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    Un nome
    1 gennaio 2026
    fratel Salvatore

     

    21Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall'angelo prima che fosse concepito nel grembo.
    Dal Vangelo secondo Luca - Lc 2,21 


    Con poche parole l’evangelista Luca ricorda la circoncisione di Gesù al compimento degli otto giorni prescritti dalla Legge e l’imposizione del nome; due gesti che marcano la sua appartenenza al popolo dell’alleanza e l’inserimento nel contesto delle relazioni sociali.
    Ricevere un nome è un’esperienza “originale”, iniziale nella vita di una persona. Con il nome riceviamo la prima protezione e la prima cura. È un dono, una vocazione, un appello. Nel corso della vita cercheremo, più o meno consapevolmente, di incarnare quel nome che esprime per sempre la nostra identità: “La mia maturità, il mio essere al mondo oggi non è altro che una forma di risposta. Poiché ricevo e mi chiamano per nome, parlo; poiché mi sento nominato e guardato, rispondo” (J. M. Esquirol).
    Così è stato per Gesù. Anch’egli riceve un nome, il suo Nome, il nome che l’angelo aveva consegnato a Maria: “Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù” (Lc 1,31). E, come altre volte nella Scrittura, un nome affidato da un angelo racchiude nel suo significato un compito particolare, un’attesa che si incarna nel bambino ancora prima della sua nascita. Solo Dio può scegliere il nome appropriato.
    Il nome “Gesù” significa “Il Signore salva”. Dio è per noi grazia e salvezza! In quel nome è racchiuso tutto il sogno di Dio, il suo sì all’umanità di tutti i tempi: “Si è manifestata la bontà di Dio, il suo amore per gli uomini; egli ci salva non per opere giuste da noi compiute ma per la sua grande misericordia” (Tt 3,4-5). In Gesù l’infinita distanza di Dio diviene salvezza dentro la trama quotidiana delle nostre fatiche e delle nostre attese. Egli ci annuncia il volto di un Dio misericordioso, che si fa vicino agli emarginati e a chi soffre.
    Nel suo nome è racchiusa “la grazia di Dio che porta la salvezza a tutti gli uomini” (Tt 2,11). “Per tutti”. Non ci sono categorie di merito. Non occorre essere giusti e santi: Dio è per noi, perduti e lontani. E saranno proprio alcuni “lontani” le uniche persone, oltre ai demoni, che nei vangeli si rivolgono a Gesù chiamandolo per nome: i lebbrosi, un cieco nato e il malfattore, crocifisso accanto a lui sul Golgota. Unica condizione richiesta per entrare in questa comunione con il Signore è riconoscersi debitori della sua misericordia.
    Il nome nella mentalità biblica esprime l’identità di una persona. In Gesù il nome di Dio si fa carne, l’Emmanuele, Dio-con-noi. Possiamo così vivere in relazione a lui. Sì, perché chiamare per nome una persona significa che essa esiste per me e io per lei, la riconosciamo e da essa siamo considerati: è il fondamento della comunione.
    Il nostro mondo, il nostro tempo, il nuovo anno che inizia sono benedetti in quanto abitati dal Cristo che è la benedizione di Dio: “Tutte le promesse di Dio in lui sono sì” (2Cor 1,20). Benedetti e custoditi dal Signore, siamo chiamati a divenire a nostra volta benedizione per gli altri con parole, gesti, atteggiamenti di bontà e di pace.



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