Lo specchio, il salto, il pane

    Educare i giovani alle virtù teologali nel tempo dell'algoritmo

    (con approccio inizialmente filosofico)

    teologali

     

    Introduzione al percorso

    Questo articolo raccoglie tre saggi nati da un unico interrogativo, posto tre volte a tre altezze diverse. L'interrogativo è semplice da enunciare e difficile da abitare: che cosa significa, per un giovane che cresce dentro la temporalità frammentata e previsibile della cultura digitale, credere, sperare e amare? Le tre parole non sono scelte a caso, né elencate per completezza retorica: sono le tre virtù che la tradizione cristiana chiama teologali, perché hanno Dio stesso come oggetto e come motivo, e perché, a differenza delle virtù cardinali che l'uomo può in qualche misura coltivare con le proprie sole forze, vengono ricevute in dono prima ancora di poter essere esercitate. Educare a queste tre virtù significa allora un compito ben più determinato che offrire ai giovani generici valori positivi: significa introdurli in una vita ricevuta, prima che conquistata, e mostrare loro come questa vita ricevuta possa reggere, meglio di ogni alternativa puramente immanente, l'urto di una cultura che rende sempre più difficile credere in ciò che non si vede, sperare in ciò che l'algoritmo non calcola, amare chi non si è scelto di incontrare.
    Il primo saggio, Lo specchio e la finestra, affronta la virtù della speranza attraverso il problema del tempo. Vi si racconta come la struttura kairologica dell'attesa paolina sia stata ripresa e trasformata da Heidegger, universalizzata da Bloch e da Moltmann in direzione di un futuro storico e cosmico, arricchita da Benjamin con la responsabilità verso un passato non ancora redento, e infine radicata, attraverso Marcel e la sua critica in Sartre, in una relazione personale che nessuna struttura impersonale può sostituire. La diagnosi culturale individua nello specchio algoritmico, che restituisce sempre e solo una variante amplificata di ciò che già eravamo, il rovescio esatto della speranza, che si apre invece su un novum reale.
    Il secondo saggio, Il salto e la roccia, affronta la virtù della fede attraverso il problema della conoscenza e della decisione. Vi si mostra come il salto kierkegaardiano, il rischio che nessuna dimostrazione razionale può sostituire, non sia un'evasione dalla ragione ma la sua forma più esigente, capace di reggere sia il sospetto sartriano della mala fede sia l'obiezione camusiana contro ogni scorciatoia consolatoria, fino a trovare, in Marcel, Ricœur e Marion, la propria via verso una seconda ingenuità criticamente conquistata. La diagnosi culturale individua nella tirannia dello sguardo che pretende di vedere prima di credere, tipica di una cultura ossessionata dalla verifica visiva immediata, l'ostacolo specifico che la fede contemporanea deve attraversare.
    Il terzo saggio, Il pane spezzato e l'acqua versata, affronta la virtù della carità attraverso il problema della relazione con l'altro. Vi si segue il rovesciamento che porta dall'eros platonico, ancora strutturalmente centrato sul proprio compimento, al volto lévinasiano che mi obbliga prima di ogni mia libertà, passando per il sospetto nietzscheano che nessuna riflessione onesta sulla carità può ignorare, fino alla mediazione di Ricœur tra la stima di sé e la sollecitudine per il vulnerabile. La diagnosi culturale individua nella carità simulata delle piattaforme social, che sostituisce l'esposizione reale a un volto con l'indignazione performativa e la condivisione a distanza, la distorsione specifica che questa virtù incontra oggi.
    I tre saggi condividono un unico metodo, che vale la pena rendere esplicito proprio in apertura del volume. Ciascuno parte da una costellazione filosofica onesta, che include sempre, insieme alle voci più affini alla proposta cristiana, anche le obiezioni più radicali che quella stessa proposta ha dovuto affrontare: Sartre e Camus per la fede, Nietzsche per la carità, la finitezza heideggeriana per la speranza. Nessuna delle tre virtù viene presentata come ovvia o già acquisita: ciascuna attraversa il proprio sospetto critico prima di giungere, per una via che nessuna filosofia da sola potrebbe percorrere fino in fondo, alla parola biblica, alla riflessione teologica del magistero recente, al centro sempre cristologico dell'incontro con una persona vivente, e infine alla pratica liturgico-sacramentale in cui ciascuna virtù, prima di essere pensata, viene celebrata e trasmessa di generazione in generazione.
    È un metodo che risponde a una convinzione precisa, la stessa che ha guidato l'intero percorso: che un'educazione cristiana credibile per i giovani di oggi non possa permettersi di proporre le virtù teologali come un'evidenza indiscutibile, ma debba mostrarne la tenuta proprio nel confronto con chi le ha messe in questione con maggiore radicalità e serietà intellettuale. Un giovane cresciuto in una cultura allergica a ogni pretesa disonesta riconosce con facilità il tono della propaganda, anche quando è ben intenzionata; riconosce con più fatica, ma con più gratitudine quando la incontra, una proposta che ha attraversato il dubbio più serio senza fuggirlo, e che proprio per questo può permettersi di essere, alla fine, gioiosamente affermativa.

    1. Lo specchio e la finestra. Educare i giovani alla speranza

    2. Il salto e la roccia. Educare i giovani alla fede

    3. Il pane spezzato e l'acqua versata. Educare i giovani alla carità


    Conclusione al percorso

    Rileggendo insieme i tre saggi, si scorge una figura che nessuno di essi, preso da solo, lascia vedere per intero. Le tre coppie di immagini che ne hanno guidato la scrittura – lo specchio e la finestra, il salto e la roccia, il pane spezzato e l'acqua versata – non descrivono tre problemi giustapposti, ma tre aspetti di un'unica condizione, quella di un giovane a cui viene chiesto di abitare il tempo, di decidere che cosa credere, e di scegliere come stare accanto agli altri, dentro una cultura che rende ciascuno di questi tre compiti più arduo di quanto non fosse per le generazioni precedenti. Lo specchio, il vetro che pretende di vedere prima di credere, la carità che si esaurisce in un gesto condiviso a distanza: sono tre varianti di una stessa tentazione, quella di restare chiusi in un mondo che non eccede mai la propria misura, che non chiama a un rischio autentico, che non obbliga a un volto reale.
    Contro questa tentazione, le tre virtù teologali offrono, lo abbiamo visto, non tre consolazioni separate, ma un'unica architettura, che la teologia ha sempre riconosciuto profondamente unitaria: si crede in un Dio che si spera fedele, e si spera in un Dio a cui si crede fedele, e l'una e l'altra virtù trovano il proprio compimento soltanto nella carità, la sola destinata a durare per sempre, perché nella visione ultima non si dovrà più credere ciò che ancora non si vede, né sperare ciò che ancora manca, ma si continuerà, senza fine, ad amare. È per questo che i tre saggi, pur nati separatamente, chiedono di essere letti come un unico arco: la speranza apre il tempo a un futuro che non è previsione; la fede apre la conoscenza a un rischio che non è azzardo cieco ma affidamento fondato; la carità apre la relazione con l'altro a un dono che non cerca ritorno. Tre aperture, ma un solo movimento, quello per cui l'uomo esce da uno spazio chiuso su di sé verso un altrove che lo eccede e insieme lo fonda.
    Resta, a chi educa, un compito preciso quanto esigente, che questi tre saggi hanno cercato di rendere concreto in altrettante proposte pedagogiche: non predicare le virtù teologali come dottrine da apprendere, ma offrire ai giovani le occasioni, spesso piccole e ripetute più che grandiose e uniche, in cui il tempo si apra davvero come promessa, la conoscenza si affidi davvero a un rischio fondato, e la relazione con l'altro si compia davvero come dono gratuito. Sono occasioni che nessun algoritmo può calcolare in anticipo, perché eccedono per definizione ogni previsione; ed è forse proprio questa la ragione più profonda per cui vale la pena, oggi più che mai, educare i giovani a cercarle e a riconoscerle: perché la loro stessa imprevedibilità, che tanto inquieta un mondo abituato a controllare ogni variabile, è il segno più sicuro che qualcosa di autenticamente altro sta accadendo, ed è proprio a questo altro che le tre virtù teologali, insieme, danno il nome più antico e più vero: grazia.

     

    BIBLIOGRAFIA

    Testi filosofici di riferimento diretto

    - Søren Kierkegaard, Timore e tremore, un'edizione italiana commentata (ne esistono diverse, Rizzoli e Mondadori tra le più diffuse) – il testo cardine per il tema della fede.
    - Søren Kierkegaard, Il concetto dell'angoscia.
    - Martin Heidegger, Essere e tempo, e i corsi giovanili sulla Fenomenologia della vita religiosa (Adelphi) per chi volesse risalire alla fonte paolina.
    - Ernst Bloch, Il principio speranza, Garzanti, tre volumi – impegnativo ma imprescindibile per la categoria di novum.
    - Jürgen Moltmann, Teologia della speranza, Queriniana.
    - Walter Benjamin, Sul concetto di storia, Einaudi (a cura di G. Bonola e M. Ranchetti) – poche pagine, densissime.
    - Gabriel Marcel, Homo viator e Essere e avere, entrambi tradotti in italiano (Borla, o edizioni più recenti) – probabilmente il punto d'accesso più immediato per gli educatori, per la concretezza del linguaggio.
    - Jean-Paul Sartre, L'esistenzialismo è un umanismo, Mursia – breve, adatto anche a una prima lettura con un gruppo di adulti.
    - Albert Camus, Il mito di Sisifo, Bompiani.
    - Blaise Pascal, Pensieri, in una delle molte edizioni italiane (Einaudi, Bompiani).
    - Paul Ricœur, Sé come un altro, Jaca Book; e La memoria, la storia, l'oblio, Raffaello Cortina, per l'ermeneutica della testimonianza.
    - Jean-Luc Marion, Dio senza essere, Jaca Book; Fenomenologia della donazione, per chi volesse affrontare il fenomeno saturo in forma più accessibile del testo maggiore.
    - Emmanuel Lévinas, Totalità e infinito, Jaca Book – impegnativo, ma esiste anche Etica e infinito, dialogo con Philippe Nemo, molto più agevole come porta d'ingresso.
    - Martin Buber, Il principio dialogico, o più semplicemente Io e Tu, Edizioni San Paolo – breve e adatto a un pubblico non specialistico.
    - Platone, Simposio, in una delle tante edizioni economiche con testo a fronte.
    - Friedrich Nietzsche, Genealogia della morale, Adelphi.

    Voci minori ma utili

    - Franz Rosenzweig, La stella della redenzione, Marietti – testo arduo, da centellinare.
    - Giorgio Agamben, Il tempo che resta, Bollati Boringhieri – agile e molto citato.
    - Max Scheler, Essenza e forme della simpatia, Franco Angeli.
    - Simone Weil, L'attesa di Dio e Quaderni, entrambi in edizioni Adelphi o Rusconi.
    - Anders Nygren, Eros e agape, Il Mulino – la fonte della distinzione ripresa criticamente da Benedetto XVI.
    - Sergio Quinzio, La sconfitta di Dio, Adelphi – breve, il testo più immediato per introdursi al suo pensiero; per chi volesse proseguire, Radici ebraiche del moderno e Un commento alla Bibbia, entrambi Adelphi.

    Magistero

    - Benedetto XVI, Deus Caritas Est (2005), Spe Salvi (2007) – entrambe reperibili gratuitamente sul sito vatican.va, oltre che in edizioni a stampa economiche (San Paolo, Libreria Editrice Vaticana).
    - Benedetto XVI e Francesco, Lumen Fidei (2013), stessa reperibilità.

    Per la pedagogia e la diagnosi culturale

    - Byung-Chul Han, La società della stanchezza e Il profumo del tempo, entrambi Nottetempo – brevi, molto citati e accessibili anche a chi non ha formazione filosofica specialistica.
    - Sherry Turkle, Insieme ma soli, Einaudi – sul rapporto tra adolescenti e dispositivi digitali, scritto da una psicologa e non da un filosofo, quindi più immediatamente utilizzabile in ambito pastorale ed educativo.
    - Paul Ricœur, Tempo e racconto, Jaca Book.