Abrahamo,

    l'uomo dell'ospitalità

    e dell'amicizia

    Gregorio Battaglia


    Abrahamo è soprattutto l’uomo della tenda. Essa serve ad illustrare in modo plastico la sua condizione di “straniero e pellegrino”. E’ vero che egli ha avuto la promessa di una terra, ma adesso egli la percorre in lungo ed in largo senza poter avanzare alcuna pretesa su di essa. Così egli impara a crescere nella fiducia nel “Dio della promessa”, ben sapendo che i tempi del compimento sono conosciuti unicamente da Lui.
    Questa sua condizione di uomo senza diritti lo porta a sperimentare la gratuità ed anche il valore dell’essere accolti. Man mano che egli va invecchiando scopre, con grande suo stupore, che il mondo non è soltanto il luogo dell’inimicizia e dell’invidia, ma è anche uno spazio ospitale. L’inizio del capitolo XVII si premura di farci sapere che Abrahamo ha già raggiunto la bella età di “novantanove anni”, ma l’invecchiamento fisico corrisponde in lui ad una acquisizione sempre più profonda di una grande maturità umana.
    Ed è proprio in questo capitolo che per la prima volta si parla del “sorridere” di Abramo. Dio si è fatto ancora presente nella vita di Abrahamo, apparendogli e rinnovando con lui la sua alleanza, il suo patto ed in più cambiandogli il suo nome: “Non ti chiamerai più Abram, ma ti chiamerai Abraham” (Gen 17,5). Il cambiamento di nome sembra in effetti un piccolo dettaglio poco significativo, tanto che nelle traduzioni il nome resta sempre lo stesso, ma l’inserimento di una “h”, che è una lettera aspirata, significa che la sua vita è interiormente mossa dallo Spirito.
    La maturità che Abrahamo lascia trasparire, è allo stesso tempo frutto della sua esperienza di vita, ma, ancor di più, è dono che gli viene conferito dalla presenza del Dio vivente. Di fronte alle contraddizioni che chiudono gli orizzonti della sua vita in modo brutale ed umiliante, egli impara man mano a scoprire nel mistero delle cose la luminosità affiorante di un sorriso: il sorriso di Dio.
    Egli va rendendosi conto che più impara a sostare e a guardarsi attorno e più il mondo gli sorride, anzi è lo steso sorriso di Dio a venirgli incontro. Così di fronte all’annuncio divino della prossima maternità della moglie Sara egli può aprirsi ad un sorriso contenuto e disteso: “Allora Abrahamo si prostrò con la faccia a terra e rise” (Gen 17,17).
    Alla soglia dei cento anni Abrahamo si presenta come un uomo, che è sempre meno tentato dalla fretta o dalla voglia di fare da sé. Il suo prostrarsi a terra e l’accettazione del rito della circoncisione sono espressione significativa del suo stato interiore, sempre più aperto a credere che non c’è “qualcosa impossibile per il Signore” (Gen 18,14).

    Abrahamo: dal sentirsi ospitato al dare ospitalità

    Nel suo peregrinare di luogo in luogo Abrahamo ha potuto sperimentare le doppiezze e le ipocrisie degli uomini, ma allo stesso tempo ha potuto gustare il dono dell’accoglienza, che gli ha permesso di poter abitare una terra, che gli è stata promessa, ma che di fatto non gli appartiene. Egli è un semplice “immigrato”, che riceve tutto come dono, ma è proprio questa esperienza a far maturare in lui la sapienza dell’ospitalità. Abrahamo ha già dimostrato di saper condurre una guerra, quando si è trattato di intervenire a favore del nipote Lot (cf Gen 14, 1-16), ma nel prosieguo del cammino ha sempre meglio compreso il valore dell’ospitalità, che ormai per lui è una legge, che condiziona le sue scelte ed il suo modo di stare in questo mondo.
    Tutta la tradizione ebraica vede in Abrahamo un’autentica vocazione all’ospitalità. Essa ha la forza di infrangere i labirinti delle diffidenze e delle chiusure autoreferenziali per andare incontro all’altro senza paura della sua diversità. In effetti la via dello shalom, della fecondità della vita è strettamente legata alla pratica dell’ospitalità, che tenta di costruire una società dove le diversità si possano riconciliare ed integrare tra di loro.
    La legge dell’ospitalità permette di superare quell’inevitabile insicurezza, che la venuta dell’estraneo produce in chi si sente di casa nel proprio territorio. Essa costituisce, in effetti, il più importante codice sociale, che in tante culture permette di trasformare la paura ed il sospetto in apertura di credito all’altro, anche se non è stata ancora possibile una sia pur minima conoscenza.
    La legge dell’ospitalità colloca di fatto tutti e due, chi viene da fuori e chi ospita, in uno spazio tutto proprio, un vero spazio sacro, dove si pongono in essere delle azioni, in cui entrambi si coinvolgono e rendono possibile la comunicazione. Le differenze tra i due continuano a permanere, ma in quello spazio è come se tutto venisse sospeso e con questo la stessa incertezza, che, invece, viene tramutata in un’estraneità conosciuta.
    Tutto il capitolo 18 della Genesi è il racconto di una visita inaspettata che Abrahamo riceve nell’ora più calda del giorno e di come egli reagisca al sopraggiungere di questi sconosciuti. L’autore sacro si preoccupa di farci sapere in anticipo che si tratta di un’apparizione di Dio, ma se proviamo a calarci nei panni di Abrahamo, ciò che di fatto egli vede è solo l’improvviso arrivo di tre sconosciuti: “Poi il Signore apparve a lui alle Querce di Mamre, mentre egli sedeva all’ingresso della tenda nell’ora più calda del giorno. Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui (Gen 18,1-2).
    Abrahamo sta “seduto all’ingresso della tenda” in una posizione che è di riposo, ma anche di vigile attesa nei confronti di possibili pellegrini. Bisogna tenere presente, inoltre, che egli è in condizioni di convalescenza, perché un versetto prima era stato detto che lui, Ismaele e tutti gli uomini della sua casa si erano sottoposti al rito della circoncisione (Gen 17,27). Egli, benché sofferente a motivo della circoncisione, sedeva all’ingresso della tenda in modo da essere pronto per accogliere i viandanti nell’ora più calda della giornata.
    Proprio per questo suscita stupore ed ammirazione il suo modo di reagire a questa visita inaspettata: “Appena li vide, corse loro incontro dall’ingresso della tenda e si prostrò fino a terra” (Gen 18,2). Abrahamo non tiene conto né della sua età, essendo ormai centenario, né del suo stato di salute, ma, preoccupato unicamente dell’accoglienza dell’altro, si mette a correre, perché è libero da paure e pregiudizi. Inoltre una volta giunto presso i tre viandanti si prostra davanti a loro, come ci si pone davanti alla stessa presenza di Dio.
    Abrahamo, che non sa di ricevere la visita dello stesso Dio, rivela in pienezza il suo cuore ospitale, mostrando tutta la sua cura per il bisogno dell’altro, che aspetta unicamente di essere “riconosciuto” per non perdersi in un deserto inospitale. E così egli non perde un attimo: si mette subito all’opera, fa preparare un vitello, ordina alla moglie Sara di impastare e di cuocere le focacce. Egli sa che nessuno passa per caso e che questo incontro può trasformarsi in una reciprocità di bene.
    La fretta che contraddistingue lo stile accogliente di Abrahamo non si traduce in una costrizione verso l’altro. Egli non intende imporre la sua ospitalità a coloro che stanno fermandosi presso la sua tenda, perché non ha l’arroganza di voler alterare i piani dei suoi ospiti, né di trattenerli a suo vantaggio. Egli vuole soltanto offrire una pausa, quanto basta per il loro ristoro: “Permettete che vada a prendere un boccone di pane e rinfrancatevi il cuore; dopo potrete proseguire, perché è bene per questo che voi siete passati dal vostro servo” (Gen 18,5). Il bene e, come in questo caso, l’accoglienza non possono essere oggetto di imposizione, ma vanno offerti nella gratuità di un amore, che sia capace di rispettare la coscienza e le scelte dell’altro.
    Un’altra nota che contraddistingue l’ospitalità di Abrahamo è costituita dalla estrema generosità. Egli non si accontenta di una semplice accoglienza, ma intende donare quanto ha di meglio e così “all’armento corse lui stesso, Abrahamo, prese un vitello tenero e buono e lo diede al servo, che si affrettò a prepararlo” (Gen 18,7). Da buon nomade egli sa per esperienza che tutto si riceve come dono gratuito di Dio e ciò che si riceve dalla mano di Dio deve mantenere il suo statuto di dono.
    Proprio per questo egli non ha esitazione alcuna, ma tutto egli compie in fretta con grande libertà interiore, perché il suo cuore non oppone alcun ostacolo. Nella sua generosa e calorosa accoglienza Abrahamo non manca di coinvolgere anche Sara, a cui dice espressamente: “Presto, tre staia di fior di farina, impastala e fanne focacce”(Gen 18,6). Egli non parla di “farina comune”, ma di “fior di farina”, che Sara deve impastare.
    E’ una distinzione che troviamo nel libro dei Re dove è detto che “i viveri di Salomone per un giorno erano trenta kor di fior di farina (solet) e sessanta di farina comune (qemah)” (1Re 5,2). Il “fior di farina”, chiamato ‘solet’ ha un forte riferimento cultuale, per cui nel libro del Levitico quando si tratta di fare l’offerta cultuale si parla solo ed esclusivamente di “fior di farina”, cioè di ‘solet’.
    Questo piccolo particolare dà una profondità maggiore all’accoglienza di Abrahamo, la cui ospitalità si colora di un alone liturgico. Egli si muove come se stesse celebrando una vera liturgia di accoglienza, che dà gloria a Dio ed introduce sulla soglia della visione. In effetti durante la sosta dei tre pellegrini, che si fermano per mangiare quanto è stato preparato da Abrahamo e da Sara, avviene come una specie di dissolvenza, per cui si passa con molta rapidità dal parlare dei tre ospiti alla stessa presenza del Signore: “Poi gli dissero: ‘Dov’è Sara tua moglie?’ Rispose: ‘E’ là nella tenda’.
    Il Signore riprese: ‘tornerò a te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio’ (Gen 18,9-10). Si ha l’impressione che la presenza del Signore emerga, traspaia dalla stessa figura dei tre viandanti. C’è qui come il culmine dell’evento ospitale celebrato da Abrahamo, per cui non è occasionale che la promessa di Isacco sia avvenuta in questo contesto celebrativo.
    La tradizione ebraica non dimenticherà mai la conviviale accoglienza di Abrahamo e nella benedizione del pasto, farà dire all’ospite una preghiera che contiene queste parole: “Il Misericordioso benedica questa tavola da cui abbiamo mangiato e vi disponga tutte le delizie del mondo, affinché sia come la tavola di Abrahamo nostro padre: chiunque ha fame ne mangi, chiunque ha sete ne beva”.

    Abrahamo: semplicemente l’amico

    Per la tradizione musulmana la figura di Abramo è indicata soltanto con il soprannome di Al-Khalil, che significa ‘l’amico’. L’apostolo Giacomo nella sua lettera facendo un riferimento alla fede operosa di Abrahamo dice testualmente: “E Abraam ebbe fede in Dio e gli fu accreditato a giustizia e fu chiamato ‘amico di Dio’”(Gc 2,23). Nel chiamarlo ‘amico di Dio’ Giacomo sta riprendendo un testo di Isaia dove è il Signore stesso a definire Abramo in questo modo: “Ma tu Israele, mio servo, tu Giacobbe, che ho scelto, discendente di Abramo, mio amico” (Is 41,8).
    A dire il vero sono pochi i testi biblici dove ricorre questa definizione di Abramo, ma questo non impedisce di cogliere la qualità della relazione, che si è instaurata tra Dio ed il suo servo Abrahamo. Per l’apostolo Giacomo egli non soltanto ha creduto, si è fidato di Dio, ma è stato anche chiamato “amico di Dio”. E’ quanto mai evidente che l’iniziativa è di Dio, che oltre a chiamarlo, apre con Abrahamo una vera relazione di amore gratuito.
    Egli non è soltanto un chiamato, ma è anche una persona amata da Dio. L’idea di amicizia, però, suppone che la relazione non resti a senso unico, ma che tra i due si instauri un rapporto di vera reciprocità, per cui si può dire che per Abrahamo l’essere ‘amico di Dio’ significhi, a sua volta, un sentirsi coinvolto in una intimità familiare con Lui e allo stesso tempo in una volenterosa cooperazione alla stessa fatica di Dio.
    Queste considerazioni sulla qualità del rapporto, che si è andato man mano approfondendo tra Dio e Abrahamo, ci permettono di meglio comprendere il seguito del racconto dell’ospitalità dei tre pellegrini: “Quegli uomini si alzarono e andarono a contemplare Sodoma dall’alto, mentre Abramo li accompagnava per congedarli. Il Signore diceva: ‘Devo io tenere nascosto ad Abrahamo quello che sto per fare?” (Gen 18,16-17). Abramo è l’amico, a cui il Signore intende comunicare la sua apprensione, anzi la sua delusione dinanzi allo spettacolo offerto da un mondo smarrito e chiuso nelle sue logiche di riduzione dell’altro a pura merce di scambio.
    Il testo dice che i tre guardano Sodoma dall’alto, ma Sodoma, in questo caso, è cifra di un mondo colto nel suo stato di decadimento, di corruzione e di fallimento e tutto questo provoca nel cuore di Dio un movimento di tristezza, ma anche un’urgenza di prendere un’iniziativa in proposito. Il Signore, perciò, si avvicina ad Abrahamo, perché ne cerca la confidenza, come se avvertisse il bisogno di condividere la sua tristezza con qualche altro e di comunicargli allo stesso tempo il disegno che ha in mente di attuare. Il Signore Dio sembra mettersi nell’atteggiamento del mendicante davanti al suo amico, come se aspettasse di essere consolato, di trovare in lui un moto di interesse e di compassione.
    Ed Abrahamo non si tira indietro e non si sente per nulla disinteressato al problema che il Signore sta ponendo: “Allora Abrahamo gli si avvicinò e gli disse: ‘Davvero sterminerai il giusto con l’empio? Forse vi sono cinquanta giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere?” (Gen 18,23-24). Abrahamo non soltanto è molto disponibile a lasciarsi coinvolgere in questa relazione di amicizia, che Dio ha voluto intrecciare con lui, ma più essa cresce in intimità e familiarità e più Abrahamo si scopre amico di questa umanità, di questa città, di questo mondo. Niente gli è più estraneo, ma il destino dell’altro lo avverte come strettamente legato al suo. Proprio per questo egli avverte in sé una spinta morale, che lo porta ad assumere responsabilmente il compito di intercedere a vantaggio di Sodoma.
    Nel suo insistente dialogo con il Signore Abrahamo si ferma quando arriva ai dieci giusti e, pur potendolo fare, non va oltre. Ma questo silenzio orante di Abrahamo sembra essere un segreto appello a quell’unico giusto, che egli ancora non conosce, ma che condividerà la situazione di Sodoma e della città degli uomini dall’interno di essa. La sua intercessione è impostata come atto di amicizia per il mondo corrotto degli uomini, in quanto egli confida di trovare all’interno di esso una presenza che corrisponda al cuore di Dio, suo amico.
    Nel corso delle sue peripezie egli è cresciuto nella speranza fino a divenire anziano nell’esperienza del sorriso, ma soprattutto si è sempre più ritrovato coinvolto in un rapporto di amicizia con Dio, che lo ha portato a condividere con Lui gli stessi sentimenti di amore e di compassione per il mondo degli uomini. Proprio perché ha imparato a partecipare del dolore di Dio per questa umanità smarrita e corrotta, Abrahamo nella sua solidarietà con gli uomini può rappresentare presso Dio la memoria di tutto ciò che è umano.

    (I mercoledì della Bibbia)