La sfida della fede: il primo annuncio
Una riflessione dei vescovi delle diocesi lombarde (2009)
Per la rilevanza del testo e per la sua costante attualità, riproponiamo il documento "La sfida della fede: il primo annuncio" a cura dei Vescovi Lombardi, che si sviluppa in tre parti: la prima presenta alcune situazioni che possono diventare «soglie» per accedere o accedere di nuovo alla fede, la seconda racconta, sotto forma di lectio, l’«incontro vivo» fra il cieco nato e Gesù di Nazaret, mentre la terza sollecita i fedeli affinché siano «più consapevoli della loro missione di essere testimoni del primo annuncio».
Riflessioni e intuizioni che possono aiutare la PG a pensare in questa prospettiva ogni proposta o itinerario di fede.
«Cristo è risorto!» (1Cor 15,20), è «la luce vera che illumina ogni uomo» (Gv 1,9). Noi vescovi lombardi ci rivolgiamo alle nostre Chiese locali per riflettere sulla condizione attuale della fede. Il desiderio di scrivervi è nato dalle brevi ma intense parole che Benedetto XVI ci ha rivolto, nello scenario della basilica di San Pietro, in occasione della visita ad limina apostolorum. È l’incontro che tutti i vescovi fanno con il papa, ogni cinque anni, per rinsaldare i vincoli di carità e per alimentare il legame ecclesiale che da sempre unisce le nostre Chiese con la sede di Pietro e con la memoria degli apostoli.
Ogni volta diventa l’occasione per sostare sulla condizione della fede delle nostre comunità cristiane e guardare con speranza al futuro. Il papa, infatti, ci ha detto: «La Chiesa che vive in Lombardia, e qui rappresentata in tutte le sue componenti, ha un ruolo importante da continuare a svolgere nella società lombarda: annunciare e testimoniare il Vangelo in ogni suo ambito, specialmente dove emergono i tratti negativi di una cultura consumistica ed edonistica, del secolarismo e dell’individualismo, dove si registrano antiche e nuove forme di povertà con segnali preoccupanti del disagio giovanile e fenomeni di violenza e di criminalità». Questa considerazione, tuttavia, si è aperta subito a uno squarcio di speranza: «Dobbiamo fare di tutto per conoscere sempre meglio la figura di Gesù, per avere di lui una conoscenza non soltanto “di seconda mano”, ma una conoscenza attraverso l’incontro nella preghiera, nella liturgia, nell’amore per il prossimo». È, salutandoci, ci ha spronati: «Il nostro tempo, con tante angosce e problemi, ha bisogno di speranza. E la nostra speranza viene proprio dalla promessa del Signore e dalla sua presenza. Vi incoraggio, cari vescovi, a guidare l’alacre popolo lombardo su tale cammino...».
L’incoraggiamento di Benedetto XVI ha fatto sorgere in noi il desiderio di indirizzarvi questa lettera, per leggere i cambiamenti attuali e per spronare i credenti a testimoniare una «speranza viva», ricuperando la freschezza del «primo annuncio». Anche nella nostra regione ad antichissima tradizione cristiana, con un forte radicamento della Chiesa in mezzo alla gente, la fede rischia di non essere più una realtà che si consegna con i gesti che regalano il senso buono della vita, un’eredità trasmessa di generazione in generazione. Del centro della fede si ha spesso una conoscenza «di seconda mano», mediata dal clamore della comunicazione pubblica, poco attenta ad alimentare le forme della vita umana. Le esperienze della vita quotidiana faticano a trovare luce e alimento nella fede cristiana.
Di qui il tema, il destinatario e il percorso della nostra lettera. Il tema è quello del primo annuncio, cioè l’incontro vitale con il Signore risorto: esso non è solo l’«inizio», ma è il «centro» e il «cuore» del nostro credere. I destinatari sono tutte le nostre comunità cristiane, che devono ridiventare luogo di generazione alla fede; in particolare i ministri del Vangelo (sacerdoti, religiosi, laici) e tutti gli altri educatori (genitori, catechisti dell’iniziazione, animatori adolescenti/giovani, guide per corsi fidanzati e gruppi familiari ecc.) che vogliono aiutare a far rivivere il «primo incontro» con Gesù Cristo, prestando attenzione ai gesti con cui normalmente si dovrebbe trasmettere la fede e alle situazioni di vita dei «nuovi venuti» che descriveremo nell’ultima parte della lettera (3.3; qui alle pp. 728-729).
Il percorso della lettera si snoderà nel modo seguente: nella prima parte prenderemo le mosse da alcune situazioni che possono diventare «soglie» per accedere alla fede; nella seconda parte cercheremo di narrare un «incontro vivo» con Gesù di Nazaret con i suoi aspetti essenziali; infine, nella terza parte, ci rivolgeremo alle comunità cristiane, agli annunciatori del Vangelo, agli educatori e ai singoli credenti perché siano sempre più consapevoli della loro missione di essere testimoni del primo annuncio.
1. ALCUNE SOGLIE DELLA FEDE
La nostra lettera prende avvio da alcune situazioni di vita che toccano tutti gli uomini e le donne nella loro esistenza quotidiana. Il «primo annuncio» della fede riguarda l’incontro con Gesù di Nazaret e rimanda alle esperienze elementari che ciascuno di noi fa nel cammino della propria esistenza. Il centro della fede non può che realizzarsi nel cuore della vita. A uno sguardo superficiale gli uomini e le donne di oggi sembrerebbero essere indifferenti a questo annuncio. La loro vita pare raccogliersi attorno ad altre priorità, estranee alla fede e alla ricerca di Dio. O forse questa ricerca, prima di diventare un interrogativo esplicito, viene vissuta nascostamente, ponendo alcune domande: tu che ne fai della vita? Che cosa decidi di te stesso? Cosa accade quando il senso della vita sembra farsi opaco e sfuggente?
Per questo vogliamo indirizzare il nostro sguardo su alcune esperienze immediate dell’esistenza, che ancor oggi possono diventare soglie di accesso alla fede. Il contatto con molte persone da parte di credenti e catechisti, di volontari e cristiani impegnati socialmente, di sacerdoti e operatori pastorali, di noi vescovi stessi, raccomanda di essere presenti nei passaggi decisivi dell’esistenza. In essi il mistero della vita ci tocca con la sua mano forte e decisa e pone una domanda alla ricerca d’identità di ogni uomo e donna. La costruzione dell’identità, la faticosa decisione della propria scelta di vita è il luogo più sicuro in cui si affaccia la domanda sulla verità. La questione dell’identità oggi tocca tutti. Soprattutto è diventata urgente per le nuove generazioni. Ogni uomo e donna responsabili del domani sono preoccupati della difficoltà dei giovani a trovare la propria strada.
Tra queste esperienze elementari scegliamo alcuni momenti in cui si fa presente la chiamata del Signore Gesù: la nascita di un bimbo, il cammino dell’adolescenza, la scelta nella giovinezza, l’amore di un uomo e una donna, la fedeltà alla famiglia e alla professione, l’esperienza del dolore e della fragilità. Non sono tutte le esperienze possibili. Sono solo alcune che oggi ci sembrano particolarmente propizie a far accadere l’incontro tra la propria vita e il Signore che guarisce e chiama. Avviene così anche nei Vangeli. Gesù si fa prossimo a tutte le condizioni di vita. Quasi ogni pagina di Vangelo ci presenta alcuni incontri imprevedibili con Cristo, da parte di uomini e donne che gli s’accostano per ritrovare la serenità, la salute, la fiducia, la vita buona. Gesù passa in mezzo a loro. Quando lo cercano, egli è già lì presente. A ogni incontro Gesù non si limita a rigenerare l’esistenza, dona a chi lo incontra la possibilità di un nuovo rapporto con Dio e, insieme, fa ritrovare sé stessi e gli altri.
Nell’anno in cui ricordiamo il trentennale della sua morte, vorremmo far risuonare nelle nostre parole la passione pastorale con cui il card. Montini invitava i giovani alla Missione di Milano: «Giovani, venite alla Missione! Essa non vi inquadra, ma vi libera da una pigrizia supina dello spirito, che non può essere vostra. Non vi impone pensieri dal di fuori, ma li suscita dal di dentro. Noi siamo diventati figli di Dio. Non basta dirlo, non basta saperlo. Questa è una rivelazione, non un ragionamento; un dono, non una scoperta. Non mancate a traguardo della verità e dell’amore: non disertate la casa che è vostra, e che più ancora che facile gioia, vi offre responsabilità da sostenere, e amore da effondere» (La Missione a Milano 1957, 156-159).
1. Quando nasce un bimbo
La prima esperienza è la più elementare: la nascita di un bimbo e la meraviglia dell’essere generati. Essa appare un evento sorprendente, prima per i genitori e poi per gli stessi figli. Quando la coppia decide di avere un bambino e lo desidera con amore, sembra un fatto del tutto naturale dare alla luce una vita nuova. Dal momento che il bimbo è in arrivo, quel gesto d’amore originario crea subito una grande aspettativa. Richiede che il figlio sia atteso e desiderato. Quand’anche il figlio non fosse deciso, una volta venuto, lascia lo spazio per essere voluto e richiede tempo per essere veramente accolto.
Sovente oggi questa esperienza porta con sé situazioni molto critiche: il figlio voluto a tutti i costi oppure desiderato come un bene affettivo solo da parte di uno dei due sposi o, ancora, quando arriva «fuori tempo» e viene sentito come un intralcio alla vita della coppia. Basta attendere i primi passi dopo la nascita per rendersi conto della cura che il bimbo esige per essere voluto. Il figlio appare così meraviglia e compito, promessa e responsabilità. Tra il dono e la cura si apre lo spazio per accogliere e crescere il bimbo. Questa esperienza segna fin dall’origine e per sempre l’essere figlio di ciascuno di noi. È il senso di quella stagione della vita che chiamiamo infanzia. È il tempo della meraviglia e dello stupore, della vita donata e accolta. Come ci dice Gesù: «Se... non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 18,3). Da adulti occorre «ridiventare» bambini, cioè riprendere in modo consapevole lo stupore dell’inizio e riconoscere il dono che esso porta con sé. Anzi esige di dare parola a questa meraviglia e far esperienza di essere attesi e voluti da qualcuno.
Questo sentimento è vissuto dal bimbo in modo spontaneo nel rapporto con la madre e il padre. La cura materna dona la certezza che la vita è un bene affidabile. Non è possibile crescere che attraverso una confidenza grata nel dono ricevuto. Accanto a sé, il bimbo vive anche la presenza del padre, che fa udire una voce che chiama. Essa rappresenta la sfida che il dono dell’esistenza porta con sé. Il bambino impara dal padre a ricevere la vita, ad apprezzarla, a sentirla come una possibilità, una chiamata. Con tutto questo il figlio impara anche a ricevere se stesso, costruisce la stima di sé, non solo perché è protetto, ma perché è lasciato essere, gli viene dato tempo per agire, è apprezzato, rassicurato. Per i genitori, la meraviglia dell’inizio apparirà come un bene promesso e una sfida cruciale. La casa che finora essi hanno predisposto come abitazione comune e nido del loro amore, vista con gli occhi e i gesti del bimbo diventa casa-famiglia, addirittura un mondo affidabile per costruire un’alleanza nuova tra i suoi membri. Anche l’esperienza dei fratelli, un fatto che sta diventando purtroppo raro, dovrebbe aprire la casa allo spazio sociale.
Oggi, però, questa esperienza della famiglia è ferita: sovente manca la presenza dialogica del padre e della madre, a volte il figlio resta affidato solo alla madre, spesso situazioni affettive complesse disturbano la trasmissione delle forme della vita buona. La fede cristiana, proprio perché sa che la vita va trasmessa come un bene, è capace anche di guarire le ferite di situazioni familiari disturbate, di farsi vicino alle madri sole, di sanare pure le visioni distorte del figlio a tutti i costi o del figlio voluto solo come un bene egoistico. Questa soglia della fede appare perciò una promessa e una sfida. Chi accompagna i primi passi della vita di coppia dev’essere cosciente della bellezza, ma anche delle difficoltà di questo primo passaggio alla fede.
La vita cristiana è un’esistenza filiale nello Spirito, che ci fa essere figli e ci fa gridare come Gesù: Abbà, Padre (cf. Gal 4,6). La famiglia scrive pagine di Vangelo nel suo semplice trasmettere le esperienze fondamentali dell’esistenza con la loro apertura religiosa. La trasmissione della fede trova qui il suo terreno di coltura e i gesti cristiani (si pensi al battesimo, alla domenica, alle feste cristiane, in particolare il Natale, alla preghiera domestica) devono poter far percepire la bellezza della preghiera che il bimbo impara a dire al sorgere del giorno: «Ti adoro, mio Dio, ti ringrazio di avermi creato e fatto cristiano...». La sua verità si alimenta alla meraviglia dell’inizio della vita.
Accompagnare una coppia nei primi passi della generazione può far ritrovare ai due giovani genitori una nuova possibilità della fede. Per molte coppie la nascita di un bimbo diventa l’occasione di una nuova riscoperta della fede e di un incontro rinnovato con Cristo: la prima fase dell’iniziazione cristiana è rivolta anzitutto ai genitori. Scoprire la ricchezza contenuta nel trasmettere l’alfabeto della vita umana con tutti i suoi doni apre uno spazio nuovo per la fede. Il passaggio su questa prima soglia non deve temere anche le situazioni più difficili: esse contengono la nostalgia di quel dono che talvolta è sepolto sotto le nostre povertà, ma che è compito della Parola guarire, convertire, richiamare e riportare alla sua trasparenza.
2. Per decidere il domani
Dopo la fanciullezza, segue una stagione dell’esistenza in cui il dono dell’inizio sembra sottoposto alla prova, quasi fino a dimenticare la grazia dell’origine. È l’età dell’adolescenza e della giovinezza, nella quale il dono della vita deve passare attraverso il vaglio di una crisi e suscitare il tempo della decisione e della fede. Oggi questo momento della crescita appare il più difficile. Forse perché non solo la fede, ma la stessa decisione circa la propria identità è diventata un’impresa drammatica. Credere al futuro e dare volto a sé stessi non è possibile che al prezzo di una crisi, dove la meraviglia dell’inizio passa attraverso la scelta, anzi le molte scelte con cui si costruisce la propria identità.
L’adolescenza è il tempo della libertà. Essa appare totalmente impegnata a emanciparsi da ogni vincolo precedente e a raggiungere la piena libertà da ogni condizionamento. L’adolescente sembra azzerare tutto ciò che ha ricevuto in dono, pensa quasi d’inventarsi la vita da capo. Il ragazzo che cresce dovrà imparare pian piano a scegliere e a volersi. Non si può essere liberi che al prezzo di volere quello che si fa e così disporre di sé stessi. Questo oggi non è facile. L’adolescenza appare un tempo dilazionato, rinviato, sembra che non si sia mai in grado di decidere. Invece di essere il tempo della decisione, quest’età s’è allungata in modo interminabile. Se nelle generazioni precedenti l’adolescenza era concentratissima, perché subito si veniva introdotti in alcune responsabilità, in particolare quella del lavoro, oggi la scelta viene sempre più rimandata. C’è sempre tempo per diventare grandi, forse perché l’immagine dell’adulto non appare attraente. Anche gli educatori, che pure spendono tante energie, faticano a essere testimoni del senso buono della vita. Di qui la marginalità sociale degli adolescenti che talvolta scimmiottano la prepotenza degli adulti – come dicono i fenomeni precoci di bullismo e violenza – senza doverne portare le responsabilità.
Mancano modelli di vita adulta che aiutino a scegliere e a decidersi. La stessa vita dei grandi sembra sottoposta a uno sperimentalismo che prova e riprova, affidandosi all’emozione e alla sensazione, ma senza mai investire sé stessi, senza mai darsi un volto definitivo. Si comprende così la caduta impressionante della dimensione vocazionale della vita. L’esistenza appare senza scadenze, non giunge mai il tempo per scelte irrevocabili, perché la vita è lunga e il tempo infinito. L’illusione insinuata è che la vita sia immortale. L’adulto, l’insegnante, l’educatore, il catechista, il sacerdote dovrebbero dare testimonianza del dono che la vita ci ha trasmesso. All’attitudine mimetica, con cui l’adolescente impara nel gruppo dei pari, viene a mancare un modello educativo che sia capace di testimoniare il carattere buono della vita e la necessità della scelta che essa porta con sé. Bisogna proporre esempi e pratiche di vita che siano capaci d’introdurre all’esperienza che l’esistenza ha valore se si sceglie, tra molte possibilità, quella che ti dà un volto e un futuro. Perché solo così si costruisce anche la propria identità.
Il tempo della giovinezza, di conseguenza, pare quasi azzerato da un’adolescenza interminabile. La giovinezza dovrebbe possedere la grazia della fortezza e del coraggio, secondo la figura proposta da Guardini, grande educatore di giovani. Dante stesso definiva la giovinezza: «L’“etate che puote giovare”, cioè perfezione dare». È il tempo della scelta della propria identità e del confronto con la realtà, quasi della sfida alla vita. In questa età è anticipato sinteticamente il senso di ogni altra scelta di vita e il coraggio che essa richiede, come dice acutamente Giovanni: «Ho scritto a voi, giovani, perché siete forti e la parola di Dio rimane in voi e avete vinto il Maligno» (1Gv 2,14).
Nasce allora la necessità di una testimonianza adulta che sia autorevole ed efficace, di una presenza educativa plurale e convergente che sappia proporre modelli di vita e abiliti alla scelta e alla disciplina che solo rende possibile la sfida della giovinezza. Questa seconda soglia della fede, oggi così difficile da attraversare, ha urgente bisogno di riscoprire il fascino del primo incontro con Gesù. Se c’è una stagione in cui l’incontro con Cristo assume l’evidenza di una chiamata coraggiosa, che rende possibile lasciare tutto, è proprio questa. I racconti di vocazione in questa stagione sono una sfida al coraggio di investire tutti sé stessi. Occorre incoraggiare l’azione di educatori appassionati che facciano risuonare la forza provocante di cammini di ricerca. La «ricerca di Gesù» è il motore del Vangelo: questo non pone solo la domanda su «chi è mai costui?», ma anche sul «dove è Gesù?». Perché per incontrarlo bisogna cercarlo e abitare presso di lui.
La preghiera e l’ascolto, la partecipazione alla vita liturgica delle comunità, nuove forme di fraternità e di vita apostolica, il volontariato e l’impegno civile, lo slancio della missione e la partenza per nuovi mondi, sono linguaggi e pratiche che consentono di far maturare una scelta personale decisa e coraggiosa. La gloriosa tradizione degli oratori, luoghi significativi della pastorale giovanile, deve audacemente ripensarsi a servizio della costruzione dell’identità della persona e del suo impegno nel mondo.
3. Iniziare a vivere insieme
Una terza soglia ci si presenta oggi come difficile e promettente: l’incontro di uomo e donna, l’inizio della vita di coppia. Essa porta con sé una grazia singolare e una disponibilità a riprendere il cammino della fede. Oggi manifesta alcune fragilità, che sovente trascinano con sé mancanze dell’età precedente. Pastori attenti e premurosi, coppie di famiglie che hanno una bella esperienza della loro vita matrimoniale, sanno che questo sta ridiventando un tempo propizio per una nuova stagione della fede. Le difficoltà specifiche per «iniziare» a vivere insieme sono note a tutti. L’aumento delle convivenze e il fenomeno dei matrimoni brevi è un sintomo che preoccupa molti, non solo nella prospettiva della stabilità del matrimonio, ma anche della costruzione dell’affidabilità della famiglia. All’origine sta l’immagine diffusa dell’amore come un rapporto sentimentale che vale fin quando è «sentito».
Nella fase del fidanzamento questo è fortemente presente, persino in modo travolgente. Si può correre il rischio di pensare che la forza trascinante dell’eros, dell’attrazione fisica, psichica e spirituale, dia una buona prova della bontà della relazione personale. La «prova» è una delle parole che forse ricorre di più nel fidanzamento: uno ha bisogno quasi di un segno corporeo dell’amore dell’altro, vuole provare prima di tutto a sé che l’altro è adatto per lui. Lo stesso dilagare della convinzione dice questo bisogno di «provare». Ma questo può contenere anche un’illusione: il difetto di confondere «esperimento» con «esperienza». Per quanto si possa sperimentare prima, l’esperimento dell’altro non potrà mai garantire la tenuta sulla distanza. L’altro non può essere sottoposto a un «esperimento». Diventa, invece, necessario fare «esperienza» insieme, cioè costruire un cammino che non solo metta alla prova l’altro, ma si affidi alla promessa contenuta nel cammino. Non è possibile vivere con l’altro senza affidarsi al dono che l’incontro porta con sé, senza decidersi per costruire una casa e un destino comune. La fiducia nell’altro sta al centro della vita a due. Essa potrà aprirsi alla fede nel Signore, che è la sorgente e la garanzia della fiducia comune.
Per questo è decisivo oggi «iniziare a vivere insieme e sostenere le dinamiche dei primi passi della vita familiare. Se c’è una singolarità dell’inizio della vita a due che nei primi anni gli sposi vivono una particolare esperienza dell’amore personale. Questa è la sapienza degli inizi del matrimonio che anche la Chiesa deve abitare, incoraggiare, suggerire. La sua azione deve mettere a fuoco in modo urgente forme specifiche di accompagnamento della vita a due, rispettando i ritmi dei primi momenti del matrimonio, che comportano l’organizzazione della vita quotidiana, la necessità che entrambi lavorino, l’arrivo dei figli. Dev’essere una presenza che sia capace di forte compagnia. Comporta il dire molte cose in poche parole, proporre gesti che correggano il «regime di appartamento», talvolta affidato alla solitudine e improvvisazione, e aiutino a tessere la rete di nuove relazioni tra le famiglie.
4. Il prezzo della fedeltà
Viene poi il tempo della maturità, il cui tratto essenziale è quello della fedeltà e della perseveranza, della costanza e della speranza. Questa è la stagione meno frequentata non solo dalla predicazione ecclesiale, ma anche dalla comunicazione pubblica. Da grande, ognuno è lasciato in una sorta di splendido isolamento e deve quasi arrangiarsi a comporre un mosaico persuasivo con le tessere che ha raccolto nella sua esistenza o che, talvolta, gli sono rimaste dopo molte prove. Anche qui occorre riconoscere la sfida che questa età porta con sé. Essa appare chiaramente nella vita di famiglia e nel percorso professionale, ma anche nell’impegno ecclesiale e nei modi con cui abitiamo la città degli uomini.
Il rischio dell’età adulta è quello della complessità della realtà che ci viene incontro; la scelta fatta nella giovinezza deve misurarsi non scarso tra sogno e realtà, tra ideale e pratica concreta. Questo suscita a volte delusione e persino depressione, generando «strategie» d’immunizzazione o surrogati che s’accontentano di tenere sulla propria barca pochi elementi rassicuranti, gettando a mare tutto il resto come zavorra. Anche la maturità è dunque una sfida per l’umanità dell’uomo e quindi una soglia per ritrovare la fede da grandi. Capita che proprio nell’età adulta ci possa essere un ascolto maturo della fede, un bisogno di riprenderla nella sua bellezza che ci era parsa così facile nell’età infantile e che ora si presenta più ardua, ma anche più vera. Ciò che occorre perseguire in questa stagione è la perseveranza, la serenità con cui si vive la vita di famiglia, la gioia dei figli e dei nipoti, la forza di reggere il timone nella traversata dell’esistenza, la capacità profonda di mantenere una stabilità psichica e umana dinanzi alle avversità.
La perseveranza nell’età matura ha anche una dimensione culturale e professionale, oltre che familiare. Consente una conoscenza esperta del mondo, costruisce quella sapienza che vive il presente nell’orizzonte della speranza. Si tratta di una sapienza che apre anche alla dimensione religiosa, perché sente il carattere fragile di ogni realizzazione nel tempo, ma non si sottrae al contributo da portare alla vita degli altri. È il momento delle buone realizzazioni dell’esistenza, di chi sa progettare opere grandi che arricchiscono la vita personale e sociale. È, come dice san Paolo, lo stato di «uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo» (Ef 4,13).
Questa età non solo fa sorgere domande nuove per la fede, ma rende disponibili a un ricupero più pensoso e creativo della tradizione spirituale e sapienziale cristiana. S’incontrano molti adulti che chiedono una presentazione e una pratica non infantile della fede. È questa una soglia che esige anche nei pastori e negli operatori pastorali un rapporto adulto con gli adulti, capace di «dare ragione» della speranza cristiana. Dare ragione è una questione pratica, perché non dice solo le ragioni per vivere secondo un certo stile, ma accompagna anche le azioni che fanno della fede un alimento per la vita quotidiana nella famiglia, nella professione e nella società civile. Abbiamo bisogno di credenti a tutto tondo che siano testimoni di una fede matura, senza lasciare la condizione di vita nella quale si trovano, ma vivendola nella luce del Vangelo.
5. La difficile compagnia
L’ultima soglia su cui vorremmo sostare è quella della sofferenza e della fragilità, la «difficile compagnia» nel viaggio della vita. Il dolore prima o poi bussa alla porta di ogni casa. Esso ci appare tanto più insopportabile in questo tempo nel quale la comunicazione dei media mette in scena l’immagine di un mondo giovanilista, rampante, salutista, efficiente, vincente. È marginalizza tutto ciò che non è immediatamente produttivo, censurando la fragilità come un intralcio da superare in fretta. Le stesse povertà sociali sono viste come inevitabili sacche in una società che per il resto dev’essere competitiva e produttiva. Delle povertà si deve interessare il volontariato, mentre nel normale rapporto sociale tutto va previsto e calcolato per dare profitto. Non si prevedono margini di fragilità.
Anche questo aspetto del vivere pone domande acute alle fede. Capita a molti che, proprio a partire dall’esperienza del dolore e della sofferenza (personale o familiare) o persino della morte di una persona cara, si riaccenda la ricerca e la purificazione della fede. Per tutti il dolore mette a nudo l’autenticità della propria esistenza. L’insostenibile peso del male suscita sovente due atteggiamenti contrari e opposti: la rassegnazione passiva e la resistenza attiva. La rassegnazione propone all’uomo di riconciliarsi a buon prezzo con la sofferenza e consiglia troppo velocemente di soffrire in modo paziente. Talvolta anche la predicazione cristiana attribuisce con troppa fretta, senza cautela, la parola «croce» a ogni sofferenza umana. Ora, questa esortazione non riesce a offrire alla libertà un significato per il dolore umano. Non è capace di suscitare una volontà determinata dinanzi al soffrire, che non potrà che essere insieme di «resistenza e resa». Anche l’altro atteggiamento non aiuta a vivere la sofferenza: la proposta della resistenza al male, la tendenza a eliminare le situazioni di disagio, di sofferenza, d’insoddisfazione, sembrano fallire di fronte al dolore irrimediabile. La sofferenza più grave e più diffusa, infatti, è quella invincibile che spegne il desiderio stesso di essere felici e disorienta la volontà dell’uomo.
Questi due atteggiamenti spiegano la fuga dell’uomo moderno dinanzi al senso del soffrire. La sofferenza è vista come una cosa opaca, insignificante, di fronte alla quale ci si può solo o arrendere o ribellare. Essa è censurata come un evento fastidioso, una «cosa fisica» di fronte alla quale vi è solo l’alternativa tra soccombere o combattere, ma senza mettere in gioco la libertà e lo spirito dell’uomo. Il dolore, il male e le sue cause, sono ridotti a problema «tecnico» o «clinico». Non bisogna, invece, «cosificare» la malattia o il bisogno dell’uomo, perché altrimenti non sarà cosificata solo la malattia, ma lo stesso malato, l’anziano, il portatore di handicap, perché ci si occuperà di loro in prospettiva solamente clinica, specialistica, tecnica.
L’attesa di chi soffre non richiede solo un aiuto, ma invoca una prossimità, una mano da stringere. La presenza dell’altro (del familiare, dell’amico, del fratello, del medico, del sacerdote) consente di ritrovare una nuova
forza interiore e un coraggio inedito di fronte al nemico invadente che è il male. La mancanza di questa solidarietà fa precipitare sulle spalle di chi soffre tutto il peso del dolore: egli si sente l’unico protagonista del suo destino, senza che l’altro gli possa essere accanto. Occorre aiutare chi è nel dolore, aprire una speranza a lui e agli altri attorno a lui, perché ciascuno ritrovi anche nella sofferenza un soccorso per crescere e purificarsi.
Questa soglia della fede non solo pone domande antiche e nuove, ancora più acute nel contesto di una società produttiva e consumistica, che non prevede l’inceppo della sofferenza. Essa richiede anche tempo e pazienza per accompagnare le persone in questo passaggio, che resta per ciascuno il più difficile, ma forse anche quello più prezioso per crescere nell’umanità e per intensificare l’incontro con Cristo. La schiera di operatori e volontari che curano i sofferenti e le persone anziane e disabili non solo danno una mano, ma si fanno prossimi, versando il balsamo che lenisce le ferite insieme al dono di una presenza che rassicura. E testimonia la vicinanza stessa di colui che si fa prossimo all’uomo sulla via che scende da Gerusalemme a Gerico.
2. L’INCONTRO CON CRISTO
Come le soglie della vita, che abbiamo sopra evocato, possono diventare passaggi verso la fede? Come può accadere di nuovo l’incontro con Cristo? Come il contatto con lui può accendere dentro di noi la scintilla che cambia la nostra identità? Il Vangelo è pieno di questi racconti che partono da un bisogno e da una situazione della vita, personale o familiare, e approdano all’incontro con Cristo. Le situazioni di accesso sono diverse, le soglie d’ingresso possono cambiare, ma questi «incontri con Cristo» aprono alla domanda sulla sua identità («Chi è e dov’è Gesù?») e fanno trovare a ciascuno un nuovo volto e una nuova missione («Chi sono io? Che cosa devo fare?»). Il Vangelo di Gesù dà parola a un incontro decisivo che cambia la vita e fa incontrare la luce.
L’episodio del cieco nato narrato nel Vangelo di Giovanni (Gv 9,1-41) è la storia dell’uomo, forse della stessa umanità, che si lascia toccare dal passaggio di Gesù. Il racconto contiene alcuni tratti dell’incontro risolutivo. Ciò che lo rende «emblematico» per molte situazioni è l’intreccio tra il graduale riconoscimento di Gesù e la storia del cambiamento drammatico con cui il cieco che vede deve credere per vedere in modo nuovo. Per questo vi narriamo la storia di questo incontro. Non è l’unico che può aiutare ad attraversare le soglie della fede sopra percorse. Il Vangelo è pieno di incontri sorprendenti, come ne è costellata la storia della Chiesa. Forse anche voi potreste raccontarne uno. Spesso, ascoltando uno di questi episodi, la vita di un uomo e una donna ha mutato direzione. Dobbiamo anche noi entrare nel Vangelo, come lettori che diventano personaggi del racconto. Leggendo il testo ascolti anche la tua storia, il racconto parla anche di te. Cristo ti guarda in modo nuovo, ti fa udire la sua voce e riapre i tuoi occhi a un vedere credente. Nella forma di una lectio, lo offriamo come esempio da proporre in maniera avvincente per l’incontro con Cristo. La narrazione si scandisce facilmente in tre scene: l’incontro che cambia e dona al cieco nato un’identità nuova; il conflitto sull’origine di Gesù e sulla comprensione dell’identità del cieco che ormai vede; il dialogo con Cristo che porta al vedere credente.
1. L’opera di Dio dona una nuova identità (Gv 9,1-12)
Entriamo nel racconto. La scena iniziale è rapida e animata. Gesù vede un uomo cieco dalla nascita. I discepoli rivolgono al maestro una domanda, come se si trattasse di un caso teologico: «Chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?» (v. 2). Sullo sfondo sta l’idea giudaica della retribuzione: la causa del male è cercata o in colui che lo patisce o nella cerchia familiare intorno a lui. La risposta di Gesù è liberante: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio» (v. 3). Gesù non indica il colpevole, ma rivela l’agire di Dio che salva. La cecità è dovuta alla mancanza di luce e all’azione delle tenebre a cui sono soggetti tutti i figli di Adamo. Fin quando la luce vera non viene nel mondo e non si manifesta l’opera di Dio, non è possibile sollevare il velo che copre gli occhi dell’uomo che non vede.
Un gesto/parola che apre gli occhi (v. 7). Con una rapida sequenza Gesù passa all’azione. Impasta del fango e restituisce l’uomo cieco alla sua integrità. Riproducendo il gesto della creazione di Dio, plasma il cieco come un uomo nuovo. Il gesto è quasi un’unzione dello Spirito sugli occhi di colui che non ha mai visto. Poi segue il comando di Gesù: «“Va’ a lavarti nella piscina di Siloe” – che significa Inviato» (v. 7). La parola creatrice impone di andare alla sorgente che porta il nome di «Inviato». Giovanni forse allude a Gesù stesso che è l’inviato del Padre e dal cui seno sgorga l’acqua viva e zampillante (cf. Gv 7,37-39 e Gv 19,34). Questo gesto/parola di Gesù richiama i segni del battesimo e dell’inizio della vita cristiana. È presente qui un primo tratto dell’incontro con Gesù, quando i primi cristiani sperimentavano il venire alla fede come una nuova nascita. Anche ciascuno di noi, quando incontra da capo il Signore e si decide di nuovo per lui, si sente rinascere. È come una nuova creazione del proprio io, un nuovo spazio di esistenza. Gesù opera in giorno di sabato, rifà l’uomo nel giorno del Signore, perché ridivenuti capaci d’incontrare Dio. È l’inizio di un dramma, che lo porterà a incontrare Cristo e, insieme, a trovare la propria identità.
«E lui? No, ma è uno che gli assomiglia» (v. 9). Il cieco ora vede. La sua identità non è più la stessa per i vicini e i conoscenti. Il racconto è di rara bellezza, punteggiato dall’ironia dell’evangelista Giovanni. Questo cieco che mendicava l’elemosina fa discutere sul suo nuovo essere. Da quando il cieco vede, sembra perdere la propria identità! Il cieco che vede non è più riconosciuto dagli altri: «Alcuni dicevano: “È lui”; altri dicevano: “No, ma è uno che gli assomiglia”». Egli, invece, continua a protestare: «Sono io». È proprio lui, ma non è più lo stesso. La domanda allora cambia direzione: «Allora gli domandarono: “In che modo ti sono stati aperti gli occhi?”» (v. 10). Comincia la sofferenza ricerca del cieco vedente, che nel nostro episodio tornerà in modo testardo a raccontare il fatto per ben tre volte (vv. 11.15.25). E, ogni volta, farà un passo in avanti nella conoscenza di Gesù e nell’interiorizzazione della sua nuova identità. Per ora egli sa solo che è stato «l’uomo che si chiama Gesù...». C’è bisogno di riconoscere il cambiamento avvenuto per incontrare veramente Dio. Il racconto fa partire il cammino e pone la domanda: «Dov’è costui?».
A proposito di questo primo momento, ricordiamo la felice riflessione che papa Benedetto XVI ha proposto a Verona sulla nuova identità pasquale e battesimale del cristiano: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20). È stata cambiata così la mia identità essenziale, tramite il battesimo, e io continuo a esistere soltanto in questo cambiamento. Il mio proprio io mi viene tolto e viene inserito in un nuovo soggetto più grande, nel quale il mio io c’è di nuovo, ma trasformato, purificato, “aperto” mediante l’inserimento nell’altro, nel quale acquista il suo nuovo spazio di esistenza. Diventiamo così “uno in Cristo” (Gal 3,28), un unico soggetto nuovo, e il nostro io viene liberato dal suo isolamento. “Io, ma non più io”: è questa la formula dell’esistenza cristiana fondata nel battesimo, la formula della risurrezione dentro al tempo, la formula della “novità” cristiana chiamata a trasformare il mondo. Qui sta la nostra gioia pasquale» (Discorso «Mi rallegro» al IV Convegno ecclesiale nazionale in Italia, Verona, 19.10.2006).
Questo splendido testo ci riporta sulle soglie della vita, ripercorse nella prima parte, nelle quali bisogna dar parola al cambiamento che avviene ogni volta che l’esistenza ci sorprende: quando essa ci viene incontro, tocca i nostri occhi che non vedono ancora. Il primo tratto dell’incontro con Cristo è la nuova identità creata in «noi» (o, non più io»), il «nuovo spazio di esistenza» dischiuso ogni volta che si opera il passaggio alla fede. Le esperienze che abbiamo descritto hanno tutte il carattere di un nuovo inizio. Ma non è che una chiamata, dove l’identità dell’uomo, risvegliata alla fede, continua a esistere solo nel cambiamento. Su ogni soglia della vita, quando riparte la domanda sulla possibilità di credere, si sperimenta come l’inizio di un dramma. La vita chiama in ogni stagione a un incontro che ridisegna un nuovo tratto del nostro volto. Quando nasce un bimbo, quando si deve decidere il proprio futuro, quando la vita a due fa i primi passi, quando la fedeltà persevera nel costruire il presente, quando la sofferenza bussa alla porta di casa, ci accorgiamo che ci è data la possibilità di vedere in modo nuovo. È solo l’inizio, però, di un dramma dove ci si mette in gioco con la decisione di cambiare noi stessi e di trasformare il mondo.
2. Il cieco nel dramma dell’identità (Gv 9,13-34)
Nel secondo momento del racconto sorge il conflitto delle interpretazioni: sulla guarigione avvenuta, sulla nuova identità del cieco e sull’origine misteriosa di Gesù. Inizia il calvario dell’uomo venuto alla luce che è insieme riconoscimento e confessione. Egli deve farsi strada tra le insidie dei molti già vedenti che sono sicuri delle loro certezze. Il cieco è segnato ormai dall’opera di Dio. È un vedente che per strada dovrà diventare credente. Per lui sarà necessario, però, riprendere da capo la propria identità, nel contrasto drammatico tra i personaggi in gioco.
Il racconto si trasforma ora in un processo. Il conflitto avviene sulla figura di Gesù: gli altri personaggi giocano il ruolo degli accusatori (i farisei) o dei pavidi testimoni (genitori). In mezzo sta il cieco che compie l’aspro cammino verso la nuova identità. Non è possibile a lui mantenere il suo cambiamento se non attraverso un processo, che si snoda in tre atti. In un crescendo drammatico, la nuova identità del cieco è prima negata, poi rimossa e, infine, trovata di nuovo. Giovanni segue le fasi dell’istruttoria: prima il cieco e i farisei; poi i suoi genitori con i giudei; infine, di nuovo il cieco davanti ai giudei. Il cieco vedente procede nella conoscenza di Gesù: all’inizio è solo «l’uomo che si chiama Gesù» (v. 11), poi avanza nel conoscere Gesù con un crescendo di affermazioni: è «un profeta» (v. 17), è uno che «onora Dio e fa la sua volontà» (v. 31), è il messia «che apre gli occhi ai ciechi» (vv. 26.32), «viene da Dio» (v. 33).
Dio, però, non è così (v. 16). Il primo atto del processo avviene tra il cieco e i farisei. Il protagonista, definito come «quello che era stato cieco», ha perso agli occhi degli altri la sua identità. Resta però il problema: come è avvenuto il passaggio alla vista? L’evangelista informa solo ora il lettore sulla circostanza del miracolo: la guarigione in giorno di sabato. Ecco il primo capo d’imputazione. È messo in scena il contrasto tra l’aver compiuto il gesto di guarigione di sabato e aver trasgredito la legge. Il problema è posto in nome della religione: chi non osserva la Legge può provenire da Dio? Il confronto tra l’opera di Dio compiuta da Gesù e la legge santa di Mosè produce due interpretazioni contrapposte. Giovanni registra scrupolosamente il conflitto sull’interpretazione del segno. Prima riguardo a Gesù, poi al cieco: «Alcuni dei farisei dicevano: “Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato”. Altri dicevano: “Come può un peccatore compiere segni di questo genere?”. E c’era dissenso tra loro» (v. 16). Allora bisogna chiedere all’interessato: «Tu che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Ed egli confessa deciso: «È un profeta!» (v. 17). Ogni ritorno sul cambiamento avvenuto è per il cieco vedente l’occasione di un’ulteriore interiorizzazione e illuminazione.
Il primo ostacolo da superare è quello della religione (giudaica) che proibisce di fare le opere di Dio nel giorno di sabato. Nello stesso gesto di liberazione dal male si può riconoscere Gesù come un peccatore o un profeta. La religione sembra escludere che venga da Dio uno che opera gesti di salvezza in giorno di sabato. Il Dio di Gesù, però, non è così. Quando la religione non è aperta alla fede, può non vedere neppure le opere di Dio. Il cammino del cieco vedente, invece, procede verso un primo atto di fede: egli confessa che Gesù è un profeta, che parla e opera in nome di Dio! La questione si sposta, allora, dall’origine di Gesù all’origine dell’uomo. I farisei adesso mettono in discussione l’identità del cieco: «Ma i giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista» (v. 18). Il lettore osserva un effetto di rara bellezza. Vi riconosce l’esperienza dei primi cristiani che, con la loro identità cambiata radicalmente («io, ma non più io»), diventavano oggetto di aspra discussione da parte degli altri. Chi sono questi nuovi credenti? Di che rinascita parlano?
«Ha l’età, chiedetelo a lui!» (v. 21). Il secondo atto dell’istruttoria porta in scena i genitori e i giudei. Il processo assume un andamento più ufficiale: vi compaiono i testimoni («Chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista», v. 18). C’è un primo tentativo d’isolare il fatto dalla sua interpretazione facendo una verifica presso i genitori. Il racconto è quasi la registrazione del verbale di un processo, raccontato con fine ironia: «E li interrogarono: “È questo il vostro figlio, che voi dite esser nato cieco? Come mai ora ci vede?”. I genitori risposero: “Sappiamo che questo è il nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda, non lo sappiamo, e chi gli ha aperto gli occhi, noi non lo sappiamo”» (vv. 19-21). I genitori raccontano il «prima» e il «poi» del fatto, ma per quanto riguarda il «come», rimandano tutto al cieco stesso («Chiedetelo a lui, ha l’età, parlerà lui di sé», v. 21). I genitori si fanno da parte con un prudente astensionismo. Il cieco vedente non è più un bambino. Può benissimo parlare lui stesso o, meglio, deve dar parola «da se stesso» alla sua nuova identità. Loro malgrado, i genitori dicono la verità: da adulti l’identità donata nella generazione al figlio deve diventare un’identità cercata e voluta. Il cieco vedente ora è solo ad affrontare la sfida della propria identità.
«Da che mondo è mondo, non s’è mai sentito…» (v. 32). Nel terzo atto, infine, ritorna al centro della scena il cieco vedente per il confronto finale. Egli è convocato davanti alla sinagoga per il giudizio. È il momento in cui la testimonianza del cieco vedente matura al prezzo di un’attestazione disposta all’esclusione, persino al martirio. Narrando e riconsiderando il fatto per l’ultima volta, il cieco stesso deve alla fine «dar gloria a Dio» (v. 24). L’atto della fede deve diventare un sapere credente. Il verbo «sapere» ritorna in un mirabile crescendo di sfumature: prima nega il sapere inattaccabile dei giudei («Se sia un peccatore, non lo so», v. 25a), poi ribadisce la certezza del segno («Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo», v. 25b); in seguito, ironizza su ciò che i giudei dovrebbero sapere («Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia», v. 30), infine, fa la sua confessione di fede, situandola nel «noi» della comunità apostolica («Noi sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta», v. 31). A conferma, assesta la stoccata finale richiamandosi all’esperienza universale («Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato», v. 32). Il tutto si chiude con la proclamazione sull’origine di Gesù che fa del cieco vedente ormai un discepolo pronto all’ascolto: «Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla» (v. 33). La sua confessione, che risuona dentro il «noi» apostolico, ora è predisposta all’incontro personale.
L’incontro con Cristo, che muta la nostra identità nel profondo, dischiude un cammino che mette a rischio la nostra libertà. La libertà risvegliata nelle esperienze elementari della vita impegna a inoltrarsi in un cammino che per Giovanni ha la forma del giudizio e della testimonianza. La testimonianza avviene in un processo che deve riprendere sempre da capo l’incontro sorprendente con Cristo, che ha illuminato e trasformato la nostra vita. È questo aspetto drammatico che oggi è sovente sottovalutato, quando si presenta un’immagine troppo lineare del cammino cristiano. Invece, la testimonianza avviene nel conflitto, spesso duro e decisivo, che comporta un triplice passo: l’assunzione critica della tradizione culturale e della religione dei padri; l’atto personale della fede che dà parola alla propria identità; il sapere credente che confessa insieme l’origine di Gesù e la propria identità ormai voluta e scelta.
Vorremmo attirare l’attenzione di tutti sul carattere rischioso della testimonianza oggi, per custodire l’identità cristiana. Se non si entra nel gioco di un’assunzione critica della tradizione ricevuta e delle esperienze del sacro e della religione, alla fine non si entra nel momento drammatico della scelta personale, anzi di una decisione capace di «rendere ragione della propria speranza» (1Pt 3,15) Oggi, come allora, è difficile un incontro consapevole e liberante con Cristo. Quando sulle soglie della fede si sperimenta l’incontro con Cristo come un dono sorprendente, succede anche che lungo il cammino questo dono debba essere ripreso per trovare nella testimonianza di fronte ad altri le ragioni della propria fede. Proprio attraverso il rinnovarsi di una scelta personale e consapevole, ogni passaggio della vita ci consente di mantenere la nostra identità nuova pur nel cambiamento. Le conseguenze educative e pastorali di questo momento sono facilmente intuibili. Le riprenderemo nella terza parte.
3. L’identità del vedente che crede (Gv 9,35-41)
L’ultima parte del racconto conduce al traguardo dell’incontro con Cristo e alla decisione circa la propria identità. Il cieco che vede diventa finalmente il vedente che crede. L’incontro che ha cambiato l’identità, dopo il confronto drammatico nel conflitto della testimonianza, ha bisogno di essere ripreso nel dialogo e nella parola. La fede è un incontro che ha la forma di una parola che promette, che s’impegna sul futuro. L’identità nuova – come ricorda l’esperienza dell’Esodo – apre alla promessa che attraversa il deserto della vita, certo struggente e meraviglioso, ma anche «grande e spaventoso» (Dt 1,19). Il cambiamento d’identità da cieco a vedente lo prepara a diventare discepolo. Ma ciò non può maturare se non attraverso la consapevole decisione con cui la libertà si dispone davanti a Dio che parla.
«Tu, credi nel Figlio dell’uomo?» (v. 35). La narrazione per l’ultima volta fa prendere a Gesù l’iniziativa. All’inizio era il gesto e il comando che aveva creato la nuova identità del cieco, ma ora è la domanda che chiede la scelta della libertà: «Incontratolo gli disse: “Tu, credi nel Figlio dell’uomo?”». La fede chiama all’ultimo passo, la presa di posizione personale. L’identità misteriosa di colui che viene da Dio (Figlio dell’uomo) esige la scelta del discepolo. È la disponibilità che passa dall’essere vedente alla capacità di stare nell’ascolto. La fede matura nasce dall’ascolto, da un incontro con la Parola che «esce dalla bocca di Dio» e che ha assunto volto d’uomo. E chiede l’ascolto del cuore e la libertà della risposta: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?» (v. 36). In questo scambio tra chi vede in modo nuovo e colui che parla nasce la libertà di credere. La risposta decisiva di Gesù gli tocca il cuore e la vita: «Lo hai visto!». Gesù riprende il vedere, quasi a dire che il vedere prepara all’ascolto, perché «chi è dalla verità, ascolta la sua voce» (Gv 18,37). L’incontro con Gesù raggiunge qui il suo vertice emotivo.
«Io sono” colui che parla con te» (v. 37). Finalmente il cieco vedente è pronto all’ascolto. Gesù gli svela: sono «colui che parla con te» (v. 37). Traduciamo per noi oggi: in Gesù che ti parla, tu incontri il mistero santo di Dio. Il nome di Dio risuona in colui che è la sua stessa Parola. E tutte le altre parole fanno eco alla sua Parola. Al termine è visualizzato il gesto della fede: «“Credo, Signore!”. E si prostrò dinanzi a lui» (v. 38). Il cieco riconosce in Gesù la parola di Dio dal volto umano. Il cammino del cieco vedente gli ha fatto ritrovare anche il suo volto: l’identità libera e liberante del credente! Questo è il fine più alto della testimonianza ecclesiale: render possibile l’incontro del discepolo con il Signore che parla.
La Chiesa di oggi è chiamata a guarire, accompagnare, sanare in modo assolutamente gratuito ogni accesso alla fede, senza insinuare il sospetto che lo faccia perché il destinatario della sua azione possa diventare cristiano e discepolo. Al termine del racconto vogliamo dirvi con tutta franchezza questo: ciò che sta in cima ai nostri pensieri e che muove le nostre azioni è la gioia di rendere possibile che il cieco vedente (ogni uomo o donna che bussa alla porta della vita e delle nostre comunità) diventi liberamente il discepolo credente. Sogniamo una Chiesa che sia uno spazio di serenità e fiducia, di accoglienza e prossimità, di buone relazioni e di cammini che costruiscano identità forti e figure di credenti appassionati e disinteressati. Vogliamo dar parola a molti perché diano testimonianza dell’incontro vivo con il Signore Gesù, di una fede libera e liberante. Così forte da spendersi in questo tempo di «passioni tristi». Vorremmo che i nostri percorsi di accoglienza, di predicazione e catechesi ai nuovi venuti sapessero stare sulle soglie della loro vita per condurli nella libertà all’esperienza vitale dell’incontro con il Signore. Molti si affacceranno alle porte delle nostre comunità: osiamo sperare che trovino maestri che siano anche testimoni. Testimoni di un rinnovato incontro che può accadere a ogni stagione della vita e che non smette mai di domandare a ciascun uomo o donna che si accosta a chiedere le ragioni della nostra fede: «Tu, credi in colui che ti parla?».
3. IL «PRIMO ANNUNCIO»
Nell’episodio del cieco nato abbiamo visto che alcuni tratti dell’incontro con Cristo possono toccare e interrogare momenti decisivi della vita umana. Ora possiamo domandarci come essi rivivono nel primo annuncio. Per comprendere l’espressione formuliamo alcune domande. Che cosa succedeva quando i primi credenti cercavano di contagiare coloro che entravano in contatto con le comunità cristiane delle origini? Come proponevano il loro «primo annuncio» su Gesù risorto, speranza del mondo? Che tipo di attenzione si richiede per trasmettere la fede oggi e chi sono i «nuovi venuti» che bussano alle porte delle nostre comunità? Quali condizioni debbono essere create perché la fede sia possibile in un contesto di nuova secolarizzazione? E che cosa chiede alle Chiese di Lombardia l’annuncio del Crocifisso risorto e la forza trasformante della vita dello Spirito? Riprendiamo in breve queste cinque domande nei paragrafi seguenti. Con quest’ultima parte vogliamo incoraggiare le comunità cristiane a trovare la passione di una rinnovata opera educativa, soprattutto per le persone in ricerca che si attendono una limpida testimonianza.
1. Il «primo annuncio» oggi
Perché anche oggi è necessario il primo annuncio? Il «primo annuncio» richiama il gesto e le parole con cui i primi cristiani proclamavano il Vangelo della Pasqua, la risurrezione di Gesù. Questo annuncio riprendeva la predicazione di Gesù, incentrata sulla paternità di Dio, che aveva dato inizio al suo ministero. Egli aveva suscitato l’entusiasmo delle folle, soprattutto dei piccoli e dei poveri, dei peccatori e degli esclusi, fino al rifiuto drammatico che aveva prodotto la sua morte di croce. Il Vangelo del regno di Dio annunciato da Gesù è ripreso dal Vangelo della Pasqua proclamato dai primi credenti. Il passaggio di Gesù aveva suscitato la conversione e la fede di molti che chiedevano di essere liberati dal male. Il Vangelo è per larga parte il racconto dell’incontro con Cristo e della formazione dei discepoli al nuovo volto di Dio che egli comunica. In ugual modo, la proclamazione di Gesù risorto diventa un appello a riconsiderare la morte di croce non come il fallimento della sua vicenda, ma come l’inizio della nuova vita dei credenti.
Con una stupenda e concisa espressione san Paolo dice nella Lettera ai Romani: «Se con la tua bocca proclamerai: “Gesù è il Signore!” e con il tuo cuore crederai che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo» (Rm 10,9). Questa fede è l’incontro con il Risorto che salva e perdona. Essa va «confessata» nell’annuncio pasquale, che proclama la presenza attuale di Gesù come il Signore e il Vivente. Il «primo annuncio» è il Vangelo di Pasqua: esso afferma che l’«incontro originario» con Gesù non è un episodio rinchiuso nella storia e capitato solo ad alcuni, ma è l’incontro sempre attuale con il Risorto vivente. «Primo annuncio» e «incontro col Risorto», allora, si corrispondono come forma e contenuto, linguaggio e realtà. La parola «Vangelo» dice il cuore del cristianesimo che è insieme incontro e annuncio. È un incontro che diventa annuncio ed è un annuncio che porta a un incontro. Anzi all’incontro decisivo con Cristo, vivente oggi nella testimonianza della Chiesa e dei credenti, che nello Spirito conduce a pienezza la nostra ricerca d’identità. Proponendo il tema del «primo annuncio», sappiamo che non si tratta solo di ritrovare nuovi linguaggi per dire oggi la fede di sempre, ma occorre anche trovare forme pratiche di vita per favorire l’incontro vivo con Gesù. È questa una sfida per tutte le nostre Chiese locali e per i loro annunciatori, perché non possono che trasmettere ciò che continuano a ricevere. La cura pastorale che ci muove si colloca nel solco del desiderio dei vescovi italiani, che hanno fortemente sottolineato il primato dell’evangelizzazione e della missione. È una sfida prima di tutto per la coscienza della Chiesa e la vita delle sue comunità. Essa pone la domanda cruciale: i credenti e le Chiese, in particolare le nostre Chiese di Lombardia, si lasciano misurare e animare oggi dal Vangelo che è insieme annuncio e incontro?
2. L’incontro decisivo e trasformante
Come si sviluppa il primo annuncio? Il «primo annuncio» favorisce il movimento del venire alla fede in una comunità credente e lo rende accessibile a tutti gli uomini che trova sul proprio cammino. Perciò il primo annuncio non è, anzitutto, un messaggio elementare, concentrato in una «formula breve» (il kerygma, l’annuncio pasquale), a cui seguirebbe poi una serie di «esplicitazioni» di carattere liturgico, spirituale, morale, missionario per la vita cristiana (la didaché, l’esortazione degli apostoli). Infatti, anche l’«annuncio originario» contiene fin dall’inizio un appello alla conversione della vita e alla decisione della fede; mentre poi la stessa esortazione apostolica riprende sempre di nuovo la vita umana nei suoi vari aspetti alla luce del Vangelo di Gesù.
I primi credenti presentavano l’incontro con il Risorto come una «chiamata» alla conversione dalla vita precedente per aderire con la fede a una nuova forma d’esistenza. Parlavano del cristianesimo come di una nuova «via». Essa iniziava a un «cammino» al quale seguivano molte implicazioni nella vita dei credenti. Il primo annuncio proclama, dunque, una promessa che esige di essere sottoposta al cammino della fedeltà, nel percorso spirituale e comunitario dei credenti. Tutti coloro che, nella storia della Chiesa, hanno avuto un incontro forte con il Signore e sono venuti alla fede, hanno sperimentato che questo non è che l'inizio di un cammino che mette in gioco la forza attraente dello Spirito e la faticosa ricerca nel tempo della propria identità.
Anche oggi è dunque importante far risuonare la freschezza originaria dell’incontro con Gesù risorto e del Vangelo di Pasqua. Presso i cristiani delle origini, il primo incontro con Cristo aveva la forma della testimonianza.
Questa trovava il suo momento sorgivo nel primo annuncio, che era una sorta di Vangelo in miniatura e ha generato i racconti evangelici. Possiamo indicare un modello di primo annuncio, con i suoi cinque momenti essenziali, nei discorsi missionari di Pietro, rivolti ai giudei (cf. At 2,14-40) e ai pagani (cf. At 10,34-43), in cui è facile riconoscere i tratti essenziali della testimonianza originaria.
1. Il primo momento prende avvio da un evento sorprendente.
Nei discorsi missionari di Pietro, rivolti ai giudei a Gerusalemme e al pagano Cornelio a Cesarea, si racconta l’effusione dello Spirito a Pentecoste (cf. At 2,14-21) e la visione di Pietro che suscita una nuova Pentecoste per il centurione romano (cf. At 10,28-33).
All’inizio delle prime comunità cristiane c’è l’esperienza di una nuova vita nello Spirito, personale ed ecclesiale.
Questo inizio «nuovo» riprende la parola con cui Gesù dà avvio al suo ministero: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo» (Mc 1,15). Ciò che fa nascere la fede è sempre un inizio nuovo, in cui s’intrecciano gli eventi che vengono dall’alto e la ricerca faticosa delle persone che devono comprendere ciò che accade, abbattendo anche le barriere più resistenti. Agli uomini è richiesto soltanto di essere persone timorate di Dio e praticanti la giustizia.
La parola della Chiesa desidera essere presente a quegli eventi – ne abbiamo evocati solo alcuni nella prima parte – in cui si accende per le persone una chiamata dall’alto. Per ciascuno di noi, si dà nella vita l’occasione di un nuovo inizio, in cui bussa alla porta la parola di Gesù sul «tempo compiuto», sul suo Regno che si fa prossimo. L’evento nuovo è la vita dei credenti e l’esperienza ecclesiale come luogo dello Spirito che trasforma il mondo e la storia.
2. Il secondo momento riprende la memoria viva di Gesù. Nel discorso di Pentecoste, Pietro chiama in causa direttamente i suoi uditori che ritiene responsabili della morte di Gesù (cf. At 3,17-20), con un linguaggio che vuole suscitare pentimento e conversione. Nel discorso a Cesarea (At 10,36-40), invece, la ripresa della memoria di Gesù è ricordata in modo sintetico come l’annuncio «della pace, per mezzo di Gesù Cristo: questi è il Signore di tutti» (v. 36). In entrambi gli interventi Pietro aiuta a rileggere la vicenda di Gesù. Questa ripresa della storia di Gesù rimanda all’incomprensione dei discepoli prima di Pasqua (cf. Mc 4,13; 6,52; 7,18; 8,17.21.33; 9,10.32; 10,38). I discepoli videro la morte di croce di Gesù come un fallimento, una falsificazione del suo messaggio e della sua pretesa. Se Gesù è morto in croce – così ragionano non solo i capi del popolo, ma temono anche i suoi discepoli – non può essere l’ultimo inviato di Dio. Perciò è necessario «ripercorrere» la storia di Gesù come «Vangelo». Questo secondo momento del primo annuncio riprende tutti gli «incontri decisivi» con Gesù che sono narrati nel racconto evangelico. Se l’esperienza attuale dei credenti della vita nuova nello Spirito pone una domanda che dà da pensare e invita ad agire, il secondo momento comporta di ripercorrere la propria esistenza personale alla luce della storia di Gesù ascoltata come Vangelo. Sarà la parola di un amico o di una guida, talvolta l’incontro con un gruppo o una comunità, o ancora un impegno di servizio che porrà domande inedite che riaprono la partita in cui avviene il meraviglioso incontro tra la nostra vita e la sua Parola, tra la nostra storia e il cammino sulla strada di Gesù. È il momento «evangelico» del primo annuncio, dove bisogna sempre riprendere i primi contatti con Gesù, di cui abbiamo raccontato un modello esemplare nell’episodio del cieco nato. Senza la ripresa della «memoria di Gesù» il primo annuncio corre il rischio di non essere ancorato alla sua storia singolare, di essere un’esperienza spirituale senza Gesù.
Il terzo momento è l’annuncio sconvolgente che è risorto il Crocifisso. Il «centro» dei discorsi missionari è l’annuncio della risurrezione di Gesù. È la «svolta» che Dio produce nella vicenda di Gesù, è il «ma» con cui Dio scompiglia le misure umane, apre le tombe e abbatte i muri che gli uomini sempre innalzano. Ma «Dio lo ha risuscitato, liberandolo dai dolori della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere» (At 2,24). «Essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno» (At 10,39-40). La risurrezione è l’«invertitore radicale» del giudizio umano, anzi trasfigura la vita di Gesù donata al Padre e a tutti gli uomini come sorgente della vita in pienezza. Questo è il centro del primo annuncio, la notizia sorprendente che sta al cuore della fede: non solo il «Crocifisso è risorto», ma il «Risorto è il Crocifisso», la vita risorta ha il volto trasfigurato del corpo di Gesù trafitto per amore che, innalzato da terra, attira tutti a sé. Benedetto XVI ha proclamato a Verona il centro della speranza cristiana: la risurrezione di Cristo è «la più grande “mutazione” mai accaduta, il “salto” decisivo verso una dimensione di vita profondamente nuova, l’ingresso in un ordine decisamente diverso, che riguarda anzitutto Gesù di Nazaret, ma con lui anche noi, tutta la famiglia umana, la storia e l’intero universo» (Discorso «Mi rallegro» al IV Convegno ecclesiale). Questo è il cuore palpitante, la sorgente che irradia vita rinnovata e risorta su ogni uomo e donna. La Chiesa e i cristiani devono essere per grazia semplicemente testimonianza della vita risorta. Questo è il roveto ardente del primo annuncio!
Il quarto momento del primo annuncio è la testimonianza delle Scritture. Essa riprende le Scritture cominciando da Mosè e da tutti i profeti. Nel discorso di Pentecoste Pietro rilegge molti luoghi dell’Antico Testamento, tessendo una rete di passi che rendono testimonianza alla risurrezione di Cristo (cf. At 2,2528.30-31.34-35); nel discorso a casa di Cornelio l’Apostolo afferma sinteticamente che «a lui tutti i profeti danno questa testimonianza» (At 10,43). La traditio ininterrotta della parola di Dio è incentrata sulla risurrezione di Cristo: da un lato, essa è il punto di gravitazione di tutta la testimonianza dell’Antico Testamento, dall’altro, diventa il grembo generante del Nuovo Testamento. La risurrezione è veramente la matrice del cristianesimo e genera la testimonianza cristiana, prima nello slancio dei testimoni della risurrezione, poi nella narrazione orale dell’evento cristiano e, infine, nel racconto scritto. Perciò appartiene al primo annuncio la forma della testimonianza cristiana, fatta di parola e gesto strettamente connessi (cf. Dei verbum, n. 21). L’annuncio originario è ancora oggi accessibile a ogni uomo e donna che si lasciano condurre dalla testimonianza della Chiesa. La Chiesa c’è per rendere questa testimonianza, anzi è questa stessa testimonianza. Se la Chiesa non fa questo non è la Chiesa della risurrezione, e può esserlo solo se si lascia animare dallo Spirito del Risorto. Appartiene al primo annuncio tutta quella nube di credenti che hanno fatto della trasmissione della fede e della visione della vita che ne sgorga il cuore della loro testimonianza. Questo diventa uno stimolo ad avventurarci sui nuovi cammini di trasmissione della fede di generazione in generazione. Occorrerà farlo nella trama della società complessa, senza perdere lo slancio vitale del cattolicesimo lombardo, pieno di fede e storia, di coscienza civile e operosità sociale.
Il quinto momento, infine, fa risuonare l’appello alla conversione e alla fede battesimale. È un appello che colpisce la coscienza delle persone. Luca ha un’efficace espressione: «All’udire queste cose si sentirono trafiggere il cuore» (At 2,37): il cuore acconsente alla verità che si manifesta nei segni dello Spirito a Pentecoste, come prima nelle parole e nei prodigi del ministero di Gesù. Per questo è decisivo che il cuore sia trafitto, cioè che esso riconosca l’appello a una decisione pratica. «Che cosa dobbiamo fare?» (At 2,37), chiedono prontamente agli apostoli i presenti a Gerusalemme. In questa domanda risuona una disponibilità radicale a rispondere al primo incontro e al primo annuncio, di cui forse non intravediamo ancora in modo distinto tutti i contenuti. Il primo annuncio chiama alla conversione e alla fede, cioè a un gesto che introduce nella vita del popolo di Dio (il battesimo) e nell’esistenza nuova del credente (la conversione e la fede). La conversione ha la forma di un laborioso esercizio, più che di un evento improvviso. Essa inizia con un avvenimento inatteso e sorprendente, ti consegna un’identità «promessa», ma poi esige tempo per passare attraverso il cuore della libertà e della vita. Per questo il primo annuncio non è che l’inizio di un cammino. Un cammino insieme con altri, comunione di fede dentro un popolo santo a cui ci si stringe in una visibile comunità fraterna: «Per voi infatti è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro» (At 2,39). La fede pasquale non è un atto solitario, ma è il grembo della Chiesa, il popolo di Dio in cammino.
3. Chi sono i «nuovi venuti»?
A chi si rivolge oggi il primo annuncio? Con questa terza domanda la questione del primo annuncio interroga il nostro presente. In un tempo di grandi mutazioni due fatti sfidano la nostra coscienza: il primo dice che siamo in difficoltà non solo a trasmettere la fede, ma anche a trasmettere la vita con i suoi significati; il secondo ci presenta la realtà di nuove persone che in maniera differenziata si affacciano alle porte delle nostre comunità e «domandano» la fede. Anzitutto, il primo fatto ci mostra che la fatica a trasmettere la fede è il sintomo di una difficoltà precedente: quella a trasmettere le forme della vita buona. Ciò ha molte ragioni, tra le quali vogliamo segnalare la più importante: l’affievolirsi della passione educativa, come ci ha segnalato con felice espressione papa Benedetto XVI parlando di «emergenza educativa». Quando si parla di «emergenza», prima che ai fenomeni macroscopici che toccano soprattutto le nuove generazioni, si allude anche all’assottigliarsi delle risorse umane e della passione delle famiglie e delle comunità.
Questo non significa che non vi sia nelle famiglie e nella società, nelle istituzioni scolastiche ed educative, una forte preoccupazione per la capacità di trasmettere valori e forme buone del vivere. La trasmissione alle nuove generazioni non solo dei saperi, ma anche della dimensione formativa di ogni sapere, cioè la capacità di plasmare una coscienza critica e responsabile, è sentita oggi da molti come un compito prioritario. La nostra gratitudine va a coloro che non hanno mai smesso di credere all’importanza del loro servizio educativo. L’educazione sembra patire, però, una certa marginalità nella sensibilità sociale. Talvolta, le migliori risorse del volontariato, anche cristiano, si sono gettate prevalentemente nella cura dei mali sociali, materiali e spirituali. Se questo è in qualche misura inevitabile in una società molto competitiva e arrivista, che lascia sul campo troppe persone sfortunate, la vigilanza non solo dei credenti, ma anche degli uomini di buona volontà, deve ricuperare lo slancio della questione educativa. Il suo sintomo più marcato è il problema dell’identità, cioè la difficoltà delle nuove generazioni a dare un volto alla propria identità personale e al proprio posto nel mondo.
Un secondo fatto ha spinto noi vescovi a mettere a fuoco la questione del «primo annuncio». Nel nuovo contesto sociale culturalmente pluralista e multireligioso non si può più dare per scontata la trasmissione dell’esperienza credente e della dottrina essenziale della fede. Lo segnala il fenomeno dirompente della presenza massiccia di religioni e stili di vita assai diversi, che ormai abitano stabilmente il panorama delle nostre città e dei nostri paesi. Anche la crescente secolarizzazione sembra porre in questione la trasmissione della fede. Molte persone, pur affermando di credere in Dio e di coltivare una qualche religiosità, sono digiune circa gli elementi fondamentali della fede cristiana. L’identità della fede appare minacciata: per ragioni culturali e religiose, per ragioni civili e sociali legate all’enorme mobilità, per le forme di relativismo ideologico che professano una vuota tolleranza, per l’identificazione frettolosa della fede con alcuni segni cristiani, per il fenomeno della trasformazione della fede in una specie di religione civile e identitaria. Oggi si presentano sempre più situazioni che richiedono quasi una vera e propria «rinascita della fede».
Parliamo, in particolare, dei «nuovi venuti» alla fede, cioè di persone che bussano alle porte delle comunità cristiane, delle associazioni e dei movimenti, per chiedere la fede o «rifondare» una fede che è solo anagrafica o è rimasta fissata nella prima formazione ai sacramenti dell’iniziazione senza essere cresciuta fino a diventare una fede matura. A un certo punto essa si riaccende nella vita adulta, senza avere però linguaggi e pratiche che siano compatibili con la vita da adulti. Chi sono questi «novizi» della fede e della Chiesa? Che cosa chiedono, che immagine di Chiesa incontrano, come trovano risposta alle loro domande? Possiamo descrivere tre tipi di vicende umane (che bisogna riconoscere al di là dei nomi indicati) che si affacciano alla porta della fede.
Ci sono i catecumeni in senso stretto, persone non battezzate che desiderano ricevere il battesimo. Non sono ancora moltissimi in Italia, ma è prevedibile che il loro numero aumenti sempre più. L’Italia sembra un ponte naturale gettato nel Mediterraneo, su cui passeranno molte storie e vicende spirituali che muoveranno il panorama della Chiesa italiana. Occorre che la Chiesa non solo abbia antenne per intercettare questa domanda, ma disponga di un luogo per accogliere, uno spazio psichico e spirituale, che sia una sorta di «pronao» all’ingresso nel tempio, una soglia discreta prima di abitare i percorsi della fede e la casa della comunità.
Poi, ci sono i convertiti, la cui fede s’era addormentata e che riprende in forma più decisa. Hanno avuto magari una prima formazione cristiana, hanno frequentato anche i percorsi per i sacramenti, ma la loro fede è rimasta come latente, perché la pratica cristiana sembrava troppo pesante per essere vissuta da adulti. È stata come una fede rinviata, che a un certo punto riprende vigore a partire da una circostanza della vita, da un incontro, da una sofferenza, dalla conoscenza di un gruppo, di un ambiente, o a partire da una situazione come quelle che abbiamo descritto sopra. A queste persone non mancano il linguaggio e le immagini cristiane, ma sono rimaste bloccate nelle forme imparate da piccoli e, quindi, la riscoperta da adulti appare come un nuovo venire alla fede.
Infine, ci sono i ricomincianti. È forse la categoria più nascosta, perché si tratta di battezzati (e quindi non propriamente catecumeni), il cui battesimo è rimasto solo sulla carta. Sono battezzati anagrafici, hanno forse ricevuto anche la prima comunione, ma si sono sganciati dalla Chiesa, attraverso un allontanamento quasi impercettibile o una presa di distanza critica. La loro situazione quindi si configura come quella di «nuovi venuti», perché non si tratta solo di riprendere una pratica sospesa e di reimparare i linguaggi della fede, ma di procedere a un loro vero ricupero. Il loro bisogno non è solo quello d’incontrare una comunità persuasiva per la sua vita liturgica, per le forme del suo annuncio, per lo slancio della carità, ma anche e soprattutto di poter disporre di cammini di ripresa della fede, d’imparare forse per la prima volta l’accostamento alla parola di Dio, il senso dei gesti cristiani. In qualche misura soprattutto per questi nuovi fratelli si pone il tema del «primo annuncio» della fede.
4. Oltre la forma debole della religione
Quali sono le condizioni che rendono possibile il primo annuncio in un contesto di nuova secolarizzazione? La questione del «primo annuncio» deve fare i conti con le domande e le situazioni dei nuovi venuti, e con il vasto fenomeno della secolarizzazione che ha colpito l’Europa e non solo. In particolare ha toccato le società a più alta industrializzazione e ha avuto un grande influsso anche in Italia, soprattutto in Lombardia. La nostra regione è raggiunta dai fenomeni tipici della società complessa. Sul tema della ripresa della fede ha un particolare rilievo il fenomeno del «ritorno del sacro», che ha fatto seguito al periodo in cui tutto sembrava concorrere all’inesorabile secolarizzazione dell’Occidente. Ma questo «ritorno» ha alcuni tratti singolari: la forma secolarizzata della vita umana manca di un riferimento diretto a Dio, e sostituisce il bisogno di salvezza con la ricerca della «qualità della vita», una spiritualità «senza Dio».
Dentro questa ricerca, il sacro ha un posto come «religione invisibile», come religione dell’anima senza esprimersi con una pratica rituale o morale e senza appartenenza ecclesiale. La religione diventa emotiva, sentimentale, immediatista, persino mistica, ma senza dimensione storica e incarnata. Oppure, sul versante opposto, si ripresenta nella forma di una «religione civile» che usa i valori e i simboli cristiani come segni d’identità, di cui però si fatica a vivere il senso cristiano e il loro dinamismo spirituale e missionario. Il segno più evidente è la mancanza della dimensione vocazionale, non solo in senso religioso, ma come forma della vita tutta. La religione diventa un fenomeno privato, non ha più rilievo pubblico, non solo per costruire la città dell’uomo, ma anche per immaginare l’identità personale. La religione al massimo serve come soccorso per raggiungere l’armonia della persona con se stessa, con gli altri, con la natura e con il divino. Ma difficilmente riesce a motivare e a costruire una scelta di vita, il cammino comune della coppia, l’impegno nel mondo e la costruzione della città dell’uomo.
La religione invisibile (o, sul lato contrario, la religione civile) diventa un surrogato, che sostituisce il significato simbolico che un tempo la fede rivestiva per l’identità personale e per l’impegno sociale. Riferita alla sfera privata, essa appare una strategia del benessere individuale, senza investimento nel cammino con gli altri e senza rilievo sociale. È facile osservare che anche i riti e le pratiche cristiane non vengano rifiutati, ma siano utilizzati come un repertorio di simboli e di gesti per ritrovare la pace, la serenità interiore, l’armonia personale, il bisogno di spiritualità. È la religione del bricolage, del «fai da te». I segni e i gesti sono ancora talvolta quelli della tradizione cristiana, ma il loro senso è ricostruito da ciascuno a misura della propria anima (oppure per dire un’appartenenza, ma senza riferimento alla coscienza). Ciò spiega perché questa forma debole della religione abbia tanto successo nei «nuovi movimenti religiosi» d’importazione d’oltreoceano, che si caratterizzano per il minimo d’impegno e per il massimo di esperienza emotiva, sentimentale, immediata. Sono guidati da leader carismatici che sono più seduttori che seducenti. In ogni caso rinunciano a essere maestri che aiutino a far crescere la vita in una prospettiva vocazionale, quindi libera e autonoma.
Questa forma della religione richiama la coscienza cristiana a un poderoso sforzo per ridire i tratti essenziali della fede cristiana, per congiungere momento personale e dimensione ecclesiale, bisogno di spiritualità e scelte pratiche, preghiera e azione, mistica e impegno. In una parola, occorre ritrovare il ritmo dell’esperienza cristiana, che ha un indubitabile riferimento alla coscienza e all’identità personale e, insieme, si realizza in una chiamata all’appartenenza ecclesiale e all’impegno nel mondo.
5. Rinnovare il volto delle nostre Chiese
E, infine, l’ultima domanda: che cosa chiede alle comunità cristiane di Lombardia il primo annuncio? Abbiamo bisogno di ritornare al centro della fede, non solo perché in questo modo i primi credenti trasmettevano il loro incontro vivo e vitale con il Signore, ma anche per le ragioni culturali e pastorali, di cui abbiamo ricordato solo alcune tra le più importanti. Soprattutto nelle nostre regioni, dove il cristianesimo ha avuto un forte insediamento e ha ancora una presenza significativa, è facile osservare che la fede appartiene più allo scenario della vita e della società che ai cammini della nostra esistenza quotidiana, alle scelte ideali e agli impegni sociali.
Le Chiese di Lombardia debbono, anzitutto, riconoscere in modo grato il molto che hanno ricevuto, il senso di amore e di dedizione, nella vita delle famiglie e delle comunità, nell’operosità sociale e nella passione civile, nella storia di molte persone, pastori, laici, religiosi, missionari che hanno vissuto la loro esistenza come una vera dedizione evangelica. Quando sfila davanti ai nostri occhi il loro volto e il loro ricordo, non perdiamo la speranza che la fede possa ridiventare una passione di vita anche per le future generazioni. Nel solco di questi credenti le Chiese di Lombardia e i cristiani che le animano potranno «immaginare» la fede e la Chiesa come un atto di trasmissione creativa, che svela le potenzialità future aprendo lo scrigno dei tesori del passato. Basterebbe pensare ai cristiani maturi e ai santi, che hanno popolato le nostre regioni e hanno disegnato quel volto facilmente riconoscibile delle Chiese lombarde: nell’esistenza contemplativa e nella vita pastorale, nell’educazione cristiana e nella cura della sofferenza, nella testimonianza coerente dell’impegno civile, nel volontariato sociale e nella missione ad gentes. Ciascuna di queste istanze ha avuto figure trainanti, ha fondato istituti e movimenti, ha creato esperienze profetiche che hanno ricevuto dalle comunità lombarde i propri tratti e che hanno dato alla madre Chiesa il volto particolare del genio di questa terra.
Oggi sorgono domande urgenti. Le proponiamo a tutte le comunità della nostra regione, per un esame corale del nostro agire pastorale. Siamo capaci di trasmettere il roveto ardente della nostra fede, l’incontro con il Signore risorto come il senso della vita e la guida della storia? La nostra fede è capace di distinguere le tradizioni dalla Tradizione vivente? O, meglio, di far vivere le devozioni e le tradizioni con il sentimento che custodisce e fa incontrare il Signore risorto e presente oggi? I gesti cristiani conducono giorno per giorno a questo centro vitale; la pratica cristiana riesce ad alimentarci spiritualmente? La parrocchia è solo un luogo dove si sta (o non si sta) bene, o è soprattutto uno spazio spirituale, un luogo di ascolto della Parola e degli altri, di attenzione alle persone e alla loro crescita vocazionale? I sacramenti, in particolare l’eucaristia vissuta alla domenica, sono il cuore della settimana, riscaldano la vita delle persone, uniscono la vita di famiglia, illuminano il ritmo del lavoro, fanno ritrovare il senso della festa? Le associazioni e i movimenti alimentano con il loro carisma la presenza viva nelle Chiese locali e le nostre comunità si lasciano pervadere anche dalla loro presenza?
A queste domande siamo chiamati a rispondere ridonando trasparenza alla nostra fede, prima di dedicarci a trasmetterla ad altri. Non si può evangelizzare se non lasciandoci continuamente sorprendere dal Vangelo di Gesù. Per questo il «primo annuncio» non sta all’inizio cronologico, ma è il centro vitale dell’esistenza cristiana. È la sua giovinezza e la sua forza spirituale. Il primo annuncio è il segreto di una fede viva, lo spazio dello Spirito Santo dato «senza misura» (Gv 3,34), lo slancio della vita della Chiesa, il motore del cambiamento sociale, la sorgente del servizio cristiano, il sostegno della passione educativa, il pane per il cammino della missione a tutte le genti.
Vorremmo concludere, nell’anno in cui ricordiamo il 50° dall’annuncio del Concilio, con le parole piene di Spirito Santo con cui il beato Giovanni XXIII apriva l’assise vaticana: «Ora tuttavia, la Sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia piuttosto che della severità. Essa ritiene di venire incontro ai bisogni di oggi, mostrando la validità della sua dottrina, piuttosto che rinnovando condanne (...). Vuole mostrarsi madre amorevole di tutti, benigna, paziente, piena di misericordia e di bontà, anche verso i figli da lei separati» (Gaudet mater Ecclesia; EV 1/57*s).
Lo Spirito Santo, effuso sulla Chiesa nel giorno di Pentecoste, rinnovi il cuore dei credenti, il volto delle nostre comunità e doni agli uomini la speranza che non delude. Nel nome del Signore Gesù vi benediciamo.
Nella festa di Pentecoste, 31 maggio 2009.
I VESCOVI LOMBARDI

