NPG 2026
    QuartinoNPG2025


    Alzati e vai
    Proposta pastorale 2025-26


    Il numero di NPG
    maggio-giugno 2026
    600 NPG COVER MARZO APRILE 2026


    Il numero di NPG
    marzo-aprile 2026
    600 NPG COVER MARZO APRILE 2026


    Newsletter
    maggio-giugno 2026
    NL 3 2026


    Newsletter
    marzo-aprile 2026
    NL 2 2026


    P. Pino Puglisi
    e NPG
    PPP e NPG


    Post it


    Le ANNATE di NPG 


    I DOSSIER di NPG 


    Le RUBRICHE di NPG 


    Gli AUTORI di NPG


    Gli EDITORIALI di NPG 


    VOCI TEMATICHE 


    I LIBRI di NPG 

     


    IN VETRINA


    Etty Hillesum
    Una spiritualità per i giovani 


    Semi di spiritualità


    Animazione, animatori


    Sussidi, Materiali, Esperienze


    Recensioni e Segnalazioni


    Letti & apprezzati


    Un giorno di maggio 
    La canzone del sito
    Margherita Pirri 


    WEB TV





    Note di pastorale giovanile
    via Giacomo Costamagna 6
    00181 Roma

    Telefono: 06 4940442

    Email


     

    Lavoro chiama famiglia

    Famiglia chiama lavoro

    Lorenzo Caselli

    1. La tematica della famiglia in rapporto al lavoro rappresenta oggi un crocevia ricco di contraddizioni ma anche di grandi potenzialità. I cortocircuiti tra Stato e mercato, tra pubblico e privato, la difficile emersione e il consolidamento a rete dei mondi vitali impattano sulle famiglie e su di esse scaricano - in maniera diseguale - i costi di situazioni irrazionali e ingiuste. Nel contempo però alle famiglie si guarda con crescente attenzione per verificare se, attraverso di esse, non si apra la strada per qualcosa di nuovo e di diverso.
    In altri termini, attraverso la chiave interpretativa della famiglia (soggettività complessa e relazionale) è forse possibile una lettura non riduttiva di molti cambiamenti in atto nei sistemi sociali ed economici; del pari ci si chiede se a partire dalla famiglia non possano essere sperimentate forme di convivenza civile e di organizzazione, anche produttiva, più valide ed efficaci. Parole come equità, benessere, qualità della vita, solidarietà, partecipazione, cittadinanza se declinate a prescindere dalle famiglie, rischiano di esaurirsi in mere affermazioni di principio.
    In tale ottica la difficile conciliazione tra le esigenze di vita e di espressione della famiglia da un lato e gli imperativi (o presunti tali) dell'economia e delle imprese dall'altro costituiscono un passaggio ineludibile, anche se non esaustivo. Il lavoro che manca, che cresce, che cambia si pone oggi come fondamentale terreno di confronto. Il lavoro è e resterà ancora per lungo tempo una dimensione fondamentale della vita degli individui e delle famiglie, una condizione - anche se non sufficiente - per essere a pieno titolo persone in grado di realizzare un proprio progetto di vita. Con altre parole la tematica del lavoro chiede di essere assunta sia con riferimento alla famiglia nel suo insieme sia con riferimento alle soggettività che - nella loro relazionalità coniugale e genitoriale - la costituiscono.
    La difficile conciliazione tra famiglia e lavoro assume valenze leggibili in termini di quantità, qualità, organizzazione, senso. Da tali valenze, tra loro strettamente connesse, emergono al presente deficit preoccupanti.
    Valenze e deficit quantitativi Per molte famiglie il lavoro è troppo poco e incerto per condurre un'esistenza dignitosa. Ciò fa diminuire l'integrazione sociale nel mentre si sviluppano fenomeni di frantumazione e isolamento. Le risultanze delle indagini sulla povertà delle famiglie italiane sono note: in molti casi il lavoro del solo capofamiglia non è sufficiente se vi sono figli minori che vanno a scuola, se vi è il mutuo della casa da pagare e magari occorre assistere i genitori anziani.
    Per converso non possiamo ignorare le situazioni di segno contrario. Primo, secondo e, talvolta, terzo lavoro si traducono in processi di autosfruttamento ove la spirale lavoro-consumo fine a se stessa depotenzia la famiglia e la priva dei valori più autentici e fondativi dello stare insieme.
    Valenze e deficit qualitativi. Non basta un lavoro purchessia, occorre un lavoro decente capace da un lato di valorizzare le risorse e le potenzialità di ciascuno (le differenze di genere restano ancora massicce) e dall'altro fornire le condizioni per costruire un affidabile progetto di vita familiare. Flessibilità è oggi una parola di moda, carica però di ambiguità specie se essa viene intesa a senso unico ovvero funzionale alle sole esigenze dell'impresa e non anche delle persone che lavorano. In non pochi casi dietro la flessibilità stanno forme di vera e propria precarietà: rapporti di lavoro a termine senza sapere cosa succederà dopo; part-time non scelto ma subìto senza possibilità di arricchimento professionale, ecc. La flessibilità, l'atipicità sono sovente fonte di nuovi disagi, generano stress, ipercompetizione, deregolamentazione. Le giovani coppie procrastinano la formazione della famiglia e poi la nascita dei figli.
    Valenze e deficit di organizzazione (specie temporale). I ritmi della produzione prevalgono sulle esigenze della vita personale e familiare nel mentre i tempi della città; delle istituzioni, dei servizi raramente esercitano una funzione di armonizzazione, al contrarlo accentuano separatezze e contrapposizioni. La riduzione del tempo tecnicamente necessario per produrre beni e servizi non libera tempo per l'educazione, la cura, le relazioni familiari e sociali. L'incertezza e la precarietà spingono a lavorare di più per fronteggiare il rischio di un domani che potrebbe essere senza lavoro. Del pari l'ansia per la carriera, la fedeltà all'azienda, che si esprime nel prolungare la permanenza in ufficio, rendono progressivamente il genitore (il padre di solito) estraneo alla famiglia, alla vita dei figli. Nasce una circolarità viziosa: la lontananza del genitore crea tensione, problemi; per non affrontarli si prolunga ulteriormente l'assenza dalla famiglia. Gli effetti devastanti sono di piena evidenza.
    Valenze e deficit di senso del lavoro. Sono strettamente connessi ai punti precedenti. Le carenze in termini di quantità, qualità, organizzazione impattano pesantemente sul significato che il lavoro viene ad assumere nella vita della famiglia. Lungi dall'essere una forza liberante, di socializzazione, di integrazione verso l'interno e di apertura all'esterno, di scoperta di altre dimensioni, il lavoro finisce «per essere troppo incombente e invadente, per succhiare la vita ed affannare l'anima» (Manghi, 2000). Anche la funzione educativa del lavoro viene meno specie nel rapporto genitori-figli. Questi ultimi finiscono per vivere in contesti di iperprotezione, che ritardano l'impatto con la vita e con l'assunzione di responsabilità verso il proprio futuro.
    E da questo stato di cose, sommariamente enunciate, che occorre ripartire per riscoprire il senso complessivo del lavorare e del vivere. La famiglia non è soltanto il luogo degli affetti, della protezione, della difesa rispetto all'esterno. Può avere viceversa un ruolo attivo, culturale e politico.
    Il lavoro fornisce alle famiglie le condizioni necessarie, anche se non sufficienti, per una buona vita; può diventare momento di un cammino dotato di significati più ampi e più ricchi, finalizzato a una realizzazione antropologica nella quale coesistono dimensioni economiche, culturali e spirituali. Ma proprio per questo la famiglia, a sua volta, conferisce al lavoro la possibilità diumanizzazione e di trascendimento etico. In questa ottica dialogica il lavoro diventa perno di una convivenza significante tra persone che operano per accrescere le risorse disponibili secondo modalità di partecipazione (a partire da quella tra marito e moglie, genitori e figli), reciprocità e anche gratuità. Qualità di vita delle famiglie e qualità di vita del lavoro sono intimamente connesse. La soggettività della società costituisce l'indispensabile collante, il passaggio obbligato per costruire un reticolo di solidarietà capace di legare famiglie e comunità rafforzando l'intero tessuto sociale.
    Diventa pertanto preminente – come sottolinea la Centesimus Annus – creare le condizioni affinché questa soggettività possa pienamente esplicarsi nel vivere civile, nella produzione, nel consumo, sul mercato stesso fornendo ad esso quelle coordinate morali e culturali di cui la mera razionalità economica si rivela totalmente incapace.

    2. Come affrontare concretamente il problema della conciliazione tra famiglia e lavoro' O meglio come non affrontarlo? La risposta non è difficile: lasciando che le singole
    famiglie si arrangino, il che vuol dire che nella quasi totalità dei casi il problema viene scaricato sulla donna, moglie, madre con bimbi nei primi anni di vita, figlia di genitori anziani, e nel contempo impegnata nel lavoro, per un mix di ragioni che vanno dalle necessità contingenti alla ricerca dell'indipendenza economica di fronte al futuro, alle esigenze di socializzazione, di piena realizzazione di sé. Motivazioni queste ultime largamente presenti nelle giovani donne che chiedono di entrare nel mercato del lavoro, mettendo in linea di conto di procrastinare il matrimonio, di ritardare poi la nascita del primo figlio e di rinunciare al secondo.
    La conciliazione tra famiglia e lavoro è assicurata dalla donna che sostiene così costi crescenti tanto sull'uno quanto sull'altro fronte. Un lavoro professionale che si complessifica, che diventa più esigente, pesante o stressante.
    Un lavoro di cura che vede progressivamente aumentare le attività da svolgere, i rapporti da tenere con altri soggetti che concorrono a fornire i servizi primari di cui l'unità familiare necessita. Ne consegue che la donna finisce con il rinunciare a dimensioni e tempi propri. Non a caso la ricerca "Vivere il lavoro oggi nella Diocesi di Milano" parla di donne sempre più "acrobate" che mediamente, tra casa e ufficio, lavorano undici ore al giorno, che nella stessa giornata devono in realtà effettuare due giornate di lavoro.
    Costi crescenti, dunque, che per la donna possono assumere manifestazioni molteplici. Quella di dover progressivamente rinunciare a un lavoro impegnativo, gratificante e valorizzante, con lo spostamento su posizioni residuali, marginali, sottopagate e discriminate, con un livello di protezioni ridotte. È il caso delle forme dequalificate di lavoro part-time, accettate in quanto rappresentano l'unica possibilità di impiego; è il caso del ritorno al lavoro dopo avervi rinunciato per la nascita dei figli, ritorno che –quando si verifica – significa dover ripartire da zero se non addirittura da posizione ancora più svantaggiata. Quella di vivere la famiglia in maniera stressata, con il condizionamento psicologico dei figli piccoli "sequestrati in casa" e degli anziani lasciati soli nella ricerca affannosa di tamponare le situazioni con interventi raccogliticci e onerosi. Il trade-off tra più tempo per i figli e più tempo per realizzarsi nella professione si presenta solo per la donna. E allora può succedere che sia forte il desiderio di lasciare tutto, ma con lo stipendio del marito come si fa ad andare avanti: a preoccupazione si aggiungerebbe preoccupazione.
    I costi di questo stato di cose sono pesanti anche a livello familiare e sociale. Il sovraccarico delle donne brucia opportunità per una vita familiare ricca di significato, priva la società di risorse e potenzialità essenziali per la sua crescita equilibrata. Orbene a quali fattori determinanti ascrivere tutto ciò? Possiamo per lo meno far riferimento a tre situazioni:
    - la prima riguarda le impostazioni correnti sul mercato del lavoro e nelle imprese per cui il modello di lavoro femminile è quello dì un lavoro ritenuto costoso, rischioso, poco affidabile;
    - la seconda si collega a visioni di politica sociale scarsamente attente alle esigenze delle famiglie specie con figli piccoli. Pochi interventi finanziari di sostegno; poche opportunità di conciliazione tra responsabilità e partecipazione attiva al mercato del lavoro; pochi servizi reali per la prima infanzia congiuntamente a una organizzazione che dà per scontata la presenza a casa di una madre a tempo pieno;
    - la terza concerne la sperequata divisione del lavoro familiare tra uomini e donne (la doppia presenza vale soltanto per queste ultime. Ricerche recenti evidenziano che al lavoro di cura l'uomo dedica giornalmente poco più di quindici minuti).
    A quanto sopra si può aggiungere l'apporto negativo delle visioni semplificate dei problemi sul tappeto, delle banalizzazioni ricorrenti, degli acritici stereotipi. Se la famiglia funziona male è perché la donna è impegnata nel lavoro extra-domestico, se la donna sul posto di lavoro non rende come dovrebbe è perché pensa alla famiglia. La conclusione di siffatto argomentare è facilmente intuibile, ma impossibile. Il lavoro delle donne, in particolare delle madri, richiede di essere considerato come un fatto normale, positivo, da sostenere e valorizzare per il bene di tutti.
    Occorre dunque riflettere sulle condizioni necessarie affinché la conciliazione da gioco a somma zero (o peggio negativa e la negatività – l'abbiamo visto – grava sulle donne) possa diventare un gioco a somma positiva. Certamente occorre riconsiderare il senso del lavoro in rapporto alle famiglie e viceversa nell'ambito di una relazionalità solidale tra uomo e donna e anche tra genitore e figlio. Certamente occorre l'impostazione di una politica mirata per favorire e incentivare la conciliazione stessa.
    A conclusione di questo punto vorrei richiamare brevemente alcuni criteri generali cui tale politica, insieme alle altre politiche per la famiglia, dovrebbe ispirarsi.
    1° criterio: normalità. Le famiglie forniscono al Paese "beni pubblici" fondamentali per la sua crescita e la sua coesione sociale. Vanno sostenute e promosse in quanto tali.
    2° criterio.. ricomposizione. Esiste una molteplicità di ambiti di competenze non comunicanti tra di loro. Si impone oggi una ritaratura negli approcci e negli strumenti.
    3° criterio.. equità e solidarietà. Il criterio non può non applicarsi a tutte le risorse che concorrono a formare la qualità della vita familiare: istruzione, lavoro, reddito, disponibilità e accesso ai servizi, condizioni abitative, urbane e ambientali, ecc. È necessario garantire alle famiglie pari opportunità di partenza, aiutandole a crescere e a realizzarsi.
    4° criterio. promozionalità e anticipo. Le politiche familiari non possono limitarsi ad indennizzare le situazioni di disagio e sofferenza, occorre viceversa giocare di anticipo, intervenendo sulle cause e sui nodi strutturali dell'economia e della società.
    5° criterio: reciprocità, compatibilità, complementarietà. Il discorso si pone a livello micro e a livello macro e riguarda l'impostazione dei rapporti tra padre e madre, marito e moglie, tra le generazioni, tra la presenza in famiglia e la presenza sul mercato, tra la cura e il lavoro con tutte le implicazioni che ne discendono sul piano dell'impegno delle risorse di reddito, di tempo, di organizzazione.
    6° criterio: interdipendenza. È indispensabile rompere l'isolamento e l'atomizzazione delle famiglie. Le politiche devono favorire e incentivare le "reti" che a partire dalle famiglie si creano tra pubblico, privato e privato-sociale.
    7° criterio: decentramento e partecipazione. I problemi e le prospettive della famiglia non possono essere affrontati esclusivamente con politiche macro, centralistiche, magari soltanto congiunturali e facenti leva su poche variabili strumentali. Occorre viceversa calarsi sul territorio laddove sorgono i problemi e possono prospettarsi ipotesi di soluzione.
    8° criterio: sussidiarietà e "condizioni per" È strettamente legato ai precedenti e assume un valore riepilogativo. Nei confronti della famiglia si deve operare con politiche di supporto, integrazione e non di sostituzione o di colonizzazione tanto da parte del mercato quanto dello Stato. Occorre invece, preliminarmente, creare le condizioni per consentire alle famiglie di esplicare pienamente il proprio ruolo costitutivo e fondativo sui terreni dell'economia e dell'organizzazione sociale. Sotto questo profilo le famiglie non sono semplici destinatarie di politiche specialistiche e settoriali (peraltro indispensabili). Esse rappresentano, innanzitutto e soprattutto, il referente primo nonché il parametro di efficacia delle politiche economiche e sociali, assunte nella loro globalità.

    3. Mentalità, culture nuove e diverse. Conseguentemente strutture, organizzazione, politiche, comportamenti ripensati. Ricerca e progettazione di interdipendenze significative e significanti tra qualità della vita nella famiglia, nei luoghi della produzione e dell'economia nel contesto sociale. Non si tratta di semplici auspici o peggio di velleitarie fughe in avanti.
    Non sono pochi i segnali, anche se contraddittori, che ci dicono che sono possibili grandi cambiamenti. La società, nelle sue diverse articolazioni e dimensioni, cerca la famiglia. Vale anche il reciproco: la famiglia cerca la società. A interessi comuni, sostegni vicendevoli. È aperto un grande cantiere, fatto di decisioni da prendere, orientamenti da definire, risorse da stanziare.
    Dunque nuovi segnali, nuove consapevolezze, alcuni dati di fatto che si impongono con piena evidenza. Partiamo innanzitutto da questi ultimi.
    Le donne lavorano e intendono lavorare di più (e meglio). La partecipazione femminile al mercato del lavoro è aumentata in tutti i Paesi europei e nel contempo si registra il passaggio da una tipologia di presenza lavorativa largamente condizionata dai vincoli familiari ad una tipologia di presenza tendenzialmente continua, svincolata dal ciclo di vita della famiglia. I due terzi dei nuovi posti di lavoro creati in Europa tra il 1995 e il 2000 sono stati occupati dalle donne con una concentrazione nel settore dei servizi e dell'istruzione. L'Unione europea, recependo questa tendenza di fondo, pone tra le sue priorità la crescita del tasso di occupazione femminile. L'obiettivo è quello di passare dal 53% di oggi al 60% del 2010. Per quanto riguarda il nostro Paese, anche se i progressi realizzati in questi anni sono stati notevoli, il tasso di occupazione femminile è attualmente un po' meno del 40%. Gli sforzi da compiere sono pertanto notevoli.
    Un secondo dato di fatto. Le donne non solo tendono a lavorare di più ma lo fanno con un bagaglio di conoscenze, competenze, abilità, con uno "stock di capitale umano" superiore a quello degli uomini, come molte ricerche mettono chiaramente inevidenza. Una comprova è rappresentata dagli elevati livelli di scolarizzazione raggiunti dalle donne e in particolare dalle giovani donne, che hanno superato, in questo campo, i loro colleghi maschi.
    Il terzo dato di fatto è rappresentato dalla consapevolezza, ormai largamente diffusa, che, così stando le cose, le diseguaglianze tra uomini e donne che ancora sussistono nell'ambito dei lavori e delle professioni sono del tutto inaccettabili. Le donne risultano più esposte al rischio della disoccupazione, della precarietà del posto di lavoro, con maggiore difficoltà riescono a valorizzare le proprie competenze, fanno meno carriera, sono oggetto di segregazione professionale. E le diseguaglianze continuano poi nell'ambito dell'impegno familiare. Tutto ciò richiede di essere affrontato e avviato a soluzione.
    I dati di fatto sopra richiamati, e in particolare l'ultimo, si inseriscono in un contesto che sembra progressivamente maturare nuovi valori, nuovi convincimenti, nuove sensibilità sul ruolo della famiglia in rapporto al lavoro e allo sviluppo. Pochi cenni al riguardo.
    Nella risoluzione del Consiglio dei ministri del lavoro e degli affari sociali dell'UE (23 giugno 2000) si legge che «la maternità, la paternità come pure i diritti dei figli piccoli sono valori sociali che devono essere salvaguardati dalla società, dagli Stati membri, dalla Comunità europea». Scrive un imprenditore francese in un saggio uscito qualche mese fa: «La fecondità e la scolarità sono essenziali per la salute dell'economia e dell'impresa. L'impresa non può svilupparsi in una società in crisi demografica». Con altre parole potremmo dire che la famiglia è un soggetto politico e sociale che produce un bene prezioso: i figli. L'esperienza insegna che i periodi di stagnazione e involuzione demografica coincidono con periodi di declino economico e sociale. Orbene in Europa, ma soprattutto in Italia, i figli sono troppo pochi rispetto a quello che sarebbe necessario. Occorre creare le condizioni favorevoli per la loro accoglienza, occorre far sorgere e sostenere una responsabilità collettiva nei confronti della natalità. Nel contempo si rivela essenziale una politica per i giovani, per la loro crescita individuale e sociale, per l'assunzione delle loro responsabilità sul fronte del lavoro, della famiglia, dell'impegno sociale.
    Se la famiglia, la maternità, la paternità sono "valori sociali eminenti", essenziali per lo sviluppo di tutta la comunità, ne consegue che le attività di cura non sono un fatto meramente privatistico ma costituiscono una ricchezza per l'intero Paese. Non si pongono a valle né delle convenienze di mercato acriticamente assunte né di sovraordinate regolamentazioni burocratiche. Al contrario devono poter interagire con le diverse dimensioni del vivere civile in vista di una società e di una economia più equilibrate che non possono espropriare gli spazi per tali attività di cura. «Lo sviluppo umano è alimentato non solo dalla crescita della scolarizzazione, dalla salute, dalla distribuzione del potere, ma anche dalla cura. Il ruolo della cura nella formazione delle facoltà umane e nello sviluppo umano è fondamentale... Il lavoro di cura produce beni sociali, crea capitale umano e sociale" (UNDP - Rapporto sullo sviluppo umano, 1999).
    La costruzione di una società equilibrata, ove la produzione del reddito non viene separata dalla produzione di senso e ove la sfera mercantile interagisce con quella della reciprocità e della gratuità, passa necessariamente - e questa è un'ulteriore acquisizione di consapevolezza - attraverso una profonda riconsiderazione dei ruoli - finora largamente separati e distinti - assolti dalle donne e dagli uomini nei diversi ambiti del lavorare e del vivere. La donna, con le sue specificità, entra a pieno titolo nel mondo della produzione concorrendo al suo cambiamento; l'uomo riscopre il suo posto e il suo tempo nella sfera domestica e parentale fornendo apporti indispensabili finora mancati, trovando terreni nuovi di condivisione. Scatta qui la possibilità di un patto di solidarietà tra i sessi nel lavoro, nella famiglia, nella società. La ricomposizione o meglio la riconciliazione di dimensioni finora separate consente la valorizzazione delle specificità, lo scambio di cose diverse, il comune apprendimento. Il tutto in un'ottica di complementarietà, reciprocità o - per dirla con Ardigò - di reversibilità significante.
    I mutamenti nel contesto economico e produttivo aprono inedite possibilità di sperimentazione. Le acquisizioni di consapevolezze di cui abbiamo dianzi parlato possono trovare interessanti e stimolanti terreni di verifica. Anche qui pochi rapidi cenni.
    I processi di trasformazione post-fordista tendono a caratterizzarsi per la progressiva caduta di molti determinismi tecnologici ed organizzativi. Più gradì di libertà sono possibili per muoversi in contesti complessi e multidimensionali. La diminuzione di vincoli e rigidità comporta come conseguenza un'accresciuta rilevanza delle dimensioni soggettive. Si ampliano pertanto gli spazi colmabili da protagonismi differenziati e interrelati. Le risorse umane, anche nella loro sessualità, si rivelano in molti casi strategiche. Di esse si rende necessario il coinvolgimento e la partecipazione attraverso la valorizzazione delle loro specificità, tenendo altresì conto delle loro esigenze.
    Il lavoro si modifica nelle forme, nei contenuti, nelle modalità di esplicazione. Può incorporare conoscenza, creatività e soprattutto capacità relazionali. Il lavoro, allontanandosi dall'archetipo fordista tende a configurarsi come percorso individuale e collettivo, il cui esito è dato dalla qualità della persona, dal suo radicamento nella famiglia, dalla rete di condizioni e di opportunità per la valorizzazione della persona stessa. Nel contempo il concetto di lavoro registra una dilatazione semantica fino a comprendere attività nel passato non riconosciute o legittimate: i lavori di cura alla persona, il gratuito, il volontario, ecc.
    Le nuove tecnologie elettroniche-informatiche (le ICT) connotano e sostanziano i processi dianzi richiamati e allargano il ventaglio delle opportunità. Passano attraverso la produzione e il consumo; riguardano prodotti, servizi, organizzazione; fanno saltare i vincoli e i condizionamenti di tempo e di spazio; avvicinano la casa e il lavoro; consentono l'accesso interattivo alle informazioni; favoriscono il decentramento e la condivisione; aumentano l'efficacia del lavoro di produzione e di cura; liberano il tempo da compiti faticosi e ripetitivi e permettono di reinvestirlo in operazioni più ricche di significato.
    Il superamento dell'unidimensionalità fordista favorisce l'interazione tra tempo di lavoro e tempi di vita personali e familiari. Le donne da sempre hanno rivendicato la loro identità plurale. Questo diventa oggi un valore per tutti e fondamento di una vita buona.
    Dall'esperienza faticosa e sofferta delle donne, specie nel nostro Paese, deriva oggi un messaggio fondamentale che va colto in tutta la sua portata. Intendiamo riferirci alla volontà di conciliare il ruolo di moglie e di madre con la valorizzazione piena dei propri talenti nel più ampio contesto del lavoro extradomestico e anche dell'impegno civile. Tutto ciò segnaletico di una grande possibilità: quella di riavvicinare il lavoro e la domus, l'attività professionale e l'attenzione al bisogno dell'altro, le dimensioni strumentali e quelle espressivo-comunitarie (Rossi Malerba, 1993). Con altre parole attraverso l'esperienza e la cultura della donna è possibile una reinterpretazione del lavoro in rapporto alla famiglia e alla società. Ci si rende conto che tematiche e valori ritenuti "femminili" diventano strategici per tutti. Il mondo del lavoro richiede umanizzazione, ricomposizione di aspetti e dimensioni per lungo tempo separati, attenzione alle attese della gente e dell'ambiente, sintonia con i valori della vita privata e sociale.

    4. La linea di ragionamento seguita in tema di conciliazione tra famiglia e lavoro ha preso l'avvio dalla constatazione di quattro deficit: a livello di quantità, di qualità, di organizzazione specie temporale, di significato e senso complessivo. 1-la poi evidenziato come il peso di questi deficit si scarichi in larga misura sulla donna, moglie, madre, figlia di genitori anziani e nel contempo lavoratrice, per far discendere da questo stato di cose alcuni interrogativi in tema di organizzazione del lavoro, corresponsabilizzazione maschile nelle attività di cura, dotazione di servizi reali alla persona e alla famiglia. L'esistenza infine di taluni segnali di cambiamento, l'acquisizione di nuove consapevolezze in tema di famiglia e lavoro ci dicono che i tempi sono maturi per affrontare i problemi sul tappeto con coraggio e determinazione.
    Alcuni pronunciamenti dell'Unione Europea possono essere uno stimolo molto importante in questa direzione. Richiamo ancora la risoluzione del Consiglio dei Ministri del lavoro e degli affari sociali (giugno 2000) laddove esplicita alcuni criteri guida così sintetizzabili:
    - riconoscimento dell'importanza del lavoro di cura e delle attività familiari tanto per le madri quanto per i padri;
    - riconoscimento dell'importanza dell'accesso all'impiego degli uomini e delle donne favorendo e incentivando la partecipazione della donna al mercato del lavoro e degli uomini alle attività familiari specie nei confronti dei figli piccoli;
    - aumento complessivo per la famiglia del montante delle ore remunerate;
    - riduzione dell'orario di lavoro di cui dovrebbero usufruire in modo particolare gli uomini;
    - sviluppo dei servizi alla famiglia per l'accoglienza dei figli e l'assistenza degli anziani;
    - riarticolazione generale dei tempi di lavoro, amministrativi, familiari e personali;
    - reimpostazione su una base di uguaglianza dei rapporti tra i due sessi come condizione indispensabile per la "conciliazione" della vita professionale e della vita familiare.
    L'elencazione sopra riportata non sarà esaustiva, i princìpi ispiratori (l'impronta è nordeuropea) non saranno del tutto soddisfacenti, purtuttavia le affermazioni contenute nella risoluzione possono essere di grande aiuto per un Paese come il nostro i cui ritardi, in tema di politiche familiari, sono notevoli specie laddove si tratta di garantire e favorire la doppia presenza per uomini e donne tanto sul fronte del lavoro quanto sul fronte della famiglia trovando nelle connessioni tra i due ambiti l'elemento determinante di una buona qualità della vita, di una buona società in cui vivere senza separatezza di luoghi, di età, di sesso, di possibilità di sviluppare le proprie capacità personali e familiari.
    Nei limiti di questa breve relazione non è possibile scendere nel merito e nel dettaglio delle misure e degli interventi attraverso i quali promuovere la conciliazione tra famiglia e lavoro. Dirò soltanto che tali misure e interventi non possono essere episodici e frammentari ma svilupparsi per processi (seguendo o anticipando i cicli di vita della famiglia) ed essere strutturati a sistemi, chiari nei soggetti, nei luoghi, nei tempi, nelle modalità di accesso e di fruizione. Oggi esistono politiche (più o meno efficaci) per giovani, anziani, donne, ecc. Esiste una molteplicità di ambiti di competenza non sempre comunicanti tra di loro. E necessaria – come già osservato – una ritaratura complessiva. La famiglia è il luogo ideale per ricomporre il discorso superando le frammentazioni.
    Quindi processi e sistemi né evanescenti né incombenti o opprimenti, ma in grado di favorire il protagonismo delle famiglie quali soggetti compartecipi e dialoganti. Il protagonismo delle famiglie esistenti, ma anche quello delle famiglie da formare (penso ai progetti di vita delle giovani coppie) o da ricomporre (penso al ricongiungimento delle famiglie degli immigrati cui dovremmo guardare con maggiore generosità anche perché gli immigrati saranno sempre più coinvolti nelle attività di cura alle famiglie).
    In armonia con quanto sopra, riteniamo utile proporre a conclusione delle nostre riflessioni una possibile griglia riepilogativa alla quale ricondurre le diverse misure e interventi in tema di conciliazione tra famiglia e lavoro.
    L'articolazione della griglia è la seguente:

    a) politiche, misure, interventi che vengono incontro alle domande, alle esigenze delle famiglie in rapporto al lavoro, garantendo quella che abbiamo chiamato doppia presenza. Possiamo ricomprendere in quest'ambito, in prima battuta, le diverse tipologie di erogazioni finanziarie dirette o indirette (deduzioni fiscali) finalizzate a compensare e indennizzare situazioni di disagio connesse a livelli insufficienti di reddito, precarietà delle posizioni lavorative, ecc., oppure a contribuire al finanziamento di spese specifiche connesse all'accoglienza dei figli, all'assistenza degli anziani, ecc. In secondo luogo facciamo riferimento alle misure legislative e contrattuali mirate a favorire la presenza di uomo e donna tanto nell'ambito lavorativo quanto nell'ambito delle attività familiari: dall'armonizzazione e flessibilità degli orari specie in determinati momenti della vita familiare, ai congedi parentali estesi nel tempo, sequenziali ma non alternativi tra madre e padre, alla possibilità di scegliere tra diverse modalità di impiego (part time, jobsharing, ecc.). Il tutto senza penalizzazioni eccessive sul fronte dello sviluppo professionale e di carriera, ma al contrario rivalutando a questo fine (attraverso un sistema di crediti) l'impegno esplicito nella attività di cura. In terzo luogo facciamo riferimento alla disponibilità di servizi reali, distribuiti sul territorio, cui le famiglie possono accedere per talune funzioni connesse all'attività di cura (asili nido, assistenza alle persone anziane e in difficoltà, lavori domestici, ecc.). In quarto luogo consideriamo tutte le opportunità che le famiglie trovano per dar vita a forme di autorganizzazione, di mutuo aiuto, di produzione in proprio dei servizi necessari.

    b) Politiche, misure, interventi atti a favorire e promuovere l'offerta di condizioni favorevoli alla conciliazione tra famiglia e lavoro. Il discorso si sposta ai soggetti che nei vari ambiti della produzione, della società, delle istituzioni sono chiamati a porre in essere comportamenti e assetti family friendly, sia direttamente, sia attraverso la predisposizione di incentivi mirati. Nel patto sociale tra imprese, sindacati, governo potrebbe trovare posto esplicito una "flessibilità formato famiglia" finalizzata cioè a una migliore qualità del lavoro e della vita. Le imprese che investono in questa direzione (ad esempio, realizzazione di asili nido) potrebbero trovare una compensazione in termini di deduzione fiscale; del pari si potrebbero studiare politiche contrattuali e assicurative per tutelare i periodi di non lavoro in connessione a specifici eventi della vita familiare. In ogni caso gli strumenti contrattuali e i servizi all'impiego dovrebbero acquisire una notevole capacità di adattamento onde far fronte alle diversificate esigenze di una forza lavoro sempre più composita, trovando con le imprese forme di reciproco interesse e convenienza. Infine dovrebbe essere favorito il sorgere di iniziative singole e associate per la fornitura, secondo modalità certificate, di servizi alle famiglie alla scala di complessità e professionalità oggi necessaria. Da questo punto di vista le cooperative sociali potrebbero essere laboratori di grande importanza, senza trascurare il fatto che attraverso questa via si creerebbero nuove opportunità occupazionali.

    c) Politiche, misure, interventi di contesto. Comprendiamo in quest'ambito una cultura e una sensibilità nuove. I ragionamenti sulla famiglia non possono farsi a bocce ferme. A seconda dei casi si correrebbe il rischio di atteggiamenti o riduttivi o velleitari. Non si può cioè ritagliare il piccolo spazio della famiglia lasciando perdere tutto il resto ovvero assumendo il resto come qualcosa da cui difendersi, eventualmente sfruttare, e comunque non mettere seriamente in discussione.
    Lavoro-famiglia, mercato-casa, privato-pubblico-sociale, aspetti, micro-aspetti, macro si rivelano - lo ripeto ancora - sempre meno alternative secche. Siamo piuttosto in presenza di processi che richiedono di essere letti, interpretati e gestiti in un'ottica di interdipendenza. L'interdipendenza è una categoria morale che va vissuta come il sistema determinante delle odierne relazioni economiche, sociali, culturali, politiche e tradotta in vincoli di solidarietà. La solidarietà trasforma i giochi da "somma zero" a "somma positiva", ai tiri alla fune sostituisce l'intrapresa della cooperazione ín vista di un bene comune il più ampio possibile.
    In ordine a questi obiettivi le famiglie non si presentano come soggetti disarmati. Le risorse che esse muovono sul fronte del consumo e del risparmio e le energie che esse esprimono nell'ambito della produzione e del lavoro di cura - se organizzate, dotate di voce, rapportate ad altri soggetti collettivi - potrebbero dispiegare un potenziale innovativo e di cambiamento di grande importanza concorrendo così all'allargamento delle frontiere della democrazia partecipativa e alla promozione dello sviluppo del nostro Paese su basi più solide.
    Si tratta cioè di verificare se lo sviluppo debba necessariamente poggiare sugli squilibri, sulle separatezze, sulle diseguaglianze oppure se esso - nella misura in cui è autentico - non possa invece trovare stimolo e innesco nella "solidarietà creatrice" con l'inserimento dei processi di cambiamento o in una prospettiva comunitaria, con la diffusione di valori di comunicazione, dialogo, reciproco apprendimento, condivisione, valorizzazione di tutte le risorse. Ma non sono questi i tratti caratteristici della famiglia?

    (Convegno organizzato dalla "Fondazione Centesimus Annus Pro Pontifice", Vaticano 30 novembre 2002)



    IN PRIMO PIANO


    Oratorio: noi ci crediamo!
    Tutto quello che... sull'oratorio


    Vivere l'anno
    Sussidio liturgico-esistenziale
    Tempo pasquale


    Buon giorno scuola
    Incontrarsi benevolmente
    Aprile 2026


    ALZATI E VAI
    Sussidio Proposta Pastorale MGS
    Febbraio 2026
    600 Logo MGS 25 26


    SNPG
    La Chiesa italiana per i giovani


    RUBRICHE ON LINE


    RUBRICHE NPG 2026


     Infosfera, AI
    e pastorale giovanile 


     PG oggi in dialogo
    con G.B. Montini 


     Accompagnamento 
     e proposta di fede 


     Incontrare Gesù
    nel Vangelo di Giovanni


    I sensi come
    vie di senso nella vita


    PG negli USA
    Sfide culturali e percorsi innovativi


    Noi crediamo
    Ereditare oggi la novità cristiana


    Pillole letterarie
    pillole letterarie


    Playlist generazioneZ
    I ragazzi e la loro musica


    Generazione Z
    Ultimi studi e ricerche
    adolescente


     Ragazzi e adulti
    pellegrini sulla terra


    CONTINUA DAL 2025


    Saper essere
    Competenze trasversali


    L'umano nella letteratura


     Strumenti e metodi
    per formare ancora


    Per una "buona" politica


    Sport e vita cristiana


     Passeggiate nel
    mondo contemporaneo


    Un "canone" letterario
    per i giovani oggi