Una fiamma continua
Tezavvè (Es 27,20-30,10)
Daniel Taub

Il passo della Torà di Es 27,20-30,10 si apre con una descrizione del ner tamìd, la luce perpetua che ardeva nel tabernacolo e, in seguito, nel tempio. Come memoriale di questa luce perpetua, davanti alle sinagoghe di tutto il mondo c'è una lampada che arde continuamente, un ner tamìd, ancora oggi. Perché, di tutti gli arredi del tempio, dovrebbe essere questo l'unico che ancora oggi troviamo nelle sinagoghe di tutto il mondo? E perché questo passo della Torà è l'unico in tutta la Bibbia, dalla prima volta che si menziona Mosè, in cui il nome di Mosè non compare?
Ben si addice che il ner tamìd sopravviva oggi nelle nostre sinagoghe, perché, più di ogni altro oggetto del tempio antico, il ner tamìd è associato all'idea della continuità ebraica e al passaggio della fiamma della tradizione di generazione in generazione.
Diversi commentatori vedono questo tema della continuità riflesso in aspetti diversi della sacra lampada.
Alcune tradizioni si concentrano sull'olio da usare nella lampada: la Bibbia comanda che sia accesa soltanto con olio vergine d'oliva. Il Talmud vede l'olivo come simbolo della promessa divina circa la sopravvivenza del popolo ebraico:
Insegnava R. Joshua ben Levi: Perché si dice che Israele è come l'albero d'olivo? Per dirvi che, proprio come le foglie dell'olivo non cadono né nella stagione estiva né in quella delle piogge, così Israele non cesserà mai di esistere, né in questo mondo né nel mondo a venire (Talmud di Babilonia, Menachòt 53b).
Altri si concentrano sulla luce. Il Pardes Yosef (rabbi Joseph Patznovsky, che scrisse in Polonia all'inizio del XX secolo) vede il ner tamìd come un'espressione esteriore della luce spirituale interiore, da tramandare alle generazioni future. Scrive:
Ogni ebreo deve accendere nel proprio cuore un ner tamìd, una lampada al Signore. Ma questa luce non deve restare soltanto nella Tenda del Convegno - nella sinagoga e nella casa di studio - ma anche «al di fuori del velo della Tenda» (Es 27,21), ovvero nelle case, nelle strade e in tutti gli ambienti in cui siamo impegnati nel mondo reale.
Altri ancora vedono il tema della continuità riflesso nel mondo in cui deve essere accesa la lampada. L'espressione usata per descrivere il metodo di accensione è leha` alòt - "alzare la luce". Il commentatore classico Rashì (Francia, XI secolo) lo interpreta nel senso che il sacerdote deve tenere la fiamma sullo stoppino «finché la nuova fiamma è capace di reggersi da sola». Rabbi Shimshon Raphael Hirsch (Germania, XIX secolo) lo vede come un formidabile simbolo di continuità attraverso l'educazione. Abbiamo la responsabilità di reggere la fiamma della tradizione fino alla generazione successiva, finché questa sarà a sua volta in grado di reggere la fiamma. Soltanto allora potremo togliere la fiamma dell'accensione, quando, come dice Hirsch, «il maestro si sarà reso superfluo!».
Quest'ultima spiegazione può effettivamente spiegare perché il nome di Mosè sia assente dal passo che stiamo esaminando: è l'unico passo della Bibbia, dal momento della sua nascita, in cui non è nominato. La promessa del- 1 a continuità è infatti anche la promessa che il popolo ebraico e la dottrina ebraica sopravvivranno anche quando Mosè, il più grande dei maestri, non sarà più presente.
La sfida di garantire la continuità, che dovette affrontare Mosè, vale anche per i leaders di oggi. Come ci ricorda il ner tamìd, non basta che i leaders stessi risplendano di luce. Devono anche garantire che faranno crescere una nuova generazione di fiamme, capaci di ardere in modo indipendente, e di portare anche nel futuro la luce della tradizione e della responsabilità.

