Testimoni del Risorto

    José A. Pagola

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    In quel tempo, i discepoli narravano ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto Gesù nello spezzare il pane.
    Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi! ». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro. Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni»
    (Luca 24,35-48).

     

    Credere per esperienza personale

    Non è facile credere in Gesù risorto. In ultima analisi si tratta di qualcosa che può essere colto basandosi solo sulla fede che lo stesso Gesù fa nascere in noi. Se non sperimentiamo mai interiormente la pace e la gioia che Gesù infonde, è difficile che «esternamente» troviamo prove della sua risurrezione. Qualcosa del genere ci viene a dire Luca quando ci descrive l'incontro di Gesù risorto con il gruppo dei discepoli. Tra di loro c'è di tutto. Due discepoli stanno raccontando come l'hanno riconosciuto cenando con lui a Emmaus. Pietro dice che gli è apparso Gesù. La maggioranza di loro non ha avuto ancora nessuna esperienza. Non sanno cosa pensare. Allora «Gesù in persona sta in mezzo a loro e dice: "Pace a voi!"». La prima cosa perché nasca in noi la fede in Gesù risorto è la possibilità di cogliere, anche oggi, la sua presenza tra noi: far circolare nei nostri gruppi, nelle nostre comunità e parrocchie la pace, la gioia e la sicurezza che dà il saperlo vivo, e sapere che lui ci accompagna da vicino in questi tempi per nulla facili per la fede.
    Il racconto di Luca è molto realistico. La presenza di Gesù non trasforma magicamente i discepoli. Alcuni si spaventano e «credono di vedere un fantasma». Nel cuore di altri «sorgono dubbi» di altro tipo. Ci sono alcuni che «per la gioia non credono ancora». Altri continuano a essere «pieni di stupore».
    La stessa cosa avviene anche oggi. La fede nel Cristo risorto non nasce in noi in modo automatico e certo. Nasce nel nostro cuore in forma fragile e umile. All'inizio è quasi solo un desiderio. Di solito cresce circondata di dubbi e interrogativi: è possibile che sia vero qualcosa di tanto grande?
    Secondo il racconto, Gesù si ferma, mangia tra loro e si dedica ad «aprire loro la mente» alla comprensione di quello che è avvenuto. Vuole che diventino «testimoni», che possano parlare per esperienza personale e predicare non in un modo qualunque, ma «nel suo nome». Non si crede nel Risorto all'improvviso. È un processo che a volte può durare anni. L'importante è il nostro atteggiamento interiore. Confidare sempre in Gesù. Fargli sempre più spazio in ognuno di noi e nelle nostre comunità cristiane.

    Abbiamo bisogno di testimoni

    I racconti evangelici lo ripetono frequentemente. Incontrarsi con il Risorto è un'esperienza che non può essere taciuta. Chi ha sperimentato Gesù pieno di vita sente la necessità di raccontarlo agli altri. Trasmette quello che vive. Non resta muto. Diventa un testimone. I discepoli di Emmaus «narravano ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto Gesù nello spezzare il pane». Maria di Magdala smise di abbracciare Gesù, andò dove si trovavano gli altri discepoli e disse loro: «Ho visto il Signore!». Gli undici ascoltavano invariabilmente la stessa chiamata: «Di questo voi siete testimoni»; «Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi»; «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura».
    La forza decisiva posseduta dal cristianesimo per proclamare la Buona Notizia contenuta in Gesù sono i testimoni. Quei credenti che possono parlare in prima persona. Quelli che possono dire: «È questo ciò che mi fa vivere in questi momenti». Paolo di Tarso lo diceva a modo suo: «Non vivo più io, ma Cristo vive in me» (Galati, 2,20).
    Il testimone comunica la propria esperienza. Non crede «teoricamente» delle cose su Gesù; crede in lui perché lo sente pieno di vita. Non solo afferma che la salvezza dell'uomo si trova in Cristo, ma si sente sostenuto, rafforzato e salvato da lui. In Gesù vive «qualcosa» che è decisivo nella sua vita. Qualcosa di inconfondibile che non trova altrove. La sua unione con Gesù risorto non è un'illusione: è qualcosa di reale che poco a poco trasforma il suo modo di essere. Non è una teoria vaga ed eterea: è un'esperienza concreta che motiva e stimola la sua vita. Qualcosa di preciso, concreto e vitale.
    Il testimone comunica quello che vive. Parla di quanto gli è avvenuto lungo la via. Dice quello che ha visto quando gli si sono aperti gli occhi. Offre la propria esperienza, non la propria sapienza. Irradia e trasmette vita, non dottrina. Non insegna teologia: «fa discepoli» di Gesù.
    Il mondo di oggi non ha bisogno di più parole, teorie e discorsi. Ha bisogno di più vita, speranza, senso e amore. Servono testimoni più che difensori della fede. Credenti che possano insegnarci a vivere in una maniera diversa perché essi stessi stanno impdrando a vivere da Gesù.

    Credere con gioia

    Si parla molto del problema del male. Si dice che è «la roccia dell'ateismo», ed effettivamente sono parecchie le persone per le quali è difficile credere all'esistenza di un Dio buono dal quale sia provenuto questo mondo in cui il male ha tanto potere.
    Le domande si moltiplicano: come può restare passivo Dio di fronte a tante disgrazie fisiche e tragedie morali, o di fronte alla morte cruenta di tanti innocenti? Come può rimanere muto davanti a tanti crimini e soprusi, commessi molte volte proprio da quelli che si dicono suoi amici?
    Ed è certamente difficile ottenere una risposta se non la si trova nel volto del «Dio crocifisso». Un Dio che, rispettando assolutamente le leggi del mondo e la libertà degli uomini, soffre personalmente con noi, e partendo da questa «solidarietà crocifissa» apre la nostra esistenza dolorosa a una vita definitiva.
    Ma non esiste solo il problema del male. Esiste anche un «problema del bene». Il famoso biologo francese Jean Rostand, ateo professo, ma inquieto fino alla sua morte, faceva in una certa occasione questa onesta confessione: «Il problema non è l'esistenza del male. Al contrario, quello che mi stupisce è il bene. Che talvolta si manifesti, come dice Schopenhauer, il miracolo della tenerezza... Non mi sorprende la presenza del male, ma per me sono un grande problema i piccoli lampi di bontà, i gesti di tenerezza». Chi è sensibile solo al male e non sa gustare la gioia del bene che si racchiude nella vita, difficilmente sarà credente. Solo chi è capace di cogliere la generosità, la tenerezza, l'amicizia, la bellezza, la creatività e il bene può intuire «il mistero del bene» e aprirsi con fiducia al Creatore della vita.
    È significativa l'osservazione di Luca, quando ci segnala che i discepoli «per la gioia non credevano ancora». L'orizzonte aperto da Cristo risorto pare loro troppo grande per potervi credere. Crederanno solo quando accetteranno che il mistero ultimo della vita è qualcosa di buono, grande e gioioso. Paolo VI, nella sua bella esortazione Gaudete in Domino, invitava a imparare a gustare le molteplici gioie che il Creatore pone sul nostro cammino: la vita, l'amore, la natura, il silenzio, il dovere compiuto, il servizio agli altri... Può essere la via migliore per «risuscitare» la nostra fede. Il papa arrivava a chiedere che «le comunità cristiane diventino luoghi di ottimismo, dove tutti i componenti s'impegnano risolutamente a discernere l'aspetto positivo delle persone e degli avvenimenti».

    Compagno di cammino

    Ci sono molti modi per ostacolare la vera fede. È questo, ad esempio, l'atteggiamento del fanatico, che si attacca a un insieme di credenze senza lasciarsi interpellare mai da Dio e senza mai ascoltare nessuno che ne possa mettere in dubbio la posizione. La sua è una fede chiusa in cui manca l'accoglienza e l'ascolto del Mistero, e dove abbonda l'arroganza. Questa fede non libera dalla rigidità mentale né aiuta a crescere, poiché non si nutre del vero Dio.
    Questa è anche la posizione dello scettico, che non cerca e non si interroga, poiché non aspetta più nulla da Dio, dal-
    la vita e da se stesso. La sua è una fede triste e spenta. In essa manca il dinamismo della fiducia. Niente vale la pena. Tutto si riduce a continuare un vivere fine a se stesso. C'è poi la posizione dell'indifferente, che non si interessa più né del senso della vita né del mistero della morte. La sua vita è pragmatismo. Gli interessa solo ciò che può procurargli sicurezza, denaro o benessere. Dio significa sempre meno per lui. In realtà, a che cosa può servire credere in lui? C'è anche chi si sente proprietario della fede, come se questa consistesse in un «capitale» ricevuto nel battesimo e che sta lì, non si sa molto bene dove, senza che ci si debba preoccuparsene oltre. Questa fede non è fonte di vita, ma «eredità» o «abitudine» ricevuta da altri. Uno potrebbe rinunciarvi senza quasi sentirne la mancanza. Esiste poi la fede infantile di coloro che non credono in Dio, ma in quelli che ne parlano. Non hanno mai fatto l'esperienza di dialogare sinceramente con Dio, di cercarne il volto o di abbandonarsi al suo mistero. A loro basta credere nella gerarchia o confidare in «quelli che sanno queste cose». La loro fede non è un'esperienza. Parlano di Dio «per sentito dire».
    In tutti questi atteggiamenti manca l'essenziale della fede cristiana: l'incontro personale con Cristo. L'esperienza di camminare per la vita accompagnati da qualcuno che è vivo, su cui contare e in cui avere fiducia. Solo lui può farci vivere, amare e sperare nonostante i nostri errori, fallimenti e peccati. Secondo il racconto evangelico, i discepoli di Emmaus narravano «ciò che era accaduto lungo la via». Camminavano tristi e scoraggiati, ma qualcosa di nuovo nacque in loro quando si incontrarono con un Cristo vicino e pieno di vita. La vera fede nasce sempre dall'incontro personale con Gesù «compagno di cammino».

    Con le vittime

    Secondo i racconti evangelici, il Risorto si presenta ai suoi discepoli con le piaghe del Crocifisso. Non si tratta di un dettaglio banale, di interesse secondario, ma di un'osservazione di importante contenuto teologico. Le prime tradizioni cristiane insistono senza eccezioni su di un dato che, in generale, non siamo soliti valorizzare oggi nella sua giusta misura: Dio non ha risuscitato una persona qualunque; ha risuscitato un crocifisso.
    Detto più concretamente, ha risuscitato qualcuno che ha annunciato un Padre che ama i poveri e perdona i peccatori; qualcuno che si è fatto solidale con tutte le vittime; qualcuno che, incontrando egli stesso la persecuzione e il rifiuto, ha mantenuto fino alla fine la sua totale fiducia in Dio.
    La risurrezione di Gesù è, dunque, la risurrezione di una vittima. Risuscitando Gesù, Dio non solo libera un morto dalla distruzione della morte, ma anche «rende giustizia» a una vittima degli uomini. E questo getta nuova luce sul modo di «essere di Dio».
    Nella risurrezione non solo si manifesta a noi l'onnipotenza di Dio sul potere della morte. Si rivela a noi anche il trionfo della sua giustizia sulle ingiustizie che commettono gli esseri umani. Finalmente e in modo perfetto trionfa la giustizia sull'ingiustizia, la vittima sul carnefice.
    È questa la grande notizia. Dio si rivela a noi in Gesù Cristo come il «Dio delle vittime». La risurrezione di Cristo è la «reazione» di Dio a quanto gli esseri umani hanno fatto con suo Figlio. Questo viene sottolineato dalla prima predicazione dei discepoli: «L'avete crocifisso e l'avete ucciso... Ora Dio lo ha risuscitato, liberandolo dai dolori della morte». Dove noi mettiamo morte e distruzione, Dio mette vita e liberazione. In croce, Dio si mantiene ancora in silenzio, non dice nulla. Questo silenzio non è manifestazione della sua impotenza a salvare il Crocifisso. Esprime la sua identificazione con chi soffre. Dio sta lì, condividendo fino alla fine il destino delle vittime. Quelli che soffrono sappiano che non sono immersi nella solitudine. Dio stesso è nella loro sofferenza.
    Nella risurrezione, al contrario, Dio parla e agisce per dispiegare la sua forza creatrice a favore del Crocifisso. L'ultima parola è di Dio. Ed è una parola di amore che risuscita, rivolta alle vittime. Quelli che soffrono devono sapere che la loro sofferenza finirà in risurrezione.
    La storia continua. Sono molte le vittime che oggi continuano a soffrire, maltrattate dalla vita o crocifisse ingiustamente. Il cristiano sa che Dio si trova in questa sofferenza. Conosce anche la sua ultima parola. Per questo il suo impegno è chiaro: difendere le vittime, lottare contro ogni potere che uccide e disumanizza; attendere la vittoria finale della giustizia di Dio.

    (La via aperta da Gesù /3. Luca, Borla 2012, pp. 287-292)