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    Il mondo oggi, uno sguardo onesto

    Frammenti sociologici in bianco e nero

    José Joaquín Gómez Palacios

    societa oggi
    “Le apocalissi vendono”, certamente. Molti film di intrattenimento trattano di cataclismi ricorrenti. Non vengono risparmiati gli effetti speciali. Cosparsi di suono surround, avvolgono e travolgono l'umore dello spettatore. Questi film rappresentano una vasta gamma di disastri che tormentano il pianeta Terra e gli umili e indifesi mortali che lo abitano. Il loro successo, anche se di breve durata, di solito porta enormi profitti alla casa di produzione o alla piattaforma digitale che li proietta.
    Sembra di trovarsi di fronte all'ultima frase proclamata dal Grande Capo Indiano Noah Seatle al Presidente degli Stati Uniti, quando nel 1854 voleva acquistare le terre degli indiani e confinarli in una riserva. Il saggio delle Grandi Pianure concludeva: “La vita finisce, inizia la sopravvivenza”.
    Lo scopo di questo articolo non è quello di fare l'apologia del genere apocalittico, ma di dare uno “sguardo onesto” ad alcune delle difficoltà che il nostro mondo si trova ad affrontare; un esame compatibile con lo Spirito della speranza, come recita il titolo dell'ultimo libro del sociologo Byulg-Chul Han (Herder 2024).

    1. La società del rischio

    La “società del rischio” è un termine coniato dal sociologo tedesco Ulrich Beck nella sua opera La società del rischio (1986). L'autore sostiene che le società moderne sono entrate in una fase in cui i rischi prodotti dall'industrializzazione, dalla tecnologia e dal progresso sono evidenti e pericolosi.
    Questa riflessione nasce dal disastro nucleare di Chernobyl. Le nuove generazioni sono state introdotte a quello storico episodio grazie a una miniserie trasmessa tra maggio e giugno 2019 con grande successo da HBO e Sky Television.
    Secondo Beck, i rischi di oggi sono globali, incontrollabili e riguardano tutti, indipendentemente dalla posizione sociale o geografica. I rischi del passato erano solitamente locali. Quelli moderni sono diffusi, hanno conseguenze a lungo termine e i loro effetti sono moltiplicati dalla globalizzazione.

    Covid 19 e pandemie
    La pandemia di Covid-19 ha ancora delle insorgenze. Dicono gli esperti che non è stata né la più grave né quella con il più alto tasso di mortalità. Basta paragonarla con la “Spagnola” di poco più di un secolo fa (1918), che fece quasi 50 milioni di vittime. Tuttavia, la recente pandemia ha avuto connotazioni particolari. Una delle più notevoli è stata la rottura del senso di sicurezza in cui si era rifugiato il nostro mondo occidentale. Abbiamo iniziato osservando ciò che accadeva in Cina, come se stessimo guardando le notizie di un telegiornale. Pensavamo che il virus non avrebbe mai raggiunto l'onnipotente mondo occidentale. Ma la realtà era ben diversa. Governanti e governati avevano minimizzato il rischio. Senza voler fare inutili allarmismi, dovremmo imparare dal recente passato.
    Tedros Adhanom, direttore generale dell'OMS, ha dichiarato il 22 maggio: “La minaccia di un'altra variante di COVID-19 che provochi nuove ondate di malattie e morti persiste. E permane la minaccia dell'emergere di un altro agente patogeno con un potenziale ancora più letale. Quando la prossima pandemia busserà alla porta - e lo farà - dobbiamo essere pronti a rispondere in modo deciso, collettivo e con maggior equità”.
    Il passaggio dei virus dagli animali all’uomo è ormai un fatto assodato e non ancora pienamente valutato.

    Il rischio del terrorismo
    Gli attacchi dell'11 settembre alle Torri Gemelle hanno segnato una svolta nel modo in cui il terrorismo viene percepito e gestito. Ha aumentato il senso di vulnerabilità globale. Prima di questo grave attacco, le minacce terroristiche erano problemi localizzati. L'11 settembre ha dimostrato che le grandi potenze, come gli Stati Uniti, non erano esenti da attacchi su larga scala. Ha creato un senso di vulnerabilità globale.
    Nel tentativo di mitigare ulteriori azioni, le politiche di sicurezza sono state intensificate in tutto il mondo. Questo ha generato un cambiamento nella vita quotidiana. La lotta al terrorismo è diventata una priorità per la sicurezza internazionale. Questa spirale di violenza ha portato alla radicalizzazione di individui (lupi solitari) o di piccole cellule pronte ad agire. Sono un rischio in agguato ovunque nel mondo. Il loro fanatismo è alimentato da Internet. L'incertezza delle loro azioni aumenta il senso di insicurezza.

    Guerra e sfollati
    Per quanto tempo continuerà la guerra che sta devastando molte parti del pianeta? E, cosa ancora più preoccupante, fino a che punto potranno estendersi i conflitti che divampano ovunque? Papa Francesco ha definito la somma di questi conflitti regionali come una Terza guerra mondiale sotto mentite spoglie. E la guerra è sempre un fallimento, non smette di gridare al mondo. Lascia dietro di sé solo distruzione e odio che dureranno per secoli. Anche la situazione degli sfollati è drammatica. Secondo l'UNHCR, alla fine del 2023 il numero di sfollati era di 117,3 milioni. Alla fine del 2024 la cifra salirà a 120 milioni. La progressione è allarmante. Oggi, dopo il conflitto causato dall'invasione russa dell'Ucraina e gli scenari di guerra che imperversano in Medio Oriente, sorge una domanda preoccupante: siamo alle soglie di una terza guerra mondiale? Se sì, quanti stati coinvolgerebbe e potrebbe scatenerebbe una crisi nucleare dalle conseguenze imprevedibili?

    Il cambiamento climatico
    La crescente preoccupazione per il cambiamento climatico si è allargata a macchia d’olio ed è penetrata in tutti i settori della conoscenza. Ha fatto presa sulle coscienze delle persone.
    Questo fenomeno ha cause dovuto all’uomo, ma anche fattori naturali. La crescita delle industrie per soddisfare i consumi di gran parte dell'umanità ha portato a un aumento delle emissioni di gas serra. Contemporaneamente, è aumentata la combustione di combustibili fossili (carbone, petrolio, gas) per la produzione di energia, i trasporti e i processi industriali. La deforestazione è aumentata in modo allarmante, riducendo la capacità delle foreste di assorbire CO2 dall'atmosfera.
    Il cambiamento climatico ha aumentato la temperatura media della Terra, provocando ondate di calore più frequenti e intense. Il riscaldamento globale sta causando la liquefazione delle lastre di ghiaccio in Groenlandia e in Antartide e dei ghiacciai di montagna, contribuendo all'innalzamento del livello del mare e minacciando le città costiere e le popolazioni insulari. La frequenza e l'intensità di fenomeni come uragani, tempeste, siccità e inondazioni stanno aumentando.

    Degrado ambientale, degrado sociale
    L’ecologia integrale è uno dei concetti centrali dell'enciclica Laudato Si' che Papa Francesco ha pubblicato nel 2015. Propone un nuovo approccio all'ecologia, dove integra le dimensioni ambientale, sociale, culturale e spirituale. È la prima volta che un'enciclica papale affronta le questioni dell'ecologia e del degrado ambientale.
    Il testo sottolinea che i problemi ecologici sono intimamente connessi alle questioni sociali ed etiche, il che significa che non possono essere affrontati in modo isolato.
    Il Papa ha levato la sua voce profetica contro la “cultura dell'usa e getta”. Egli sottolinea che il degrado ambientale colpisce fortemente i più poveri tra i poveri, che sono quelli che subiscono maggiormente gli impatti del cambiamento climatico, dell'inquinamento e della perdita di biodiversità. Integrare l'ecologia significa lavorare per un sistema che promuova sia la sostenibilità ambientale che la giustizia sociale. È urgente che gli esseri umani siano responsabili e attenti alla Terra, piuttosto che sfruttatori e predatori ecologici.
    L'ecologia integrale ha un aspetto spirituale. Collega e unisce la protezione dell'ambiente alla fede e alla visione cristiana del mondo. Invita a una conversione ecologica, cioè a un cambiamento di cuore per vivere in armonia con la natura, vedendo la creazione come un dono di Dio da preservare.

    Cybersicurezza e dipendenza digitale
    Molti servizi delle società moderne si basano su strutture digitali. Sono altamente efficienti e garantiscono la precisione e la manutenzione delle infrastrutture. Tuttavia, questi processi non sono privi di rischi. Un collasso globale del sistema digitale farebbe precipitare il mondo occidentale nel caos con conseguenze imprevedibili. Se gli attacchi dovessero colpire servizi essenziali come l'energia, l'acqua o i trasporti, le conseguenze potrebbero addirittura mettere in pericolo la vita e la sicurezza pubblica. È diffusa la convinzione che il mondo futuro sarà digitale. Molte famiglie vogliono che l'istruzione dei loro figli sia interamente digitale. Ma questo nuovo universo presenta anche difficoltà, rischi e carenze.
    L'individuo non può essere ridotto a gestire le informazioni in modo digitale. La schiavitù degli schermi mette in discussione un'educazione integrata e ci priva della preparazione a gestire le relazioni interpersonali e a promuovere lo sviluppo di competenze sociali.

    2. La società della fatica

    Voci autorevoli sostengono che siamo passati da una società della disciplina a una società della prestazione. In passato, il potere si esercitava attraverso l'obbedienza a persone potenti e a regole esterne. Nella società di oggi, il potere si manifesta nell'autosfruttamento. Non abbiamo più bisogno di qualcuno che ci sorvegli per farci lavorare: sfruttiamo noi stessi in nome del successo, della produttività e dell'autorealizzazione.

    Nessuno ti ponga limiti e dica che non puoi farlo
    Un gran numero di adolescenti ritengono che la persona umana è in grado di raggiungere qualsiasi obiettivo si prefigga. Basta impegnarsi e lottare per raggiungere il successo. In questo modo, l'individuo è costantemente spinto all'azione, a migliorare e a diventare più produttivo. Il motto non è più “devi” (come nelle società del passato), ma “puoi”. Per di più, questo modo di intendere la realtà è accompagnato da un assioma di autodifesa: “non permettere a nessuno di dirti che non puoi farcela”. Il tuo successo è il tuo patrimonio personale e devi lottare per ottenerli fino allo sfinimento.
    Questo orientamento esistenziale fa sì che le persone soffrano di una pressione costante per ottenere prestazioni e raggiungere obiettivi autoimposti. Questo genera stanchezza psicologica ed emotiva.
    Siffatta visione della società è stata narrata dal sociologo e filosofo Byung-Chul Han nel suo libro La società della stanchezza (2012).

    Iperattività ed esaurimento
    La realtà mostra il lato oscuro di questo fenomeno. La costante richiesta di produttività e di miglioramento personale genera iperattività e burnout. Nella società della performance, le persone sentono il bisogno di fare sempre di più, il che porta a un sovraccarico fisico e mentale fino a una proliferazione di malattie mentali che, sebbene spesso lievi, a volte portano con sé sintomi preoccupanti di depressione, deficit di attenzione e stati d'ansia...
    La stampa riporta spesso la situazione di alcuni sportivi di alto livello o di cantanti di successo. Non pochi di loro, costretti dalle esigenze di prestazioni elevate e continue, sono stati colpiti da depressione. Alcuni, nel migliore dei casi, hanno sospeso le loro attività e si sono ripresi. Altri, invece, hanno ceduto all'alcol e alle droghe nel vano tentativo di superare lo sconforto generato dall'eccessiva richiesta di sé.

    La sottile differenza tra attitudine e atteggiamento
    Molti giovani non sanno distinguere tra due concetti simili ma che esprimono realtà diverse: attitudine e atteggiamento.
    L'attitudine è la capacità di una persona di svolgere con competenza una determinata attività. Essa presuppone una componente innata che può essere sviluppata con lo sforzo e il lavoro. Fa riferimento all'abilità, alla capacità e alla facoltà.
    L'atteggiamento esprime la volontà di una persona di intraprendere un compito o un impegno.
    Esso non può sostituire l'attitudine. Chiunque intraprenda sforzi per raggiungere un obiettivo deve considerare se possiede le attitudini necessarie per raggiungere l'obiettivo proposto. Se così non fosse, si manifesterebbe una stanchezza esistenziale che colpisce sia il corpo che la mente e porta all'isolamento. Perché chi si concentra esclusivamente sul proprio successo personale ha spesso un deficit di relazioni interpersonali. Si perde il senso di comunità. Ne consegue un senso di solitudine.

    La contemplazione come terapia
    In questo contesto, è necessario recuperare un senso di riposo e di riflessione. Questa situazione può essere un'occasione per tornare a guardare all'essenza umana, che va oltre il rendimento e la produttività. È urgente recuperare esperienze come la quiete e la contemplazione. Cercare momenti di riflessione per assimilare le esperienze che si attraversano velocemente e fugacemente. Forse in questo modo si può trovare uno stile di vita più equilibrato e meno faticoso. Per rispondere a questa esigenza, l'autore che ha creato l'espressione “la società della stanchezza” ha recentemente proposto una nuova riflessione che ha molto a che fare con la terapia: Vita contemplativa (2023).

    3. Il declino dell'impegno

    È comune sentire voci che criticano la mancanza di impegno nella nostra società. Sembra che i livelli di sforzo e di impegno che gli esseri umani mostravano un tempo siano stati sostituiti da comodità, piacere ed emozioni effimere.
    Certo, ci sono anche oggi persone che fanno grandi sacrifici per il bene del prossimo. Tuttavia, si è fatto strada un certo abbandono di quel comportamento radicato nell'altruismo e nella “solidarietà asimmetrica” che offre tutto senza chiedere nulla in cambio. Il sociologo francese Gilles Lipovetsky sviluppa interessanti argomentazioni su questo atteggiamento nel suo Il crepuscolo del dovere. L’etica indolore dei nuovi tempi democratici (1992)

    In principio c’erano le leggi divine
    Le leggi divine hanno indirizzato l’agire dell'umanità per millenni. Il codice di Hammurabi (che vide la luce a Sumer circa 3.700 arca fa) è significativo al riguardo. Le sue 282 leggi costituiscono il primo corpo legislativo dell'umanità. Nella parte superiore è raffigurato il dio Marduk che consegna la legislazione al re Hammurabi. È la divinità che ordina il comportamento etico. Lo stesso processo è seguito dal Codice dell'Alleanza del popolo ebraico, distribuito nei libri del Pentateuco. La loro origine e la loro forza risiedono nel fatto di essere comandi divini.

    La ragione e la collettività
    L'Illuminismo europeo ha portato un nuovo modo di intendere le regole che dovrebbero governare l'etica: la ragione. Questa facoltà umana dovrebbe guidare la vita in generale e la condotta in particolare. Immanuel Kant brilla di luce propria nel suo approccio alla ragione, al dovere e all'imperativo categorico. La ragione è il modo migliore per diventare una persona con buone pratiche morali.
    All'inizio del XX secolo è apparsa una nuova e diversa forma di comportamento: l'etica marxista. In essa l'interesse collettivo ha la precedenza sull'individuo. Il benessere della collettività, il “paradiso comunista”, una società senza classi, è ciò che deve guidare l'attività umana. Questa concezione dà origine all'“eroe rosso”, rappresentato dall'individuo che si oppone all'oppressione e all'ingiustizia, lottando per la liberazione della propria classe: un personaggio che sacrifica il proprio benessere personale per il bene della collettività. L'icona di questo modo di intendere la vita è Prometeo: il Titano che rubò il fuoco agli dei per donarlo agli uomini, assumendosi la severa punizione che questo atto gli procurò.
    La dignità personale e la coscienza si diluiscono nella collettività che è diventata “lo Stato”.

    Etica indolore. Un'etica di “Telethon”
    Con l'emergere della post-modernità, le grandi parole che significavano valori oggettivi e tradizionalmente esaltati perdono la loro rilevanza. Al loro posto vengono elogiate proposte emotive. Il postmodernismo ritiene che non esistano valori oggettivamente e universalmente validi. I valori possono essere adattati in base ai tempi, agli interessi e alle circostanze.
    Con la caduta delle “grandi parole”, la cultura postmoderna ha dato grande peso all'emotività. Ed è questa a guidare i comportamenti: ogni sforzo, sacrificio o gesto di solidarietà nasce e scaturisce dal sentimento e deve cercare soprattutto di soddisfare le emozioni e far sentire a proprio agio l'individuo che compie una buona azione.
    Quest'etica orientata al benessere emotivo porta di solito a una mancanza di impegno sociale e a una superficialità nelle relazioni. Gilles Lipovetsky la chiama “etica indolore”: un comportamento che non fa male perché, anche se comporta uno sforzo, è momentaneo e finalizzato alla realizzazione personale.

    4. La società delle dipendenze non tossiche

    La post-modernità ha portato con sé la perdita delle grandi parole. Con la loro perdita, si sono deteriorati valori che brillavano di luce propria. E sebbene questi valori possano essere criticati perché utopici, proponevano obiettivi da raggiungere: il lavoro, la cultura dello sforzo, l'autenticità e la sincerità, la profondità esistenziale, le relazioni personali autentiche, la giustizia, la saggezza e la cultura, la responsabilità, ecc.
    Ma, nonostante questi grandi valori siano in crisi, l'uomo ha ancora bisogno di aggrapparsi a elementi che segnino il suo cammino e guidino la sua esistenza. Forse per questo motivo, molti contemporanei scelgono oggetti e atteggiamenti di poca consistenza per guidare la propria esistenza. È così che nasce una pletora di dipendenze non tossiche. Nel loro insieme, sono indicative del “centramento su di sé” che abbonda oggi.
    Il problema delle dipendenze non tossiche sta nel fatto che la loro acquisizione è spesso impercettibile, la loro progressione lenta, il loro ancoraggio psicologico e la loro disassuefazione difficile.

    Dipendenze non tossiche emergenti
    - Il maniaco del lavoro (workalcoholic in inglese) è disapprovato in alcuni settori della società. Lavorare fino allo sfinimento magari è considerato una qualità apprezzata dai dirigenti, ma porta a trascurare la salute, le relazioni personali e il benessere emotivo. Le sue conseguenze alla fine sono stress, esaurimento fisico e mentale e isolamento sociale.
    - L'ortoressia è un disturbo alimentare caratterizzato da una tendenza incontrollata a mangiare sano. Chi ne soffre esamina meticolosamente le etichette degli alimenti, adotta diete che escludono carne e grassi, non mangia alimenti che non riportino indicazioni biologiche, rifiuta qualsiasi prodotto che contenga additivi, ecc. Le cause della riluttanza a mangiare sano sono da ricercare nella ricerca della sicurezza personale attraverso il cibo, nel desiderio di perdere peso e nell'ossessione del controllo e della perfezione.
    - La vigoressia è l'errata percezione, vissuta da alcuni uomini, che il loro corpo non sia sufficientemente muscoloso e che debbano migliorare il loro aspetto. Influisce sul comportamento alimentare: assunzione esagerata di proteine e carboidrati. Spesso è accompagnata dal consumo di steroidi anabolizzanti. I soggetti affetti sono portati a trascurare le relazioni sociali e altri aspetti della vita e della mente, facendo del proprio corpo un'ossessione maniacale.
    - La nomofobia è la paura irrazionale di non avere un telefono cellulare a portata di mano, di non avere una connessione o di rimanere senza Internet. Negli ultimi anni è aumentata, data la maggiore facilità di acquisto di uno smartphone e l'ascesa dei social network. Le persone che ne soffrono portano sempre con sé il caricabatterie. Hanno un forte bisogno di avere lo smartphone a portata di mano. Tengono il telefono acceso 24 ore su 24 e dormono con il telefono sul comodino. Si svegliano a orari assurdi per controllare il numero di like ricevuti.
    - La potomania è l'ossessione di bere acqua. È molto salutare idratarsi e consumare tra un litro e mezzo e due litri al giorno. Ma alcune persone arrivano a consumare anche otto o dieci litri. I motivi: l'ossessione di mantenere pulito l'organismo interno, saziare l'appetito ingerendo un prodotto privo di calorie e quindi perdere peso... L'eccessivo consumo di acqua può portare alla dissoluzione e alla perdita di sodio e potassio, con conseguente malessere corporeo.
    - L'oniomania si verifica quando lo shopping diventa un'ossessione malsana. Chi ne soffre acquista prodotti inutili o legati alla moda. Il soggetto compra per il gusto di comprare e non riesce a controllare questo impulso. Chi manca di autostima crede che acquistando determinati oggetti migliorerà se stesso. Nella “cultura dell'apparenza e del trucco”, i prodotti vengono spesso acquistati nel tentativo di colmare vuoti esistenziali e carenze affettive.
    - Il divertimento è diventato una dipendenza. Tutto deve essere divertente, recita lo slogan, anche le attività che richiedono sforzo e dedizione intensa. Il divertimento è diventato il paradigma che dovrebbe presiedere a tutta la vita. I dipendenti dal divertimento considerano noiosa qualsiasi attività che non sia contrassegnata dal timbro della giocosità e del piacere. Se è vero che la noia va ridotta al minimo, è anche vero che l'etimologia stessa della parola divertimento avverte dell'impoverimento esistenziale che provoca. Di-versione deriva dal latino e indica: piegao verso l'esterno o di lato. Quando ciò accade, la persona rimane senza risorse per l'interiorità e la riflessione.

    5. Non-luoghi, solitudini condivise

    I “non luoghi” non esistevano in passato. Il loro nome, coniato dall'antropologo Marc Augé, dà un nome ai nuovi spazi contemporanei dotati di una grande dose di anonimato. All'interno di queste zone, una moltitudine di individui condivide la stessa area geografica, ma senza nulla che li unisca se non un obiettivo utilitaristico. In questi nuovi ambiti le persone diventano semplicemente clienti, passeggeri, utenti, beneficiari (Marc Augé, Nonluoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità (1992).

    Il trionfo dell'anonimato
    I “non luoghi” trasformano le persone in semplici elementi di un insieme ampio che si forma e si disforma a caso. Marc Augé li elenca: supermercati, aeroporti, mezzi di trasporto, grandi catene alberghiere, centri commerciali, autostrade, parchi tematici, ecc. Le persone li attraversano per un certo tempo, si sistemano, aspettano, svolgono attività utilitarie, ricevono messaggi automatici... I “non luoghi” hanno un codice informativo, freddo e impersonale. I testi sono trasmessi da supporti grafici e luminosi: brevi messaggi proibitivi, informativi, pubblicitari, prescrittivi... La profusione di questi messaggi non genera comunicazione.

    Luoghi antropologici
    Al concetto di “non luogo” si contrappone quello di “luogo antropologico”. Se consideriamo attentamente quest’ultimo, abbiamo una miglior percezione del primo. Un luogo antropologico è uno spazio dotato di tre caratteristiche essenziali che permettono a chi lo abita di conoscere l'ambiente in cui si svolge la propria vita, appropriarsi del senso e significato del vivere, riconoscersi come persone e situarsi nel tempo e nello spazio. Questi tre elementi sono: identità, relazione e storia.
    • Identità. Colore che abitano esistenzialmente un luogo hanno una loro propria identità, riconosciuta e condivisa. Sanno qual è la loro origine e quali elementi culturali e trascendenti guidano il loro comportamento. Hanno in comune alcuni grandi valori a cui si fa ricorso nei momenti di difficoltà o di fatica.
    • Relazioni personali. Il “luogo antropologico” facilita le relazioni personali. In primo luogo, fornisce un linguaggio comune e comprensibile per i membri del gruppo, senza bisogno di lunghe spiegazioni. Allo stesso modo, condividono spazi e tempi adatti allo sviluppo delle relazioni personali.
    • Storia. Le persone che condividono un “luogo antropologico” hanno elementi che le aiutano a situarsi in una linea storica comune. Si identificano con un passato in cui si ritrovano le radici culturali che li uniscono. Da questo passato comprendono il presente e progettano il futuro.

    6. La post-verità, l'impercettibile deterioramento della verità

    Possiamo definire il termine “post-verità” come "distorsione deliberata di una realtà, che manipola credenze ed emozioni al fine di influenzare l'opinione pubblica e le tendenze sociali".
    Questa parola ha ottenuto il riconoscimento di tanti linguisti nell’ultimo decennio. Il suo uso era così diffuso che l'Oxford English Dictionary l'ha riconosciuta come parola dell'anno nel 2016.

    Un atteggiamento
    È frequente confondere la post-verità con la menzogna. Ma la post-verità non è una bugia. Non è nemmeno una notizia falsa. Sia le bugie che le notizie false riconoscono implicitamente che esiste una verità che cercano di evitare, falsificare o tacere. La post-verità può essere definita come l’atteggiamento nei confronti della realtà di chi smette di interessarsi alla verità e accetta come “vero” solo ciò che è in sintonia con i suoi interessi, opinioni, emozioni e affetti.

    Nell'ambito delle comunicazioni
    La post-verità si dà soprattutto nel mondo della comunicazione. Essa ha le sue origini in coloro che trasmettono versioni distorte o menzognere della realtà. Ma anche coloro che ricevono questi messaggi partecipano al suo processo. Chi li riceve ha una predisposizione psicologica ed emotiva che lo porta ad accettare, senza verificare né passare al vaglio della ragione, solo quelle realtà che sono in linea con le sue convinzioni. Allo stesso tempo, mostrano una forte tendenza a rifiutare i fatti che non si adattano al loro modo di vedere la realtà.
    Un numero considerevole di politici tende a inviare messaggi che sono "mezze verità". Perché sanno che una parte considerevole delle persone che li ascoltano non è interessata a verificare e passare al vaglio della critica ciò che dicono. Molti di quelli che lo ascoltano accetteranno, prendendolo per vero, ciò che corrisponde alle loro emozioni e sentimenti.

    Grande facilità di diffusione e semplicità
    Le tecnologie della comunicazione e i social network hanno reso più facile la circolazione e la diffusione ad alta velocità delle post-verità. I destinatari non solo ricevono i messaggi “verticalmente”, ma agiscono su di essi e li replicano. In questo modo generano una rete di comunicazione “orizzontale”. Si crea un groviglio di informazioni in cui è difficile distinguere ciò che è oggettivo e vero, e in uno spazio-tempo offerto dai social che è molto ristretto e breve, per cui non c’è spazio per sfumature, verifiche o riflessioni.
    La post-verità si cattura con emozione, si interiorizza velocemente, si situa tra le proprie convinzioni, si accetta emotivamente e si diffonde. La sua proliferazione sta provocando un deterioramento delle verità oggettive. Perché nell’universo della post-verità, ciò che dà validità a un’affermazione è che sia in sintonia con i miei sentimenti e le mie convinzioni. Non importa se si confà od esprime la realtà. Inoltre, se la realtà non concorda con la post-verità dichiarata, l'ascoltatore presterà attenzione alla post-verità piuttosto che alla realtà.

    7. Postumanesimo e neodarwinismo

    Negli ultimi anni sono stati introdotti nel nostro linguaggio i termini transumanesimo e postumanesimo. Sono apparsi nel 1940 per designare un progetto volto al miglioramento dell'essere umano, liberandolo dai suoi limiti e potenziando le sue possibilità. Coloro che difendono questo modo di intendere l'evoluzione umana affermano che gli uomini di oggi sono sulla strada verso un nuovo tipo di esistenza. L'Homo sapiens, quando supererà se stesso, ci sembrerà quello che ci appaiono ora le specie che ci precedono. Questo miglioramento diventerà realtà applicando i progressi scientifici senza restrizioni o limiti. Questo ragionamento è facilmente accettato dal grande pubblico perché siamo già entrati in contatto con questo tipo di esseri attraverso i film di finzione: Biade Runner, Terminator, Ex Machina, Matrix... In essi appaiono personaggi che ci sono familiari nonostante si trovino oltre l'umano.

    Il neodarwinismo
    Darwin cercò di dimostrare che l'uomo vive e si sviluppa secondo un processo evolutivo, proprio come le altre specie. La vita si svolge secondo leggi puramente naturali e biologiche. La specie umana, come le altre specie, ha subito cambiamenti e mutazioni per caso ed è sopravvissuta perché ha saputo adattarsi.
    Il neodarwinismo ritiene che la specie umana sia ormai in grado di prendere in mano il timone della propria evoluzione. Non deve più aspettare che il caso realizzi il cambiamento.
    Dato che non siamo altro che materia, cosa ci vieta di manipolarla come meglio crediamo?
    Un esempio. La donna è stata costretta a partorire attraverso il suo grembo, sopportando il dolore che questo processo comporta. È dipeso dagli uomini e dalla natura. Perché non cercare di garantire che la generazione di nuovi esseri umani avvenga con mezzi tecnici, in laboratorio, senza bisogno del grembo femminile? In questo modo le donne saranno più libere e la specie umana potrà progettare il proprio futuro in modo più razionale.

    Smettere di essere schiavi dell'evoluzione
    L'essere umano attuale è in grado di indirizzare la sua evoluzione nella direzione che ritiene più opportuna, razionale e conveniente. Possiamo fare a meno delle mutazioni prodotte dal caso e programmare l’evoluzione in modo intelligente ed efficiente. Per questo c'è l'avanzare delle moderne tecnologie: nanotecnologie dedicate all'estremamente piccolo; la biotecnologia, che consente di applicare l'ingegneria genetica e di manipolare i geni; la neuroscienza, che analizza i processi cerebrali e consente la manipolazione dei neuroni; l'intelligenza artificiale e la creazione di macchine intelligenti, così intelligenti da essere in grado di pensare; cibernetica e informatica, che ci mostrano che la realtà è – nella sua struttura ultima – dati o algoritmi.

    Homo Deus
    In uno slancio di eccessivo ottimismo, Yuval Noah Harari esplora il futuro dell’umanità nel suo libro Homo Deus. Breve storia del futuro (2016). L’autore sostiene che gli esseri umani hanno ampiamente controllato la fame, le malattie e la guerra e ora cercano di raggiungere l’immortalità, la felicità e la divinità. Prevede che il prossimo passo nell'evoluzione sarà l'emergere di una specie chiamata "homo deus".
    Come descrizione dei desideri di felicità, non è male. Purtroppo Harari dimentica che le guerre non sono finite. Anche il suo Paese, Israele, è immerso in una guerra su più fronti simultanei. E mancano ancora molti anni perché gli esseri umani possano esprimere un’esplosione di solidarietà globale e riuscire a ridurre le devastanti sacche di povertà, fame e malattie.

    8. Retrotopia o paura del futuro

    Nella società odierna si assiste ad un cambio di prospettiva. Molti guardano al passato per trovare soluzioni ai problemi del presente. Il termine "retrotopia" è nato per descrivere questo fenomeno: è un misto di "retro" (ritorno al passato) e "utopia" (un'idea verso la quale dirigersi). Invece di proiettarci nel futuro per immaginare società più giuste e felici, ora abbiamo paura di ciò che verrà e cerchiamo rifugio in un passato idealizzato.
    L’ultimo libro scritto da Zygmunt Bauman si intitola: Retrotopia (2017). Sviluppa delle riflessioni che illustrano alcune di queste tendenze.

    Paura del futuro e nostalgia del passato
    Proliferano i gruppi sociali, disillusi dal presente e timorosi del futuro, che cercano soluzioni nei modelli del passato. E questo accade perché le promesse di progresso, benessere, partecipazione democratica, un mondo senza frontiere... non sono state mantenute. Questa situazione sta generando sfiducia nelle istituzioni e paura del futuro.
    Invece di immaginare tempi migliori, le società di oggi sembrano più preoccupate del rischio che le cose peggiorino. Per cui molti si rifugiano in visioni idealizzate del passato. Sebbene i tempi passati non siano stati perfetti, sembrano più sicuri e prevedibili.

    Populismi e nazionalismi
    Quando il futuro viene percepito come una realtà insicura e piena di minacce, la reazione logica è il desiderio di sicurezza. Questa tendenza porta i gruppi sociali a voler rialzare i confini, sia fisici (nazionalismo, anti-immigrazione) che simbolici (rifiuto di ciò che è diverso). Questa è una reazione alla globalizzazione e alla paura di perdere identità o controllo.
    La società odierna è molto frammentata e le persone sono più isolate e colpite dall'individualismo, il che rende difficile costruire progetti collettivi per il futuro.
    Nella religione emergono gruppi che cercano rifugio in una religiosità chiusa in se stessa, nostalgica del passato e autoreferenziale invece di dialogare con il mondo di oggi.

    Conclusione

    Il lungo cammino dell’uomo non è mai stato facile. Tuttavia, nonostante le difficoltà che si sono succedute nel corso dei secoli, esso ha saputo fornire risposte e soluzioni positive. La nostra società, con le sue luci e le sue ombre, è parte del fiume della storia che continua a scorrere verso un continuo miglioramento.
    Nonostante i problemi, gli ostacoli e la fatica, continueranno ad emergere uomini e donne che rispettano la dignità di ogni persona, per quanto umili e semplici possano essere. Sapranno tendere le mani per condividere beni e speranze. E, seppur limitati, scopriranno il fascino dell’essere umani, semplicemente umani.

    (FONTE: Misión Joven 54/2924), n. 574. Novembre 2024, pp. 5-16)
    Ringraziamo di cuore l'Autore e il direttore di MJ per la gentile concessione di pubblicazione.



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