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    Elogio dell’isolamento consapevole

    Massimo Recalcati


    La parola isolamento porta con sé una profonda ambivalenza. È come un ramo che si biforca tra aspirazione e maledizione. È ciò che si rende ancora più manifesto nella stagione estiva e nel tempo delle vacanze. Da una parte c’è l’isolamento come necessità di sopravvivenza, di separazione dal frastuono e dall’obbligo sociale della festinazione perpetua, come, appunto, aspirazione a una condizione di vita capace di ritagliarsi lo spazio e il tempo di un respiro sottratto al rumore assordante del mondo. Dall’altra parte c’è l’isolamento come caduta nel vuoto e nell’insensatezza, come assenza di contatto, di legame, come abbandono. Da un lato, dunque, l’isolamento come resistenza, anche estetica, di chi cerca nella solitudine una presenza più densa, meno artefatta di quella propagandata come la vera vita, sempre in forma e portatrice di benessere, nella vetrina artefatta dei social. È l’isolamento come movimento di separazione attivo dall’obbligo del divertimento.
    È l’hortus conclusus dove al clamore e al frastuono della mondanità subentra la pace della sera e il suo silenzio. È l’isolamento come scelta, come atto di difesa, come fuga dal chiasso assordante della massa per preservare uno spazio insaturo.
    È il gesto consacrato da Leopardi che sceglie il “natio borgo selvaggio” come ultimo baluardo contro la vanità senza verità del mondo; è la torre di Rilke, lo spazio sacro che permette l’ascolto delle voci più lontane; è la stanza tutta per sé di cui parla Virginia Woolf. Ma è anche una fantasia ordinaria che accompagna la vita costantemente oppressa da impegni e scadenze di molti: ritirarsi, allontanarsi, scomparire, spegnere i rumori del mondo.
    In questo caso l’isolamento può diventare una solitudine ricca di presenze, l’espressione di un desiderio di lontananza che non si lascia catturare dalla girandola del consumo compulsivo. Diversamente, nel suo secondo volto l’isolamento appare come lo strazio di una vita che ha perduto il suo aggancio col mondo e con gli altri. È l’isolamento come esperienza di mortificazione, di emarginazione e di privazione. Non è più una scelta, ma una condanna. Non è più un rifugio, ma una prigione. Non è più difesa dall’imperativo alienante del divertissement , ma uno scacco che genera sconforto e un profondo sentimento di abbandono. Questo secondo isolamento non nasce da un atto di libertà, ma dalla violenza del mondo che esclude chi resta indietro. Non è l’isolamento dell’esteta ma quello del reietto, dell’inadatto, dell’anormale che la società marchia, stigmatizza ed esilia. È la cella del povero, dell’anziano dimenticato, del malato, del migrante senza radici, del figlio che vorrebbe rinunciare alla propria vita barricandosi tra le mura della propria stanza. Qui non troviamo la libertà della separazione, ma un’esperienza di esclusione che il soggetto subisce. Non c’è contemplazione o creazione, ma disfacimento, rovina, derelizione. Questo isolamento non è un’aspirazione ma una maledizione. Non protegge dal caos frenetico della massificazione, ma espone la vita alla sua più radicale insensatezza. È l’esperienza del deserto non come luogo di ascesi, ma come simbolo di desolazione.
    Tuttavia, la distinzione tra questi due volti dell’isolamento non può essere irrigidita. L’isolamento estetico può evaporare in una sorta di antisocialità snobistica mentre l’isolamento subito come una ingiuria sociale può dare vita alla potenza rivoltosa dell’indignazione e della critica attiva. Gli stessi assembramenti estivi del popolo delle vacanze non neutralizzano affatto l’isolamento come maledizione ma lo incentivano. È qualcosa che Adorno aveva intravisto già a suo modo quando sosteneva che il colmo dell’isolamento non si realizza affatto nella solitudine, ma nel trovarsi immersi nel flusso anonimo della massa, nel diventare un numero tra gli altri sprovvisto di nome proprio. È l’isolamento che si può provare tra la folla anonima delle metropoli, tra il brulichio dei non-luoghi. È l’isolamento che si caratterizza come una vicinanza fisica senza alcuna reale prossimità, come la moltiplicazione dei contatti senza alcun incontro reale, come l’effetto degli assembramenti anonimi nei luoghi del turismo di massa. In questi casi si tratta di un isolamento che non si genera per emarginazione, ma per un eccesso di conformazione e di assimilazione. In questo senso l’aspirazione all’isolamento implica sempre un passo laterale, un’uscita dalla serie, il guadagno difficile della propria solitudine. Non si tratta certo di negare il carattere vincolante del legame con gli altri, ma di sottrarsi all’imperativo del divertimento obbligatorio, all’impostura della vita spensierata contrabbandata dai social come la vita vera.
    Per questo persino la maledizione dell’isolamento può apparire un’occasione superiore allo stordimento inebriato del godimento che caratterizza l’essere acefalo della massa. Non si tratta di rivendicare lo snobismo estetico di chi non vuole confondersi con gli altri, ma di cogliere come la presenza effettiva in noi dell’altro non richieda affatto la celebrazione della moltitudine. Non a caso la solitudine ricercata dall’eremita non è finalizzata a cancellare l’esistenza dell’Altro ma a sintonizzarsi più profondamente con essa.

    la Repubblica - 12 agosto 2025



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