Una storia
con due finali
Vezòt habberakà (Dt 33,1-34,12)
Daniel Taub

Le ultime parole di Mosè prima di congedarsi dagli israeliti presentano una visione del popolo ebraico nella terra di Israele: «Israele riposerà al sicuro, da sola la fonte di Giacobbe» (Dt 33,28).
La promessa che il popolo di Israele vivrà al sicuro è chiara, ma qual è la ragione per cui Mosè descrive il popolo, anche dopo il suo ingresso nella terra, come "solo"?
Abbiamo visto sopra come, anni prima, il profeta non ebreo Balaam, fatto venire dal re di Moab per maledire il popolo ebraico, inaspettatamente lo benedì. Tra le descrizioni del popolo ebraico vi era questa: «un popolo che dimora solo».
Nella lettura di Dt 33,1-34,12 Mosè riecheggia la descrizione di Balaam di un popolo solitario, ma il contesto è diverso. Gli ebrei non sono più una tribù di nomadi senza patria; sono sul punto di entrare nella terra di Israele. Da questo momento in poi, come altri popoli, avranno un paese tutto loro. Non basterà questo a mettere fine alla loro storia di esclusione e di solitudine?
I commentatori ebrei hanno dibattuto a lungo su questo interrogativo. In particolare si sono chiesti se l'uso che Mosè fa del termine badàd ("da solo") indichi
un'immagine positiva o negativa del futuro ebraico.
Alcuni vedono la descrizione come positiva. Rasili (Francia, XI secolo) interpreta questo termine come se il popolo alla fine si sentirà tanto sicuro da poter vivere separato dagli altri in luoghi appartati: «ciascuno sotto la propria vite e il proprio fico», senza alcun bisogno di accalcarsi nelle città fortificate per
proteggersi.
Altri invece vedono nella solitudine e nell'esclusione una parte del destino ebraico. Il Neziv (Naftali Zvi Yehuda Berlin, Germania, XIX secolo), nel suo commentario Emek Davar, adotta questa lettura pessimista: «Questa è la natura del popolo ebraico ed è la volontà divina, come leggiamo nella precedente lettura settimanale di Ha'azìnu: "Il Signore guiderà Giacobbe da solo (badàd)..."» (Dt 32,12).
Le diverse interpretazioni della promessa di Mosè lasciano trasparire la consapevolezza del fatto che il dilemma fondamentale della storia ebraica, la tensione tra l'essere a pieno titolo membro della famiglia delle nazioni e il restare un popolo separato, non si sarebbe risolta con la conclusione del viaggio degli israeliti nel deserto, ma li avrebbe accompagnati fin dentro la terra.
La domanda resta tuttora aperta. Come ebbe a esprimersi il diplomatico israeliano e studioso ebreo Yaakov Herzog:
Tremila anni fa, Balaam il profeta descrisse i figli di Israele come «un popolo che dimora solo». Si tratta di un concetto molto strano, che nessuna mitologia del mondo antico sembra riuscire a spiegare. E oggi, nel XX secolo, se lo si analizza obiettivamente e scientificamente — non dal punto di vista della fede e dei sentimenti — non può esserci dubbio che sia il modo in cui ci vede la maggior parte del mondo: un popolo che dimora solo. Il problema è se questo concetto denoti un privilegio — non una fuga dalla società nel suo insieme ma con un ruolo unico al suo interno — oppure se si tratti di un'anomalia da negare e rifiutare. Questo è il dilemma della storia ebraica (Ambasciatore rabbi Yaakov Herzog, discorso alla Conferenza Benè Akiba, Gerusalemme, gennaio 1970).
La lettura di Vezòt habberakà ci fa concludere la lettura annuale dei cinque libri di Mosè. A differenza degli altri passi, non si legge di sabato ma per la festa di Simchàt Torà ("Gioia per la Torà", al termine della festa delle Capanne).
Dal gran numero di usanze sviluppatesi attorno a questa lettura possiamo trarre qualche lezione sul modo in cui ci rapportiamo, in quanto individui e in quanto popolo, al testo della Bibbia nel suo insieme.
La Bibbia, come eredità comune
È usanza che, quando si legge quest'ultimo passo, l'intera comunità sia chiamata a pronunciare una benedizione sulla Torà. In molte sinagoghe il brano viene letto più e più volte per dare a ciascuno l'opportunità di essere chiamato. Secondo un'altra usanza molto diffusa, basata su una tradizione medievale tedesca, una benedizione speciale detta qol hannéarìm ("la voce dei bambini") invita tutti i bambini della comunità a mettersi davanti alla Torà e a pronunciare le benedizioni. Tutte queste usanze contrastano nettamente con l'approccio adottato in molte religioni antiche, in cui la conoscenza dei testi sacri era gelosamente custodita da una classe sacerdotale dominante. Il messaggio per il popolo, al momento di ricominciare da capo l'annuale lettura della Bibbia, è che essa non è eredità esclusiva di un gruppo o di una classe, ma retaggio condiviso dal popolo intero.
La Bibbia, come ciclo infinito
Non appena finiamo di leggere l'ultima sezione della Torà, immediatamente torniamo all'inizio di Bereshìt e ricominciamo a leggere. Così facendo, continuiamo un ciclo infinito di studio che prosegue da migliaia di anni. Allo stesso tempo ci ricordiamo che non c'è fine alla sua comprensione. Anche se il testo resta lo stesso, noi lettori siamo cambiati e lo rileggeremo ogni anno con nuove prospettive e capendo cose nuove.
La Bibbia, come racconto con due finali
Il fatto che continuiamo a leggere dall'inizio di Bereshìt significa che la Torà è in realtà una storia con due finali: da una parte, i cinque libri di Mosè proseguono cronologicamente nel libro di Giosuè, con la storia della conquista della terra, e poi nella storia dei giudici, re e profeti di Israele. Dall'altra, noi torniamo all'inizio e leggiamo la storia del lungo viaggio del popolo ebraico verso la libertà, costituendosi popolo e rendendosi indipendente sulla propria terra. Queste due finali hanno una risonanza anche per il popolo ebraico oggi. Da una parte, vivendo in Israele, stiamo scrivendo nuovi capitoli nell'epica della storia ebraica. Dall'altra, ci viene ricordato che ogni generazione deve anche ritornare all'inizio, per cominciare il proprio processo personale, al fine di creare un senso di nazione, e il proprio viaggio verso la terra promessa.

