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    5. L'Ordine


    Carmine Di Sante, CELEBRARE LA VITA. Viaggio nel mondo dei sacramenti, Elledici 

     

    Capitolo quinto
    L'ORDINE
    La risignificazione del soggetto: dal progetto al servizio


    La comunità cristiana

    La comunità cristiana, cioè l'insieme dei seguaci di Gesù che lo riconoscono come messia (in greco cristo: l' «unto»: colui che Dio sceglie e consacra ad una funzione speciale), come ogni comunità richiede, per essere tale e tramandarsi nella storia, di «strumenti» adeguati. Tra questi il primo, e a fondamento di tutti gli altri, la presenza di un responsabile che ne tenga vivi il senso e la memoria, senza cui essa rischia di disperdersi e scomparire come figura storica.
    Diversi e molteplici sono i nomi con i quali la quasi bimillenaria storia cristiana ha chiamato i suoi «responsabili» come pure diversi e molteplici, a seconda delle epoche, sono i «volti» con cui essi si sono presentati (dall'essere coniugati come Pietro, il primo papa, all'essere celibi come ancora avviene nella tradizione romana) e le funzioni che essi hanno svolto (dall'organizzazione della comunità all'animazione liturgica alla trasmissione catechetica all'insegnamento dottrinale).
    Il termine più antico e venerando che troviamo nel Nuovo Testamento e che il Concilio Ecumenico Vaticano II ha ampiamente recuperato, è «presbitero», che il libro degli Atti così presenta: «Dopo aver predicato il vangelo in quella città [Derbe] e fatto un numero considerevole di discepoli, ritornarono a Listra, Iconio e Antiochia, rianimando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede poiché, dicevano, è necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel regno di Dio. Costituirono quindi per loro in ogni comunità alcuni anziani - presbiteri - e dopo aver pregato e digiunato li affidarono al Signore, nel quale avevano creduto» (14,21-24).
    Paolo ha terminato il suo annuncio («dopo aver predicato il vangelo») e, avendo avuto molti adepti, costituisce dei gruppi o comunità (in greco ekklesie, chiese) che li affida alla responsabilità dei «presbiteri», che letteralmente vuol dire «nati prima», «anziani», «vecchi», per il semplice fatto che nelle società del passato i ruoli di responsabilità erano gestiti dalle persone avanti negli anni. Il presbitero, pertanto, è colui che, in una comunità già precedentemente evangelizzata e che vuole caratterizzarsi come cristiana, garantisce il funzionamento delle modalità necessarie (proclamazione della parola, celebrazione dei sacramenti, coordinamento e servizi) perché ciò si realizzi.

    Il sacramento dell'ordine

    Oltre al termine, il brano degli Atti offre pure delle indicazioni concrete con cui veniva fatta la scelta dei «responsabili» o «presbiteri»: «dopo aver pregato e digiunato li affidarono al Signore». Da questo testo è presumibile che essa avvenisse, o che, comunque, fosse ratificata, all'interno di un contesto di preghiera, anche se non viene specificato di quale tipo di preghiera si trattasse.
    Oltre al contesto orazionale, il libro degli Atti mette pure in luce la modalità concreta di scelta dei presbiteri: attraverso «l'imposizione delle mani» o keirotonia. Il v. 23 del capitolo 14 del libro degli Atti che, secondo la traduzione precedentemente citata, suona: «Costituirono quindi per loro in ogni comunità alcuni anziani...», in realtà, dal punto di vista letterale, andrebbe tradotta: «designarono quindi per loro in ogni comunità alcuni anziani tendendo (teino, tendere, da cui tonia) le mani (keir)».
    Nel greco profano la keirotonia, cioè il tendere le mani, si riferisce al gesto materiale con cui si indica, elegge e vota una persona come candidato a un compito particolare.
    Ma poiché la comunità cristiana (e, prima ancora, la comunità ebraica) si sente «animata» dal dono dello Spirito, è questi che viene percepito come il soggetto reale delle proprie iniziative e, pertanto, della stessa scelta dei «presbiteri» destinati a dirigerla. Di qui il nuovo significato che, nell'ambito biblico, assume il gesto della keirotonia: dal tendere le mani allo stendere le mani (potendo significare il verbo greco sia l'uno che l'altro) come segno della presenza dello Spirito sul candidato, secondo una lunga linea che va dall'Antico Testamento fino al Nuovo: «Giosuè era pieno di spirito di saggezza perché Mosè aveva imposto le mani su di lui» (Dt 34,9); «[gli apostoli] imponevano le mani [ai credenti] e quelli ricevevano lo Spirito Santo» (At 8,17).
    È dentro un contesto di preghiera ed è con l'imposizione delle mani che la Chiesa, da sempre, ha accompagnato la scelta dei suoi membri destinati alla sua organizzazione interna (ad intra) ed esterna (ad extra). Con il tempo, sia la preghiera che il gesto dell'imposizione con cui era accompagnato, si sono oggettivati e formalizzati in un rito a parte, ricco e suggestivo, che è entrato a far parte di uno dei sacramenti più importanti: il sacramento dell'Ordine.
    Ordine, in latino ordo, designava, anticamente, un corpo sociale distinto dal popolo e finalizzato ad esso, ad esempio l'ordine dei cavalieri o dei senatori (da senex, anziano, lo stesso significato di presbitero!), quest'ultimi responsabili dell'amministrazione del bene pubblico. Il sacramento dell'ordine è il rito che istituisce, nella Chiesa, quel «corpo sociale» peculiare (riconosciuto nel quarto secolo dallo stesso diritto imperiale) che è l'insieme del clero e i suoi tre diversi gradi gerarchici con cui è suddiviso (l'ordine dei vescovi, presbiteri e diaconi); mentre il termine ordinazione indica il rito attraverso il quale si entra a far parte del «corpo sociale» della Chiesa e in uno dei suoi gradi gerarchici.

    Diversi nomi

    Si è parlato del termine presbitero (da cui prete, che si ottiene con la perdita di alcune lettere centrali e finali); ma la storia della Chiesa e della spiritualità testimonia di una enorme molteplicità di altri nomi con cui sono stati chiamati i responsabili delle comunità cristiane, come pure di una varietà di funzioni e condizioni diverse che venivano loro richieste.
    Nel Nuovo Testamento, in alcune lettere pastorali che presuppongono una Chiesa già abbastanza organizzata, si parla di episcopos, ispettore, supervisore (da cui il termine «vescovo» che, al tempo cui si riferisce il testo non era ancora distinto dal «presbitero»), letteralmente guardiano, che, secondo l'apostolo Timoteo, dovrebbe caratterizzarsi per i seguenti tratti: «Bisogna che il vescovo sia irreprensibile, non sposato che una sola volta, sobrio, prudente, dignitoso, ospitale, capace di insegnare, non dedito al vino, non violento ma benevolo, non litigioso, non attaccato al denaro. Sappia dirigere bene la propria famiglia e abbia figli sottomessi con ogni dignità, perché se uno non sa dirigere la propria famiglia, come potrà aver cura della chiesa di Dio? ... È necessario che egli goda di buona reputazione presso quelli di fuori, per non cadere in discredito e in qualche laccio del diavolo» (1Tm 3,1-7).[1]
    Nella tradizione soprattutto cattolica è comunque prevalso, in modo particolare fino al Vaticano II, il termine «sacerdote» che, secondo il suo etimo, è colui che dà/offre (sacer-dos) a Dio cose sacre (sacerdos). L'azione sacra per eccellenza nella quale egli è coinvolto e dalla quale è definito costitutivamente, essendo ad essa finalizzato, è il «sacrificio» della Messa, memoriale del sacrificio di Gesù sulla croce e sostitutivo di ogni altra forma di sacrificio vegetale o animale. Per quanto comunque la categoria del sacerdozio sia importante e, per molti versi, irrinunciabile, essa resta insufficiente e, paradossalmente, ambigua, essendo il Nuovo Testamento critico nei confronti dell'istituzione sacerdotale e, cosa ancora più importante, essendo il sacerdozio di Cristo qualitativamente diverso da tutte le altre figure di sacerdozio testimoniateci dalle altre testualità religiose. A proposito non resta che ricordarsi del celebre testo di Giustino dove la comunità cristiana viene colta e definita senza culto, tempio e sacerdozio.
    Proprio per superare queste ambiguità della terminologia cattolica la riforma protestante nel secolo XVI aveva sostituito il termine sacerdote con quello di pastore, termine più biblico, meno legato alla sfera cultuale e, dato il suo spessore evocativo, più ricco. Chi non ricorda il bellissimo salmo 23 dove il salmista canta:

    «Il Signore è il mio pastore:
    non manco di nulla;
    su pascoli erbosi mi fa riposare,
    ad acque tranquille mi conduce.
    Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino,
    per amore del suo nome...» (vv. 1-3)?

    Una scelta intermedia, tra la chiesa cattolica e la chiesa protestante, è quella delle chiese ortodosse dove comunemente i sacerdoti sono chiamati papas, cioè papà (da cui anche il nostro papa), che mette in luce il rapporto paterno-filiale tra il responsabile e la sua comunità.

    Il ministro

    Il termine però più adeguato per avvicinarsi al contenuto del sacramento dell'ordine e del suo significato per tutti (per lo stesso non credente!) è quello di «ministro», un termine che è entrato a far parte dello stesso uso profano (si parla del «ministro» dei trasporti e, coerentemente, del «ministero» dei trasporti, ecc.) ma che nella sua origine prima e storica è ecclesiale.
    Ministro è la traduzione del greco diaconos, servo, oppure doulos, schiavo ed esprime lo stato di colui che non è né può essere auto-nomo, vivere cioè secondo quanto lui stesso (auto) pone e stabilisce (nomo, bensì etero-nomo, essendo la sua legge quella del suo padrone, altra (etero) da quella del suo io. Il servo e (in forma ancora più radicale, lo schiavo) è uno il cui essere è di essere-per-un-altro, il cui volere non è di realizzare il suo progetto ma quello di un altro (il «padrone») che gli è irriducibile.
    Ora è proprio a questo termine paradossale che il Vaticano II affida il senso più vero e più profondo del sacramento dell'ordine: «Lo stesso Signore - insegna il decreto del Concilio dedicato al sacerdozio e avente per titolo De Presbyterorum ministerio et vita (Ministero e vita dei presbiteri) - affinché i fedeli fossero uniti in un corpo solo... promosse alcuni di loro come ministri, in modo che, nel seno della società dei fedeli, avessero la sacra potestà dell'Ordine... [ai quali] è concessa da Dio la grazia per poter essere ministri di Cristo Gesù fra le genti, mediante il sacro ministero del vangelo...» (n. 2).
    Nello scegliere questo termine il Concilio Ecumenico Vaticano II non fa un'opera innovatrice ma reinstauratrice, riscoprendo una categoria che è l'unica fondativa di tutto il pensiero neotestamentario il quale, a parole quali «autorità», «potere», «onori», «dignità» e «carriera» (in latino: cursus honorum, la via che conduce celermente verso gli onori), preferisce «ministero», «diaconia», «servizio», leitourgia (che letteralmente vuol dire: opera a servizio del popolo), che nel mondo greco e romano erano concetti dispregiativi.
    I responsabili della comunità, a parte i diversi nomi con i quali possano chiamarsi: anziani, ispettori, evangelizzatori, sacerdoti, preti o padri, ecc., sono, per loro natura, ministri; e qualunque cosa essi facciano - annuncio della Parola, amministrazione dei sacramenti, insegnamento o raccolta di fondi ed offerte, ecc. - il loro statuto resta, sempre e necessariamente, quello del «servo» o «schiavo».

    Gesù è il «servo» per eccellenza

    Ma il ministero dei responsabili della comunità - il loro essere «servi» - non è originario ma imitativo di Gesù che Policarpo, alla fine del I secolo, chiamerà «il diacono servo di tutti» (Ad Phil 5,2) e che l'intero Nuovo Testamento presenta come «il servo per eccellenza», attraverso una molteplicità di testi (At 1,17.25; 6,4; 20,24; Rm 11,13; 2Cor 4,1; 6,3; 1Tm 1,24, ecc.), i più importanti dei quali sono Mt 12,1521, di tenore narrativo, e Fil 2,6-8, di tenore più teologico-riflessivo.
    Matteo, riferendo della prassi terapeutica di Gesù, motiva il suo divieto di divulgarla esplicitamente attraverso il riferimento ad un brano di Isaia che parla di un celebre personaggio qualificato come «servo del Signore»:

    «Ecco il mio servo che io ho scelto;
    il mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto.
    Porrò il mio spirito sopra di lui
    e annunzierà la giustizia alle genti.
    Non contenderà né griderà.
    né si udrà sulle piazze la sua voce.
    La canna infranta non spezzerà,
    non spegnerà il lucignolo fumigante,
    finché abbia fatto trionfare la giustizia;
    nel suo nome spereranno le genti» (Mt 12,15-21).

    Per Matteo, Gesù è messia in quanto ricrea il mondo buono e felice attraverso il suo agire da «servo», assumendosi, con la sua prassi terapeutica, il negativo del mondo al quale, invece che con la forza («Non contenderà, né griderà, né si udrà sulle piazze la sua voce»), reagisce con la mitezza («La canna infranta non spezzerà, non spegnerà il lucignolo fumigante»), lo strumento adeguato per instaurare il regno della giustizia («finché abbia fatto trionfare la giustizia»).
    Per Paolo, che pensa riflessamente il senso della morte e risurrezione di Gesù, è proprio in questo carattere di «diaconia» o «servizio», l'essere cioè non padrone ma servo, che va individuato il significato radicale della divinità di Gesù:

    «il quale, pur essendo di natura divina,
    non considerò un tesoro geloso,
    la sua uguaglianza con Dio;
    ma spogliò se stesso
    assumendo la condizione di servo (doulos)
    e divenendo simile agli uomini;
    apparso in forma umana
    umiliò se stesso
    facendosi obbediente fino alla morte
    e alla morte di croce...» (Fil 2,6-8).

    Anche se il brano è difficile e presenta diversi punti controversi, il suo contenuto di fondo non lascia dubbi: Gesù, per Paolo, l'interprete del Nuovo Testamento, è colui che si è «autospogliato» facendosi «servo», cioè morendo sulla croce in obbedienza a Dio e per amore ai fratelli; colui la cui verità costitutiva ed ultima non è stata la sua autorealizzazione, volendo il suo «volere», ma la realizzazione degli altri, morendo al suo per aderire a quello del Padre.

    La ecclesia: la comunità dei «servi»

    Narra il primo evangelista che un giorno i discepoli si avvicinarono a Gesù per porgli la seguente domanda: «Chi dunque è il più grande nel regno dei cieli?». Allora Gesù chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: «In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio, accoglie me» (Mt 18,1-5).
    I discepoli si interrogano, ed è l'interrogazione di sempre, sui criteri di valore dell'esistenza umana: «Chi dunque è il più grande nel regno dei cieli?»: che ritradotto in linguaggio attuale vuol dire: chi veramente vale di fronte a Dio? La risposta di Gesù è prima gestuale (ponendo al centro un bambino) e poi verbale, questa esplicativa di quella. Per capire questa risposta è necessario intendersi sul termine «bambino», nell'originale greco paidion, che vuol dire «piccolo ragazzo», garzone di bottega, facchino, cameriere; esso quindi non ha niente a che fare con il candore e l'innocenza ma rimanda solo al servizio e la traduzione italiana più fedele potrebbe essere quella di «schiavetto» o «giovane servitore». Appare così chiara la risposta di Gesù: di fronte a Dio, che è l'orizzonte dell'essere, «è grande», cioè vale, non chi comanda ma chi, come il «garzone della bottega», serve; non chi vive realizzando i propri progetti ma chi vive a servizio di quelli altrui; di fronte a Dio, cioè, vige una logica che è l'esatto contrario di quella umana essendo il «piccolo» ad essere «grande» ed il «grande» ad essere «piccolo».
    Questa logica paradossale che capovolge i parametri comuni dell'umano se vale per tutti i fratelli della comunità, vale in modo particolare per coloro che in essa vi occupano posti di responsabilità, come si deduce da un successivo brano biblico che riporta un diverbio intercorso tra i figli di Zebedeo - la cui madre chiede a Gesù di farli sedere uno alla sua destra e l'altro alla sua sinistra nel suo regno - e gli altri dieci apostoli che protestano per invidia: «Gli altri dieci, udito questo, si sdegnarono con i due fratelli; ma Gesù chiamatili a sé disse: "I capi delle nazioni, voi lo sapete, dominano su di esse e i grandi esercitano su di esse il potere. Non così dovrà essere tra voi; ma colui che vorrà diventare grande tra voi, si farà vostro servo, e colui che vorrà essere il primo tra voi, si farà vostro schiavo; appunto come il Figlio dell'uomo che non è venuto per essere servito ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti"» (Mt 20,24-28; cf Mc 10,35-54; Lc 22,24-27; Gv 13,4-5.12-17). Nella ecclesia, comunità di «servi», l'unica autorità consentita è quella di chi è più capace di essere «servo» (doulos/schiavo).

    La Chiesa è figura dell'umano

    Per evitare che il discorso fin qui fatto appaia ristretto e confessionale, è necessario ora precisare il senso autentico della Chiesa nella visione neotestamentaria.
    E. Lévinas, un grande filoso ebreo francese, rilegge tutto l'ebraismo, la sua storia, le sue persecuzioni, il suo martirologio e soprattutto la sua elezione, come «categorie dell'umano»,[2] cioè come una modalità che non si oppone all'universale ma nella quale, proprio attraverso la sua particolarità, si esprime l'universale.
    Questa dialettica secondo la quale in un particolare si dice l'universale, è la dialettica stessa della Chiesa che la Costituzione dogmatica sulla Chiesa (Lumen Gentium) definisce come «sacramento o segno e strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano» (Lumen Gentium 1).
    La Chiesa appartiene all'ordine linguistico, è «sacramento o segno»; essa, cioè, come ogni parola, rimanda ad una realtà che è oltre se stessa e che, secondo il Vaticano II (interprete, qui, della migliore tradizione), riguarda la comunione dell'uomo con Dio e, in forza di questa comunione, la vocazione dell'umanità alla unità. La Chiesa, in quanto segno, dice tutto questo: che l'uomo, qualsiasi uomo, senza eccezione di sorta, è dentro l'orizzonte della comunione con Dio e della comunione fraterna.
    Questa funzione «rivelatrice» della Chiesa, oltre che il suo «dire» (evangelizzazione, catechesi e sacramenti) e il suo «fare» (opere di bontà, prassi terapeutica e comportamento etico), riguarda le sue stesse oggettivazioni e le sue stesse modalità organizzative e istituzionali le quali esse stesse, in quanto «parola», comunicano un messaggio che, in quanto tale, riguarda tutti indistintamente. In termini più espliciti ciò vuol dire che se, per il Nuovo Testamento, la Chiesa è «comunità di servi», con questa espressione essa intende dire che tutta l'umanità è, in realtà, chiamata a fare altrettanto; e se, sempre per il Nuovo Testamento, chi vuole essere «grande» ha come unico modo per diventarlo quello di essere «schiavo», servendo invece che facendosi servire, anche qui questo linguaggio non si riferisce solo al credente che vi aderisce spontaneamente ma ad ogni uomo e ad ogni donna cui si offre come dono di senso e come possibilità.
    Cosa vuol dire essere «servi»?
    La Bibbia quindi, e dietro di essa la comunità cristiana nell'insieme delle sue diverse oggettivazioni storiche ed istituzionali, ricorre alla categoria del «ministro», «servo» o «schiavo» per definire o ridefinire se stessa e, attraverso se stessa, l'umano.
    Ma di fronte a termini come questi, che urtano la nostra sensibilità umanistica e la nostra immagine di libertà e di autonomia, è necessario un rigoroso atteggiamento ermeneutico che, sapendo andare oltre l'interpretazione letteralistica come pure oltre quella negatrice di ogni contenuto, sappia ritrovarne l'intenzionalità di fondo instauratrice di senso e veramente liberatrice.
    Ad un'analisi attenta il termine «servo» dice, innanzitutto, dipendenza: una dipendenza che è ricettività e accoglienza. Essere «servo» (o «ministro» o «schiavo» o qualunque altro termine simile) è essere soggetto «espropriato», che vive non del proprio volere ma in forza di quello di un altro al quale si fa spazio al posto del proprio e che si assume come nuovo principio ispiratore.
    Per l'uomo biblico, rivelatore della verità dell'uomo, questo volere è quello di Dio, un volere che è amore di alterità, che vuole il bene dell'uomo facendogli dono del mondo. «Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra»: fa' che il tuo volere che è l'amore, la felicità dell'uomo, si realizzi totalmente.
    Essere servi di Dio (la qualifica di ogni personaggio biblico da Adamo a Abramo a Mosè ai profeti a Gesù a Paolo ai responsabili delle comunità cristiane ad ogni uomo e donna della strada) è vivere nell'orizzonte di questo volere al quale si fa spazio rinunciando al proprio e vivendo per esso; è accogliere questo amore accettando di vivere di esso nella gratuità.
    La categoria del «servo» fonda così l'antropologia della recettività, dove l'uomo vive non in forza di quello che progetta e di quello che realizza ma in forza di quanto gli è dato gratuitamente; e, in un mondo di soggetti violenti (si ricordi la parabola del lupo di Esopo), essa ne costituisce la messa in crisi, sottraendo l'io alla sua volontà di affermazione e di potenza. La categoria del servo è la messa in discussione dell'io come principio di autocostituzione e di autoespansione, ne è, per usare la metafora forte di Lévinas, la totale «denucleazione». Affermare infatti il soggetto come «servo», sottraendolo al suo essere essere di bisogno e essere di desiderio in cerca di autocompimento, è veramente «de-nuclearlo», privarlo del «nucleo» costitutivo della sua realtà progettuale per ricostituirlo come colui che vive in forza della gratuità di un altro.

    Il «buon samaritano»

    Narra l'evangelista Luca che un giorno un dottore della legge chiese a Gesù cosa avrebbe dovuto fare per ottenere la «vita eterna», cioè, secondo il significato che questa espressione ha nel contesto neo-testamentario, per avere una vita abitata dal senso. La risposta fu che bastava «amare Dio» e «amare il prossimo»; ma poiché egli chiese di nuovo chi fosse il suo «prossimo», Gesù raccontò allora questa parabola: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero, e poi se ne andarono lasciandolo mezzo morto. Per caso un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall'altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. Invece un samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n'ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente estrasse due denari e li diede all'albergatore dicendo: "Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno"» (Lc 10,30-35).
    La parabola termina ancora con una domanda, ma questa volta rivolta da Gesù al dottore della legge: «"Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?". Quegli rispose: "Chi ha avuto compassione di lui". Gesù gli disse: "Va' e anche tu fa' lo stesso"» (vv. 36-37).
    Questo testo suggestivo della letteratura neotestamentaria è la descrizione insuperabile in chiave narrativa e, per questo, inesauribile, della nuova identità del soggetto biblico che si vive come «servo» e non più come progetto, o, più precisamente, che muore al suo essere di progetto per rinascere alla sua nuova identità di «servo».
    Il samaritano, come il sacerdote e come il levita, va per la sua strada, è diretto a Gerico, per tante ragioni che noi non conosciamo e che il testo non ci rivela ma che certamente sono ragioni tese a realizzare un suo progetto: riposarsi, incontrare un amico, fare un affare o tornare a casa, ecc. Fin qui, come Ulisse, egli è il simbolo dell'io che si autorealizza, dell'io che in sé trova il suo punto di partenza e di arrivo.
    Ma ecco all'improvviso l'improgrammato e l'imprevisto: un povero malcapitato ai lati della strada che, lasciato mezzo morto da alcuni briganti, con la sua impotenza (cosa c'è di più impotente di un uomo in fin di vita?) si fa potenza di appello costringendo il samaritano a fermarsi e farglisi «prossimo». Il samaritano, da soggetto teso alla realizzazione del suo progetto, qui rappresentato dal suo andare a Gerico, si scopre soggetto posto a servizio del bisogno dell'altro, del malcapitato, a differenza del levita e del sacerdote che, rimasti chiusi entro il cerchio del loro progetto, restano incapaci di farglisi prossimo. Non più progetto vincolato all'io ma prossimità fattasi servizio, così il testo scandisce le tappe del suo nuovo agire: «lo vide», «ne ebbe compassione», «gli si fece vicino», «gli fasciò le ferite».
    L'io, infrangendo le pareti del suo volere progettuale, accede alla «visione» e «compassione» dell'altro: lo «vede» non come momento interno alla sua realizzazione, ma come alterità e lungi dal ricondurlo alla sua volontà si pone a servizio della sua povertà: «Ne ebbe compassione»: non la compassione nei confronti del proprio simile che è l'immagine speculare dell'io, ma la compassione nei confronti dell'altro in quanto alterità irraggiungibile e irriducibile: la compassione come quel «patire» che non è il riflesso psichico dell'io e delle sue ferite narcisistiche ma la traduzione discreta, nel linguaggio dei sentimenti, della nuova identità del soggetto che, incontrato da Dio fattosi carne nella voce del povero, muore alla sua progettualità per farsi responsabilità e servizio.

    Il sacramento dell'ordine e la ridefinizione del soggetto

    Il sacramento dell'ordine, ponendo al centro della comunità ecclesiale un ministro, cioè un «servo», attesta in mezzo al mondo l'originaria vocazione di ogni uomo e di ogni donna al servizio (il termine greco molto bello è diaconia) ed annuncia che la felicità vera dell'io non passa attraverso la linea dell'auto- realizzazione ma attraverso quella dell'autospogliamento e del depotenziamento. Come i ministri della comunità, sull'esempio di Gesù e degli apostoli, sono «servi», così ognuno indistintamente è chiamato a fare altrettanto se vuole accedere alla sua verità.
    Il sacramento dell'ordine, in quanto figura ecclesiale pubblica ed istituzionale, è l'oggettivazione di questa logica evangelica secondo la quale l'io nasce alla sua verità non facendosi servire ma servendo, non autoprogettandosi ma autospogliandosi: «Chi vorrà salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la propria vita... la troverà» (cf Mt 16, 25; 10,39; Mc 8,35; Lc 9,24; Lc 16,25; Gv 12,25).
    L'io «servitore» o soggetto di servizio, di cui i ministri della comunità ecclesiale sono la grande figura simbolico-rituale, è il vero soggetto abitato dal senso, né solo interioristico, avulso dal mondo, né solo progettuale, suo dominatore, ma soggetto responsabile etico o messianico dal quale fiorisce il mondo riuscito e felice.
    «Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?», aveva chiesto il dottore della legge a Gesù.
    A questa domanda, che è la nostra domanda e che è l'unica domanda vera, c'è per l'evangelo una sola vera risposta: eredita la vita eterna, vive cioè nell'orizzonte del senso, il soggetto che, morendo a se stesso e alla sua volontà di progetto, si fa, come il samaritano, prossimità all'altro, dandogli e ridonandogli gratuitamente la vita.
    Il ministro della Chiesa è e vuole essere la parola silenziosa ed eloquente di questa prossimità che, vocazione di tutti, si fa creatrice e ricreatrice di vita.


    NOTE

    [1] Accanto a «presbiteri» nel Nuovo Testamento si trovano anche termini quali: collaboratori (Fil 2,25), presidenti (1Tess 5,12), guide (Eb 13,7; 17,24), ecc.
    [2] Cf S. Malka, Leggere Lévinas, Queriniana, Brescia 1986, p. 84.

     

     



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