una promessa per chi persevera sempre, seppur cadendo in peccati, nella sequela del Signore. Proprio per questo non giudicheranno altri che non hanno la luce della fede, anche se, proprio per il cammino di umanizzazione che spetta a tutti, mostreranno e diranno che la morte può essere un atto, l’atto apice dell’umanizzazione percorsa con tutta la vita. Già Platone parlava della necessità della meléte thanátou (Fedro 81a), dell’«esercitarsi a morire», e tutta la tradizione cristiana ha pensato e indicato in cosa ciò può consistere. La morte non può essere privata del morire, e ciascuno di noi deve avere il coraggio di dire a se stesso: «Io morirò». Giunto alla vecchiaia, deve pensare di più alla morte, evento che può essere l’ultima grande azione della nostra vita. Nessuno di noi può prevedere la propria morte, se improvvisa o dopo una lunga malattia, se nella pace e nella dolcezza di chi muore senza gravi sofferenze fisiche o nel tormento di chi soffre patimenti che quasi non si possono lenire con le medicine. Nessuno di noi può sapere, nonostante le dichiarazioni fatte al riguardo, se morirà nel dubbio o nella fede. Non è un caso che nella preghiera più semplice e più conosciuta tra i cattolici, l’Ave Maria, si chieda (e ciò avviene ripetutamente nel rosario): «Prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte». Pensare di avere chi nella morte intercede per noi come una madre, e intercede presso il Cristo che incontriamo, è un buon esercizio per sentire la morte come sorella e lodare Dio «per sora nostra morte corporale».

    L'ora del giudizio

    La mia generazione conserva la memoria di una predicazione annuale sulle realtà ultime e definitive, dette appunto «novissimi». Morte, giudizio, e quindi l’esito definitivo, inferno o paradiso, stavano come eventi davanti a ciascuno di noi, eventi capaci di destare paura, o almeno timore. Soprattutto il canto del Dies irae («Giorno d’ira sarà quel giorno…»), che risuonava in occasione delle liturgie dei morti, ci descriveva il giudizio universale e particolare al quale saremmo stati chiamati. Cos’era il giorno della morte se non innanzitutto il giorno della chiamata in giudizio di ciascuno di noi da parte di Dio? E va detto che erano soprattutto le persone più sante ad avere paura del giudizio, dunque quanto più dovevano temerlo i cristiani quotidiani… Sì, anche a causa di questa paura angosciosa sovente insegnata, il discorso sul giudizio è stato screditato.
    E così da anni su questo tema regna il silenzio, in forza del quale molti si rivolgono ad altre letture delle realtà ultime: la grande diffusione della credenza nella reincarnazione, per fare solo un esempio, vuole riempire il vuoto lasciato dalla predicazione ecclesiale. Ma il tema del giudizio nel cristianesimo non può essere evaso, è decisivo per conoscere il vero volto di Dio. La predicazione del giudizio fa parte del Vangelo, della buona notizia, e come buona notizia, certamente a caro prezzo come la grazia, il giudizio va confessato, ricordato e preparato da ogni credente. C’è però una stranezza, una contraddizione in molti cristiani: da un lato interpretano eventi tragici come giudizio di Dio che castiga, dall’altro non danno consistenza alle parole che proclamano ogni domenica nella messa: «Il Signore Gesù Cristo di nuovo verrà, nella gloria, per giudicare i vivi e i morti». In verità Dio non ci castiga mentre siamo in vita: in questo caso saremmo infatti "costretti" ad agire secondo il suo volere, senza la libertà che appartiene alla nostra dignità umana. Dio non ci castiga quaggiù, ma resta vero che siamo noi a raccogliere, già qui e ora, il frutto del nostro operare. Dio pone davanti a noi la via del bene e quella del male (cfr. Dt 30,15; Ger 21,8), e se noi ci incamminiamo sulla via del male, incontriamo il male, la morte.
    Questo è vero, ma Dio si riserva di intervenire nel giorno del giudizio, e per ora resta nella pazienza che attende la nostra conversione (2Pt 3,9.15). Alla fine della storia ecco dunque venire «il giorno del Signore»: il Signore stesso verrà e dovrà giudicare, discernere ciò che abbiamo operato, obbedendo alla sua Parola oppure opponendoci a essa fino a rifiutarla.
    Nei profeti l’attesa del giudizio va di pari passo con quella, appena evocata, del «giorno del Signore» (jom JHWH), due realtà immanenti l’una all’altra. Per Amos (metà dell’VIII secolo a.C.), che per primo attesta l’espressione «giorno del Signore» in questo senso, il giudizio assume un significato di castigo sull’Israele infedele e idolatra. Per questo motivo egli afferma con forza: «Guai a coloro che attendono il giorno del Signore! Che cosa sarà per voi il giorno del Signore? Tenebre e non luce!» (Am 5,18). Partendo da una visione concernente il popolo di Dio, l’attesa di questo giorno assume poi tratti più universali. Il profeta Isaia, per esempio, pochi decenni più tardi scrive: «Il Signore sarà giudice fra le genti e arbitro fra molti popoli … Ci sarà un giorno del Signore dell’universo contro ogni superbo e altero … Sarà piegato l’orgoglio degli uomini, sarà abbassata l’alterigia umana; sarà esaltato il Signore, lui solo, in quel giorno» (Is 2,4.12.17-18).
    Comincia dunque ad apparire con chiarezza una valenza del giudizio che sarà ampiamente sviluppata nella predicazione profetica e sapienziale: il giorno del giudizio è atteso come ristabilimento della giustizia compiuto dal Signore a favore di quanti nella storia sono stati vittime, «senza voce», privati della possibilità di una vita degna di questo nome. È impressionante constatare l’abbondanza di affermazioni e di invocazioni al riguardo presenti nei Salmi: «Il Signore giudicherà il mondo con giustizia, governerà i popoli con rettitudine» (Sal 9,8-9); «Da Dio viene il giudizio, lui solo abbassa e innalza» (Sal 75,8); «Dio si alza per il giudizio, per salvare tutti i miseri della terra» (Sal 76,10); «Sorgi, o Dio, e giudica la terra, a te appartengono tutte le genti!» (Sal 82,8)… Sì, il giudizio è assolutamente necessario affinché la storia abbia un senso e le nostre azioni trovino la loro oggettiva verità davanti al Dio che vuole il ristabilimento della giustizia. Che senso avrebbe la vita di ciascuno di noi, la storia, se tutti – lo schiavo che è morto oppresso e senza dignità, così come il ricco gaudente che ha perseguitato il povero – avessero la stessa fine, lo stesso salario?
    Che senso avrebbe la presenza di Dio, se ciascuno di noi, qualunque scelta mortifera faccia nella vita, trovasse alla fine lo stesso esito degli altri che hanno speso la vita per il bene? Se c’è Dio, c’è un giudice che vuole il ristabilimento finale della giustizia, della vittoria del bene sul male, della vita sulla morte. Lo aveva compreso anche un filosofo ateo come Adorno, quando affermava che una vera giustizia richiederebbe un mondo «in cui non solo la sofferenza presente fosse annullata, ma fosse anche revocato ciò che è irrevocabilmente passato», fino a intravedere come compimento definitivo della giustizia e della liberazione per tutti un evento inaudito, che potrebbe essere solo la resurrezione dei morti. Strettamente connessa a questa visione del giudizio è la dottrina della retribuzione personale, insegnata dai profeti (si veda Ez 18,1-32; 33,10-20), e così riassunta in un salmo: «Tu, o Signore, renderai a ogni uomo secondo le sue azioni» (Sal 62,13). Sono parole ampiamente riecheggiate nel Nuovo Testamento (cf. Rm 2,6; Ap 2,23; 22,12), che risuonano anche sulla bocca di Gesù: «Il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni» (Mt 16,27).
    Lungo la sua vita, però, Gesù rifiuta di operare il giudizio, contrastando l’impazienza di quanti pretendono di essere giusti e dunque vogliono estirpare già nella storia la zizzania, con il rischio di sradicare pure il grano: «Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: "Raccogliete la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio"» (Mt 13,30). D’altra parte Gesù annuncia con immagini apocalittiche la venuta del giorno del giudizio, soprattutto nel suo discorso escatologico (cf. Mc 13 e par.). Da credente ebreo qual è, confessa che questo mondo e questa creazione vanno verso una fine, verso il «giorno del Signore» (che nel Nuovo Testamento diventerà «il giorno del Signore nostro Gesù Cristo»: 1Cor 1,8), giorno di salvezza e di giudizio. Ciò avviene per un preciso disegno del Dio che è Signore della storia e del tempo, il quale desidera instaurare il suo regno di giustizia e di pace, dando inizio ai cieli nuovi e alla terra nuova da lui preparati (cf. Is 65,17; 2Pt 3,13; Ap 21,1). Tutto questo coinciderà con la venuta gloriosa del Figlio dell’uomo: «Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria» (Mc 13,26; cf. Dn 7,13-14).
    Nello stesso tempo, Gesù confessa la sua ignoranza relativa all’ora precisa del giorno del giudizio: «Quanto a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, ma solo il Padre» (Mc 13,32). Se Gesù non conosce l’ora, annuncia però il criterio del giudizio: il concreto amore fraterno. Ce lo rivela in una pagina straordinaria, quella del giudizio finale secondo Matteo (Mt 25,31-46). «Quando il Figlio dell’uomo», cioè Gesù stesso, il figlio di Dio, «verrà nella sua gloria, davanti a lui saranno riunite tutte le genti». Con un’immagine tratta dal profeta Ezechiele, Gesù afferma che il Figlio dell’uomo »separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra». Il giudizio, a un tempo universale e personale, non si compie al termine di un processo: viene solo presentata la sentenza, perché la nostra vita, qui e ora, è il luogo di un processo particolarissimo. Per risvegliare in noi questa consapevolezza Gesù descrive il duplice, simmetrico dialogo tra il Re/Figlio dell’uomo e quanti si trovano rispettivamente alla sua destra e alla sua sinistra.
    Ai primi, definiti «benedetti del Padre», dona in eredità il Regno dicendo: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, in carcere e siete venuti a trovarmi». Sì, il povero che manca del necessario per vivere con dignità è "sacramento" di Gesù Cristo, perché con lui il Figlio di Dio ha voluto identificarsi: chi serve il bisognoso serve Cristo, lo sappia o meno. Di più, per noi cristiani i poveri sono anche «sacramento del peccato del mondo» (Giovanni Moioli), dell’ingiustizia che regna sulla terra, e nell’atteggiamento verso di essi si misura la nostra capacità di vivere nel mondo quale corpo di Cristo. Quando infatti vediamo una persona oppressa dalla povertà, dovremmo saper interpretare questa situazione come il frutto dell’ingiustizia di cui anche noi siamo responsabili.
    Da tale presa di coscienza scaturirà poi la disponibilità a farci prossimi a chi soffre per lottare contro il bisogno che lo angustia; e quando avremo operato per eliminare il bisogno, anzi mentre operiamo, ecco che il povero diventa per noi sacramento di Cristo, anche se lo scopriremo solo alla fine dei tempi… Nell’ultimo giorno tutti, cristiani e non cristiani, saremo giudicati solo sull’amore, e ci sarà chiesto solo di rendere conto del servizio che avremo praticato verso i fratelli e le sorelle, del nostro amore soprattutto verso i più bisognosi, gli ultimi, le vittime della vita. E così il giudizio svelerà la verità profonda della nostra vita quotidiana, il nostro vivere o meno l’amore nell’oggi: il giudizio lo decidiamo ora e qui! Il giorno del giudizio – dice l’apostolo Giovanni – è «il giorno in cui abbiamo fiducia» (cfr. 1Gv 2,28; 4,17), perché «Dio è più grande del nostro cuore, anche quando il nostro cuore ci accusa» (1Gv 3,20).

    Inferno: quel fuoco acceso dalla nostra libertà

    Constatiamo tutti, ed è stato più volte denunciato, che sui novissimi regna negli ultimi decenni un certo silenzio anche nello spazio ecclesiale, ma dobbiamo riconoscere che soprattutto sull’inferno non solo c’è mutismo nella predicazione, ma c’è una reale difficoltà nel pensarlo come voluto da Dio e da Dio inflitto almeno a una parte dell’umanità, quella peccatrice e non convertita, non riconciliata con lui. Per molti cristiani l’inferno eterno plasma l’immagine di un Dio perverso, vendicatore, finanche sadico; e per i non cristiani l’inferno sembra un’Auschwitz eterna, qualcosa che solo un potere malefico potrebbe inventare. Anche Teresa del Bambino Gesù sentiva una grande reticenza nei confronti dell’eternità della pena, e molti uomini e donne "spirituali" (pneumatikoi) hanno dichiarato la loro impossibilità a concepire la compatibilità di un luogo di tormenti eterni con la bontà di un «Dio che vuole che tutti gli uomini siano salvati» (1Tm 2,4). Ma questa difficoltà è antica ed è stata avvertita con particolare forza in alcune epoche della storia del cristianesimo. Nel III secolo molti padri della Chiesa, tra i quali Origene, pensavano a una salvezza universale; altri in diverse tradizioni cristiane hanno mostrato un amore misericordioso estremo, fino a pregare di essere mandati loro all’inferno, purché tutti i loro fratelli e sorelle in umanità trovassero la salvezza; altri ancora, come Isacco il Siro (VII secolo), sono giunti a pregare per una salvezza cosmica in cui tutte le creature, sapienti o insipienti, buone o malvagie, sarebbero state perdonate dall’infinita misericordia di Dio. Nel cattolicesimo italiano resta folgorante l’amore di Caterina da Siena, questa donna fatta fuoco, che scriveva: «Come potrei sopportare, o Signore, che uno solo di quelli che hai creato a tua immagine e somiglianza si perda e sfugga dalle tue mani? No, per nessuna ragione io voglio che uno solo dei miei fratelli si perda, uno solo di quelli che sono uniti a me attraverso una stessa nascita». Tutti costoro sono dei santi e delle sante che seguono l’esempio di Mosé e di Paolo. Mosé che dice a Dio: «Questo popolo ha commesso un grande peccato … Ma ora, se tu perdonassi il loro peccato… Altrimenti, cancella me dal tuo libro che hai scritto!» (Es 32,31-32). E secondo la tradizione ebraica arriva fino ad affermare: «Signore del mondo, perisca Mosè e mille come lui, ma non si perda un’unghia di uno di Israele!».
    Paolo, dal canto suo, esprime la propria solidarietà con gli ebrei suoi fratelli, dicendosi disposto a essere lui scomunicato e maledetto, separato da Cristo, se questo può giovare all’Israele che non ha riconosciuto Gesù come Messia (cf. Rm 9,1-3). Dobbiamo però riconoscere che oggi l’inferno è rimosso soprattutto come reazione a un insegnamento che lo affermava per intimorire e minacciare, credendo in tal modo di poter dissuadere il popolo cristiano dal peccare. Io stesso non dimentico la predicazione di un padre domenicano che nel terzo giorno degli esercizi, quello dedicato alla meditazione dell’inferno, riempiva il suo discorso di esempi di tortura e di dolore e riusciva addirittura a far sentire l’odore acre dello zolfo… Straordinaria capacità oratoria e teatrale, ma certo non atta a celebrare la misericordia infinite del Signore! Dunque, che dire oggi dell’inferno? Restare in silenzio, tralasciando di ascoltare le sante Scritture, oppure essere preda delle ossessioni e continuare a predicarne l’esistenza e la qualità di castigo terribile, come se questo fosse la buona notizia di Gesù? Cerchiamo dunque di metterci in ascolto delle Scritture. Nell’Antico Testamento non si parla dell’inferno come lo intendiamo noi, ma di she’ol, di inferi, intesi come un luogo dove i morti sono raccolti, nel quale non si può avere comunicazione con Dio e da cui non si può risalire. La retribuzione ai giusti e ai malvagi è data da Dio in questa vita – come cantano anche alcuni salmi (per esempio Sal 32,10: «Molti sono i dolori del malvagio, ma l’amore circonda chi confida nel Signore») – e non si osa pensare a una beatitudine o a una maledizione eterna: «Mi jodea’? Chi sa?" (Qo 2,19; 3,21; 6,12). E tuttavia in epoca giudaica si fa strada la speranza della resurrezione e si comincia a intravedere come una beatitudine la vicinanza a Dio dei giusti anche dopo la morte. Gesù, che rivela pienamente l’azione e la presenza di Dio dopo la morte, dà soprattutto la buona notizia del Regno fattosi vicinissimo (cf. Mc 1,15; Mt 4,17), che egli apre a tutti. Si tratta, da parte dell’uomo, di accoglierlo e quindi di convertirsi, scegliendo tra il bene e il male, tra l’amore di Dio e del prossimo e l’amore di sé egoistico e orgoglioso. Come i profeti che lo hanno preceduto, il profeta Gesù che tutto porta a compimento, esorta, mette in guardia, rimprovera, si adira, a volte minaccia. In verità Gesù non è mai violento, anzi egli depotenzia sempre la sua autorità di profeta, di Messia e di Figlio di Dio, ma mostra la sua indignazione per il male e protesta per il male che vede, soprattutto per la violenza e la menzogna dilaganti. Per condannare il male in modo chiaro e indicare che l’uomo può scegliere vie mortifere, ricorre a immagini diverse, tratte sia dalle Scritture sia dalla sua contemporaneità. Commettere il male significa «incamminarsi verso una fornace ardente (Dn 3,6), dove è pianto è stridore di denti» (Mt 13,42); significa «sprofondare nella geenna» (Mc 9,43.45.47; Mt 18,9), la discarica dei rifiuti della città di Gerusalemme; significa finire negli inferi, dove c’è sete a causa delle fiamme (Lc 16,24). Soprattutto l’Apocalisse, al termine del Nuovo Testamento, ci fornisce immagini infernali: lo stagno di fuoco in cui saranno gettati la morte e gli inferi e nel quale potrà essere gettato chi non è scritto nel libro della vita (Ap 20,14-15), e «la seconda morte» (Ap 2,11; 20,6.15; 21,8), la morte definitiva.
    Sì, queste immagini sono crudeli, ma come descrivere altrimenti l’esito di una via che ha scelto la morte, la violenza, la prepotenza e non ha mai riconosciuto la vita dell’altro, non ha mai avuto discernimento del povero e del bisognoso, non ha mai riconosciuto la fraternità umana? Certo, queste sono solo immagini, ma ci dicono che noi possiamo scegliere non la vita e la comunione con Dio, ma la morte eterna e la separazione da Dio! L’inferno dunque non indica un luogo ma una situazione in cui potranno cadere coloro che liberamente e definitivamente hanno scelto tutto ciò che è contrario alla volontà di Dio e, di conseguenza, anche a ogni cammino di umanizzazione. Noi siamo portati a immaginare l’inferno come luogo, ma esso è un «non-luogo», un «non-essere», un «non-tempo», è il nulla di una morte eterna. Dio vuole che tutti siano salvati, suo Figlio Gesù è venuto nel mondo per i peccatori, non per i giusti (Mc 2,17 e par.; 1Tm 1,15): ma di fronte al bene o al male l’uomo, seppure in una condizione di fragilità propria della sua natura, resta sempre libero di aderire all’uno e rifiutare l’altro, almeno con il desiderio e la volontà. A qualcuno anche le parole dure di Gesù sembrano una violenza, ma questo perché oggi viviamo in una cultura in cui non si è più capaci di indignarsi né di avere passioni: tutto va bene, tutto si aggiusta, tutto è semplicemente uno sbaglio… Non c’è più l’affermazione e l’esercizio della responsabilità umana, dalla quale – non dimentichiamolo – dipende la vita o la morte dell’altro, del prossimo. Che cosa dunque credere? Se accogliamo le parole delle Scritture sull’inferno, dobbiamo innanzitutto vedere in esse una chiamata alla responsabilità, mediante la quale esercitare la nostra libertà in vista del nostro destino.
    È vero che Gesù ha chiesto al Padre di perdonarci perché non sappiamo ciò che diciamo e facciamo (Lc 23,34); è vero che la giustizia di Dio è giustizia che giustifica, che rende giusti, perché contiene in sé la misericordia e il perdono (Rm 5,1-11); è vero che noi non possiamo meritare l’amore di Dio, perché è un amore donato gratuitamente, che mai deve essere meritato. Ma di fronte a questa immensità dell’amore dobbiamo essere "responsabili" e consapevoli che possiamo commettere azioni che sono "morte" dell’altro o degli altri. Non ci può essere per noi una salvezza automatica, qualunque cosa facciamo, qualunque vita viviamo, anche perché l’inferno noi lo creiamo qui sulla terra, diventando sovente noi "inferno" per gli altri. Edith Stein nell’inferno di Auschwitz nel 1942 scriveva: «Appartiene a ciascuno decidere del proprio destino. Dio stesso si ferma davanti al mistero della libertà di ogni persona». L’inferno non è un articolo della professione di fede, come non lo è il diavolo, anche perché al diavolo e all’inferno non è necessario credere, dal momento che ciascuno di noi ne fa l’esperienza: siamo tentati da una potenza al di fuori di noi e dominante su di noi e possiamo conoscere il male fino alla morte e alla separazione da Dio… Tuttavia non è conforme alla fede cristiana affermare che non c’è l’inferno o che l’inferno è vuoto. Come gli ebrei dico: «Mi jodea’? Chi sa?». Ma come discepolo di Gesù mi è chiesto di riconoscere la misericordia di Dio e di cantarla sempre; non solo, mi è chiesto anche di sperare per tutti, di sperare che tutti siano salvati e preservati dall’inferno, di pregare anche per i peggiori criminali, affinché conservino una porzione, una scintilla di umanità, capace di accogliere l’ultima chiamata di Dio. Davanti al volto di Dio sarà possibile che noi scegliamo non lui che è la Vita, ma il non-essere della morte? Hans Urs von Balthasar scriveva nel 1986, quasi come un testamento, un piccolo libro intitolato Sperare per tutti. Sulla scia di tanti santi e sante, uomini e donne spirituali, chiedeva al discepolo di Gesù di pregare perché tutti siano salvati. La Chiesa osa proclamare dei santi, cioè affermare che alcuni cristiani sono presso Dio, nella sua beatitudine, e dunque in comunione con noi, ma non ha mai osato affermare che qualcuno sia all’inferno e che debba sfuggire alla misericordia, all’amore folle del Signore nostro Gesù Cristo! Dunque né terrore né silenzio: si proclami la misericordia infinita di Dio, la sua volontà della salvezza universale e cosmica; si preghi perché sia fatta la sua volontà, come in cielo così in terra; si speri per tutti; e se si ha la forza dell’amore si chieda al Signore, come Mosé e Paolo, di essere noi mandati all’inferno, purché tutti siano salvati. Ciascuno di noi deve dire umilmente: «Non so» e ricordarsi di Giovanna d’Arco. Le chiesero prima di bruciarla: «Sei tu in grazia di Dio?». Ed essa rispose: «Se sono in grazia di Dio, Dio mi conservi in essa. Se non sono in grazia di Dio, Dio mi metta nella sua grazia».

    Ma il Paradiso non è un sogno

    La mia generazione ha ancora conosciuto la grazia di una catechesi sui novissimi, cioè sulle «realtà ultimissime» che ci attendono tutti: morte, giudizio, inferno e paradiso. Su queste colonne abbiamo già offerto nel tempo di Avvento una riflessione sul giudizio; ora nel tempo pasquale vogliamo sostare sul tema della vita eterna, chiamata anche, come situazione finale, «paradiso» (da pardes, parola persiana che significa «giardino»: Ne 2,8; Qo 2,5; Ct 4,13). Prima di andare al cuore della riflessione conviene però cogliere l’oggi nel quale viviamo, un oggi nel quale non solo il tema dei novissimi è sovente dimenticato ed evaso, ma in cui predomina il desiderio della vita presente, e dunque manca o non è esercitato il desiderio della vita eterna. Anche i cristiani, se non in certe ore di sofferenza, non si sentono più «esuli… gementi e piangenti in questa valle di lacrime» – come si canta nell’antifona mariana Salve Regina –, e dunque non hanno molta attesa della vita in Cristo al di là della morte e sentono il paradiso come un sogno, una chimera. Sì, come ha scritto Benedetto XVI, i cristiani non sembrano volere la vita eterna, anzi la vita eterna appare ad alcuni un ostacolo al vivere bene oggi la vita in questo mondo. Da monaco, conosco tra gli strumenti della vita cristiana questo esercizio: «Desiderare la vita eterna con tutta la concupiscenza spirituale» (Regola di Benedetto 4,46): Vorrei però ricordare anche una pratica che mi era stata insegnata fin da quando ero piccolo. Forse per il fatto di avere perso mia madre a 8 anni, tutte le domeniche pomeriggio dopo la liturgia dei vespri venivo portato, e poi più tardi andavo da solo, al cimitero, per compiere la visita ai morti. Nel fare ritorno a casa avevo ricevuto la raccomandazione di sgranare la corona del rosario sussurrando a ogni passo: «Gesù Cristo è la vita eterna». Parole che mi sono sempre rimaste impresse, che certo allora mi consolavano nella mia orfanità, ma che più tardi sono diventate parole martellanti nel dubbio, nella paura, nella perdita di persone care. Gesù Cristo è la vita eterna perché, se è lui il Risorto vivente, se è lui che ha vinto la morte, chi può separarci dal suo amore (cf. Rm 8,35)? Se lui si fa sentire accanto a me, se posso dire che io e lui viviamo insieme (cf. 1Ts 5,10), se lui mi ama, mi consola e mi ispira ogni giorno, potrà abbandonarmi al di là della morte?
    Impossibile! Cristo è fedele e, se ora è accanto a me, lo sarà anche nella morte, e al di là della morte sarà pronto ad abbracciarmi perché io sia sempre con lui e con i suoi e miei amici. È così che la vita eterna può essere non solo una speranza, ma può anche essere desiderata, pur nella consapevolezza del dover attraversare le acque oscure della morte, acque che – secondo il grande Origene – possono essere espiazione dei peccati. Di vita eterna ci ha parlato Gesù, per indicare quella vita salvata dal peccato e dalla morte che Dio donerà al discepolo che segue fedelmente il suo Maestro e Signore Gesù Cristo. La vita eterna è ciò che si può ottenere osservando i comandamenti, cioè facendo la volontà di Dio, amando dunque Dio al di sopra di tutto e con tutto il proprio essere (cf. Dt 6,5; Mc 12,30 e par.); la vita eterna è l’eredità che Dio dà ai suoi eletti, ai credenti in suo Figlio Gesù Cristo; la vita eterna è lo zampillare dell’acqua viva che Gesù fa sgorgare dal cuore del discepolo (cf. Gv 4,14); la vita eterna è il dono fatto dal Padre a chi muore avendo operato il bene. E tuttavia la vita eterna è sì una realtà che fiorisce e sboccia dopo la morte fisica, ma è una vita già innestata nel credente qui e ora, a partire da quell’immersione nelle acque del battesimo in cui si depone la vita dell’uomo vecchio e si risale dall’acqua rivestiti di Cristo (cf. Gal 3,27) e dotati della capacità di vivere la vita eterna. Per questo sta scritto: «Chi ama il fratello passa dalla morte alla vita» (cf. 1Gv 3,14). Chi aderisce a Gesù, ascolta la sua parola e vive di essa, mangia la sua carne e beve il suo sangue, e lo segue ovunque vada (cf. Ap 14,4), ha in sé la vita eterna come un seme che crescerà e darà il suo frutto nel Regno. E così si compie la parola di Gesù: «Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo» (Gv 17,3). Per esprimere e raccontare la vita eterna, le sante Scritture ricorrono al linguaggio simbolico, un linguaggio aperto, evocativo e allusivo, un linguaggio rispettoso del mistero, dell’alterità e della santità di Dio. È un linguaggio iconico, dunque poetico, e non dimentichiamo che solo la creatività poetica può osare dire (Audemus dicere…) Dio e cercare di evocare il suo Regno. Ecco perché, per raccontare la vita eterna, si è imposta soprattutto un’immagine biblica, simbolo della beatitudine eterna: il paradiso. Gesù sulla croce, al ladrone crocifisso con lui che lo prega, dichiara solennemente: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso» (Lc 23,43), ovvero «oggi tu sarai con me, accanto a me, insieme a me, e dunque sarai anche tu in Dio, in quel pardes, in quel giardino dove si vive la vita eterna». Nell’in-principio creazionale Dio ha piantato per l’uomo «un giardino in Eden» (gan be-’eden: Gen 2,8) come luogo della comunione tra sé e l’uomo stesso, l’adam, luogo teologico posto agli inizi della storia ma che profetizza la fine della storia. I profeti, soprattutto Ezechiele e il deutero-Isaia, hanno poi fornito alla speranza escatologica delle immagini, dei simboli, quasi ad aprire un varco che chiede ai lettori una lettura teleologica, aperta sulle realtà finali, sicché i Padri della Chiesa hanno potuto scrivere: «Dio creò l’uomo e lo pose nel paradiso, cioè in Cristo». Sì, Cristo è il paradiso, è il luogo u-topico, senza luogo, della comunione piena e priva di ombre con Dio. Il paradiso è la nostra patria, la nostra vocazione, il dono che ci attende.
    Per questo dicono ancora i Padri della Chiesa, in particolare quelli orientali: «L’uomo è un essere che ha ricevuto la vocazione di diventare Dio». Per narrare questa verità, questa speranza indicibile, la Bibbia ricorre a immagini diverse che indicano la vita piena (shalom), la gioia (beatitudine), la vita eterna (per sempre) e di conseguenza la convivialità (comunione) e la luce (non più le tenebre del peccato). Sono immagini che si riferiscono ai bisogni umani della sfera affettiva, sessuale, sociale e politica: il cibo, l’amore, l’incontro sessuale, l’amicizia, la convivenza pacifica, l’assenza di pianto e di lutto. Sono le promesse del Dio vivente, del Dio fedele all’alleanza, «che non mente» (Dt 32,4), che è «amante della vita» (Sap 11,26), del «Dio misericordioso e compassionevole» (Es 34,6, ecc.). Sono immagini tanto semplici quanto universalmente umane, umanissime: il banchetto con cibi e vini squisiti (cf. Is 25,6; Mt 22,1-10); le nozze, che sono sempre comunione profonda di tutto l’essere (cf. Ap 17,7-9; 21,2); la pace tra i popoli e la scomparsa della guerra (cf. Is 2,4; 9,6); la concordia tra gli animali e tra gli uomini e le bestie feroci (cf. Is 11,6-8). Si ricorre anche a dimensioni ludiche, come il giocare del lattante con il serpente velenoso (cf. Is 11,8), la danza, la festa della nuova creazione, in cui i cieli nuovi e la terra nuova innalzano la lode a Dio (cf. Is 65,17; 66.22; Ap 21,1). È una lode cosmica in cui tutte le creature esprimono il loro «amen», il loro «sì» a Dio, è un ringraziamento per il compimento dell’opera divina… Come annunciare questa realtà della vita eterna, del paradiso? L’Apocalisse di Giovanni, al termine delle sante Scritture, tenta a più riprese questa profezia: un banchetto di nozze per l’Agnello sgozzato ma risorto e ora in piedi e vittorioso; attorno a lui tutti i salvati impegnati in una liturgia, in una danza, in una pericoresi, vera circolazione di amore, l’amore del Padre amante, del Figlio amato, dello Spirito amore. Dio è la dimora dell’umanità, il Regno è la dimora del cosmo e la festa è trasfigurazione di tutti e di tutto in Cristo, con Cristo e per Cristo, uomo e Dio. Questa comunione è comunione tra Dio e ogni volto, comunione personalissima, ed è comunione tra umani: Dio «sarà Uno» (cf. Zc 14,9) e una in Dio sarà l’umanità redenta. Di fronte a queste immagini bibliche della vita eterna, in ogni epoca si è cercata una rappresentazione dei beati, del paradiso, sovente contrapposta a quella dei dannati, dell’inferno. Nelle chiese medioevali, dove dominava il Pantocratore, il Veniente glorioso, si potevano vedere alla sua destra i beati e alla sua sinistra i dannati. Era un ammonimento per quanti vedevano questa raffigurazione, un richiamo alla realtà del giudizio universale che un giorno sarà manifestato ma che si decide già oggi nella nostra vita. Domani, in quel giorno escatologico, il giorno del Signore, si udrà: «Venite, benedetti…», ma tutto è già deciso nella nostra vita; lo decidiamo quando vediamo un affamato, uno straniero, un malato, un povero (cf. Mt 25,31-46). Dall’atteggiamento che assumiamo ora e qui decidiamo se a noi saranno rivolte le parole: «Venite, benedetti…» (Mt 25,34), oppure: «Andate via, maledetti…» (Mt 25,41). Decidiamo se saremo nell’amore della comunione con Dio o fuori di quella comunione, cioè in una situazione di morte. È in ogni nostro oggi che Dio dice a ciascuno di noi: «Oggi io pongo davanti a te la vita e il bene, la morte e il male… Scegli dunque la vita!» (Dt 30,15.19).
    Al termine di queste tracce sulla vita eterna oso pensare al Giudizio universale di Michelangelo nella Cappella Sistina: i beati sono tutti in festa, spesso abbracciati tra di loro, nell’atto di baciarsi, guardando ognuno il volto dell’altro, in cui si vede il volto di Cristo. Ispirato da questa immagine, concludo citando uno stupendo canto liturgico previsto dalla liturgia ortodossa per la notte pasquale: «O danza mistica! O festa dello Spirito! O Pasqua divina che scende dal cielo sulla terra e dalla terra sale di nuovo al cielo! O festa nuova e universale, assemblea cosmica! Per tutti gioia, onore, cibo, delizia: per mezzo tuo sono state dissipate le tenebre della morte, la vita viene estesa a tutti, le porte dei cieli sono state spalancate. Dio si è mostrato uomo e l’uomo è stato fatto Dio. Entrate tutti nella gioia del Signore nostro; primi e secondi, ricevete la ricompensa; ricchi e poveri, danzate insieme; temperanti e spensierati, onorate questo giorno: abbiate o no digiunato, rallegratevi oggi! Nessuno pianga la sua miseria: il Regno è aperto a tutti!».

    (Fonte: Avvenire 2013)



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