Il pane spezzato e l'acqua versata

    Educare i giovani alla carità

    (con approccio inizialmente filosofico)

     

     

    Premessa

    C'è un gesto che compare due volte nei racconti evangelici della Pasqua, in due momenti diversi ma con un'unica logica: un uomo si china, versa dell'acqua, e lava i piedi ai suoi. È un gesto che va verso il basso, che si abbassa senza calcolo verso chi sta più in basso di lui. E ce n'è un altro, compiuto la stessa sera: un uomo prende del pane, lo spezza, e lo dona perché tutti ne mangino. Sono due gesti diversi, uno di servizio e uno di condivisione, ma raccontano la stessa cosa: un amore che non sale verso ciò che gli manca, ma scende verso chi ha bisogno, e che non si trattiene per sé, ma si spezza per essere distribuito.
    Questo saggio, che chiude il percorso iniziato con il tempo e la speranza e proseguito con la fede, si interroga proprio su questa forma di amore che la tradizione cristiana chiama carità, e che la filosofia, da Platone in avanti, ha sempre fatto fatica a pensare fino in fondo, perché sfida un'intuizione antichissima e quasi ovvia: che l'amore sia sempre, in un modo o nell'altro, desiderio di un bene per sé, anche quando quel bene coincide con il bene dell'altro. La carità evangelica sembra rovesciare questa logica: non sale, scende; non cerca, dona; non si completa, si spezza. Comprendere come questo rovesciamento sia pensabile, e non soltanto predicabile, e che cosa comporti per l'educazione dei giovani di oggi, è il compito di queste pagine.
    Percorreremo una costellazione che parte da Platone e dal suo eros ascendente, attraversa il sospetto radicale di Nietzsche, trova in Lévinas la voce più decisiva quanto lo era stata Kierkegaard per la fede, e prosegue con Marcel, Buber, Nygren e Ricœur. Da qui la riflessione si aprirà, come per i due saggi precedenti, alla parola biblica, alla teologia di Deus Caritas Est, al centro cristologico della croce e della lavanda dei piedi, e alla dimensione liturgico-sacramentale in cui la carità, prima di essere pensata, viene spezzata e distribuita. Perché la carità, lo vedremo, non è soltanto un sentimento nobile, ma la più grande delle virtù teologali.

    Platone: l'eros che sale

    Ogni riflessione filosofica sull'amore in Occidente si misura, prima o poi, con il Simposio di Platone, dove Socrate riporta l'insegnamento ricevuto dalla sacerdotessa Diotima. L'eros, per Diotima, non è un dio ma un demone intermedio, figlio di Povertà e di Espediente: nasce dalla mancanza, dal bisogno di ciò che non si possiede, e per questo tende sempre verso l'alto, verso il Bene e il Bello che potrebbero colmarlo. È un amore che sale attraverso una scala precisa, dalla bellezza di un singolo corpo alla bellezza di tutti i corpi, poi alla bellezza delle anime, delle leggi, delle scienze, fino alla contemplazione della Bellezza in sé, assoluta e immutabile.
    Questa struttura, che la tradizione filosofica chiamerà eros, ha un pregio innegabile: riconosce che l'amore è tensione, movimento, desiderio di crescita, e non semplice stato passivo. Ma ha anche un limite strutturale, che la nostra costellazione dovrà misurare con attenzione: l'eros platonico ama sempre in vista di un proprio compimento, e l'altro amato, per quanto reale, resta in fondo un gradino della scala, un'occasione attraverso cui l'anima sale verso ciò che le manca. È un amore, per dirla con un linguaggio che anticipa la nostra domanda di fondo, ancora strutturalmente centrato su di sé, anche quando si rivolge con sincera ammirazione verso l'altro.

    Nietzsche: il sospetto sull'amore cristiano

    Friedrich Nietzsche introduce nella nostra costellazione l'obiezione più radicale, quella che nessuna riflessione onesta sulla carità può permettersi di ignorare. Nella Genealogia della morale, Nietzsche elabora la categoria del risentimento, il ressentiment: la morale degli schiavi, incapace di affermare se stessa direttamente attraverso la forza, si vendica rovesciando in virtù ciò che è semplice debolezza, e chiamando male ciò che nei forti è semplice vitalità. La carità cristiana, in questa lettura, non sarebbe un amore puro e disinteressato, ma una sublimazione elaborata del rancore verso chi possiede ciò che a noi manca: amare i propri nemici, benedire chi ci perseguita, sarebbero atteggiamenti che nascondono, sotto l'apparenza della virtù, un desiderio di rivalsa mascherato, e insieme un modo per sentirsi superiori moralmente a chi è più forte di noi materialmente.
    È un'obiezione che va presa sul serio esattamente come si è presa sul serio l'obiezione camusiana nel saggio sulla fede, e per la stessa ragione: ogni proposta di carità che non si misuri con il sospetto nietzscheano rischia di apparire, e in fondo di essere, una carità a buon mercato, un travestimento morale di dinamiche psicologiche meno nobili di quanto si voglia credere. Terremo anche questa voce come sentinella lungo tutto il resto del percorso, perché una carità che non sappia rispondere a questo sospetto, mostrando in positivo la propria differenza da un risentimento sublimato, non merita la fiducia dei nostri giovani lettori, cresciuti in una cultura che smaschera con facilità ogni ipocrisia moralistica.

    Lévinas: il volto e la responsabilità per l'altro

    Emmanuel Lévinas occupa in questo saggio il ruolo che Kierkegaard occupava per la fede: la voce che porta l'intuizione centrale alla sua massima radicalizzazione filosofica, e che risponde, meglio di ogni altra, all'obiezione nietzscheana. In Totalità e infinito e in Altrimenti che essere, Lévinas capovolge la direzione stessa dell'eros platonico: non un movimento che sale dal bisogno verso il proprio compimento, ma un movimento che scende, verso il volto dell'altro che mi interpella prima ancora che io possa scegliere di rispondergli. Il volto, per Lévinas, non è un oggetto che posso contemplare a distanza, come farebbe l'eros con la bellezza; è ciò che resiste a ogni mia pretesa di possesso, che mi comanda, nella sua stessa nudità e vulnerabilità, un non uccidermi che precede ogni calcolo razionale.
    La responsabilità che nasce da questo incontro, per Lévinas, non è un sentimento che scelgo di provare, ma una struttura che mi costituisce come soggetto prima ancora della mia libertà: sono, dice Lévinas con un'espressione che ha fatto scuola, ostaggio dell'altro, chiamato a rispondere di lui prima ancora di aver deciso se voglio farlo. È qui che l'obiezione nietzscheana trova una risposta filosoficamente robusta: se la responsabilità per l'altro precede la mia stessa libertà di scelta, non può trattarsi di un calcolo mascherato di risentimento, perché il risentimento presuppone sempre un io che si confronta con un altro per misurare la propria posizione relativa, mentre la responsabilità lévinasiana precede ogni misurazione di questo tipo, nasce prima che l'io possa anche solo cominciare a calcolare.

    Marcel: la disponibilità come carità quotidiana

    Gabriel Marcel, già voce centrale nei due saggi precedenti, permette di tradurre l'intuizione lévinasiana in una forma pedagogicamente più accessibile e quotidiana. La disponibilité che Marcel aveva già elaborato a proposito della fedeltà e della speranza trova qui il proprio compimento più proprio: essere disponibili significa restare presenti all'altro, non come funzione che assolvo o come problema che risolvo, ma come persona che accolgo nel suo mistero, rinunciando a trattarla come un oggetto di cui dispongo secondo i miei tempi e le mie convenienze.
    Marcel distingue, a questo proposito, tra la disponibilità autentica e ciò che chiama l'indisponibilità, propria di chi, pur essendo fisicamente presente e magari generoso nei gesti, resta in realtà chiuso in se stesso, incapace di lasciarsi realmente toccare dalla presenza dell'altro. È una distinzione preziosa per la nostra epoca, perché descrive con precisione un rischio diffuso: si può essere generosi con il proprio tempo, con le proprie risorse, persino con il proprio ascolto apparente, restando però indisponibili nel senso più profondo, trattando l'altro come un caso da gestire piuttosto che come un mistero da accogliere. La carità marceliana, in questo senso, non si misura anzitutto dalla quantità di ciò che si dona, ma dalla qualità della presenza con cui lo si dona.

    Buber e Nygren: la relazione Io-Tu e la distinzione eros-agape

    Martin Buber, già incontrato nel saggio sulla fede, offre alla carità la stessa categoria fondamentale che offriva alla fede: la distinzione tra la relazione Io-Tu, in cui l'altro è accolto nella sua interezza irriducibile, e la relazione Io-Esso, in cui l'altro viene trattato come oggetto utilizzabile, per quanto con le migliori intenzioni. La carità autentica, per Buber, accade sempre nel registro dell'Io-Tu: non si dà mai come atto unilaterale di un soggetto verso un oggetto passivo di beneficenza, ma come incontro in cui anche chi riceve resta pienamente soggetto, mai ridotto a semplice destinatario di un gesto buono.
    Anders Nygren, teologo luterano, offre invece la distinzione classica che ha attraversato tutta la teologia del Novecento: da un lato l'eros, l'amore che sale, che desidera, che cerca il proprio bene anche quando si rivolge generosamente all'altro, così come lo aveva descritto Platone; dall'altro l'agape, l'amore che scende, spontaneo e immotivato, che non nasce dal valore dell'amato ma lo crea donandosi gratuitamente, senza cercare alcun ritorno. Per Nygren questa distinzione è quasi un'opposizione netta: l'eros apparterrebbe al mondo greco e pagano, l'agape sarebbe l'apporto originale e specifico del cristianesimo, incompatibile con ogni forma di amore che cerchi ancora, sia pure in modo sublimato, il proprio compimento.

    Ricœur: il sé come un altro, tra stima e sollecitudine

    È proprio su questa netta separazione che interviene Paul Ricœur, il quale, in Sé come un altro, propone una mediazione che permette alla nostra costellazione di non scegliere semplicemente un termine contro l'altro. Ricœur distingue tra la stima di sé, che non è narcisismo ma il riconoscimento della propria dignità di soggetto capace di agire e di essere responsabile, e la sollecitudine per il prossimo, che si articola a sua volta nell'amicizia, dove ci si scambia reciprocamente come persone di pari dignità, e nella cura per il vulnerabile, dove l'asimmetria lévinasiana entra pienamente in gioco.
    Ricœur mostra così che la contrapposizione netta tra eros e agape, per quanto utile a segnalare una differenza reale, rischia di essere troppo rigida: un amore che scendesse verso l'altro senza alcuna stima di sé rischierebbe di trasformarsi in un annullamento patologico della propria persona, non in vera carità; mentre un amore che salisse verso il proprio bene senza alcuna reale apertura all'altro resterebbe, come intuiva Nietzsche, sospetto di un calcolo travestito. La carità autentica, in questa luce ricœuriana, integra la sollecitudine lévinasiana per il vulnerabile con una stima di sé che non è egoismo ma condizione perché il dono resti dono di una persona, e non semplice dissoluzione di un io che si annulla.

    Alcune voci ulteriori, in breve

    Tre pensatori meritano un richiamo breve. Max Scheler distingue nella sua fenomenologia dei sentimenti la simpatia autentica, capace di cogliere l'altro nella sua irriducibile individualità, dalle sue false imitazioni, come la contagione emotiva che confonde i propri sentimenti con quelli altrui senza vero riconoscimento della differenza: una distinzione preziosa per capire che la carità autentica non è fusione indistinta con l'altro, ma riconoscimento della sua alterità proprio nell'atto di amarlo. Simone Weil parla dell'attenzione come forma suprema e più rara della generosità: prestare a qualcuno un'attenzione piena, sospendendo il proprio pensiero per fare spazio alla sua realtà, è già, per Weil, un atto di carità autentica, forse il più difficile di tutti. Marcel Mauss, infine, con il suo celebre Saggio sul dono, mostra come in molte culture il dono generi un ciclo di reciprocità che la carità cristiana, nella sua forma più pura, dovrebbe eccedere: donare senza aspettarsi contraccambio resta, anche sul piano antropologico, un atto raro e rivoluzionario.

    La diagnosi: la carità simulata

    La cultura digitale contemporanea produce, anche rispetto alla carità, una distorsione precisa che vale la pena nominare con chiarezza. Le piattaforme social offrono continuamente occasioni di quella che potremmo chiamare una carità simulata: la condivisione di un post di solidarietà, la firma digitale di una petizione, l'indignazione performativa per un'ingiustizia lontana, senza che nulla di questo comporti l'esposizione reale al volto concreto di un altro vulnerabile, quella esposizione che per Lévinas è l'origine stessa della responsabilità. È un rischio che Nietzsche, se potesse osservare la nostra epoca, non mancherebbe di segnalare con la consueta lucidità: una virtù esibita pubblicamente, misurata in like e condivisioni, rischia di trasformarsi esattamente in quella sublimazione di un bisogno di riconoscimento che la genealogia della morale già denunciava, questa volta amplificata da un sistema che premia proprio la visibilità del gesto più che la sua sostanza.
    C'è poi un secondo effetto, più insidioso: la logica algoritmica seleziona per noi, sulla base dei nostri comportamenti passati, le persone e le cause a cui prestare attenzione, riducendo sistematicamente le occasioni di incontro con un volto realmente altro, imprevisto, che l'algoritmo non avrebbe saputo calcolare come rilevante per noi. La disponibilità marceliana, che richiede di lasciarsi sorprendere da chi non avevamo previsto di incontrare, trova nella bolla algoritmica il proprio ostacolo strutturale: si finisce per essere generosi solo verso chi il sistema ci ha già mostrato come degno della nostra attenzione, mai verso il volto imprevisto che irrompe fuori da ogni previsione.

    La promessa biblica: l'inno alla carità e il comandamento nuovo

    La tradizione biblica, come per il tempo e per la fede, non elabora anzitutto una teoria della carità, ma la canta e la comanda. Paolo, nel celebre inno della Prima Lettera ai Corinzi, descrive la carità con una serie di tratti negativi prima che positivi: non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. È significativo che Paolo concluda l'inno affermando che la carità non avrà mai fine, a differenza della profezia e della conoscenza, che sono destinate a scomparire: tra fede, speranza e carità, quest'ultima è dichiarata la più grande, perché è l'unica delle tre virtù teologali che sussisterà anche nella visione beatifica, quando la fede lascerà il posto alla visione e la speranza al possesso.
    Nel Vangelo di Giovanni, Gesù consegna ai suoi discepoli un comandamento nuovo: amatevi gli uni gli altri, come io vi ho amato. La novità di questo comandamento non sta nel contenuto, che riprende il precetto levitico dell'amore del prossimo, ma nella misura indicata, come io vi ho amato, che introduce un parametro cristologico assente in ogni etica precedente: non si tratta più di amare l'altro come se stessi, secondo la regola d'oro comune a molte tradizioni sapienziali, ma di amarlo secondo la misura del dono totale che Cristo stesso ha fatto di sé.

    Deus Caritas Est: la correzione della dicotomia eros-agape

    È precisamente su questo terreno che si colloca l'enciclica Deus Caritas Est di Benedetto XVI, pubblicata nel 2005, la quale offre alla nostra costellazione un servizio analogo a quello di Spe Salvi e Lumen Fidei nei saggi precedenti: una correzione teologica di una semplificazione moderna, questa volta proprio la rigida separazione nygreniana tra eros e agape. Benedetto XVI riconosce il valore della distinzione, ma ne critica l'eccessiva contrapposizione: se l'eros venisse del tutto separato dall'agape, l'amore cristiano rischierebbe di ridursi a un dovere puramente volontaristico, privo di quella dimensione di attrazione, di desiderio, di gioia che pure appartiene all'esperienza umana dell'amare. L'enciclica propone invece che eros e agape, pur restando distinti, debbano trovare un'unità progressiva nell'esperienza credente: l'eros, purificato e disciplinato, può elevarsi fino a diventare capace di agape, senza per questo negare la propria radice nel desiderio e nell'attrazione che appartengono alla costituzione stessa dell'uomo.
    Benedetto XVI insiste inoltre su un punto decisivo per la nostra costellazione: la carità cristiana non nasce da uno sforzo etico autonomo del credente, ma è anzitutto risposta a un amore ricevuto, quello di Dio stesso rivelato in Cristo. Non si ama per primi, si ama perché si è stati amati per primi: è la stessa struttura che avevamo incontrato a proposito della fede ricevuta nel Battesimo prima ancora di essere professata, applicata ora alla carità, che precede sempre, come dono, lo sforzo morale con cui la si esercita.

    Il centro cristologico: la lavanda dei piedi e la croce

    Tutto il nostro percorso trova il proprio punto di massima concentrazione nei due gesti da cui siamo partiti, entrambi collocati dai vangeli nell'ultima sera della vita di Gesù. Nella lavanda dei piedi, raccontata da Giovanni, Gesù compie un gesto riservato agli schiavi, chinandosi a lavare i piedi impolverati dei propri discepoli: un rovesciamento clamoroso della gerarchia attesa, in cui il maestro assume la posizione più bassa, quella del servo, e lo fa non per un cedimento ma come dimostrazione concreta del comandamento nuovo appena enunciato. È l'immagine cristologica più precisa della carità come discesa, in netto contrasto con l'eros platonico che sale.
    Nella croce, infine, l'amore trinitario si manifesta nella sua forma più radicale: la kenosi, lo svuotamento di sé di cui parla Paolo nella Lettera ai Filippesi, il Figlio che non considera un tesoro geloso la propria uguaglianza con Dio, ma spoglia se stesso fino alla morte, e alla morte di croce. È qui che l'obiezione nietzscheana trova la propria risposta più radicale: non si tratta del risentimento di un debole che sublima la propria impotenza in virtù, ma dell'atto più libero e più potente che si possa concepire, un dono totale di sé che nessuna costrizione esterna impone, ma che scaturisce da un amore che precede ogni calcolo di convenienza. Ed è nel pane spezzato dell'ultima cena, offerto proprio in quella stessa sera, che questo dono trova la propria forma sacramentale permanente: un corpo dato, un sangue versato, perché tutti ne abbiano parte.

    La dimensione liturgico-sacramentale: l'Eucaristia come agape

    Come per la speranza e per la fede, anche la carità trova nella liturgia il luogo in cui si fa esperienza sensibile e comunitaria. L'Eucaristia stessa, nella tradizione più antica della Chiesa, veniva chiamata agape, banchetto d'amore: non un semplice rito commemorativo, ma la stessa dinamica del dono che si spezza e si distribuisce, resa presente e partecipabile in ogni celebrazione. Il gesto del segno di pace, che precede la comunione, traduce liturgicamente l'esigenza evangelica di riconciliarsi con il fratello prima di portare la propria offerta all'altare, ricordando che la carità verticale verso Dio e quella orizzontale verso il prossimo non si possono mai separare.
    Il servizio ai poveri, che la tradizione della Chiesa ha sempre considerato un prolungamento necessario e non accessorio della celebrazione eucaristica, mostra come la carità non si esaurisca nel momento rituale, ma esiga di uscire dall'assemblea verso il volto concreto del vulnerabile di cui parlava Lévinas: le opere di misericordia corporale e spirituale, nella tradizione catechetica, sono precisamente l'elenco dei modi in cui l'agape eucaristica si traduce in gesti quotidiani e verificabili, capaci di misurare, meglio di ogni sentimento dichiarato, la sostanza reale della carità professata.

    La carità come virtù teologale e regina delle virtù

    Occorre precisare, come già per la fede e per la speranza, che quanto descritto non è soltanto una categoria filosofica raffinata, ma una virtù teologale, anzi, secondo l'insegnamento di Paolo stesso, la più grande delle tre. La carità ha Dio come oggetto e motivo primo, ma a differenza della fede e della speranza, che riguardano un Dio non ancora pienamente visto e posseduto, la carità è l'unica virtù teologale destinata a durare per sempre, perché nella visione beatifica non si dovrà più credere né sperare, ma si continuerà, ed anzi si comincerà pienamente, ad amare.
    Questo permette di ricollocare le voci della nostra costellazione: l'eros platonico coglie con precisione il carattere di tensione e di desiderio proprio dell'amore umano, ma resta ancora centrato sul proprio compimento; il volto lévinasiano coglie con radicalità la precedenza assoluta dell'altro sulla mia libertà, ma rischia, se lasciato a se stesso, di non spiegare come questa responsabilità possa essere sostenuta nel tempo senza consumare chi la esercita; la mediazione ricœuriana tra stima di sé e sollecitudine per il prossimo offre l'equilibrio necessario perché il dono resti dono di una persona integra. La carità teologale, fondata sull'amore trinitario rivelato in Cristo, integra tutte queste intuizioni in un'unica sorgente che le precede e le sostiene: si può amare l'altro fino al dono totale di sé, senza esaurirsi, perché non si ama con le proprie sole forze, ma si attinge a un amore che è stato ricevuto per primo.

    Il pane spezzato e l'acqua versata: proposta pedagogica

    Se la carità simulata dei social è la cifra della distorsione contemporanea, educare alla carità significa condurre i giovani attraverso almeno quattro movimenti concreti.
    Il primo movimento riguarda l'esposizione reale al volto, contro la carità simulata dello schermo. Occorre offrire ai giovani occasioni concrete di incontro con un volto vulnerabile che l'algoritmo non avrebbe selezionato per loro: un'esperienza di volontariato che li metta davanti a una persona reale e non a un'immagine curata di sofferenza lontana, perché soltanto l'esposizione diretta, secondo l'intuizione lévinasiana, genera responsabilità autentica e non semplice indignazione performativa.
    Il secondo movimento riguarda l'educazione alla disponibilità quotidiana, contro l'indisponibilità di chi è generoso nei gesti ma chiuso nella presenza. Insegnare ai giovani, con l'esempio più che con il discorso, a prestare attenzione piena a chi hanno davanti, sospendendo per un momento il proprio pensiero e il proprio schermo, è forse l'apprendistato più difficile e più necessario in una cultura che alterna costantemente l'attenzione tra mille stimoli simultanei.
    Il terzo movimento riguarda l'integrazione tra stima di sé e sollecitudine per l'altro, contro il rischio opposto e speculare di un'educazione alla carità che produca soltanto sensi di colpa o annullamento di sé. Un giovane va aiutato a scoprire che donarsi non significa disprezzarsi, e che la carità più autentica nasce da una identità sufficientemente salda da potersi permettere di uscire da sé senza temere di perdersi, come insegna la mediazione ricœuriana.
    Il quarto movimento, infine, riguarda la pratica liturgico-sacramentale come luogo in cui questa educazione prende forma stabile e comunitaria. Una partecipazione consapevole all'Eucaristia, in cui il giovane comprenda di ricevere un pane spezzato prima ancora di essere chiamato a spezzare qualcosa di proprio per gli altri; un servizio concreto ai poveri vissuto non come attività isolata di volontariato occasionale, ma come prolungamento naturale della domenica; l'esperienza del segno di pace come piccola scuola quotidiana di riconciliazione: tutto questo restituisce ai giovani un'esperienza di carità che non è sforzo isolato della propria buona volontà, ma partecipazione a un dono più grande di loro, ricevuto prima di essere donato.

    Conclusione: il trittico compiuto

    Con questo saggio si chiude un trittico che ha attraversato le tre virtù teologali seguendo lo stesso metodo: partire da una costellazione filosofica onesta, capace di includere anche le voci più critiche e più esigenti, per poi lasciarsi condurre, senza scorciatoie, verso la parola biblica, la riflessione teologica, il centro cristologico e la pratica liturgico-sacramentale in cui ciascuna virtù trova la propria sorgente e il proprio compimento. Lo specchio e la finestra ci hanno insegnato a distinguere un tempo che si consuma da un tempo che si apre; il salto e la roccia ci hanno insegnato che il rischio della decisione personale e la stabilità del fondamento ricevuto non si escludono; il pane spezzato e l'acqua versata ci insegnano, infine, che il dono più vero non è quello che sale verso il proprio compimento, ma quello che scende verso chi ha bisogno, e che si moltiplica proprio nell'atto di spezzarsi.
    Educare i giovani alla carità, in definitiva, non significa insegnare loro un generico buonismo, né esporli a un sentimentalismo compassionevole privo di sostanza. Significa condurli a scoprire, attraverso l'incontro reale con un volto e la partecipazione a un pane realmente condiviso, che l'amore più grande di tutti, quello che non avrà mai fine, è quello che hanno già ricevuto per primi, e che possono ormai, se lo scelgono, cominciare a restituire.