Nel mentre volto pagina
Greta Di Vincenzo *

Sto per cominciare un nuovo capitolo della mia vita: un dottorato di ricerca in Matematica.
In questo momento storico si potrebbe pensare che Matematica significhi Finanza, IA o altre applicazioni “fruttifere”: e ci sarebbero tutte le buone ragioni per pensarlo (e perseguirle). Per me, però, Matematica significa semplicemente (semplicemente?) un mondo di astrazione complessa, un percorso dentro una realtà assolutamente razionale che sta dietro e sotto il mondo, e quasi lo regge. Vorrei raccontare la sensazione di impotenza quando si è bloccati su un problema e poi arriva l’illuminazione, e la soddisfazione di averlo risolto con il solo mezzo della propria comprensione profonda. Inizierò infatti un dottorato in Geometria, che non richiede (più) goniometri e squadrette per essere trattata e il cui trattamento non apporta molto alle discipline applicative di cui sopra: è lo studio di alcune strutture matematiche direttamente ispirate dalla conformazione del mondo che ci circonda.
Una struttura matematica è un modo per mettere nero su bianco quella sensazione di quando, osservando le fattezze di un oggetto naturale o lo svolgimento di un fenomeno, sentiamo che quanto è davanti ai nostri occhi ha un senso, possiede una logica (appunto, matematica), si potrebbe schematizzare, ma non abbiamo i mezzi o il tempo o l’intenzione di farlo. Una struttura è quindi una lente attraverso la quale possiamo riguardare questo oggetto e fenomeno e giustificare quella sensazione istintiva che abbiamo avuto a prima vista (qui mi sovviene qualche memoria del liceo, in filosofia: la percezione immediata della “cosa così come appare” nella sua forma, atteggiamento “nativo” della fenomenologia: e non mi stupisce che Husserl prima di filosofare sia stato un ottimo matematico. Ma qui dovrei chiedere a mia sorella che fa filosofia!). E magari, se lo vogliamo o crediamo, giustificare anche la convinzione che dietro alla natura ci sia un’intelligenza che la vuole esattamente com’è, con tutte le perplessità e le incognite del caso.
Questa straordinaria bellezza è la principale ragione per la quale, dopo un liceo scientifico e una triennale in Ingegneria, ho scelto di lasciare la strada vecchia più sicura per dedicarmi alla Matematica Pura e quindi alla Geometria.
Questa scelta non è solo dettata dalla passione, ma coincide anche con un lento processo di definizione dei miei valori che ha avuto luogo dentro di me in questi anni di crescita.
Sono sempre stata una persona perfezionista (“pignola”, direbbe mia mamma), e quindi sono portata a vedere il risultato, la tecnicità, la riuscita, l’esattezza, il rispetto della logica come obiettivi, e il resto come mezzo per raggiungerli. Al liceo, indecisa sulla scelta del percorso universitario, ho avuto paura di mettere alla prova la mia “immaginazione creativa”, paura eventualmente di rendermi conto che non era abbastanza pronta o abbastanza brava, ed ho quindi optato per quelle discipline dove pensavo che tanto, tanto duro lavoro portasse al risultato, come ad esempio l’Ingegneria: mi sono poi resa conto che mi sbagliavo e che ci vuole creatività anche per essere un buon ingegnere!
È stato solo imparando a credere in me stessa e conoscendo tante persone, amici e professori di grande ispirazione che sono riuscita a darmi ascolto e scegliere quello che davvero mi appassionava e nutriva la mia curiosità e creatività, dandomi così un po’ di credito.
Un’altra ragione di tentennamento è stata ed è tuttora il tentativo di dare un senso umano a ciò che faccio. La domanda circa il fatto che ciò che faccio sia davvero utile a qualcuno, valga davvero la pena, è sempre presente nelle mie scelte e non sempre riesco a rispondermi in modo soddisfacente. Sono convinta che la ricerca e l’insegnamento siano funzioni vitali nella nostra società e questo mi motiva ogni giorno; d’altro canto (leggo anch’io i giornali, e ascolto la tv, e parlo con amici di diverse parti del mondo), mi sento profondamente toccata da tante situazioni quotidiane di sofferenza umana, e mi chiedo spesso se quelle funzioni siano abbastanza vitali o se ce ne siano di ancora più cruciali. Come dire: va bene far navigare la mente negli spazi infiniti della geometria, analizzando le forme perfette delle strutture e dei processi, quando “il corpo” (il corpo degli altri, il mio di rimando, il corpo sociale di tanti popoli) è toccato e ferito?
Non riesco ancora a dare una risposta diretta a questa domanda, non l’ho ancora ben formalizzata o forse capita, ma sento importante adesso cercare di rendere davvero mio, sensato, il percorso: renderlo trasparente dei valori che sento miei e che ho maturato nelle mie riflessioni, esperienze, incontri; allenare l’empatia e la sensibilità nel quotidiano, anche quando non si tratta di salvare una vita, ma “solo” di insegnare un concetto a uno studente o trasmetterlo a un collega. Anche questo frammento di verità contribuisce a pensare il mondo in maniera diversa, anche più “giusta”.
Da ragazzina tendevo a nascondere i valori che mi definiscono, la mia sensibilità, a non nutrirla per paura di soffrire. Studiare lontano da casa, viaggiare, condividere… mi ha fatto capire che la sensibilità può essere un peso disturbante, certo, ma anche e soprattutto un valore, una responsabilità da assumere e di cui essere felici, perché significa sostanzialmente essere umani: dunque anche commettere errori, rallentare, accettare la sofferenza (ma cercare di evitare di darla agli altri).
E oso dire (e qui riemerge la mia passione intellettuale) che l’empatia, l’amore stiano all’uomo come la Matematica sta alla natura: sappiamo che essa ne è come la forma e la logica, ma è latente e non sappiamo spiegare né come né perché. Con la differenza che cercare in se stessi l’amore e l’empatia, e apprendere a viverle e a donarle non è semplice quanto definire una nuova struttura matematica. D’altra parte è il difficile mestiere dell’essere umani... e giovani alla ricerca di un posto non inutile nel mondo.
* 24 anni, di Chieri, adesso a Roma per il dottorato.

