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    Morire

    Filippo Gentiloni

    «La préméditation de la mort est préméditation de la liberté.
    Qui a appris à mourir, il a desappris à servir».

    (Montaigne)

    Per chi riflette su Dio la morte è uno dei nodi centrali, per non dire «il» nodo. È qui che trionfano tutti i discorsi «religiosi», è qui che falliscono tutti i tentativi «laici» di dare senso alla vita. A che cosa servono tutti i vostri progetti e i vostri sforzi – dicono le varie religioni – se non riuscite a spiegare l'unica grande realtà della vita che occorre spiegare, cioè la morte? Solo le classiche risposte religiose risolvono il problema della morte: lo risolvono in chiave, più o meno esplicita, di immortalità.
    Da sempre la morte è collegata con Dio. «È l'altra faccia di Dio», è stato detto. Dio dimora nei cimiteri quasi più che nelle chiese e ha a che fare con tombe, le apra o meno. A Dio si ricorre in punto di morte, purché se ne abbia tempo, anche se lo si è abbandonato in vita. Ogni istituzione ecclesiastica recupera con i malati e i moribondi tutte quelle posizioni che aveva perduto con i sani e i giovani: pochi, particolarmente forti o testardi, riescono a sfuggire a questo appuntamento finale con la religione, che proprio in questo momento spiega tutte le sue seduzioni e i suoi sorrisi. La funzione consolatoria, per il moribondo e per tutta la famiglia, diviene la funzione privilegiata di un Dio che nella storia non riesce a fare altro.
    Anche tutta la mia educazione religiosa era basata su un Dio che presiede alla morte e che ne rappresenta l'unica via d'uscita. Mi è molto difficile parlare della morte in termini diversi da quelli tradizionali: mi è difficilissimo accettare di non essere immortale. Eppure, qualche cosa sulla morte bisogna pur dirla, altrimenti – per lo meno nella nostra cultura – ogni discorso su Dio resta reticente.
    Una prima riflessione deve proprio partire dall'immortalità. La mia immortalità è stata per decenni la mia massima sicurezza-consolazione. Me lo diceva la ragione: come erano consolanti quei bei ragionamenti più o meno platonici sulla spiritualità e, quindi, l'immortalità della mia anima. Me lo confermava la fede: sembrava ovvio, anche se non lo era affatto, che la Bibbia non poteva che confermare le certezze di una presunta metafisica.
    Con molta fatica mi sono accorto dell'incertezza di tutto quello spiritualismo e di quanto l'immortalità fosse più greca che cristiana. Sentirsi fra gli immortali non era soltanto una dolce consolazione: era una delle forme più raffinate di egoismo e di spiritualismo. Forse la più raffinata, concessa, appunto, alle «anime belle» di una cultura prima aristocratica e poi borghese. Che delusione sapersi mortali! Mi crollava addosso tutto. Cominciavo a capire la differenza fra il discorso filosofico sull' immortalità e quello evangelico sulla risurrezione: una differenza enorme, a meno che – come spesso accade – risurrezione non diventi un nuovo nome per indicare una immortalità che, per così dire, subisce un piccolo rinvio. Cominciavo a capire che risurrezione, nel linguaggio evangelico, vuol dire vita, senza nessuna preferenza per un'altra seconda vita su questa prima che ci è dato di vivere. Vuol dire che l'idea di Dio non va collegata a funerali, tombe e cimiteri, ma a vita, cioè impegno, attività, progetto, senso, e se possibile gioia. Risurrezione non è immortalità rinviata.
    Mi sono anche reso conto che immortalità non è un discorso innocente, ingenuo: è uno dei principali strumenti di quel consenso popolare che la religione fornisce al potere. Gli immortali possono anche essere oppressi e sfruttati: avranno un giorno la loro ricompensa. Il loro giorno di rivincita verrà, ma domani. Oggi gli immortali non si ribellano. Lo sanno bene, da sempre, i padroni con i preti loro alleati. L'immortalità è politica.
    In questo senso, la cultura degli ultimi secoli del nostro Occidente – per semplicità chiamiamola cultura borghese – ha compiuto uno dei suoi capolavori politici, esasperando, da una parte, l'angoscia della morte, dall'altra facendo della morte un tabù da esorcizzare. Individualismo, egoismo, concorrenza, produttività: questi dogmi della cultura borghese hanno fatto della morte un assurdo, un non-senso, un momento orrendo da non vedere, di cui non parlare, a cui non pensare. Unica ottica possibile, allora, quella dell'immortalità: altrimenti l'assurdo. La cultura borghese ha pensato a tutto – nuova provvidenza – meno che alla vecchiaia e alla morte nella solitudine più assoluta. Sul cadavere, poi, lo sfruttamento capitalistico poteva tornare a erigere i suoi trofei, come sul lutto e sul dolore.
    Ormai è chiaro che la gente non è morta sempre così male. Molti studi storici, antropologici, etnologici, ecc. lo hanno dimostrato ampiamente: ottimi, per il nostro Occidente, quelli di Ariès. Nel Medioevo si moriva molto più serenamente: la stanza piena di gente, anche bambini; il moribondo consapevole della fine; un'atmosfera triste ma serena. Non che la morte possa mai essere stata un idillio (caso mai sono state le religioni a inventare una letteratura idilliaca sulla morte del santo), ma è chiaro che il modo di morire è un elemento fra i più importanti di un quadro culturale, muta con i luoghi e i tempi, può essere peggiorato o migliorato. Non è vero che con la morte non c'è proprio niente da fare, se non scegliere fra l'alternativa dell'immortalità e quella dell'assurdo.
    Strano che anche a sinistra non ci si sia accorti abbastanza dell'importanza politica di questa educazione politica alla «buona morte», come si diceva, ma in tutt'altro senso, nelle confraternite di una volta.
    La morte è un male, non c'è bisogno di dirlo. Va combattuta, come il terremoto, come il cancro, anche se combatterla non vuol dire eliminarla. Combatterla significa allontanarla per quanto possibile, significa avere cura di tutte le forme di assistenza sanitaria, significa combattere tutte le mille forme di morti inutili, stupide, evitabili di cui la società moderna e sviluppata è piena, non meno di quella primitiva e povera. Significa anche educare all'idea che, però, la morte è un male naturale: neppure la Bibbia esalta la vita al punto di farne un mito, un assoluto, un idolo. Questa esaltazione della vita non è propria della tradizione giudaico-cristiana: caso mai è propria di certe forme di paganesimo. Nei tempi recenti, sono stati i nazisti ad esaltare la Vita, mentre spingevano gli ebrei, gli zingari, gli omosessuali nei forni crematori. Il recente «Movimento per la Vita» non raccoglieva un'ispirazione propriamente cristiana.
    Educare alla «buona morte» significa soprattutto far capire che dobbiamo essere noi a dare un senso alla nostra morte – più tardi possibile – come alla nostra vita. Non un senso prestabilito, nella rigida alternativa fra immortalità ed assurdo: un senso da inventare, secondo le storie e le culture. Un senso che sarà sempre parziale, che non sarà mai totalmente consolatorio né risolutivo.
    Parlare della morte serenamente, senza angoscia, vuol dire parlare maggiormente di quell'enorme problema che è la vecchiaia, un tipico problema socio-politico che la cultura borghese ha rimosso (il vecchio non produce, impiccia, si deve allontanare dagli sguardi, come la morte a cui è collegato, affinché possa essere meglio «sacralizzato», come la morte: «sacro», infatti, vuol dire «separato»). Una cultura veramente nuova lo dovrà affrontare, in tutte le sue forme; non sarà veramente nuova se non una cultura che sappia affrontare il problema della vecchiaia, non la metafisica della morte.

    (Abramo contro Ulisse. Un itinerario alla ricerca di Dio, Claudiana 2003, pp. 101-104)



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