Siamo davvero contemporanei?
La luce che ancora non ci raggiunge
C'è una sera, non troppo diversa da tante altre, in cui capita di alzare gli occhi verso un cielo abbastanza scuro da lasciare intravedere le stelle. Quello che vediamo, in realtà, non è quasi mai ciò che crediamo di vedere: la luce di molte di quelle stelle è partita migliaia, a volte milioni di anni fa, e alcune delle sorgenti che la hanno emessa non esistono più. Ma c'è di più, e di più inquietante: nell'universo in espansione, le galassie più remote si allontanano da noi a una velocità tale che la loro luce, per quanto viaggi verso di noi senza sosta, non potrà mai raggiungerci. Quello che chiamiamo il buio del cielo notturno non è dunque un semplice vuoto, un'assenza di luce: è, in parte, una luce che ci cerca e che non arriverà mai a destinazione. Un appuntamento che, per struttura, si può solo mancare.
Questa immagine, che l'astrofisica contemporanea offre e che il filosofo Giorgio Agamben ha reso celebre proponendola come cifra della contemporaneità, ci consegna subito la domanda che vorremmo custodire per l'intero percorso di queste pagine: siamo davvero contemporanei? E se lo siamo, di cosa esattamente? Del nostro tempo, certo. Ma essere del proprio tempo è tutt'altro che ovvio, e forse è proprio l'equivoco più diffuso del nostro presente credere che basti viverci dentro per appartenergli davvero.
L'intempestivo come condizione del contemporaneo
Nel 1874 un giovane filologo, non ancora il Nietzsche che tutti conosciamo, pubblica le sue Considerazioni inattuali, con l'intento dichiarato di fare i conti col proprio tempo. Scrive, all'apertura della seconda di queste considerazioni, che la sua riflessione è inattuale «perché cerca di comprendere come un male, un inconveniente e un difetto qualcosa di cui l'epoca va giustamente orgogliosa»: la propria cultura storica, la propria febbre della storia. È un gesto insolente, e insieme lucidissimo. Nietzsche non si limita a criticare un aspetto della sua epoca: sposta il terreno della domanda, e afferma che la vera appartenenza al proprio tempo non coincide con l'adesione a esso. Appartiene davvero al suo tempo, dice, chi non vi coincide perfettamente, chi non se ne lascia semplicemente assorbire; ed è proprio grazie a questo scarto, a questo anacronismo vissuto, che egli riesce a percepire e ad afferrare il proprio tempo meglio di chi vi combacia in ogni punto. Chi coincide troppo con la propria epoca, in altre parole, non riesce a vederla: le sta troppo addosso per poterne distinguere il volto.
Questo non significa affatto rifugiarsi in un altro tempo, cercare consolazione in epoche più familiari o più eroiche. Il contemporaneo, ricorda Agamben, «può odiare il suo tempo, ma sa in ogni caso di appartenergli irrevocabilmente, sa di non poter sfuggire» a esso. La contemporaneità non è dunque fuga, ma una relazione singolare, che aderisce al proprio tempo esattamente attraverso lo scarto che se ne prende. È una fedeltà paradossale, che si esercita per distanza e non per fusione.
Il buio come compito, non come assenza
Ma cosa vede, allora, chi guarda davvero il proprio tempo? Agamben osserva che percepire il buio di un'epoca non è un'operazione passiva, un semplice non-vedere: la neurofisiologia della visione insegna che, nell'assenza di luce, sono particolari cellule della retina a entrare in attività, producendo ciò che chiamiamo l'oscurità. Vedere il buio è dunque un gesto, un'abilità, qualcosa che si esercita: significa non lasciarsi accecare dalle luci troppo forti dell'epoca – le sue certezze, i suoi slogan, i suoi trionfi annunciati – per scorgervi la parte d'ombra che ogni luce porta con sé. Essere contemporanei, allora, richiede quasi un coraggio fisico: quello di tenere fisso lo sguardo proprio dove l'evidenza sembra mancare, di ricevere in pieno viso, come scrive Agamben, «il fascio di tenebra che proviene dal suo tempo».
Ed è qui che la metafora della luce ritorna, non più come immagine consolatoria, ma come struttura stessa del tempo presente. Percepire nel buio dell'oggi una luce che ci cerca e che, per quanto viaggi verso di noi, non può ancora raggiungerci: questo, scrive Agamben, «significa essere contemporanei». Non uno sguardo nostalgico verso ciò che è già stato, dunque, ma un'attenzione vigile verso ciò che, sebbene già in cammino, non è ancora arrivato. Un «troppo presto» che è insieme un «troppo tardi»; un «già» che convive con un «non ancora».
Il rischio delle categorie che credono di descrivere
Prima di provare a nominare le forme concrete che questo buio assume oggi – e sarà il compito della parte che segue –, occorre fermarsi su un pericolo che minaccia ogni tentativo di leggere il presente. Ogni volta che proviamo a dire "il nostro tempo è così", rischiamo di costruire una categoria che non descrive più la realtà, ma la precede e la impone. Le grandi parole con cui siamo abituati a leggere l'epoca – crisi, progresso, emergenza, transizione – non sono mai del tutto neutre: portano già in sé una lettura, spesso ideologica, che decide in anticipo che cosa contare come luce e che cosa scartare come rumore di fondo. Il rischio, insomma, è di scambiare per una fotografia del presente quella che in realtà è già un'interpretazione travestita da constatazione. Chi vuole essere contemporaneo nel senso che abbiamo appena descritto deve dunque diffidare, prima di ogni altra cosa, delle proprie categorie: deve essere disposto a sospenderle per lasciare che il reale mostri anche ciò che quelle categorie, per loro stessa natura, non erano fatte per vedere.
È precisamente in questo spazio sospeso, tra le luci troppo forti che accecano e le categorie che già pre-decidono, che si nascondono le riserve di umanità di cui vogliamo occuparci: non appariscenti, non catalogabili in un indice, quasi sempre percepibili solo per cenni, come una filigrana sotto la superficie del presente. Prima di poterle scorgere, però, bisogna attraversare con onestà il buio che le precede: le forme concrete, storiche e culturali, in cui il nostro tempo si appiattisce su se stesso, credendo di essersi finalmente reso del tutto trasparente a sé.
Gli appiattimenti del presente
Se il presente ha, come vuole Agamben, la schiena spezzata, vale la pena chiedersi dove esattamente passi la frattura. Non in un punto solo, naturalmente: ma è possibile riconoscere, sotto la varietà dei fenomeni, alcuni movimenti ricorrenti attraverso cui il nostro tempo tende a richiudersi su di sé, a credersi finalmente trasparente, risolto, senza resto. Sono movimenti di appiattimento, nel senso preciso in cui si appiattisce ciò che aveva profondità: si toglie il rilievo, si elimina l'ombra, si riduce ogni eccedenza alla superficie piana su cui tutto può essere misurato con lo stesso strumento.
Il primo di questi movimenti potremmo chiamarlo l'appiattimento tecnico-gestionale. È quello per cui ogni questione, anche la più drammatica, viene tradotta nel linguaggio del controllo e della prestazione. Il filosofo Byung-Chul Han ha descritto bene questa mutazione parlando di una società della trasparenza, in cui tutto ciò che non si lascia immediatamente esporre, quantificare, rendere disponibile viene percepito come sospetto, come un residuo di opacità da eliminare. Ma lo stesso movimento si può osservare altrove, in luoghi apparentemente lontani dalla logica del rendimento. Pensiamo a come la crisi ecologica, che avrebbe bisogno di una autentica conversione dello sguardo sul nostro rapporto con le cose, venga spesso ridotta a una questione di bilanci di emissioni, di protocolli, di conformità alle norme: la terra diventa un problema da gestire, non una casa da abitare con cura. Pensiamo a come persino la parola pace, quando entra nel linguaggio della geopolitica, si trasformi facilmente in un semplice equilibrio di forze, in una tregua armata che rimanda il conflitto senza mai attraversarlo: si amministra l'ostilità, non si edifica la riconciliazione. In tutti questi casi il gesto è identico: si sostituisce alla domanda "che cosa esige questa realtà da noi?" la domanda più maneggevole "come possiamo tenerla sotto controllo?".
Il secondo movimento è l'appiattimento relazionale, quello che il sociologo Zygmunt Bauman ha chiamato la liquidità dei legami. In una condizione in cui ogni rapporto, anche il più intimo, resta sempre sotto la minaccia della propria revocabilità, l'investimento affettivo si fa necessariamente più prudente, più reversibile, meno disposto a rischiare quella parte di sé che ogni legame vero richiede in pegno. Non si tratta soltanto di una difficoltà a "impegnarsi", come si dice spesso con un vocabolario un po' logoro: si tratta di una trasformazione più profonda della forma stessa del legame, che tende a somigliare sempre più a un contratto rinegoziabile e sempre meno a una promessa. Ciò che va perduto, in questo appiattimento, non è la relazione in quanto tale, ma la sua capacità di eccedere il calcolo dei costi e dei benefici: la sua gratuità, appunto, che è la prima cosa a scomparire quando il legame si fa liquido.
Il terzo movimento, infine, è l'appiattimento simbolico: la riduzione della parola a slogan. Ogni epoca conosce parole che portano in sé una carica eccedente, capace di orientare l'agire e non solo di descriverlo; ma è proprio questa eccedenza a rendere quelle parole facilmente arruolabili, svuotabili, ridotte a bandiera. Accade a parole come fraternità, quando viene brandita come etichetta politica senza che nessuno si assuma il compito, faticoso e concreto, di costruirla giorno per giorno. E accade, non meno vistosamente, al sacro, quando viene tradotto in una spiritualità di consumo, in un benessere emotivo che promette pace interiore senza mai esigere la domanda, la conversione, l'attraversamento del limite. In entrambi i casi la parola resta, se ne continua persino ad abusare, ma si è svuotata proprio di ciò che la rendeva pericolosa: la sua pretesa su di noi.
Tre movimenti diversi, dunque, ma con una radice comune: in ognuno di essi il presente si illude di essersi reso finalmente leggibile per intero, di aver eliminato ogni resto oscuro. È esattamente l'illusione contro cui Agamben ci ha messo in guardia: chi crede che il proprio tempo sia tutto luce, chi non riesce più a percepirne il buio, ha semplicemente smesso di essergli contemporaneo.
Le riserve nascoste
Eppure, sotto la superficie appiattita, qualcosa continua a resistere. Non appare quasi mai in prima pagina, non si lascia catturare da nessuna delle categorie che abbiamo appena nominato: si può solo, per così dire, intravederla di sfuggita, come si intravede una falda d'acqua sotto un terreno arido, di cui nessuna erba secca in superficie sembra dare testimonianza, e che pure continua a scorrere.
La fraternità è una di queste riserve. Non quella esibita nei manifesti, ma quella che si scopre, per esempio, in due sconosciuti che si stringono per un momento nella stessa disgrazia, senza calcolo e senza pubblico: un gesto che nessuna delle logiche gestionali del nostro tempo sa spiegare del tutto, e che proprio per questo continua a sorprenderci ogni volta che vi assistiamo. Un'altra riserva è il perdono, quel gesto radicalmente antieconomico che rifiuta la logica dello scambio e della restituzione, e che pure – la cronaca ce lo ricorda a volte, con la forza di uno scandalo – continua a essere scelto da alcuni, anche di fronte a offese che parrebbero irredimibili. Un'altra ancora è quella forma di custodia che precede ogni gestione: il gesto di chi si prende cura di un luogo, di una pianta, di una persona fragile senza calcolarne il rendimento, semplicemente perché quella cosa esiste ed è stata affidata alle sue mani.
Nessuna di queste riserve si lascia programmare, e forse è proprio questo il loro tratto più prezioso. Non sono progetti che si possano decidere a tavolino: sono più simili a una luce che sta ancora viaggiando verso di noi, e che possiamo scorgere solo se accettiamo di guardare, come chiede Agamben, non le luci troppo forti dell'epoca, ma la sua parte d'ombra.
Una falda più antica di ogni epoca
Resta da chiedersi da dove venga, in ultima istanza, questa capacità di resistenza. Una prima risposta, di ordine antropologico, potrebbe dire semplicemente che l'essere umano eccede sempre ogni configurazione storica in cui si trova a vivere: nessuna epoca, per quanto totalizzante nelle sue pretese, riesce mai a esaurire per intero ciò che l'uomo è capace di essere. È come se la dignità umana portasse in sé un'eccedenza strutturale, un margine che nessun sistema, per quanto perfezionato, riesce a colonizzare del tutto.
Ma chi guarda questa eccedenza con occhi anche teologici può avanzare un'ipotesi più radicale ancora. I padri della Chiesa parlavano di semi del Verbo, disseminati in ogni cultura umana ancor prima e al di fuori di ogni annuncio esplicito: una semente che continua a germinare nel sottosuolo dell'umano, indipendentemente dalla consapevolezza di chi la porta. È la stessa logica che la tradizione cristiana riconosce nel Regno di Dio, già presente e non ancora pienamente manifestato: una struttura temporale che assomiglia, sorprendentemente, a quella luce delle stelle di cui parlavamo in apertura. Qualcosa è realmente accaduto, ha già toccato la storia nell'evento di Cristo, e tuttavia continua a essere atteso nella sua piena rivelazione. Le riserve di umanità che sopravvivono sotto la superficie del presente sarebbero, in questa lettura, tracce di quella stessa luce già venuta e non ancora arrivata a compimento: una grazia sedimentata nell'umano, capace di riemergere anche là dove nessuno la chiama più con il suo nome.
Il compito educativo: custodire il pozzo
Se le cose stanno così, allora il compito di chi educa non può essere quello di trasmettere semplicemente ciò che l'epoca già considera acquisito e visibile. Il compito più proprio dell'educazione è, al contrario, quello di custodire il pozzo: impedire che il cinismo, o la fretta, o l'abitudine a considerare reale solo ciò che si lascia immediatamente misurare, finiscano per tappare la falda. Educare significa allora allenare lo sguardo dei più giovani a percepire, nel buio apparente del loro tempo, quella luce che sta ancora viaggiando verso di loro; significa insegnare loro a non credere che, se quella luce non è ancora arrivata, questo equivalga a dire che non esiste; e a non arrendersi di fronte all'evidenza, spesso schiacciante, degli appiattimenti che abbiamo descritto.
Non è un compito consolatorio, e sarebbe disonesto presentarlo come tale. Restare fedeli a un appuntamento che, per sua natura, si può solo mancare – come scrive Agamben – richiede una forma di coraggio che nessuna pedagogia può garantire in anticipo. Ma è proprio in questa tensione, mai risolta, che si gioca la possibilità di essere davvero contemporanei: non adeguati al proprio tempo, non nostalgici di un tempo diverso, ma capaci di tenere fisso lo sguardo nel punto esatto della frattura, dove la schiena del presente è spezzata, e di riconoscere, in quella frattura, il luogo di un appuntamento che vale la pena continuare a onorare.

