Santità del tempo,
del luogo,
delle persone
'Acharè mot e Qedoshìm
(Lv 16,1-18,30 e 19,1-20,27)
Daniel Taub

Il Signore disse a Mosè: «Parla a tutta la comunità dei figli d'Israele e di' loro: Siate santi, perché io, il Signore Dio vostro, sono santo» (Lv 19,1-2).
Perché, con tutte le miriadi di comandamenti, c'è bisogno di un altro comandamento che ci esorti a essere santi? Che cosa aggiunge?
Maimonide (conosciuto anche come Rambàn e come rabbi Moshè ben Maimon, XIII secolo), in un celebre commento a questo comandamento, osserva che nessun sistema di leggi può governare ogni singolo aspetto del nostro comportamento. Anche se ci fosse qualcuno che rispetta tutti i comandamenti, osserva, potrebbe sempre trovare il modo di comportarsi con eccessi e diventare un nabal birshùt hattorà una persona spregevole entro i confini della Torà. Questa legge giunge a garantirci che, anche nell'ambito del consentito, dovremmo sforzarci di conseguire la santità.
Ma che cosa significa nella realtà impegnarsi per la santità?
Nel libro di Vayyiqrà o Levitico troviamo il termine qedushà (santità) usato in relazione a tre campi diversi: l'ambito del tempo, dello spazio e delle persone. In ciascun settore vi sono due soggetti specifici ai quali si applica il termine qedushà: la santità del tempo (sabato e solennità), la santità del luogo (il monte del tempio e la terra di Israele) e la santità delle persone (i kohanìm o sacerdoti e il popolo di Israele).
Rabbi Saul Berman, un filosofo ebreo contemporaneo, ha sottolineato come vi sia una differenza significativa nella natura della santità relativamente ai due esempi di ogni categoria. In ciascun caso il primo esempio è, nel pensiero ebraico, intrinsecamente santo, cioè designato come santo da Dio. Il secondo esempio in ciascuna categoria invece consegue la santità soltanto quando si compie qualche atto aggiuntivo da parte del popolo ebraico.
Così, nella categoria del tempo, il sabato è intrinsecamente santo, poiché è stato decretato da Dio. Le date delle solennità invece non sono determinate da Dio, ma in collaborazione con l'uomo, dal momento che sono fissate in accordo con il calendario umanamente determinato dagli uomini. Analogamente, nella categoria del luogo, il monte del tempio ha una santità divinamente preordinata e intrinseca, che non potrà mai essere cancellata. La terra di Israele invece consegue la condizione di santità sotto la legge ebraica soltanto quando vi risiede la maggioranza del popolo ebraico. Infine, nella categoria delle persone, i sacerdoti sono considerati dalla legge ebraica come depositari di una santità intrinseca a prescindere dal loro comportamento, mentre il popolo ebraico nel suo insieme è considerato santo soltanto quando agisce con santità.
Berman propone così che la santità può essere vista come una serie di cerchi concentrici. Al centro c'è un nucleo di esempi di santità divinamente concessa: il sabato, il monte del tempio e i sacerdoti. Attorno ad essi c'è una serie di esempi più vasti, che conseguono la santità soltanto attraverso una collaborazione tra Dio e uomo: le solennità, la terra di Israele e il popolo di Israele.
E così, propone Berman, c'è un altro cerchio, più vasto; un cerchio che comprende ogni tempo, ogni luogo e ogni persona. La qedushà in questo approccio ispiratore è in realtà un modo di proporre dei modelli. È come se Dio ,,tesse insegnando al mondo: «Ecco un esempio di tempo che io stesso ho reso santo, il sabato. Venite e rendiamo insieme sante le solennità. Ora andate e rendete santo ogni momento». Lo stesso vale per lo spazio. Dio dice: «Io ho reso santo il monte del tempio. Insieme facciamo santa la terra di Israele. Adesso andate e portate la santità in ogni luogo». Infine, con le persone. Dio dice: «Io ho fatto santi i sacerdoti. Facciamo insieme santo un popolo. Adesso andate e rendete santa ogni persona».

