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    Cosa è politica? Introduzione



    (NPG 1991-3/4-23)


    Anche quando ci siamo messi a parlare di politica per la prima volta, il conflitto è avvenuto sul significato e l'ambito del termine «politica».
    Abbiamo sentito il bisogno di approfondire il significato e l'importanza di dilatare tutt'oggi l'orizzonte di ciò che è «politica». Le vicende stesse della democrazia vissuta in questi anni e il ricco bagaglio di esperienza e riflessione maturato ci hanno aiutato.
    Il termine può assumere una molteplicità di significati e di sfumature, a seconda che di esso se ne accentuino alcuni aspetti rispetto ad altri.
    La nostra scelta è stata quella di ricondurre il termine «politica» ad una accezione duplice, attorno alla quale si possono individuare i diversi nodi che oggi fanno problema e stanno alla base dei diversi tentativi di rifondazione e di riespressione.
    Il contributo di Giorgio Campanini è prezioso per l'orientamento che offre all'interno delle diverse accezioni di politica e per la messa a fuoco di alcuni problemi nodali quali: stato /società, potere/autorità, società democratica/società autoritaria, organizzazione e regole/ fini e valori.
    L'autore ci indica però la prospettiva entro cui collocarci per non restare prigionieri di una alternativa che impoverirebbe di contenuto la politica e svuoterebbe la riflessione e il discorso educativo.
    Nell'esplicitare le due visioni di politica in «senso forte» e politica in «senso debole», riconducibili a quello che per noi rappresentano i concetti di politica con la «P» maiuscola (quella che investe l'ambito del quotidiano dell'uomo e del suo impegno, del sociale, dei mondi vitali) e politica con la «p» minuscola (la prassi politica connessa al sistema istituzionale differenziato), l'autore sollecita, più che a scegliere unilateralmente, ad individuarne la priorità dell'una sull'altra, per stabilire, entro una corretta definizione, ciò che sta al centro e ciò che sta invece alla periferia della politica.
    Non si tratta dunque di affrontare una alternativa, ma di operare una ricomprensione del tutto a partire da un punto qualificante.
    Il primo nodo che viene affrontato è quello del nesso tra la sfera del politico e la coppia potere/autorità.
    Entrambi convergono sul risultato finale: la «capacità, da parte di alcuni soggetti sociali, di indurre altri soggetti a fare qualcosa».
    La loro differenziazione sta invece nelle vie e nei mezzi concreti attraverso i quali potere e autorità pervengono al medesimo risultato.
    La distinzione appare importante, come anche l'articolazione dei due poli in prospettiva dinamica: in uno stato democratico infatti il potere (quindi l'uso o la minaccia d'uso della forza) implica la propria progressiva autolimitazione e latenza in funzione di una accresciuta autorità (che prescinde del tutto dall'uso della forza).
    Viene tracciato perciò l'ideale politico di una società democratica e il discriminante tra modello di società democratica e modello di società autoritaria.
    All'interno di questa riflessione affiorano i nodi della resistenza attiva o passiva al potere e della sua legittimazione sociale.
    Il secondo grosso nodo affrontato nel contributo di Campanini è quello della politica come organizzazione della società e «sistema di regole» condiviso; un problema tipico della forma democratica.
    L'identificazione di politica come sistema di regole ha condotto all'accantonamento del problema della «verità»; oggetto del contendere è stato quello dell'organizzazione della società e la definizione dello «Stato di dirit to», una grande conquista della modernità.
    Di qui dunque la definizione irrinunciabile di politica in senso «debole» e del recupero della politica in senso «forte».
    Necessarie e riformulabili le regole democratiche per l'organizzazione della società, ma «in vista di che cosa»? Non è accettabile la riduzione di politica a sistema di regole.
    Essa non può essere definita senza un riferimento ai fini e al connesso problema dei valori, per chiunque si collochi oltre ogni posizione nichilista.
    Istruiti e immunizzati dall'esperienza storica che ci attesta l'uso malaccorto e ideologico dei valori e dei fini, vogliamo oggi ricuperare l'attenzione per la rielaborazione di un sistema di valori, nel momento in cui movimenti civili e la base sociale riafferma in termini anche nuovi il discorso sulla «qualità» della vita e sulla «buona società».
    Alcune aree di valori vengono richiamate: quella che riguarda il rapporto tra società civile e stato, le aree del «pubblico» e del «privato»; quella della giustizia articolata in una visione dinamica di uguaglianza; quella della solidarietà.
    Con la crisi delle ideologie e l'esito del processo di occidentalizzazione dell'Est europeo, può sembrare che l'ordine sociale e la prosperità materiale possano essere meglio assicurati abbandonando i discorsi astratti dei valori e concentrandosi sulla migliore organizzazione.
    Riproporre il problema dei fini può sembrare di compromettere il consenso attorno alle regole del gioco.
    Eppure le grandi domande della politica restano, e ad esse le nuove generazioni sembrano cercare risposta.
    Questa è una sfida da assumere consapevolmente, se non vogliamo che i giovani abbandonino a se stessa questa democrazia.



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