“Parola di Dio”
e la sua rivelazione
Carlo Molari
L’Esortazione post-sinodale non sembra abbia fino ad ora avuto una larga eco. Eppure i temi affrontati sono di primaria importanza per la vita spirituale e per la pastorale.
Il documento intende «raccogliere ed approfondire la ricchezza della XII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo» (n. 121), «la ricchezza emersa nell’Assise vaticana e le indicazioni espresse dal lavoro comune» (n. 1) secondo la richiesta degli stessi Vescovi, che avevano dichiarato di voler «rinnovare la fede della Chiesa nella Parola di Dio» (n. 27), preoccupati della marginalità che ancora ha la Parola di Dio nella vita ecclesiale nonostante i molti passi avanti compiuti dopo il Concilio.
Il tempo trascorso tra la conclusione del Sinodo dei Vescovi su “La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa” (5-26 ottobre 2008) e la presentazione della Esortazione post-sinodale (La Parola del Signore, 11 novembre 2010) mostra l’importanza del tema e la cura con cui l’esortazione è stata preparata.
La data del documento è 30 settembre, giorno della memoria liturgica di san Girolamo, che grande parte ha avuto nella diffusione della Scrittura nella Chiesa latina.
Già l’Instrumentum laboris (2008) aveva presentato lo schema fondamentale della riflessione ora riproposta e gli interventi durante il Sinodo aveva analizzato in profondità i problemi dottrinali e pratici. Riassunti poi nelle 55 proposizioni del Documento conclusivo presentato al Papa. L’Esortazione espone tutti i temi sviluppandone la dottrina in tre parti.
• La prima (Verbum Dei) considera la Parola in quanto dimensione divina e illustra il carattere trinitario della rivelazione che si realizza per iniziativa del Padre attraverso la missione della sua Parola nella storia e l’illuminazione dei cuori da parte dello Spirito Santo.
• La seconda parte (La Parola nella Chiesa) illustra la funzione della comunità ecclesiale in ordine alla accoglienza e alla valorizzazione della Parola al suo interno.
• La terza parte infine (La Parola al mondo) sviluppa i diversi aspetti della missione ecclesiale di fronte al mondo. In questa breve analisi mi limito a evidenziare alcuni temi rilevanti come stimolo per una rilettura integrale della Esortazione che contiene indicazioni preziose anche per la vita spirituale.
Il senso della formula
La formula “Parola di Dio” è polisemica, per questo viene spesso fraintesa. Il Papa precisa: «In effetti, questa espressione, se da una parte riguarda la comunicazione che Dio fa di se stesso, dall’altra assume significati diversi che vanno attentamente considerati e relazionati fra loro, sia dal punto di vista della riflessione teologica che dell’uso pastorale» (n. 7 cita la proposizione n. 3 del Documento finale del Sinodo). Di per sé questo fatto riflette la molteplicità intrinseca della Parola di Dio, come dimensione divina, come energia creatrice, forza redentrice, verità, giustizia, vita. Già il documento preparatorio aveva notato: «Si è giustamente parlato di una sinfonia della Parola, di una Parola unica che si esprime in diversi modi: “un canto a più voci”» (Instrumentum laboris, n. 9). I Padri sinodali per spiegare la cosa si sono riferiti all’uso analogico del linguaggio umano. Di qui derivano i molti significati che la formula può assumere.
Esaminando i diversi significati si può dire che Parola di Dio in senso proprio ed immediato indica la dinamica divina della comunicazione.
La Parola di Dio in questo senso è il Verbo di cui Giovanni ha cantato le gesta nel prologo del Vangelo: «Il Logos indica originariamente il Verbo eterno, ossia il Figlio unigenito, generato dal Padre prima di tutti i secoli e a Lui consustanziale: il Verbo era presso Dio, il Verbo era Dio» (n. 7). Il Verbo pronunciato nella storia diviene luce e vita per chi lo accoglie (cf Gv 1,8.12.13) e in Cristo ha assunto un’espressione sublime e compiuta divenendo “carne” (cf Gv 1,14).
In senso derivato e quindi analogico la stessa formula indica la forza suscitatrice degli eventi che costituiscono la storia di salvezza e in forma più indebolita designa le tradizioni orali sorte come memorie vive del popolo ebraico, raccolte poi nella Bibbia della Prima Alleanza. «E ancora, Parola di Dio è quella predicata dagli Apostoli, in obbedienza al comando di Gesù Risorto: “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura”» (Mc 16,15).
Pertanto, la Parola di Dio è trasmessa nella Tradizione viva della Chiesa (cf n. 7). La predicazione apostolica è stata raccolta nei libri del Nuovo Testamento che assieme alla Bibbia ebraica costituisce la Scrittura cristiana. «Tutto questo ci fa comprendere perché nella Chiesa veneriamo grandemente le sacre Scritture, pur non essendo la fede cristiana una “religione del Libro”: il cristianesimo è la “religione della Parola di Dio”, non di “una parola scritta e muta, ma del Verbo incarnato e vivente”. Pertanto la Scrittura va proclamata, ascoltata, letta, accolta e vissuta come Parola di Dio, nel solco della Tradizione apostolica, dalla quale è inseparabile» (n. 7). In senso proprio la Scrittura è parola di uomini che riferisce eventi suscitati dalla Parola di Dio, interpretati e narrati sotto l’azione dello Spirito.
Il nesso intimo tra Chiesa, Tradizione e Scrittura è più volte richiamato: «In definitiva, è la viva Tradizione della Chiesa a farci comprendere in modo adeguato la sacra Scrittura come Parola di Dio. Sebbene il Verbo di Dio preceda ed ecceda la sacra Scrittura, tuttavia, in quanto ispirata da Dio, essa contiene la Parola divina (cf 2Tm 3,16) “in modo del tutto singolare” » (n. 17). Sotto la guida dello Spirito (cf Gv 14,26; 16,12-15) la Chiesa la custodisce e la conserva nella sua Tradizione viva (cf DV 10) e la offre all’umanità attraverso la predicazione, i sacramenti e la testimonianza di vita.
A un livello di analogia ancora più debole la stessa formula “Parola di Dio” indica anche la risonanza storica che gli eventi salvifici hanno nella vita ecclesiale, per cui a volte ci si richiama al suo ascolto quando si invita a leggere i segni dei tempi o ad accogliere i messaggi della storia.
C’è sempre una netta distinzione tra il messaggio divino emergente dagli eventi e le interpretazioni di coloro che li hanno vissuti e poi narrati secondo i modelli delle loro culture.
Anche coloro che hanno raccolto le tradizioni e le hanno redatte in racconti unitari sotto l’azione dello Spirito, hanno utilizzato modelli culturali del loro tempo. D’altra parte pure l’interpretazione deve essere svolta sotto l’azione dello Spirito e necessariamente è anch’essa condizionata dai modelli dei lettori.
Da questo fatto derivano alcune conseguenze importanti.
1) La Scrittura non può essere interpretata in modo letterale, come se i significati intesi dagli uomini coincidano con il messaggio divino.
Quando perciò nella liturgia diciamo che la Scrittura è Parola di Dio non lo intendiamo in senso proprio, ma solo analogico o relativo. Di passaggio è opportuno notare la differenza con i mussulmani che propriamente sono “popolo del Libro” in quanto considerano il Corano dettato da Dio in una lingua divina.
2) Di conseguenza, nella tradizione ecclesiale, che accumula le ricchezze interpretative della Parola di Dio sviluppate lungo la storia, si possono verificare profondi cambiamenti.
L’accuratezza di tali precisazioni vuole essere uno stimolo per i teologi e mira ad una educazione dei credenti: «Occorre pertanto che i fedeli vengano maggiormente educati a cogliere i suoi diversi significati e a comprenderne il senso unitario. Anche dal punto di vista teologico è necessario che si approfondisca l’articolazione dei differenti significati di questa espressione perché risplenda meglio l’unità del piano divino e la centralità in esso della persona di Cristo» (n. 7).
Questo compito non viene svolto sempre bene e l’ambiguità della formula “Parola di Dio” favorisce da una parte l’uso letterale del fondamentalismo e dall’altra l’uso improprio della Scrittura, per l’ignoranza ancora molto diffusa.
Rivelazione universale
Anche il termine “rivelazione” può avere significati molto diversi. La rivelazione non è comunicazione di dottrine ma è costituita da «eventi e parole intimamente connessi» (n. 56 cita Concilio Vaticano II [DV 2]). Per questo la rivelazione si concretizza in una serie di eventi, che iniziano con la creazione stessa e si sviluppano in varie esperienze storiche.
Se invece si pensa alla rivelazione come a una manifestazione di verità da parte di Dio agli uomini attraverso parole di una lingua divina, la rivelazione consisterebbe nella loro trascrizione nei vari linguaggi umani. Si potrebbe pensare che la rivelazione consista nelle idee che gli uomini si fanno di Dio in base alle esperienze storiche. Per molto tempo gli uomini hanno pensato ad una lingua insegnata da Dio all’inizio della storia a tutti gli uomini e poi dimenticata. Il racconto della torre di Babele, che ha paralleli anche in altre culture, sarebbe il ricordo di questo processo.
In realtà non esiste una lingua insegnata da Dio, né la rivelazione consiste in dottrine comunicate da Dio agli uomini in una lingua particolare, bensì in esperienze attraverso le quali gli uomini hanno appreso le leggi della vita e il senso della loro storia. Per questo la Rivelazione biblica è universale: riguarda la storia umana nella sua completezza e il suo messaggio è rivolto a tutti gli uomini.
In questa prospettiva si comprende l’orizzonte universale della riflessione sull’Alleanza e sul valore che possono avere le diverse religioni nel cammino dell’umanità.
Scrive ad esempio il Papa nella terza parte dell’Istruzione: «È di grande importanza che le religioni possano favorire nelle nostre società, spesso secolarizzate, una mentalità che veda in Dio Onnipotente il fondamento di ogni bene, la sorgente inesauribile della vita morale, il sostegno di un senso profondo di fratellanza universale.
Ad esempio, nella tradizione ebraico-cristiana si trova la suggestiva attestazione dell’amore di Dio per tutti i popoli, che Egli, già nell’Alleanza stretta con Noè, riunisce in un unico grande abbraccio, simboleggiato dall’“arco sulle nubi” (Gen 9,13.14.16) e che, secondo le parole dei profeti, intende raccogliere in un’unica universale famiglia (cf Is 2,2ss; 42,6; 66,18- 21; Ger 4,2; Sal 47). Di fatto, testimonianze dell’intimo legame esistente tra il rapporto con Dio e l’etica dell’amore per ogni uomo si registrano in molte grandi tradizioni religiose» (n. 117).
Ma anche quando considera la Parola di Dio in sé l’attenzione del documento è rivolto ad ogni uomo. «Sottolineando la pluriformità della Parola, abbiamo potuto contemplare attraverso quante modalità Dio parli e venga incontro all’uomo, facendosi conoscere nel dialogo.
Certo, come hanno affermato i Padri sinodali, “il dialogo quando è riferito alla Rivelazione comporta il primato della Parola di Dio rivolta all’uomo” (Proposizione n. 4). Il mistero dell’Alleanza esprime questa relazione tra Dio che chiama con la sua Parola e l’uomo che risponde, nella chiara consapevolezza che non si tratta di un incontro tra due contraenti alla pari; ciò che noi chiamiamo Antica e Nuova Alleanza non è un atto di intesa tra due parti uguali, ma puro dono di Dio. Mediante questo dono del suo amore Egli, superando ogni distanza, ci rende veramente suoi “partner”, così da realizzare il mistero nuziale dell’amore tra Cristo e la Chiesa. In questa visione ogni uomo appare come il destinatario della Parola, interpellato e chiamato ad entrare in tale dialogo d’amore con una risposta libera.
Ciascuno di noi è reso così da Dio capace di ascoltare e rispondere alla divina Parola. L’uomo è creato nella Parola e vive in essa; egli non può capire se stesso se non si apre a questo dialogo. La Parola di Dio rivela la natura filiale e relazionale della nostra vita. Siamo davvero chiamati per grazia a conformarci a Cristo, il Figlio del Padre, ed essere trasformati in Lui» (n. 22).
La rivelazione è per il genere umano ciò che l’educazione è per ogni singolo uomo. Dato che non è possibile insegnare tutto in una volta all’uomo, le religioni positive hanno svolto il ruolo di una educazione. In questo senso tutte le religioni possono essere spazi di eventi salvifici.
In realtà nella prospettiva cristiana è sempre più chiaro che la Parola di Dio non è immediatamente un’idea che si comunica o una parola che risuona, bensì una forza che fa vivere, un’energia arcana che alimenta il divenire delle cose. «Tutti vivono per Lui», dice Gesù in Luca (20,38). «In lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo», dice Paolo agli Ateniesi annunciando il Dio ignoto (At 17,28). Da Dio «tutto proviene e noi siamo per lui» (1Cor 8,6); Egli «opera tutto in tutti» (1Cor 8,6), «è al disopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti» (Ef 4,6).
(Gesù Maestro, 1/2011, pp. 14-18)

