Persone comuni
imprese straordinarie
Va'erà (Es 6,2-9,35)
Daniel Taub

La lettura di Es 6,2-9,35 inizia con Mosè in uno stato di depressione. Tutti i suoi sforzi per salvare i figli di Israele dalla schiavitù non hanno riscosso alcun successo. Al contrario, ha soltanto peggiorato la situazione e le sofferenze degli israeliti si sono acuite. Non preoccuparti, lo rassicura Dio; le cose stanno per cambiare. Sta per iniziare la storia dell'esodo.
Ma proprio in quel momento c'è una sorprendente interruzione nella narrazione...
Proprio quando la vera storia dell'esodo è sul punto di iniziare, la narrazione della Bibbia si ferma e, con un'interruzione piuttosto lunga, elenca la discendenza di Mosè e Aronne. Questa storia familiare risale all'epoca del nonno Levi e include tutti gli zii e i cugini di Mosè e Aronne, discendenti dei fratelli di Simeone, Ruben, Levi. Soltanto dopo il racconto di que
sta storia familiare la Bibbia torna alla nostra vicenda, osservando che «proprio ad Aronne e a Mosè il Signore disse di far uscire i figli d'Israele dalla terra d'Egitto secondo le loro schiere» (Es 6,26).
Perché è necessaria questa storia della famiglia? E perché, di tutte le collocazioni possibili, deve proprio arrivare qui, al punto culminante della storia dell'esodo?
Il grande rabbi del XIX secolo Shimshon Raphael Hirsch suggerisce che questa interruzione è uno stratagemma narrativo. Poco prima che Mosè e A ronne si accingano a dimostrare il loro straordinario successo nel cambiare il corso della storia, la Bibbia vuole comunicare due importanti lezioni in tema di leadership.
La prima è l'umanità dei nostri più grandi condottieri. Da tempi antichissimi, osserva Hirsch, c'è stata la tendenza a considerare i grandi condottieri come divini, o investiti di poteri speciali. Non così per Mosè e Aronne. Come dimostra il loro lignaggio umano, essi erano comuni esseri umani; come tutti noi erano nati da due genitori e avevano fratelli e cugini.
A differenza degli eroi mitologici, dice Hirsch, «Mosè è nato uomo, resta uomo e resterà per sempre uomo». Questa lezione, sulla ordinaria natura umana dei nostri più grandi eroi, porta con sé un messaggio formidabile: il potenziale della leadership autentica non è limitato soltanto a pochi, ma sta in tutti.
Al tempo stesso, osserva Hirsch, quando i nostri leaders agiscono nella storia, non agiscono da soli. Le qualità della leadership non si sviluppano in un'unica generazione, ma si sviluppano nel corso del tempo, mano a mano che valori e qualità si trasmettono di padre in figlio. Mosè e Aronne sono capi umani, ma le qualità che portano nella loro leadership risalgono alle generazioni che li hanno preceduti, e alle lezioni che hanno attinto dai loro predecessori.
Queste due idee - l'umanità dei nostri leaders e l'importanza dei valori che ereditiamo - sono suggerite con grande efficacia al momento della nascita di Mosè. Ci dice la Bibbia: «Un uomo della famiglia di Levi prese in moglie una figlia di Levi. La donna concepì e partorì un figlio» (Es 2,1-2). La narrazione biblica esce dalla consuetudine per preservare l'anonimato dei personaggi: un uomo senza nome e una donna senza nome danno vita a un figlio senza nome. Potrebbe essere chiunque; potremmo addirittura essere noi. Al tempo stesso, però, il lignaggio del nostro eroe è importante. La Bibbia ci dice la tribù sia del padre che della madre di Mosè, per ricordarci che ciascuno di noi è erede dei talenti, dei valori e delle qualità dei propri antenati.

