Raccontare la storia di Gesù

    Semplici appunti

    Bruno Maggioni

    Queste mie annotazioni hanno semplicemente la pretesa (modesta!) di riferire il frutto di una ormai lunga esperienza di «raccontare» la storia di Gesù in svariate occasioni (predicazioni, conferenze, catechesi, articoli) e nei più diversi ambienti. Ciascuno di questi appunti meriterebbe una trattazione più ampia e articolata. Ma preferisco qui la formula breve, quasi una enumerazione di tesi. La loro validità sta nell'insieme, dove tutti gli aspetti - così pare a me - costituiscono una figura compatta di Gesù. È «questo Gesù» che va raccontato.

    1. L'evento cristologico non soltanto dice che cosa Dio ha rivelato di sé all'uomo, ma anche come lo ha rivelato. Anche il come è un punto fermo, un riferimento a cui riferirsi in ogni tempo. Certo oggi abbiamo strumenti che Gesù non poteva utilizzare. Guardiamo con simpatia a questi nuovi strumenti e usiamoli, non al punto però da annullare (o nascondere) le modalità essenziali che sono inscritte nell'evento di Gesù. Per esempio Gesù ha comunicato Dio e lo ha reso credibile attraverso la sua dedizione sino al martirio. Questa strada è irrinunciabile.

    2. Non si riconosce la centralità di Gesù Cristo soltanto allineando tutti i suoi misteri (incarnazione, vita nascosta, vita pubblica e missione, parole e miracoli, Croce e risurrezione, ritorno glorioso). Occorre cogliere il centro ermeneutico di tutti questi aspetti, il punto che li lega insieme e li chiarifica. Dalla scelta di questo centro ermeneutico dipende la visione di Gesù e, quindi, il modo di raccontare la sua storia. Ma anche poi - di conseguenza - la figura del cristiano e della Chiesa.

    3. Certamente il centro è la Croce/risurrezione con una sottolineatura però - se mi è consentito - della Croce, dove si è rivelata la novità del volto di Dio, la sua nascosta e imprevedibile identità: il volto dell'amore che si dona e salva l'uomo condividendone la sconfitta. La via percorsa dal Gesù terreno è la manifestazione della natura inattesa della gloria di Dio, non il suo nascondimento. E la gloria del Risorto, del Signore che tornerà «in potenza e gloria» è il trionfo della dedizione del Crocifisso, non la sua sostituzione con una gloria di altra natura (spesso immaginata in modo mondano!). E dunque qui che si devono cercare le modalità per esprimere la memoria del Gesù terreno, per riconoscere il Signore glorioso ora presente nella sua Chiesa, e per vivere la speranza nell'attesa del suo ritorno glorioso.

    4. Per rivelarsi e comunicarsi Dio ha scelto la via dell'incarnazione. Questo significa che Dio si è comunicato e rivelato mediante una profonda condivisione dell'esperienza dell'uomo.
    «La Parola si è fatta carne» (Gv 1,14). «Carne» significa soprattutto che la Parola, pur non perdendo lo splendore che appartiene al Figlio Unigenito, non si è espressa saltando l'opacità della storia, ma al contrario servendosene. E così la Parola definitiva rivolta da Dio all'uomo non ha ristretto Io spazio della contraddizione, che accompagna la storia dell'uomo, ma lo ha fatto proprio, rivivendolo. La Parola di Dio si comunica mediante una profonda condivisione di esperienza. Gesù si è posto nel punto più delicato (ma anche il più vero) della storia e dell'uomo. E a partire da qui ha tutto illuminato. Gesù non è soltanto dalla parte del mistero di Dio di fronte all'uomo, ma anche dalla parte dell'uomo di fronte al mistero di Dio. Gesù si è veramente posto nel centro della storia, là dove Dio e l'uomo sembrano contraddirsi, trasformando la contraddizione in rivelazione. Non esiste altra strada per comunicare Dio. Gesù si è dunque collocato al centro della contraddizione - là dove la verità è rifiutata e l'amore sconfitto e dove Dio sembra assente - e l'ha risolta. È perché si è collocato qui, che Cristo può dirsi veramente la Parola che illumina e convince. Se non ci si colloca qui, né si parla di Dio (che si è rivelato nel Crocifisso) né si parla dell'uomo (che vive nella contraddizione). Se si scolorisce questo centro, o ci si pone a lato, si dicono «parole», ma non si comunica, perché non si raggiunge Dio (del quale, poi, si pretende parlare, né si raggiunge l'uomo) al quale si pretende, poi, comunicare la lieta notizia.

    5. Gesù ha utilizzato tutte le funzioni di parola: l'annuncio, l'insegnamento, la denuncia e la polemica, il dialogo, il paradosso, l'ascolto, la parabola, il miracolo, il silenzio. Non possiamo esaminare tutte queste forme di parola. Soltanto alcune, in qualche modo le principali.
    La comunità ha conservato con indubbia predilezione le parabole di Gesù. Su questa forma di comunicazione molte cose si possono dire, e tutte interessanti, ma già note. Ci basta una sottolineatura: la comunicazione parabolica non avviene attraverso una luce che acceca, ma attraverso un'intuizione, un lampo, che insieme mostra e nasconde. Questo non semplicemente perché ciò che si intende comunicare è un mistero tanto grande che non può essere detto diversamente, ma perché la sua accoglienza possa appartenere veramente all'uomo, essere risposta e non sopraffazione. Un'evidenza che acceca non coinvolge l'ascoltatore, ma lo sommerge. La parabola invece crea lo spazio per una libera adesione e sollecita l'intelligenza dell'ascoltatore a intuire e a proseguire. La comunicazione parabolica rispetta così ciò che Dio rivela e rispetta al tempo stesso l'uomo che accoglie la sua rivelazione.
    Anche i miracoli occupano un posto privilegiato nell'attenzione della comunità. Ma si tratta di miracoli che non vogliono essere il segno di ciò che Dio può fare, bensì di chi Egli sia. Nel primo caso i miracoli di Gesù - e il loro racconto nella predicazione delle Chiese - avrebbero privilegiato la potenza: più un miracolo è prodigioso e più è miracolo, più è portentoso e più comunica. Ma in realtà tale miracolo susciterebbe meraviglia, ma non comunicherebbe nulla, perché Dio non è potenza ma amore. Per questo i miracoli di Gesù - e il loro racconto nella Chiesa - preferiscono la «qualità» alla grandiosità.
    I miracoli, da soli, non sono in grado di comunicare l'identità di Gesù. Dicono che Egli è Messia, ma non ancora quale Messia. Per questo i miracoli sono nel vangelo accompagnati dal silenzio. L'evangelista Marco ricorda in più occasioni che Gesù imponeva il silenzio a chi voleva divulgare la sua messianità. Per capire Gesù non basta questo o quel gesto da Lui compiuto, ma occorre l'intero della sua storia.

    6. Un suggerimento importante è di evidenziare, mai nascondere, il «capovolgimento» che l'evento di Gesù Cristo porta con sé. Un capovolgimento che è motivo di fede per alcuni e scandalo per altri. Tutte le religioni dicono che l'uomo deve essere pronto a dare la vita per Dio (e ogni uomo, in fondo, si aspetta dalla religione di sentirselo dire), ma il vangelo racconta anzitutto che un Figlio di Dio ha dato la vita per l'uomo. Il movimento è dunque capovolto. Non sono i discepoli che hanno lavato i piedi al Signore, questo sarebbe ovvio; ma è il Signore che ha lavato i piedi ai discepoli, questo è del tutto sorprendente. Il capovolgimento impegna il credente a capovolgere a sua volta il suo modo di pensare Dio e la sua gloria. Morire per Dio è certamente duro, impegnativo, ammirevole, tuttavia comprensibile e ovvio. Che il Figlio di Dio sia stato crocifisso per noi - e sia morto tra due malfattori! - è qualcosa di assolutamente inatteso. Il Figlio di Dio è venuto nel mondo per salvare il mondo. Ma non ha salvato il mondo ponendosi a lato di esso, evitandone le contraddizioni, bensì condividendole. Nel mondo esiste la morte, e il Figlio di Dio l'ha vinta condividendo il morire dell'uomo con le sue angosce e le sue domande. Nel mondo c'è il peccato, e il Figlio di Dio l'ha preso sulle sue spalle, non soltanto morendo per i peccatori, ma come un peccatore, tra due malfattori. Nel mondo la verità è sopraffatta dalla menzogna e il Figlio di Dio ne ha condiviso il dramma e lo scandalo. Tutto questo il Figlio di Dio lo ha vissuto non semplicemente (e non anzitutto) per mostrare quale prezzo occorresse alla giustizia di Dio per riscattare il peccato dell'uomo, ma per mostrare fino a che punto Dio ama l'uomo. Il Crocifisso dice la misura dell'amore di Dio, non soltanto la gravità del peccato.

    7. La storia di Gesù Cristo non permette che l'uomo costruisca astrattamente, fuori dalla storia, una figura geometrica di Dio, che poi - appena la immergi nella storia e a contatto con le sue contraddizioni - subito si frantuma. È la figura di Dio degli amici di Giobbe. È la figura - purtroppo a nostro avviso molto diffusa anche fra i cristiani - di un Dio incapace di sostenere l'urto delle contraddizioni dell'esistenza. La figura di Dio, invece, rivelata da Gesù è dentro la storia, non fuori di essa. Le stesse contraddizioni della storia - delle quali la Croce è la gigantografia - rivelano il suo vero volto, non lo smentiscono.

    8. Mi permetto quasi sempre una scelta: non un cammino da Dio a Cristo, e nemmeno (prevalentemente) dall'uomo a Cristo, ma da Cristo a Dio e all'uomo. E un cammino che offre - o può offrire - due vantaggi: una forte sottolineatura della novità cristiana e la possibilità di fare emergere la domanda dall'incontro, come del resto spesso avviene nelle cose della vita. Se si parte soltanto - o anche prevalentemente - dalle domande che l'uomo già sente dentro di sé, c'è il rischio di arrivare a Gesù imprigionati nelle proprie domande, incapaci di cogliere tutta la bellezza del vangelo, che non raramente esige che l'uomo corregga, o addirittura cambi, le proprie domande. Se si parte, invece, dalla figura di Gesù e dalla sua storia, allora c'è la possibilità che l'incontro faccia sorgere domande più ampie e più consone. Così la samaritana che, venuta al pozzo per attingere acqua, corre al villaggio dimenticando la brocca.

    9. La narrazione della storia di Gesù procede a tre livelli, l'uno nell'altro, quasi senza soluzione di continuità. Il filo conduttore è la figura di Gesù (persona e storia), che procede in un alternarsi di segni di potenza e di debolezza (la potenza per dire che Gesù è Figlio di Dio, la debolezza per mostrare quale Figlio di Dio). Nello spazio di Gesù si svela il volto di Dio (un Dio sorprendente!) e in questo stesso spazio si svela anche la verità dell'uomo e il progetto di vita a cui è chiamato. I vantaggi di questo modo di procedere sono più d'uno. Per esempio, la compattezza del discorso. E poi la profonda unità fra rivelazione di Dio e vita dell'uomo. Il progetto infatti non trova la sua figura anzitutto in una serie di comandamenti, ma nella vita di Gesù, addirittura nei tratti del volto di Dio che Egli ha rivelato. È quindi una morale molto profonda radicata nella «lieta notizia». Anche l'oggi è continuamente presente nel discorso, ma non a lato della narrazione cristologica, né semplicemente ad essa accostato, ma dentro la narrazione. L'attualità è nella storia di Gesù, nella figura di Dio e di discepolo che essa svela.

    (AA.VV, La figura di Gesù nella predicazione della Chiesa, Glossa 2005, èè. 239-244)