Misericordia e giustizia
(Lc 15,1-17,10)
Daniel Attinger

Paolo Veronese, Convito in casa di Levi, 1573
Venezia, Gallerie dell'Accademia
I capitoli di questa nuova sezione contengono diverse parabole fra le più celebri di Luca. Le parabole (che riflettono il mondo del mašal ebraico [1] piuttosto che quello della favola greca) sono paragoni di carattere meno etico che rivelativo: cioè non intendono tanto presentare dei modelli da imitare, quanto piuttosto raccontare Dio. Il nucleo più antico delle parabole neotestamentarie, grosso modo quelle narrate da Marco, sono essenzialmente un insegnamento sul regno di Dio o ciò che gli avviene, così come si manifesta nella persona e nell'attività di Gesù. Non si deve dimenticare questa prima funzione delle parabole: essa rimane anche in quelle più elaborate che incontreremo in questa sezione (particolarmente quelle del padre e dei suoi figli, dell'amministratore disonesto o del ricco e del povero Lazzaro); prima di dirci ciò che dovremmo fare, ci rivelano ciò che Dio compie in Gesù Cristo. Ora, ciò che viene rivelato in Cristo è soprattutto, sembra, la complessa articolazione tra giustizia e misericordia, complessa, a quanto pare, per noi molto più che per Dio!
La gioia della misericordia (15,1-32)
15 1 Si stavano avvicinando a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. 2 I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: "Costui accoglie i peccatori e mangia con loro". 3 Disse allora per loro questa parabola: 4 "Quale uomo fra voi, che ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto per andare dietro a quella perduta finché non la ritrovi? 5 E quando l'ha ritrovata, se la pone sulle spalle e, pieno di gioia, 6 va a casa, chiama gli amici e i vicini, dicendo loro: 6 Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la mia pecora, quella perduta'. 7 Dico a voi: così vi sarà gioia in cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione.
8 Oppure, quale donna, che ha dieci dramme, se ne perde una, non accende la lampada, spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trovi? 9 E, quando l'ha ritrovata, chiama le amiche e le vicine, dicendo: 'Rallegratevi con me, perché ho trovato la dramma che si era persa'. 10 Così, ve lo dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte".
11 Disse ancora: "Un uomo aveva due figli. 12 Il minore disse al padre: 'Padre, dammi la parte di averi che mi spetta!'. Egli spartì fra loro i beni, 13 e dopo non molti giorni, raccolto tutto, il figlio più giovane partì per un paese lontano e là disperse tutti i suoi averi vivendo in modo dissoluto. 14 Quando ebbe speso tutto, ci fu una grande carestia in quel paese, ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. 15 Andò a mettersi al servizio di un abitante di quel paese che lo mandò nei suoi campi a pascolare i maiali. 16 Desiderava riempirsi il ventre con le carrube che mangiavano i maiali, ma nessuno gliene dava. 17 Rientrato in sé, disse: 'Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza, e io perisco per la fame! 18 Alzandomi andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te, 19 non sono più degno di essere chiamato tuo figlio, fa' di me uno dei tuoi salariati!'. 20 Alzatosi, andò dal padre suo. Mentre era ancora lontano, suo padre lo vide, e fu commosso fino alle viscere. Correndo, gli si gettò al collo e lo baciò. 21 figlio gli disse: 'Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te, non sono più degno di essere chiamato tuo figlio'. 22 Ma il padre disse ai suoi schiavi: 'Presto, portate qui la veste migliore e rivestitelo, dategli un anello al dito e dei sandali ai piedi. 23 Prendete il vitello grasso e macellatelo. Mangiamo e festeggiamo, 24 perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a festeggiare. 25 Ora il figlio maggiore stava nei campi. Quando tornò, si avvicinò alla casa e udì musica e danze. 26 Chiamato uno dei servi, gli domandò che cosa fosse tutto ciò. 27 Questi gli disse: `Tuo fratello è arrivato, e tuo padre ha fatto macellare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo'. 28 Egli si adirò e non voleva entrare. Allora suo padre uscì per supplicarlo. 29 Rispondendo, disse al padre: 'Ecco, da tanti anni io ti servo e non ho mai disobbedito a un tuo comando. Eppure a me non hai mai dato un capretto per festeggiare con i miei amici, 30 ma quando è venuto questo tuo figlio, che ha divorato i tuoi beni con le prostitute, per lui hai macellato il vitello grasso'. 31 Gli disse: 'Figlio, tu sei sempre con me, e tutto ciò che è mio è tuo. 32 Ma era necessario festeggiare e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto e ora vive, era perduto ed è stato ritrovato'".
Luca ha trovato in Matteo 18,12-14 la parabola della pecora perduta; le ha aggiunto quella simile, ma al femminile - conformemente a una sua abitudine -, della dramma perduta; la loro unità è tale da far sì che Luca le raggruppi sotto un titolo solo: ((questa parabola" (v. 3). A partire da questa parabola doppia, compresa come una specie di "abbozzo", ne ha forgiata un'altra, la grande parabola del padre e dei suoi due figli: un capolavoro in cui scrive l'icona dell'amore di Dio per noi. Abbiamo quindi in questo capitolo un nucleo tradizionale e un ampio midrash lucano.
vv. 1-3. Il capitolo inizia con una cornice che segnala un netto cambiamento di situazione. Gesù è ora raggiunto da "tutti i pubblicani e i peccatori" (non ne manca uno!) e fa fronte alla critica dei farisei e degli scribi (anch'essi tutti presenti poiché si avvicinano a lui "i farisei e gli scribi" e non "dei farisei" e i loro associati), perché "accoglie i peccatori e mangia con loro" (v. 2). L'accusa non manca di ironia se si ricorda che Gesù è appena uscito da un pranzo presso un fariseo eminente. Questa cornice è una finzione letteraria che permette a Luca di campare i personaggi radunati in questo capitolo: Gesù, tutti i peccatori e tutta la corrente dei farisei.
vv. 4-7. Rispetto alla versione di Matteo, la parabola della pecora perduta presenta alcune particolarità significative. In Matteo la pecora "si è smarrita", in Luca è l'uomo che "l'ha persa": viene quindi rilevata la parte di responsabilità del pastore mentre il cambio di verbo drammatizza la situazione (con apóllumi Luca evoca infatti anche la perdizione, il contrario della salvezza). Le novantanove pecore non rimangono, come in Matteo, "sui monti", ma "nel deserto": anche la pecora si è quindi perduta nel deserto, luogo prediletto dai demoni. Questo tratto rinforza la gravità della situazione in cui si trova la pecora; aggrava pure la condizione delle novantanove altre, ma il numero e lo spirito gregario che le caratterizza le custodiranno e le manterranno unite. Inoltre, Luca evidenzia più di Matteo la gioia che provoca il ritrovamento della pecora: il pastore se la mette sulle spalle, convoca gli amici, festeggia con loro e Gesù dichiara, in conclusione, che "vi sarà gioia in cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione" (v. 7). Matteo 18,14 invece scriveva: "Così è volontà del Padre vostro che è nei cieli, che neanche uno di questi piccoli si perda". Infine cambia anche il quadro generale: Matteo ha inserito la parabola nel grande discorso ecclesiale dopo le messe in guardia contro gli scandali che accadono nella chiesa e rischiano di provocare lo smarrimento dei piccoli (cf. Mt 18,6-i i); la parabola, che ricorda l'amore di Dio, provoca allora l'insegnamento sulla correzione fraterna e il perdono delle offese (cf. Mt 18,15-35). Per Luca invece, questa parabola, abbozzo della parabola del padre e dei due figli, evidenzia la gioia del ritrovamento.
È evidente che "l'uomo" di cui si parla narra l'atteggiamento di Dio (del quale si parla con la perifrasi del "cielo" al v. 7), e quindi, quando Gesù accoglie i peccatori e mangia con loro, riproduce il comportamento stesso di Dio che si rallegra per un solo peccatore che si converte più che per novantanove giusti "che non hanno bisogno di conversione". Questa conclusione lascia perplessi: a livello della parabola non si può dire che la pecora si sia "convertita", e nella trasposizione a ciò che Gesù vive, non viene neanche detto che i peccatori che si sono avvicinati a lui si siano convertiti; inoltre non sembra corretta l'affermazione secondo la quale vi sono persone che "non hanno bisogno di conversione".
Sulla prima difficoltà si può dire che non si deve concepire la "conversione" nel modo in cui spesso è stata presentata: un cammino di penitenza che implica contrizione, rimpianto per il peccato commesso, ferma risoluzione di non peccare più, eccetera. La "conversione", metánoia, e il "convertirsi", metanoéo, non implicano in sé pianto o atteggiamenti penitenziali; stando alla parabola, la conversione appare come l'accettazione, da parte di chi si è smarrito, di essere cercato e trovato da Dio (un elemento solitamente poco rilevato dai commentatori), e poi, secondo il significato letterale del termine, essa implica un "cambiamento di mentalità", un rovesciamento di prospettiva là dove l'essere umano prende le sue decisioni e fa le sue scelte di vita. La conversione è un riorientamento della vita, una nuova partenza, un ricominciare. Certo, ogni giorno occorre ricominciare, ma sulla base di un primo riorientamento che è l'essere stati ritrovati da Dio.
Questo ci può anche permettere di capire la seconda difficoltà: vi è forse qualcuno che non ha bisogno di conversione? Abitualmente si fa una lettura ironica: Gesù non parlerebbe di giusti, ma di quelli che si credono tali e dunque non bisognosi di conversione; in questo caso, Gesù non sarebbe venuto per i "falsi giusti" - che allora finiranno in perdizione -, ma per i veri peccatori, per quelli cioè che si ritengono tali e cercano, ovunque possono, una via di salvezza. Notiamo tuttavia che, nella nostra parabola, la pecora non fa nulla per ritrovare il suo gregge, è il pastore, e lui solo, che va in cerca di lei. Dobbiamo allora prendere sul serio la parola di Gesù e pensare che ci sono persone che "non hanno bisogno di conversione"? Forse non del tutto. L'accento cade piuttosto sulla forza dell'iniziativa di Dio per i peccatori, per cui possiamo dire: se Dio cerca con tanta perseveranza e testardaggine i peccatori, quanto più facilmente troverà, e salverà, i "giusti" che, come i farisei e gli scribi, hanno fatto di Dio la loro ragion d'essere, vivono da sempre con lui e cercano di restargli fedeli; di essi certamente Dio si rallegra, ma si è instaurata con loro una specie di routine che la diversione della perdita e del ritrovamento della pecora perduta rompe felicemente, diversione che suscita un sovrappiù di gioia.
vv. 8-10. La parabola della dramma perduta, costruita come secondo pannello della precedente - Gesù infatti ha annunciato una sola parabola -, ha sostanzialmente lo stesso contenuto, con tuttavia alcuni significativi cambiamenti di accentuazione. Il primo, il più vistoso, è che ora si tratta di una donna. Ambedue le parabole dicono l'amore di Dio per il peccatore che si converte, ma ora Dio assume i tratti femminili. Non è un'eccezione nella Scrittura, anche se gli esempi non sono numerosi. Possiamo tuttavia ricordare, fra gli altri, che Dio dichiara in Isaia 49,15: "Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò" e in Isaia 66,13:
"Come una madre consola suo figlio, così io vi consolerò" (cf. anche le personificazioni della Sapienza in Pr 8-9 o in Sap 8,2 e ss.). Con ciò viene detto che Dio possiede nel contempo l'amore di cui è capace l'uomo e quello caratteristico della donna, o, forse meglio, egli non accumula in sé queste due forme di amore, ma, potremmo dire, moltiplica l'uno per l'altro: è ciò che narrerà la terza parabola.
Un'altra diversità è la condizione della donna: l'impegno che mette a ritrovare la dramma (più o meno il salario giornaliero di un operaio), indica che quella perdita mette la sua stessa vita a rischio: aveva solo dieci dramme, cioè di che vivere pochi giorni e ne ha perduta una; inoltre, se deve accendere la luce per ritrovare la moneta vuole dire che vive in una casa buia, povera. Insomma, mentre Dio aveva prima assunto i tratti di un pastore proprietario di cento pecore (una bella fortuna), qui assume quelli di una donna povera, e il peccatore che si converte scopre l'indaffararsi di Dio proprio per lui: essere perduto, paragonato a una somma di poco conto, egli rappresenta per Dio un bene prezioso, una necessità vitale. E ben messa in evidenza tutta la tenerezza di Dio per le sue creature.
Infine, se nella parabola della pecora perduta si parlava alla fine della gioia che c'è "in cielo" (v. 7, quella cioè di Dio), alla fine di questa si parla della gioia che c'è "davanti agli angeli di Dio" (v. io). Questi angeli provengono forse dal contesto matte-ano della parabola della pecora smarrita in cui Gesù dichiarava, immediatamente prima:
Guardatevi di non disprezzare uno solo di questi piccoli, perché io vi dico che i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli (Mt 18,10).
Soprattutto però questo detto ci ricorda che né Dio né la sua gioia sono solitari: la gioia è condivisa, Dio è un essere di relazioni e di comunione, e la gioia della donna condivisa con le sue amiche e vicine è il riflesso della gioia condivisa da Dio nei cieli.
Questa parabola duplice ha soprattutto per scopo di preparare i lettori alla lettura della terza, la parabola del padre e dei due figli (cf. 15,11-32), solitamente chiamata parabola del figlio prodigo, titolo però troppo unilateralmente centrato sul figlio minore, mentre ciascuno dei tre personaggi, il padre, il figlio minore e il figlio maggiore, è importante. Tre parti descrivono più particolarmente gli atteggiamenti del figlio minore (vv. I1-2i), del padre (vv. 22-24) e del figlio maggiore (vv. 25-32), ma in ciascuna delle parti il padre gioca un ruolo importante, tant'è vero che solo con lui ci può essere festa (cf. vv. 23-24.32). Stupisce evidentemente l'assenza della madre; ma quest'osservazione, suscettibile di tante speculazioni psicologiche, non va sopravvalutata: la parabola vuole narrare le relazioni di Dio con il suo popolo, è dunque impensabile, in un contesto monoteista, l'esistenza di una divinità madre.
vv. 11-12. Nella prima parte, che descrive l'itinerario del figlio minore, rileviamo anzitutto che due termini qualificano il patrimonio spartito (cf. v. 12): il giovane chiede al padre la parte di "averi" che gli spetta (ousía, lett.: "essenza", "sostanza"), vede cioè in essa ciò che gli permetterà di "essere", cosa che, a quanto pare, non gli riesce a casa; il padre poi spartisce fra loro i "beni" (bíos, lett.: la "vita"); egli quindi pensa alla vita dei figli, dà loro di che vivere. Notiamo anche che la spartizione avviene "fra loro", e dunque ciascuno dei figli, e non solo il minore, ha ricevuto la sua parte. È pure significativo che il padre non faccia nulla per trattenere il figlio e, diversamente da quanto avviene nelle prime due parabole, non vada in cerca di lui quando se ne va "lontano". Il figlio infatti non è una "cosa" perduta, come lo è la pecora o la dramma, è un uomo libero che fa le sue scelte in piena libertà. Il padre rispetta la sua libertà, anche se con trepidazione, come mostra il fatto che ogni giorno è in attesa e va a guardare se lo vede tornare; sa bene infatti che l'andare lontano dalla casa paterna è andare in perdizione, "morire", come spiegherà più avanti (cf. vv. 24 e 32). Conseguentemente, nelle prime due parabole, non c'è colpa della pecora o della moneta perduta; sono il pastore e la donna che "perdono" il loro bene; la vicenda del figlio prodigo è invece chiaramente colpevole, come lo riconoscerà egli stesso esplicitamente (cf. vv. 18 e 21). Se dunque la parabola narra la storia della misericordia di Dio, racconta anche quella della colpa, del peccato degli esseri umani; è l'annuncio della misericordia di Dio sul peccato umano: Luca è senza illusione sulla condizione umana. Ma questa condizione umana non ha un solo volto: la parabola ne indica due, a prima vista diametralmente opposti.
vv. 13-19. Da una parte vi è il lento fallimento del figlio minore: se ne va e "disperde" tutto ciò che prima aveva "raccolto" (due verbi dal senso opposto); perde cioè il suo "essere". Ciò avviene perché sceglie di vivere in modo "dissoluto" (asótos: v. 13): il termine evoca lo stare fuori della salvezza. È quanto conferma il versetto seguente: il ragazzo si mette al servizio di un pagano che lo manda a pascolare i maiali; il verbo "mettersi al servizio" (lett.: "attaccarsi") è utilizzato fra l'altro per dire l'attaccamento a Dio per opposizione al servizio degli dèi stranieri (cf. Dt 6,13; 10,20; Sir 2,3; ICor 6,16-17), e la presenza dei maiali indica chiaramente che il prodigo è uscito dal mondo ebraico. Ha rinunciato alla sua appartenenza al popolo di Dio (al suo essere ebreo). In tale situazione, scopre la sua solitudine: lo assale la fame [2], ma "nessuno" gli dà da mangiare, nemmeno il cibo di cui si nutrono i maiali [3]. Allora forse la sua fame non è di solo pane, ma anche di ciò che esce dalla bocca di Dio; non dice un detto rabbinico: "Gli israeliti, quando hanno bisogno di carrube, fanno conversione" [4]? È proprio quanto accade al prodigo: rientra in sé (cf. v. 17). E importante sottolineare il doppio "ritorno" che effettua: prima "ritorna in sé"; e dunque la sua partenza per un paese lontano era anche stata un uscire da se stesso; era diventato un altro rispetto a sé. Ecco il risultato del peccato: ci fa diventare altri rispetto a come Dio ci aveva creati. Il peccato è letteralmente un'alienazione dalla nostra condizione di creature. Ritornare in sé, e cioè vedersi come si è realmente, è prendere coscienza della distanza esistente tra il progetto di Dio e il risultato della nostra "libertà". Inizia allora il secondo movimento, il ritorno a casa, 1' "andare dal Padre", segnato dal verbo "alzarsi", anístemi (v. 18), che, per un lettore cristiano, evoca la resurrezione. A dire il vero, la sua conversione è bassamente materialista e pragmatica [5]: "Qui, mi distruggo per la fame, mentre i salariati del padre mio (i più sfortunati dei suoi operai, quelli che oggi chiamiamo i 'precari'), non mancano di niente". Prepara quindi un bel discorso da rivolgere al padre, dal quale può solo sperare che accetti di fargli da padrone, giacché ha già ricevuto (e sperperato) la sua parte di eredità; "risuscita" (cioè si alza, v. 20) e torna dal padre il quale, da tempo, lo aspettava, per cui lo vede "da lontano" (v. 20). Partito per un paese lontano, il figlio minore si era reso lontano - quasi straniero - dal padre. Torneremo fra poco sull'atteggiamento del padre.
vv. 25-30. Dall'altra parte vi è il figlio maggiore. Non ha abbandonato la casa familiare, è sempre rimasto con il padre, ma la sua ira e la sua risposta rivelano chiaramente che esiste tra lui e il padre una distanza, diversa da quella creatasi dalla partenza del figlio minore, non geografica, ma, direi, di sentimenti:
Ecco, da tanti anni io ti servo e non ho mai disobbedito a un tuo comando. Eppure a me non hai mai dato un capretto per festeggiare con i miei amici, ma quando è venuto questo tuo figlio, che ha divorato i tuoi beni con le prostitute, per lui hai macellato il vitello grasso (vv. 29-30).
Benché figlio, considera il padre come un padrone, al quale non ha mai disobbedito. Anche lui però sogna una "libertà" fuori da casa, "festeggiare con i miei amici", senza il padre; ma non ha mai osato esprimere questo sentimento, il che lo rende ancora più geloso del fratello, il quale ha osato. Perciò il fratello (del quale annerisce il ritratto trasformando la sua vita "dissoluta", senza salvezza, in vita con prostitute) non è più fratello, ma "questo tuo figlio".
I figli sono immagini di due forme di peccato rappresentate, nel contesto della parabola, dagli uditori di Gesù: i pubblicani e i peccatori accorsi per ascoltarlo da un lato, e i farisei e gli scribi che mormorano contro di lui dall'altro (cf. vv. 1-2). Ora, a quanto pare, la forma più grave non è quella del figlio minore che ritorna, viene accolto - con quale entusiasmo! - dal padre e comincia a festeggiare, ma quella del figlio maggiore, apparentemente irreprensibile, ma del quale non si sa se, invitato a entrare per festeggiare, entrerà. È dunque questo il caso problematico che costituisce il vertice della parabola.
Se il peccato del figlio minore si capisce bene, perché è ciò di cui sono riempiti i trattati di morale, è più difficile capire quello del figlio maggiore, perché il suo non è un atteggiamento ipocrita, nonostante sia spesso stato interpretato così. È il peccato di quelli che "non hanno bisogno di conversione" (v. 7), per riprendere l'espressione della parabola della pecora perduta. E la difficoltà proviene essenzialmente dal fatto che si percepisce più o meno incoscientemente che è il peccato che ci concerne più direttamente, noi, uomini e donne di religione, monaci o religiosi, ecclesiastici o laici impegnati, scrittori o lettori di commenti biblici: quello di una fede che non è più gioiosa, che non sa più far festa, che, soprattutto, non riesce a rallegrarsi dell'amore di Dio nel quale, certo, crediamo, ma che limitiamo entro i confini della nostra giustizia; è il peccato di chi serve Dio, potremmo dire, per paura della libertà più che per amore.
vv. 20-24.28.31-32. Ciò che però più stupisce il lettore è l'atteggiamento del padre, nei confronti del figlio che ritorna certo, ma più ancora nei confronti del figlio maggiore. Nel primo caso, corre incontro al figlio appena lo vede venire da lontano (una tale corsa forse non conviene a una personalità orientale che deve sempre conservare la sua dignità!), non aspetta che il figlio termini la sua confessione, ma si affretta (cf. v. 22: "Presto!") a ristabilirlo in tutti i suoi diritti [6]. Stranamente però non rivolge la parola a lui, ma ai suoi servi. Non si tratta di una presa di distanza, bensì di un artificio narrativo che dà maggiore forza alla riabilitazione del figlio: il padre vuole che anche i suoi servi la vedano [7]. Infine, il padre fa ammazzare il vitello grasso per fare una grande festa, "perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato" (v. 24): anch'egli adopera il vocabolario della resurrezione. La commozione del padre, il suo essere preso alle viscere (cf. v. 20, è sempre il verbo splanchnízomai, già incontrato in 7,13 e 10,33), immagine della misericordia di Dio, è la sua gioia di ritrovare vivo il figlio "morto", gioia così grande da non poter non essere marcata da una festa straordinaria; il prodigo non osava più considerarsi come figlio, sperava di poter essere annoverato fra i salariati del padre suo, ed eccolo reintegrato nella sua condizione di figlio, come attraverso una rinascita. Nessun rimprovero, nessuna domanda di riparazione dei torti, solo la gioia del ritrovamento, della resurrezione di quel figlio perduto. La festa quindi "comincia" (v. 24). E una nota significativa, perché è ciò che permetterà al figlio maggiore, se lo vorrà, di entrare. A festa conclusa questa possibilità non sarebbe più stata data.
Ma è sopratutto nei confronti del fratello maggiore che il padre si comporta in modo inatteso: esce dalla sala di festa a "supplicarlo" (v. 28). Questa supplica rivela nel padre un eccesso di affetto per il figlio maggiore che corrisponde in un certo modo alla sua corsa verso il figlio minore e al "presto" (v. 22) che avevano allora caratterizzato la sua accoglienza. Il contenuto della supplica è noto:
Figlio, tu sei sempre con me, e tutto ciò che è mio è tuo. Ma era necessario festeggiare e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto e ora vive, era perduto ed è stato ritrovato (vv. 31-32).
Al figlio maggiore adirato, che brontola e mormora, il padre ricorda la loro unità e comunione, che però non era piena finché il fratello minore era perduto. Ora che è tornato "è necessario" (il famoso verbo della necessità divina) [8] rallegrarsi e festeggiare perché, se il padre ha ritrovato vivo suo figlio morto, il fratello maggiore ritrova in lui vivo suo fratello morto; è però anche necessario che il fratello maggiore entri a fare festa, altrimenti la comunione sarà nuovamente ferita e la festa non piena.
Allora, in fin dei conti, la parabola racconta sì la misericordia di Dio nei confronti dei peccatori e dei pubblicani, ma anche nei confronti dei "giusti" i quali, se non hanno bisogno di conversione, hanno comunque bisogno della misericordia di Dio. Tuttavia questa misericordia di Dio si presenta sotto un'immagine del tutto insolita rispetto all'idea che se ne ha abitualmente. Assume i tratti di un Dio che "corre" incontro al peccatore la cui vita - lo dice la parabola della dramma perduta - è essenziale per la vita stessa di Dio; di un Dio che supplica l'uomo, scombussolando così l'idea della preghiera: non più uomini e donne che si rivolgono a Dio, ma Dio che indirizza preghiere a noi, un Dio che prega l'uomo. Ora, una preghiera richiede esaudimento. Sappiamo rispondere alla preghiera con la quale Dio ci supplica di entrare nella sua gioia, nonostante ciò che siamo, peccatori notori o giusti, irrigiditi nell'osservanza della Legge e delle regole, e non raramente brontoloni? Dio infine che vuole rallegrarsi e festeggiare, un Dio, Signore della danza, ma che per questo ha bisogno di entrambi i suoi figli: i peccatori e i giusti, i pagani e gli ebrei, i non cristiani e i cristiani, e si può prolungare la serie all'infinito, perché la festa di Dio c'è quando egli è "tutto in tutti" (iCor 15,28; cf. Ef 1,23; Col 3,11).
La giustizia paradossale di Dio (16,1-31)
16 1 Diceva poi anche ai discepoli: "Un ricco aveva un amministratore che fu accusato dinanzi a lui di dilapidare i suoi averi. 2 Avendolo chiamato gli disse: 'Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare'. 3 L'amministratore disse fra sé: 'Che farò, poiché il mio signore mi toglie l'amministrazione? Zappare, non sono capace; mendicare, mi vergogno. 4 So io ciò che farò perché, quando sarò stato rimosso dall'amministrazione, qualcuno mi accolga in casa sua'. 5 Chiamati i debitori del suo signore, uno per uno, disse al primo: 'Quanto devi al mio signore?'. 6 Quello disse: 'Cento barili di olio'. Gli disse: 'Prendi la tua ricevuta, siediti e scrivi subito cinquanta!'. 7 A un altro disse poi: 'Tu, quanto devi?'. Quello disse: 'Cento misure di grano'. Gli dice: 'Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta!'. 8 Il padrone lodò quell'amministratore disonesto, perché aveva agito con avvedutezza. I figli di questo mondo, infatti, sono più avveduti verso quelli della loro generazione dei figli della luce. 9 E io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza ingiusta, perché quando essa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne. 10 Chi è degno di fede nelle cose minime è degno di fede anche nelle grandi; chi è ingiusto nelle cose minime è ingiusto anche nelle grandi. 11 Se dunque non siete stati degni di fede nella ricchezza ingiusta, chi vi affiderà quella vera? 12 E se non siete stati degni di fede in ciò che è estraneo, chi vi darà il vostro? 13 Nessun servitore può servire due padroni: o odierà l'uno e amerà l'altro, o si affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro. Non potete servire Dio e la ricchezza". 14 Ascoltavano tutto ciò i farisei, amanti del denaro, e si beffavano di lui; 15 disse loro: "Voi siete coloro che si dicono giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori; infatti, ciò che è eccelso fra gli uomini è cosa detestabile davanti a Dio. 16 La Legge e i Profeti fino a Giovanni, da allora il regno di Dio è annunciato come gioiosa notizia e ognuno usa di forza per entrarvi. 17 È più facile che passino il cielo e la terra, anziché cada un solo trattino dalla Legge. 18 Chiunque ripudia sua moglie e ne sposa un'altra è adultero; e colui che sposa una donna ripudiata dal marito è adultero.
19 C'era un uomo ricco che si vestiva di porpora e di bisso e che ogni giorno festeggiava brillantemente. 20 Un povero invece, di nome Lazzaro, era gettato alla sua porta, coperto di piaghe 21 e bramoso di sfamarsi con ciò che cadeva dalla tavola del ricco; invece venivano i cani a leccargli le piaghe. 22 Avvenne che il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo. Mori anche il ricco e fu sepolto. 23 Dall'ade, dove stava fra tormenti, alzò gli occhi e vide Abramo da lontano e Lazzaro nel suo seno. 24 Allora, egli chiamò dicendo: 'Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro perché intinga la punta del suo dito nell'acqua e mi rinfreschi la lingua, perché patisco tormenti in questa fiamma'. 25 Ma Abramo disse: `Figlio, ricordati che, nella tua vita, hai ricevuto i tuoi beni, come parimenti Lazzaro i suoi mali. Ora però egli è consolato e tu invece tormentato. 26 Oltre a tutto ciò, tra noi e voi è stato stabilito un grande abisso, perché quelli che vogliono passare da qui a voi, non lo possano, né di là attraversino verso di noi'. 27 Quello disse: 'Ti prego, dunque, padre, mandalo a casa di mio padre, 28 perché ho cinque fratelli; li ammonisca perché non vengano anch'essi in questo luogo di tormento'. 29 Ma Abramo disse: 'Hanno Mosè e i Profeti, li ascoltino!'. 30 Quello disse: 'No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti andasse da loro, si convertirebbero'. 31 Gli disse: 'Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neppure se uno risuscita dai morti, saranno persuasi'".
Questa sezione contiene due parabole che rispondono l'una all'altra, nonostante le loro grandi diversità, quella dell'amministratore furbo (vv. 1-8a) e quella del ricco e del povero Lazzaro (vv. 19-31). Provengono probabilmente ambedue dal bene proprio di Luca. Fra di esse una serie di parole di Gesù (vv. 8b-i8), interrotte dalle beffe dei farisei "amanti del denaro" (v. 14), sembra voler assicurare il passaggio dalla prima parabola alla seconda. I vv. 8b-12 e 14-15 sono senza paralleli, mentre gli altri si ritrovano sparsi in Matteo o in Marco: il v. 13 (i due padroni) in Matteo 6,24, il v. 16 (la Legge, i Profeti e Giovanni) in Matteo 11,12-13; il v. 17 (il trattino della Legge) in Matteo 5,18, e il v. 18 (il ripudio) in Marco 10,11-12 (il parallelo di Matteo 19,9 contiene la clausola "salvo il caso di unione illegittima" assente sia in Marco sia in Luca). Vista sotto questa prospettiva diacronica, la successione di versetti "pescati" qua e là in Matteo e Marco pongono il problema della loro logica; è verosimile che Luca non abbia cercato dei versetti da mettere insieme, ma abbia costruito questo testo di passaggio lavorando con la memoria. Nondimeno la sua logica resta difficile da seguire.
vv. 1-7. Improvvisamente, Gesù narra ai discepoli la parabola dell'amministratore furbo. I farisei sono sempre presenti e perciò Luca scrive: "Diceva poi anche ai discepoli", precisando al v. 14 che i farisei ascoltavano anch'essi. L'insegnamento è dunque rivolto ai discepoli (ai lettori dell'evangelo, a noi), ma è pure importante che i farisei lo sentano (caso mai ci fosse fra i lettori qualcuno che assomiglia a loro). La parabola è chiara e pone solo il problema della sua moralità, giacché è presentato il caso di una flagrante disonestà. Colpevole di dilapidare i beni del suo padrone e denunciato, un economo, che gestisce enormi quantità di soldi [9], è minacciato di licenziamento. Spaventato dalla prospettiva che lo aspetta, approfitta del breve tempo di cui dispone per saccheggiare un'ultima volta i beni del suo padrone riducendo drasticamente il dovuto dei debitori del suo padrone. Con questo stratagemma spudorato l'economo si è attirata la simpatia dei debitori che lo accoglieranno quando sarà ridotto alla fame.
v. 8a. Luca scrive allora: "Il kyrios lodò quell'amministratore di ingiustizia". Ma chi è questo "signore"? Il padrone dell'amministratore, chiamato tre volte kyrios nei vv. 3 e 5, oppure Gesù, che così è stato interpellato in 13,23, come lo sarà ancora in seguito (cf. per esempio 17,37 o 18,6)? Le due soluzioni hanno i loro difensori. Chi ritiene che si tratti del padrone della parabola indica due motivi possibili alla lode espressa di fronte al gesto dell'economo [10]. O quest'ultimo non ha affatto derubato il padrone, ma ha detratto le somme rimesse da ciò che lui stesso guadagnava sul fatturato dei clienti del suo padrone; in questo caso però, Luca avrebbe dovuto essere più esplicito, perché non è evidente che un amministratore possa aumentare impunemente, per il suo profitto personale, le fatture del i 00% o del 25%. Oppure si riconosce al padrone della parabola una buona dose di ironia, poiché sa "stare al gioco" del suo economo al punto da "ammirare come il suo amministratore si è tratto d'impaccio così scaltramente da una situazione così cattiva" [11]; effettivamente, l'economo non è lodato per la sua disonestà, ma per la sua furbizia che, come dirà il v. 8b, è una caratteristica dei "figli di questo mondo", dei quali tutti gli uomini d'affari fanno parte.
Vi è però chi ritiene che il kyrios non sia il padrone della parabola, ma Gesù. La sua lode si potrebbe riferire, anticipando il v. 13, al fatto che l'economo "non ha servito il denaro, ma se ne è servito. Non è stato l'adoratore del denaro, ne è stato il padrone ... anche se si è servito del denaro degli altri. Strappo alla morale, ma non alla libertà di spirito rispetto al 'denaro disonesto' [12]. Solitamente però si sottolinea piuttosto che la lode di Gesù non concerne il modo di agire (l'ingiustizia commessa nei confronti del padrone), ma la presa sul serio della minaccia: l'economo si è trovato in una situazione in cui si giocava la sua vita o la sua morte, ha agito con prontezza per trovare un'uscita alla pericolosa condizione. Allo stesso modo, la venuta di Gesù esigerebbe dagli ascoltatori la medesima urgenza se non vogliono finire nella geenna. Il v. 8b ne sarebbe la conferma: "I figli di questo mondo, infatti, sono più avveduti verso quelli della loro generazione dei figli della luce"; si potrebbe commentare in questo modo:
Se "i figli della luce" mettessero nelle cose dello Spirito, cioè nel loro rapporto con Dio, l'intelligenza e la tempestività che gli imbroglioni mettono nelle loro imprese truffaldine! Non per imbrogliarlo, naturalmente, ma per agire risolutamente e fare le cose più opportune al momento giusto, senza rimandare sempre al domani! Anche qui risuona la nota dell'urgenza: fate quello che va fatto mentre si è ancora in tempo, prima che sia troppo tardi [13].
Quest'ultima interpretazione potrebbe certo inserirsi nel contesto generale, particolarmente quello dei testi contenuti in 12,35-14,24; si rimane tuttavia un po' perplessi davanti al fatto che ciò che è urgente fare, cioè la conversione, venga illustrato da una truffa.
Ma è forse possibile un'altra lettura di questa parabola [14]. L'introduzione dichiara che Gesù "diceva poi anche ai discepoli" (v. 1). Questo "anche" unisce la nostra parabola a quella del padre e dei due figli, quasi a indicare che esse illustrano le due facce di una medesima realtà. Allora Gesù aveva parlato a tutti della misericordia paradossale e gioiosa di Dio; di essa parla ora "anche" ai discepoli, in un altro modo, paradossale; si tratta sempre dell'agire di Dio come viene rivelato dal comportamento di Gesù. La parabola non propone un modello da imitare, ma narra la giustizia misericordiosa di Dio: il padrone della parabola è Dio e l'amministratore furbo è il Cristo. Uno solo è il modo giusto di "gestire" la misericordia di Dio: la si deve "saccheggiare" o "dilapidare", distribuendola largamente. Agli occhi di questo mondo, un tale comportamento è scandaloso: è una truffa! L'amministratore quindi viene accusato (si può pensare alle critiche fatte a Gesù da farisei e scribi, cf. 15,2); ma utilizza gli ultimi momenti a sua disposizione per "sperperare" un'ultima volta le ricchezze del padrone, facendo esattamente ciò di cui è accusato, perché proprio così dev'essere amministrata la misericordia di Dio!
In questa prospettiva non è più importante decidere chi sia il kyrios del v. 8a. E il padrone saccheggiato, che approva decisamente ("loda") il suo economo perché ha capito come si dovevano gestire i beni del suo padrone: non come le ricchezze di questo mondo che si devono accumulare, ma come l'amore che cresce quando viene esercitato e distribuito; ma è anche Gesù che ha illustrato, con questa parabola, come già in quella del padre e dei due figli, come egli si comporta nei confronti dei peccatori e dei pubblicani, ma anche dei farisei e degli scribi. In lui Dio non fa altro che distribuire largamente la sua grazia e la sua misericordia. L'agire di Gesù è espresso nella rimessa di una parte del debito: fare uno sconto non è annullare il debito; perché venga annullato ognuno deve ancora fare qualcosa. E di fatto: i peccatori sono venuti a lui ed egli li ha accolti (e quindi assolti); se, anziché criticare o beffarsi di Gesù, i farisei verranno a lui senza secondi fini, anch'essi saranno accolti e faranno l'esperienza della giustizia misericordiosa di Dio.
Vi è tuttavia in questa lettura qualcosa che non quadra: l'azione dell'amministratore nasce dalla procedura di licenziamento che lo priva brutalmente di ogni speranza per il futuro. Non è certo questa la motivazione dell'opera di Cristo; tuttavia due cose si possono forse dire a questo proposito.
Anzitutto, la parabola è formulata nella prospettiva di "questo mondo" (v. 8), per il quale l'amministratore deve effettivamente essere scacciato; si tratta quindi per lui di affrontare con lucidità, magari anche con cinismo, la situazione creata dall'accusa che pesa su di lui: deve farsi furbo (il v. 8 parla di "avvedutezza", phrónimos, "secondo pensiero"). Non importa tanto la situazione disperata dell'economo, quanto la sua furbizia. Con la stessa furbizia Gesù si comporta nei confronti del diavolo che sempre si aggira per vincerlo; così pure i discepoli devono agire nei confronti delle forze del male, e particolarmente nei confronti delle ricchezze di ingiustizia.
La seconda osservazione concerne l'opera di Dio compiuta in Gesù Cristo: non vi è forse nella decisione di Dio di mandare il Cristo (cf. 4,43; 9,48; 10,16) qualcosa che assomiglia a un atto disperato? Non è stata forse come l'ultima carta giocata da Dio per salvare le sue creature, che o lo contraddicono con il loro peccato, o gli obbediscono, ma come schiavi che accusano gli altri, e che quindi si comportano come il figlio prodigo o come il figlio maggiore della parabola precedente? Quella carta però - quella cioè della morte, e della morte in croce, di Gesù -, è stata quella vincitrice. Ma a quale prezzo!
vv. 8b-18. Inizia allora un insegnamento di Gesù, interrotto al v. 14 dalla notizia secondo la quale i farisei, "amanti del denaro", ascoltano e si beffano di lui, per cui egli si rivolge a loro negli ultimi versetti e a loro destina pure la parabola del ricco e del povero Lazzaro. Gli esegeti concordano nel vedere nei vv. 8b-13 un susseguirsi di riletture contraddittorie della parabola dell'amministratore disonesto, suscitate dalla perplessità, comprensibile, di lettori e ascoltatori [15]. Una prima lettura (v. 8b) invita a imparare dai figli di questo mondo, cioè dalla logica mondana, la furbizia con la quale anche i discepoli di Gesù dovrebbero comportarsi; insegnamento che si ritrova talvolta nella letteratura cristiana, come questo, tratto dalla Vita di santa Pelagia: vi si riferisce di un sinodo di vescovi che si tiene all'aperto, davanti a una chiesa; proprio in quel momento passa una star della vita dissoluta con i suoi fan. I vescovi abbassano pudicamente lo sguardo per non vedere lo scandalo, salvo uno, il più vecchio, Nonno, che invece guarda intensamente la bellezza della donna e dichiara poi ai colleghi:
Non vi rallegra una così grande bellezza? ... In verità, io mi sono rallegrato moltissimo e mi è piaciuta la sua bellezza, poiché Dio la metterà al primo posto e la stabilirà davanti al suo tremendo e mirabile trono per giudicare sia noi sia il nostro episcopato ... Quante ore ha passato questa donna nella sua camera per lavarsi e prepararsi, per ornarsi con ogni premura dell'animo e con ogni attenzione perché non manchi nulla alla bellezza e all'ornamento del corpo, fino al punto di piacere a tutti per non apparire brutta ai suoi amanti che oggi sono e domani non sono? Noi invece, che abbiamo nei cieli un Padre onnipotente, uno sposo immortale, il quale a quanti ben le custodiscono dona promesse di ricchezze celesti e premi eterni, che non possono essere valutati ... non orniamo né tiriamo via le sozzure delle nostre misere anime, ma lasciamo che esse giacciano lì con negligenza [16].
L'insegnamento seguente (v. 9) precisa e corregge: per i ricchi, l'avvedutezza consiste nel servirsi del loro denaro - che comunque è ingiusto - per farsi degli amici, cioè: date generose elemosine ai poveri, perché essi vi accolgano nel mondo di Dio. La terza rilettura (vv. 10-12) trae dalla parabola la lezione opposta: l'amministratore è l'esempio da non imitare; a lui, disonesto nelle cose piccole, non verranno affidate le grandi; voi invece siate fedeli nella gestione del denaro - che è falsa ricchezza e sempre ingiusto - perché nel Regno vi siano affidate le ricchezze vere, la salvezza. Si giunge quindi all'apice dell'insegnamento (v. 13): la radicale opposizione tra Dio e il denaro, per cui si impone la scelta: o l'uno o l'altro, alternativa che suscita presso i farisei, più realisti di Gesù, la beffa (cf. v. 14), perché sanno bene che non si può vivere senza denaro, per cui si deve pur sempre amare nel contempo Dio e il denaro.
Questa lettura dei vv. 8-14 soddisfa forse l'esegesi diacronica (quasi archeologica) del testo, ma come potrebbe un teologo come Luca - che dice di aver scritto, dopo "accurate ricerche", un "racconto continuo" (1,3) - accontentarsi di giustapporre letture contraddittorie senza nemmeno avvertire il lettore? Luca non vede certamente in questi versetti un susseguirsi di riletture contraddittorie, ma la spiegazione che Gesù offre della parabola, e forse qualcosa di più, perché nel brano che segue l'invito ad agire con avvedutezza (vv. 9-18) si può rilevare un duplice legame con la parabola del ricco e del povero Lazzaro (vv. 19-31). Il v. 9 invita gli uditori di Gesù a usare della ricchezza di ingiustizia per farsi degli amici che li accoglieranno nelle dimore celesti: è ciò che ha fatto l'amministratore furbo (cf. vv. 4-7), ma non il ricco dei vv. 20-21, che dunque non è stato furbo. Il v. 16 poi cita la Legge e i Profeti di cui anche Abramo parlerà al ricco (cf. v. 29). Da ciò sembra scaturire che i vv. 8b-18 commentano la parabola dell'amministratore furbo, ma servono pure ad assicurare la transizione tra questa parabola e quella del ricco e del povero.
È possibile scorgere qualche indizio di organizzazione di questi versetti? Uno è certamente l'interruzione del v. 14 che delimita in questi versetti due sezioni: la prima indirizzata ai discepoli (vv. 9-13), e la seconda ai farisei (vv. 15-18). Il tutto forma così una specie di ponte con due arcate, di cui il v. 8b, "morale" della parabola dell'amministratore, sembra il titolo.
v. 8b. È l'invito rivolto ai "figli della luce" a farsi astuti, come l'amministratore furbo, almeno alla pari dei "figli di questo mondo". La distinzione fra "figli della luce" e "figli di questo mondo" evoca il linguaggio esseno senza ricoprirlo completamente, perché Gesù non oppone i "figli della luce" ai "figli delle tenebre". Non ci sono, come fra gli esseni, due sfere geografiche (noi esseni di fronte agli altri ebrei), ma due modi di pensare e di essere: i "figli di questo mondo" rispecchiano il modo di essere del mondo, la "mondanità", caratterizzata dallo strapotere del denaro; a essi sono opposti i "figli della luce" che riflettono invece qualcosa del mondo di Dio: sono i "figli di Dio". Questo versetto introduce così una riflessione su due "mondi": quello della misericordia e dell'amore (quello cioè della giustizia di Dio) e quello del denaro (l'ingiustizia). Ecco l'intento dei due brevi discorsi pronunciati da Gesù. Ambedue sono costituiti da tre detti di Gesù (vv. 9-13 da una parte e vv. 15-18 dall'altra), dei quali il primo e il terzo sono brevi mentre quello centrale è più ampio.
vv. 9-13. I tre detti del discorso indirizzato ai discepoli presentano una serie di opposizioni che permettono di stendere due liste: nella prima si trovano gli "amici", le "dimore eterne", "le cose grandi" e "vere", il "vostro", e infine "Dio" stesso; nell'altra la "ricchezza ingiusta", le "cose minime", il "bene altrui", riassunti poi nella "ricchezza" che Gesù chiama, nei tre detti, mamonâs [17] . Con questi termini vengono quindi qualificati i due mondi di cui si parlava sopra. La prima lista caratterizza il mondo di Dio, la sua giustizia, la sua misericordia; questo è il "vostro bene", quello cioè per il quale siamo stati creati. La seconda lista invece qualifica la mondanità, tutta riassumibile nel potere economico del "denaro", determinato con il solo aggettivo "ingiusto": è tutto un programma, tanto più che è detto "bene altrui" ed è quindi per noi una realtà estranea. Bello il commento di Ambrogio: "Noi abbiamo ricchezze non nostre, perché ci provengono fuori dalle leggi di natura, non nascono con noi e non svaniscono con noi; Cristo invece è nostro, perché è la vita" [18].
Questi due mondi però non sono agli antipodi l'uno dell'altro, vi sono relazioni fra di loro giacché con la ricchezza ingiusta si possono fare degli amici che ci introdurranno nel mondo di Dio (cf. v. 9); il modo di comportarsi con le realtà mondane indica come ci si comporterebbe con le realtà di Dio (cf. vv. 10-12); la mondanità appare così come un banco di prova. L'opposizione, infine, tra Dio e la ricchezza concerne il "servire" (cf. v. 13) e si potrebbe riassumere così: occorre servire Dio e servirsi della ricchezza; fare il contrario è darsi all'idolatria, è adorare mammona e ridurre Dio ai propri interessi.
Dai "figli di questo mondo", furbi per quanto concerne l'incremento della loro ricchezza, i "figli della luce" devono imparare la furbizia, ma per incrementare la "loro" ricchezza: l'amore, l'amicizia. Non si può fare a meno del denaro di ingiustizia? Lo si usi allora, secondo il modo dell'amministratore, per farci degli amici! La parabola del ricco e del povero Lazzaro illustrerà invece l'atteggiamento da non adottare.
v. 14. L'annuncio rivolto ai discepoli, ma udito anche da farisei "amanti del denaro", suscita i loro sarcasmi: non ci si comporta così con il denaro. Economia e commercio sono scienze con regole che si devono osservare se si vuole essere seri. Forse quei farisei non cercano il maggior profitto, spogliando, se occorre, gli altri, specialmente i poveri, come fanno quelli che sono ricchi sul serio (ancorché non dobbiamo dimenticare l'accusa che Gesù rivolgerà a loro in 20,46-47); tengono comunque a preservare il capitale che gestiscono: i soldi non vanno sprecati. Così facendo oscillano di fatto tra due signori, Dio e mammona.
vv. 15-18. Quelli che si beffano di Gesù vogliono in realtà servire due signori: è acrobazia impossibile, "detestabile davanti a Dio" (v. 15); è fare ciò che già Elia rimproverava agli israeliti idolatri: "Fino a quando salterete da una parte all'altra" (1Re 18,21: questa la traduzione della CEI, l'idea è quella dello zoppicare, del fare qualcosa che non funziona). A loro Gesù rivolge tre parole (vv. 16-18), riprese da Matteo 11,12-13 e 5,18, e da Marco 12,11-12, precedute da quella senza parallelo sinottico: "Voi siete coloro che si dicono giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori; infatti, ciò che è eccelso fra gli uomini è cosa detestabile davanti a Dio" (v. 15). L'interpretazione di questo piccolo insieme è un vero rompicapo, perché è difficile capire la ragione della scelta di questi versetti e il criterio della loro successione. Cosa lo unisce, agli occhi di Luca?
Anche qui vi sono opposizioni che si possono distribuire su due liste: da un lato si trovano Dio e la sua giustizia, il cuore umano (anche quello dei farisei), la Legge e i Profeti, Giovanni, il regno di Dio e la gioiosa notizia; si conclude con la fedeltà coniugale implicita nel v. 18. La seconda lista comprende l'autogiustificazione, eccelsa fra gli uomini ma detestabile davanti a Dio (è l'ipocrisia già più volte denunciata da Gesù, più esecrabile ancora fra i religiosi che godono, in quanto tali, di un pregiudizio favorevole, almeno nella società presupposta dall'evangelo), ma vi sono anche il cielo e la terra, che passeranno, e il comportamento dell'uomo paragonato all'adulterio al v. 18. Il filo rosso che collega questi detti potrebbe essere Giovanni Battista. Ci si chiede talvolta da che parte egli stia: con la Legge e i Profeti o con il Regno? La domanda è oziosa, dal punto di vista grammaticale (perché le due espressioni "fino a" e "da allora" possono essere inclusive o esclusive) [19], come dal punto di vista teologico: Giovanni è la cerniera, la soglia dove le due realtà combaciano; appartiene a quelle figure dei primi capitoli di Luca (Zaccaria e Elisabetta, Maria e Giuseppe, Simeone e Anna) che uniscono l'AT al NT [20]. Ora Giovanni, che le autorità religiose non ascoltarono, fu fatto decapitare da Erode (cf. 9,9) al quale rimproverava la sua relazione adultera con Erodiade (cf. Mc 6,17-29), proprio ciò che il v. 18 denuncia. Ma, in questo contesto, il detto sull'adulterio illustra l'atteggiamento dei farisei beffardi; l'adulterio vi è evocato nella sua dimensione simbolica: non come legge di etica coniugale (ed è significativo che Luca non riferisca la domanda dei farisei sul ripudio di Marco 10,1-12), ma come immagine del comportamento di questi farisei nei confronti di Dio. L'ipocrisia associata all'amore per il denaro (vv. 14-15) è, nella relazione sponsale con Dio sancita dalla Legge e dai Profeti (vv. 16-17), nient'altro che "adulterio" (v. 18). Essere amanti del denaro è rigettare la Legge e i Profeti (il documento e i testimoni dell'alleanza di Dio con Israele), non prestare ascolto all'amico delle nozze (cf. Gv 3,29 e Lc 7,31-35); in breve, è aver ripudiato Dio e sposato mammona.
Occorre ancora aggiungere qualche parola su questi versetti che presentano ancora altre difficoltà. Al v. 16 ci si chiede il significato del verbo finale, biázetai, tradotto qui con "usa di forza". Nel parallelo di Matteo r 1,12, il verbo è chiaro, perché il testo è molto diverso: "Dai giorni di Giovanni il Battista fino a ora, il regno dei cieli subisce violenza (biázetai) e i violenti (biastaí) se ne impadroniscono". Chi sono questi "violenti" che si impadroniscono con violenza del Regno? L'esegesi monastica tradizionale li ha identificati con quelli che sono violenti con se stessi [21], quelli cioè che combattono la buona battaglia della fede (cf. 1Tm 6,12; 1Cor 9,26) e praticano l'ascesi. In Luca il soggetto del verbo non è più il Regno ma "ognuno". Due traduzioni sono allora possibili: o "ognuno è costretto a entrarvi" (se il verbo è al passivo), oppure "ognuno si fa violenza per entrarvi" (se il verbo è al medio, voce specifica del greco che equivale a un attivo a forte coinvolgimento del soggetto). Si deve adottare la seconda traduzione, perché l'idea di una costrizione a entrare nel regno non sarebbe coerente con la teologia di Luca (nonostante il falso parallelo di 14,23: "Forzali a entrare!") [22], e perché l'idea di "fare sforzo per entrare" si ritrova poco sopra, in 13,24, quando Gesù aveva risposto alla domanda sul numero dei salvati: "Lottate per entrare per la porta stretta!" [23]. L'interpretazione che Luca ha dato al detto matteano corrisponde dunque a quella poi data dall'esegesi monastica tradizionale.
Significativo è pure il detto del v. 17: "È più facile che passino il cielo e la terra, anziché cada un solo trattino dalla Legge". Nomina due realtà: "cielo e terra" da una parte, e "Legge" dall'altra, e stabilisce fra di esse una duplice opposizione. Di dimensione, anzitutto, tra l'immensità del cielo e della terra (l'universo intero) e la piccolezza di un trattino della Legge (trasposto nelle nostre categorie, si potrebbe parlare di una sola virgola della Legge); e poi di durata, tra i primi che passeranno e la virgola che invece non cade. Il parallelo di Matteo 5,18, benché espresso diversamente, faceva un'affermazione simile: "Finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto". Cielo e terra sono quindi realtà passeggere; non così la Legge che è eterna (cf. Sal 119,89). Con questo detto, Gesù ribadisce il valore della Legge. Anche se lo si accusa di violare la Legge, egli proclama che la Legge - quale espressione dell'amore di Dio e della sua volontà, non in quanto "codice" da applicare come la ricetta di un farmacista scrupoloso - è più salda degli stessi cieli.
Tornando ora sull'insieme di questo brano-ponte, tra la parabola dell'economo furbo e quella del ricco e del povero Lazzaro, brano che comunque resta difficile da interpretare, mi sembra che si possa dire questo: le beffe dei farisei erano state provocate dall'annuncio della misericordia gioiosa di Dio (cf. 15,1-32) e dalla parabola sullo "spreco" della grazia di Dio (l'economo); essi sanno che Dio ha stabilito una legge, codice dell'alleanza tra Dio e il suo popolo, ed è a partire da questa legge e dall'obbedienza a essa che Dio concederà le sue benedizioni ai figli di Israele; e quindi, prima di insegnare, Gesù torni a imparare! Dopo aver ricordato il ruolo del denaro e aver messo in guardia contro la sua divinizzazione, Gesù stigmatizza una volta ancora l'ipocrisia (cf. v. 15) e smentisce l'accusa che cerchi, con la sua predicazione, di far scomparire la Legge e i Profeti; al contrario, la conferma pienamente, anzi la radicalizza (cf. vv. 16-18); e di fatto, chiama "adulterio" un secondo matrimonio dopo il ripudio.
Il significato e il valore della Legge sta proprio nel cuore della parabola del ricco e del povero Lazzaro che segue (vv. 19-31). In realtà non è una parabola, perché non allude a realtà diverse da quelle di cui parla effettivamente: il pericolo delle ricchezze e la speranza associata alla povertà. E un tema caro a Luca, su cui torna spesso, a cominciare dalle beatitudini alle quali aveva aggiunto i lamenti corrispondenti: "Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio ... ma infelici voi ricchi, perché ricevete già la vostra consolazione" (6,20.24). Trova anche un'applicazione immediata dal momento che il primo destinatario di Luca è "l'illustrissimo Teofilo" (1,3) che, visto il titolo che gli è dato, non era certamente un povero.
vv. 19-21. Tre versetti cambiano brevemente la situazione: da una parte un ricco in vesti lussuose che banchetta lautamente (Luca riprende il verbo che dipingeva la festa organizzata al ritorno del figlio prodigo, cf. 15,23-24.29.32); dall'altra un povero, ricco però di particolari: ha un nome, Lazzaro (che significa "Dio ha aiutato", questa speranza è la sua unica consolazione quaggiù), viene "gettato" - come cosa inutile - alla porta del ricco con l'illusione di potersi sfamare delle briciole che cadono dalla sua tavola (come fanno i cagnolini di cui parla la sirofenicia a Gesù) [24], ma nessuno ci bada, se non dei cani, animali impuri, che vengono a leccargli le piaghe. Lui che muore di fame sfama quei cani affamati! Ambedue muoiono. Il racconto inizia proprio qui, dove abitualmente le narrazioni finiscono: con la morte dei personaggi.
vv. 22-23. Lazzaro viene portato dagli angeli al banchetto del Regno dove siede al posto d'onore, sul seno di Abramo (come il discepolo amato stava sul seno di Gesù all'ultima cena, cf. Gv 13,23, o come Gesù stesso, il Lógos, "che è nel seno del Padre", cf. Gv 1,18), mentre il ricco è sepolto e precipita nell'ade dove giace fra i tormenti. La storia poteva finire qui e la parabola sarebbe stata l'annuncio del rovesciamento delle sorti, tema abbondantemente rappresentato nella letteratura di tutte le civiltà orientali antiche e presente anche in Luca, ad esempio nel Magnificat (cf. 1,52-53). Sarebbe stata così proposta una chiara immagine della giustizia di Dio: Dio ha predisposto per ogni creatura una certa quantità di gioie e di sofferenze; quello che non è stato vissuto nell'esistenza quaggiù è ciò che si vive dopo la morte, non si sa se per sempre o se vada presupposto un giudizio finale. Comunque, la storia non finisce a questo punto; anzi, tutto sembra indicare che questa storia non è stata narrata per ribadire ciò che tutti già conoscevano, ma per far conoscere al lettore il seguito inatteso. I vv. 19-23 costituiscono dunque il quadro dell'insegnamento che Gesù, o Luca, intende dare.
vv. 24-31. Da quel momento Lazzaro è ancora menzionato, ma praticamente scompare: non è il personaggio interessante. Ha avuto il destino che gli riservava il suo nome. Dio lo ha aiutato e passa nel dopo morte una vita di gioia e di benessere. Non così invece per l'anonimo ricco [25], che finisce nei tormenti dell'ade, l'equivalente greco dello Sheol ebraico, il soggiorno dei morti, però con una differenza: anziché viverci come ombre, vi si è tormentati da una fiamma. In questa situazione, resa più insopportabile dal fatto che vede la goduria in cui vive il povero Lazzaro, il ricco si rivolge ad Abramo che resta inflessibile. La prima volta, il ricco pensa a sé, e considera Lazzaro solo come uno che può fargli da servo e portare un lenimento alle sue sofferenze: "Lazzaro faccia a me ciò che non ho mai pensato di fare a lui". Impossibile: non solo c'è la legge di compensazione che non si può modificare, ma fra i due luoghi è stato stabilito un abisso, che rispecchia il significato della porta della casa del ricco davanti alla quale il povero Lazzaro era gettato ogni giorno: incomunicabilità! Ecco la frontiera fra il seno di Abramo e l'ade. Anche il ricorso alla paternità di Abramo non serve a nulla. Giovanni Battista l'aveva già detto: Dio da pietre può suscitare dei figli di Abramo, e l'essere figli di Abramo non esonera dal dovere della conversione (cf. 3,8).
Nuova richiesta del ricco che ora non pensa più a sé ma ai suoi. Gesù si serve ora di chi è senza nome, di un non esistente, per interpellare noi, i viventi. La domanda è: come possiamo evitare la sorte dell'inesistente? Il ricco vuole che i suoi fratelli siano messi in guardia e perciò pensa ancora a Lazzaro: se torna in vita, anche solo come un fantasma, potrà ammonirli. Risposta di Abramo: inutile! I fratelli del ricco e noi abbiamo Mosè e i Profeti. E già tutto scritto! "Beati quelli che ascoltano la parola di Dio e la osservano" (11,28). Gesù stesso non fa altro che ribadire ciò che ogni ebreo sa poiché Dio gli ha fatto la grazia dell'alleanza e del dono della Torah.
Terza richiesta del ricco. Se Lazzaro risuscitato li ammonisse si convertirebbero. Terzo rifiuto di Abramo: "Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neppure se uno risuscita dai morti saranno persuasi" (v. 31). Lo conferma l'Evangelo di Giovanni: la resurrezione di Lazzaro, fratello di Marta e Maria, non ha suscitato la conversione, anzi ha reso ancora più indurito il cuore degli avversari di Gesù che non vogliono far morire solo Gesù, ma anche lo stesso Lazzaro (cf. Gv 12,10). Forse, con queste parole, Gesù non pensava alla propria resurrezione, ma nel riferirle, Luca non può non pensare alla pasqua di Cristo: non la resurrezione di Gesù converte i cuori, ma l'essere raggiunti, nel presente, dal suo amore, magari attraverso persone che, come fu Lazzaro, richiedono da noi piccoli gesti di amore (cf. Mt 25,31-46).
L'intento di questo insegnamento è chiaro: l'AT è ampiamente sufficiente per sapere come comportarci. Gesù non pensa solo ai testi dell'AT che parlano del pericolo delle ricchezze, ma al suo messaggio globale. Anzitutto, e contrariamente a quanto lascia intendere l'inizio del racconto, la Scrittura afferma che la condanna dei ricchi non è ineluttabile; per sfuggirvi - e il ricco lo ha capito, ma troppo tardi - basta che si convertano, perché non di rado infatti i ricchi sono, magari senza rendersene conto, idolatri (cf. 16,13):
In ultima analisi, l'idolo di cui è schiavo chi possiede molti beni è uno solo. È l'essere posseduto da ciò che si crede di possedere, come ha lasciato intendere Gesù quando è giunto fino a personificare la ricchezza con il nome di un idolo potente [cioè mammona] [26].
Ma cos'è la conversione? Il testo non lo dice, perché solo una lettura attenta e docile della Scrittura ci può far comprendere, man mano, non da fuori, ma come dal profondo di noi stessi, cosa sia: un ritorno a Dio che implica lo spostamento del nostro baricentro, non più in noi ma fuori di noi. Tale spostamento ci rende capaci di attenzione agli altri, specialmente ai poveri, che sono quelli attraverso i quali Dio ci chiede ospitalità.
Il racconto del ricco e del povero Lazzaro intende indubbiamente prevenire il lettore contro il pericolo della ricchezza e contro il suo cattivo uso e vuole anche rinforzare l'invito a "farsi degli amici con la ricchezza ingiusta, perché, quando essa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne" (16,9), ma vuole più ancora sottolineare l'importanza dell'AT per i cristiani. Perché questa preoccupazione? Se Gesù è il compimento della Legge e dei Profeti, non basta conoscere il Cristo e il suo insegnamento? Perché riferirsi ancora a ciò di cui il NT è compimento? La domanda non è affatto secondaria, è vitale per i cristiani. Se infatti il Cristo è "venuto a compiere la Legge e i Profeti" (Mt 5,17), occorre sapere ciò che essi dicono; se "apre le Scritture" (24,32), è necessario conoscerle, altrimenti come potrebbe aprire ai discepoli la mente per comprenderle (cf. 24,45)? Si scopre allora che, nell'aprire e compiere l'AT, Gesù ci rende capaci di accogliere e di comprendere il suo messaggio e la sua persona di Cristo, e così di metterci alla sua sequela.
Vita comune (17,1-10)
17 1 Disse ai suoi discepoli: "È impossibile che non avvengano scandali, ma infelice colui per il quale avvengono. 2 È preferibile per lui che gli sia legata una macina da mulino al collo e venga gettato nel mare, piuttosto che scandalizzare uno di questi piccoli. 3 State in guardia per voi stessi! Se tuo fratello pecca, rimproveralo! Se poi si converte, perdonagli! 4 E se sette volte al giorno pecca contro di te e sette volte torna da te dicendo: 'Mi converto', tu gli perdonerai". 5 Gli apostoli dissero al Signore: 6 "Accresci in noi la fede!". Ma il Signore disse: "Se aveste fede quanto un granello di senape, direste a questo gelso: 'Sradicati e trapiantati nel mare!', ed esso vi obbedirebbe. 7 Chi di voi, se ha uno schiavo che ara o pascola il gregge, gli dirà quando arriva dal campo: 'Vieni subito e mettiti a tavola'? 8 Non gli dirà invece: 'Prepara perché io possa cenare, cingiti e servimi finché abbia mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai anche tu'? 9 Avrà forse gratitudine verso lo schiavo perché ha fatto ciò che gli era stato ordinato? 10 Così anche voi: quando avete fatto tutto ciò che vi era stato ordinato, dite: 'Schiavi inutili siamo, ciò che dovevamo fare, l'abbiamo fatto'".
Siccome Luca ricorda in 17,11 che Gesù sta andando a Gerusalemme, possiamo considerare questi versetti come la conclusione non solo di 15,1-16,31, ma di tutta la seconda sezione del grande viaggio (13,22-16,3i). Anche qui l'evangelista mette insieme materiale vario la cui logica ci sfugge: il detto sugli scandali e la macina da mulino (vv. 1-2) proviene da Matteo 18,6-7, dove però si trova in ordine inverso (anche Marco 9,42 conosce la parola sulla macina); l'appello alla vigilanza personale (v. 3a) è tipico dell'opera lucana (si ritrova in Luca 21,34 e in Atti 5,35 e 20,28); la parola sul perdono (vv. 3-4) raggruppa e riformula due detti che si trovano in Matteo 18,15 e 21-22; quella sulla fede (vv. 5-6) è riscrittura di vari testi che si trovano, in tutt'altro contesto, sia in Matteo 17,19-21 e 21,21, sia in Marco 9,28-29 e 11,22-23; la parabola finale del padrone e del suo schiavo è propria di Luca. Si tratta, potremmo dire, di un breve compendio di vita comunitaria basato su quattro temi: gli scandali, la fede, il perdono e il servizio [27]. Dovremo quindi cercare di capire
vv. 1-2. Il primo detto, che risale almeno in parte a Gesù stesso, è probabilmente venuto in mente a Luca a causa dell'episodio appena raccontato da Gesù: il ricco si è comportato in modo scandaloso. L'occasione è buona per indirizzare "ai discepoli" un messaggio destinato specialmente alla comunità cristiana. Nel linguaggio biblico gli "scandali" non sono, come oggi, eventi di cronaca nera o rosa; sono atteggiamenti che fanno inciampare e cadere altri, e particolarmente ostacoli alla fede altrui (Luca ha precedentemente utilizzato il verbo corrispondente proprio in riferimento alla fede: "Beato è colui che non avrà trovato in me motivo di scandalo!", 7,23). In questo caso gli scandali diventano controtestimonianze. Gesù è sempre stato particolarmente attento a ciò che poteva far cadere i piccoli, bambini o poveri (cf. Mc 9,42-49). Ora, non di rado gli scandali sono legati, come nella storia del ricco e del povero Lazzaro, alla ricchezza. Negli Atti degli apostoli il primo scandalo è quello di Anania e Saffira (cf. At 5,1-11) [28]. Gesù sa che non si possono sradicare tutti gli scandali; da quando il mondo è mondo, si deve fare i conti con il peccato e quindi con gli scandali. Che siano inevitabili, non costituisce però una scusa: "Venendo da noi, [gli scandali] ci rendono colpevoli davanti a Dio nel senso più assoluto del termine. Meglio sarebbe allora per noi essere stati uccisi ... prima di essere diventati un ostacolo alla fede altrui" [29]. L'essere precipitati nel mare (luogo dove sono finiti i porci del paese gergeseno, cf. 8,33), cioè il ritorno nel luogo del diavolo e dei suoi sbirri, da dove nascono gli scandali, non è la punizione o il castigo inflitto a chi provoca scandalo; è una prevenzione: se è preferibile essere gettato, con una macina al collo, nel mare piuttosto che scandalizzare uno solo di questi piccoli, è chiaro che la punizione di quell'atto sarà più atroce ancora. Ma non è su di essa che cade l'accento, bensì sul fatto che la vittima sia un piccolo (e il parlare di uno di "questi" piccoli sembra indicare che ce ne siano nell'uditorio di Gesù). Questo primo detto ricorda quindi essenzialmente, per via negativa, i diritti dei piccoli nella comunità cristiana (i bambini certo, ma anche quelli che, nel banchetto messianico, soppiantano i primi invitati: "i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi", 14,13.21).
vv. 3-4. Di fronte allo scandalo e al peccato non c'è però solo la prospettiva di un castigo orribile; c'è la possibilità della conversione. E quanto precisa il secondo detto. E importante che venga introdotto dall'ammonizione tipicamente lucana: "State attenti a voi stessi!" (v. 3) [30]. Prima di minacciare gli altri, il pericolo di scandalo minaccia noi (ricordiamo la parola di Gesù sulla pagliuzza e la trave, cf. 6,41-42). Fatta questa premessa si può anche pensare al peccato degli altri. La tradizione manoscritta presenta una certa esitazione; i migliori testi hanno al v. 3: "Se tuo fratello pecca" (caso generale), ma alcuni altri dicono: "Se tuo fratello pecca contro di te" (caso particolare); questa variante è probabilmente dovuta all'influenza del parallelo del v. 4: "Se sette volte al giorno pecca contro di te". Di fronte al peccato - nonostante la sua gravità, e anche se sarebbe meglio per chi l'ha commesso essere gettato nel mare - l'atteggiamento del "fratello" (siamo dunque in logica cristiana, quella del Regno!) dev'essere quello della correzione fraterna: "Rimproveralo!". A conferma di quanto insegnava in 16,17, Gesù riprende quasi alla lettera l'insegnamento della Torah:
Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello [dice il Signore a Israele per mezzo di Mosè]; rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un peccato per lui. Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il SIGNORE (Lv 19,17-18),
e lo radicalizza: se il fratello si converte, occorre perdonare anche sette volte al giorno. La cifra di sette non è un'indicazione aritmetica; è una perifrasi per "sempre e incessantemente". L'affermazione è una replica alle parole di vendetta di Lamec:
Ada e Silla, ascoltate la mia voce;
mogli di Lamec, porgete l'orecchio al mio dire.
Ho ucciso un uomo per una mia scalfittura
e un ragazzo per un mio livido. Sette volte sarà vendicato Caino,
ma Lamec settantasette (Gen 4,23-24),
ma tradisce anche una preoccupazione caratteristica di Luca: la quotidianità del vivere cristiano, la perseveranza nonostante le tribolazioni, le, preoccupazioni, le ricchezze e i piaceri della vita (cf. 8,14) [31]. E tuttavia esagerato pretendere di trovare qui le premesse di una disciplina penitenziale ecclesiastica, perché la questione della remissione dei peccati commessi dopo il battesimo, molto discussa nella chiesa antica, si è posta soprattutto a partire dal II secolo (si pensi al Pastore di Erma), ma anche perché l'intervento dei discepoli nei versetti seguenti va in tutt'altra direzione: indica infatti che gli "apostoli" - riconosco che il titolo, nonostante 6,13 e 9,10, rimanda al tempo della chiesa apostolica e subapostolica più che a quello di Gesù - hanno capito la parola del Signore come rivolta alla loro fede.
vv. 5-6. Per poter perdonare sette volte al giorno a un fratello che sette volte torna a chiedere perdono, non serve una "disciplina", ci vuole pazienza e fede, intesa come potenza di vita in comunione con il Cristo, e perciò gli apostoli chiedono un supplemento di fede: "Accresci la nostra fede!" (v. 6). La risposta riferisce certamente qualcosa dell'insegnamento di Gesù; è una di quelle parole che fanno colpo e segnano per sempre la vita di chi le ascolta. Ma è conosciuta nella tradizione sotto due forme: una parla di un albero che si sradicherebbe e andrebbe a finire nel mare (cf. v. 5; Mt 21,21), l'altra invece di un monte (cf. Mc 11,22-23; Mt 17,20) [32]. Il detto contiene diversi paradossi. Vi è quello relativo alla dimensione della fede: un granello di senape è davvero minuscolo; Gesù aveva già giocato sulla piccolezza di quel seme rispetto all'albero al quale dà vita, per evocare ciò che avviene con il regno di Dio (cf. 13,19). Qui la piccolezza gioca con la straordinarietà di ciò che capita al gelso [33]. Vi è poi il paradosso del gelso che, anziché stare saggiamente al suo posto, si sradica da sé, e quello espresso dal verbo "obbedire", che non è abituale associare a un albero. Infine anche il luogo dove il gelso va a trapiantarsi è paradossale: non solo il mare non è un terreno dove possano crescere delle piante, ma è salato... A cosa punta questo detto? La piccolezza del seme è certamente importante: basta un principio, anche minimo, di fede nel cuore umano perché possa operare efficacemente; non è quindi necessario chiedere un supplemento di fede. Il problema non è la quantità, ma la qualità: "Se avete fede, così come la intendo io, cioè pronta a perdonare sempre, potrete fare questo e anche ben altro" [34]. È inoltre importante, questa volta dal punto di vista letterario e narrativo, che il gelso "obbedisca" e si trapianti nel "mare". Queste parole richiamano la prima, la parabola del servo inutile che ha fatto ciò che gli era stato ordinato (vv. 7-10), e la seconda, il mare dove sarebbe meglio che vada colui che provoca scandali (v. 2). Questo detto è così quello che dà unità all'insieme di questo paragrafo apparentemente disordinato. Vi ritorneremo dopo aver letto la parabola.
vv. 7-10. A una prima lettura questa parabola ci urta profondamente: com'è possibile che venga detto "inutile" quello schiavo che fa vivere il suo padrone, lavora per lui, gli prepara il cibo, apparecchia la tavola, lo accudisce e lo serve perché possa mangiare? Evidentemente non è inutile; perciò si cerca di addolcire la traduzione: "Poveri servi noi siamo" [35], o "servi senza pretese"[36], oppure "servi qualunque" [37], o ancora "semplici servi" [38]. Vero è che quel servo ha fatto ciò che gli era prescritto e che doveva fare; data la condizione degli schiavi in quel tempo, che certamente non è messa in discussione, né lo schiavo, né il lettore si aspettano che il padrone dica allo schiavo tornato dal campo: "Vieni subito a mangiare!", o gli esprima gratitudine. Sarebbe un rovesciamento dell'ordine stabilito inimmaginabile". Allora, cosa vuole insegnare Gesù con questa parola? Occorre notare che, nella parabola, lo schiavo non è detto "inutile": il padrone non lo considera tale, né egli stesso si ritiene tale, e neppure il narratore! È fuori parabola che Gesù, rivolgendosi ai suoi discepoli, conclude: "Quando avete fatto tutto ciò che vi era stato ordinato, dite: 'Schiavi inutili siamo, ciò che dovevamo fare, l'abbiamo fatto' (v. 10). Nessuno, nemmeno Dio, ci chiama "servi inutili", ma Gesù ci invita a considerarci tali; è un invito alla santa umiltà. È un'osservazione che suscita il bell'aforisma di Johannes A. Bengel nel suo Gnomon: "Miserabile l'uomo che il Signore chiama 'servo inutile' (cf. Mt 25,30); ma beato colui che così chiama se stesso" 40. Fuori parabola infatti, siamo servi di Dio e la nostra relazione con Dio non appartiene al campo dell'utile, ma a quello della grazia: per Dio siamo "inutili", perché ci ama "per grazia"! E la nostra azione, la nostra obbedienza, è la nostra gratitudine per l'amore con il quale egli ci ha amati. Amore nel quale oggi crediamo, e che si rivelerà in piena luce nell'era messianica, proprio con il rovesciamento degli statuti: il Signore stesso si cingerà per servirci. In realtà è già ciò che ha fatto e ciò che fa, come lo manifestano la vita di Gesù, il suo insegnamento (cf. Mc 10,45 o Lc 22,27; cf. anche Gv 13,1-20) e la sua croce.
Possiamo ora cercare di gettare uno sguardo complessivo su questa pericope, ma molteplice giacché con essa si concludono sia la sequenza 15,1-17,10, sia la seconda fase della salita di Gesù verso Gerusalemme (cf. 13,22-17,10).
Anzitutto quest'insieme, dove sono giustapposti, in modo apparentemente disparato, detti di Gesù sugli scandali, la correzione e il perdono, la fede e la parabola del "servo inutile", trova - lo dicevo sopra - nel v. 6 il suo centro nevralgico: "Se aveste fede quanto un granello di senape, direste a questo gelso: 'Sradicati e trapiantati nel mare!', ed esso vi obbedirebbe". Il "mare" rimanda al detto sugli scandali; la "fede" trova nel perdono la sua espressione più evidente; l'"obbedienza" del gelso anticipa quella del servo che si dice inutile. Inoltre, i "discepoli", uditori immediati di questo insegnamento, diventano gli "apostoli", segno che Luca pensa alla comunità postpasquale. Abbiamo qui un piccolo compendio di vita comune per la chiesa chiamata ad annunciare il Cristo nel tempo intermedio fra la pasqua di resurrezione e il ritorno del Signore nella gloria. Due elementi la caratterizzano: la fede e l'obbedienza. La fede si deve esprimere concretamente in una capacità di perdono e di correzione, cioè in un atteggiamento di amore fraterno (già Levitico 19,17-18 associava il rimprovero all'amore del prossimo); pure l'obbedienza rimanda alla Legge (a Mosè e ai Profeti), ma non solo, perché Gesù radicalizza la Legge. L'obbedienza non può accontentarsi di rispettare tutti i precetti della Legge, perché in realtà si tratta di obbedire alla volontà del Signore. Si pone quindi un problema a monte: qual è la volontà di Dio? Ancora una volta rimando a più tardi la riflessione su questa domanda essenziale.
Questi versetti concludono anche la sezione 15,1-17,10 segnata da diverse parabole: le tre parabole della misericordia, l'economo furbo, il ricco e il povero Lazzaro e quella breve, finale, sul servo "inutile". Tra queste parabole sono inseriti vari insegnamenti, particolarmente 16,8-18 e 17,1-6. Gesù vi presenta la misericordia di Dio per opposizione all'ingiustizia di mammona, del denaro; se prendiamo sul serio quest'opposizione, allora la misericordia è la giustizia di Dio. La pericope 17,1-10 conferma che l'atteggiamento conforme alla giustizia di Dio è quella fede-obbedienza capace di perdonare senza limiti.
Infine, questa pericope conclude la seconda sezione della salita di Gesù a Gerusalemme (cf. 13,22-17,10), che è costituita di due pannelli: il primo centrato sulla presenza di Gesù che opera un giudizio e implica scelte radicali, e il secondo in cui vengono identificate giustizia di Dio e misericordia. Questa misericordia però non è quella bonacciona che non sa vedere la realtà; l'insegnamento di Gesù infatti lascia aperta la possibilità di passarvi accanto e di finire nei tormenti dello Sheol. In questa prospettiva, gli ultimi versetti (cf. 17,1-10) ribadiscono la minaccia (è meglio finire annegati nel mare che subire la sorte di chi scandalizza uno di questi piccoli), pur sottolineando che il cuore della sequela è costituito da una fede che sa perdonare sempre e che si riconosce in chi è umile.
NOTE
1 In ebraico biblico il mašal è soprattutto un proverbio; è con Ezechiele che diventa proprio "parabola" (cf. Ez 17,1-10; 19,1-14; 24,1-12); la letteratura rabbinica (in parte contemporanea di Gesù) offre molti esempi di parabole per diversi aspetti simili a quelle di Gesù.
2 Adotto il testo: "riempirsi il ventre", attestato dal manoscritto Alexandrinus del V secolo e da qualche altro, che, a causa della sua crudezza, è stato velocemente corretto in "saziarsi", come attesta già il p75 del III secolo.
3 Cf. M. Crimella, Marta, Marta!, pp. 257-258, che evidenzia anche una dimensione positiva in questa situazione: qui prende fine il processo di degradazione del ragazzo.
4 Wajjiqra Rabba 35,6 (cf. "Leviticus", a cura di J. Israelstam e J. J. Slotki, in The Midrash Rabbah, II. Exodus, Leviticus, a cura di F. Freedman e M. Simon, London-Jerusalem-New York 5977, p. 450).
5 Per questo molti commentatori negano che l'atteggiamento del ragazzo abbia qualche rapporto con la conversione (cf. M. Crimella, Marta, Marta!, pp. 263-269).
6 Gli imperativi relativi alla "prima veste" (quella cioè che il figlio portava prima di andarsene, o, più probabilmente, la più bella), al rivestimento e all'anello (segno di potere) evocano la storia di Giuseppe costituito viceré di Egitto (cf. Gen 41,14.42).
7 Cf. M. Crimella, Marta, Marta!, pp. 281-283.Lc 15,1-32
8 Cf. 2,49; 4,43; 9,22; 13,16 e commenti, supra, pp. 103, 150-151, 260-261 e 385.
9 La quantità dei due debiti sarebbe circa 3.650 litri di olio e di 36.440 litri di grano (o 275 quintali), e le somme del condono ammonterebbero per ambedue i debitori a circa 2.500 denari (il denaro è il salario giornaliero medio di un operaio), o addirittura, a 73.000 e 50.000 denari; inoltre, stando al v. 5, sembra che i debitori siano più di due: "Chiamati i debitori uno per uno" (cf. J. Jeremias, Le parabole di Gesù, Brescia 1973, p. 222; E. Reinmuth, "L'amministratore incriminato", in Compendio delle parabole di Gesù, p. 997).
10 Tralascio le interpretazioni che pensano a errori di punteggiatura o di traduzione dall'aramaico e propongono traduzioni come: "Loderà forse ...? Evidentemente no!", oppure: "Maledirà" anziché "loderà" (cf. F. Bovon, Vangelo di Luca II, p. 657 e n. I).
11 R. Meynet, Il vangelo secondo Luca. Analisi retorica, Roma 1994, p. 479; così anche E Bovon, Vangelo di Luca II, p. 657, il quale ricorda che l'economo ha pensato solo a sé, al proprio interesse, cosa che è la logica stessa del ricco: il padrone quindi si inchina davanti alla "classe" del suo dipendente che, benché non appartenga ai "ricchi", ha saputo agire come loro!
12 E. Pousset, Lectures théologiques selon l'Evangile de saint Luc III, Paris 1987, pp. III-112.
13 E. Corsani, I vangeli sinottici, Torino 2008, p. 187.
14 Devo questa lettura della parabola all'articolo citato sopra di E. Reinmuth, "L'amministratore incriminato (L'amministratore disonesto)", pp. 988-1005.
15 Cf. ad esempio J. Jeremias, Le parabole di Gesù, pp. 53-55; E Bovon, Vangelo di Luca II, pp. 656-685. Jacques Dupont scrive: "Ci pare evidente che il genere di composizione che attesta questo brano non corrisponde assolutamente ai metodi di Luca"; i giochi di parole sulla radice aramaica 'aman (le parole "mammona", "degno di fede", "affidare", "vero") fanno pensare a parole aggancio, per cui "abbiamo buone ragioni di pensare che, nel riportare questo brano, Luca si accontenti di riprodurre una tradizione anteriore" (J. Dupont, "Dieu ou Mammon [Mt 6,24; Lc 16,13]", in Cristianesimo nella storia 5 [5984], p. 448). Ma può davvero Luca accontentarsi di questo?
16 Vita di santa Pelagia prostituta 3, citata da B. Ward, Donne del deserto, Magnano 1993, pp. 89-90.
17 Traslitterazione greca dell'aramaico mamona (ricchezza, denaro), che, come il suo equivalente ebraico mamon, deriva, sembra, dalla radice 'amen da cui provengono le parole "fede" ('emunab), "verità" ('emet) come pure l'amen" che conclude le nostre preghiere. La radice evoca la saldezza, ciò su cui si può costruire o in cui si può confidare. L'alternativa è quindi chiara: in chi credi, in chi metti la tua fiducia? In Dio o nei soldi?
18 Ambrogio di Milano, Esposizione del Vangelo secondo Luca 7,246, a cura di G. Coppa, Milano-Roma 1978, vol. II, pp. 278-279.
19 Cf. E Bovon, Vangelo di Luca II, p. 679.
20 Cf. il commento a 1,60-63.
21 "Un fratello interrogò abba Macario il Grande sulla perfezione. E rispondendo l'anziano disse: 'Se un uomo non ha acquisito una grande umiltà nel suo cuore e nel corpo, se non è giunto a non misurare se stesso in nulla, anzi a mettersi al di sotto di ogni creatura, a non giudicare assolutamente nessuno se non se stesso, a sopportare l'insulto, a scacciare via dal proprio cuore ogni malizia, a fare violenza a se stesso per essere longanime, benevolo, fraterno, casto, temperante – sta scritto infatti: Il regno dei cieli è dei violenti e i violenti lo rapiscono (Mt 11,12) ... non può essere perfetto'" (I padri del deserto, Detti. Collezione sistematica I,16, a cura di L. d'Ayala Valva, Magnano 2013, pp. 82-83).
22 Dico falso parallelo, perché nel capitolo 14 si tratta di una parabola di cui non tutti gli elementi sono da trasporre; inoltre l'ordine di "forzare a entrare" risponde a una logica di collera: i primi invitati non devono più trovare spazio nella sala della grande cena.
23 Cf. supra, pp. 393-394.pp 16,1-31
24 Cf. Mt 15,27 // Mc 7,28: Luca non ha ripreso questo racconto, che fa parte dei testi della grande omissione, ma lo conosce, poiché rilegge Marco e Matteo. E forse i cani che leccano le piaghe di Lazzaro vengono proprio da questa parola della sirofenicia (cf. F. Bovon, Vangelo di Luca II, p. 700).
25 La tradizione ha presto cercato di colmare questo vuoto. Si è cercato in due direzione: in Egitto si è avvicinato il ricco ai niniviti la cui dissolutezza era celebre, e il ricco divenne "Neues" (forma attestata dal p75, del III secolo), abbreviazione derivante da "Ninive"; nel mondo latino lo si è chiamato dal III-IV secolo "Fineo" o "Finaeus", nome che sembra provenire dalla leggenda degli argonauti: Fineo era un eroe greco perseguitato dalle arpie che gli toglievano il cibo (cf. F. Bovon, Vangelo di Luca II, pp. 698-699).
26 L. Monti, Le parole dure di Gesù, p. 87.Le 17,1-Io
27 CL E Bovon, Vangelo di Luca II, p. 714.perché Luca conclude in questo modo la sezione centrale della salita a Gerusalemme.
28 Cf. D. Attinger, Atti degli apostoli, pp. 44-46.
29 H. Gollwitzer, La joie de Dieu. Commentaire de l'Évangile de Luc, Neuchatel-Paris 1958, p. 178.
30 Cf. l'osservazione fatta nell'introduzione alla pericope, supra, p. 454.
31 Cf. 9,23 e il commento, supra, pp. 262-263; cf. anche At 2,42-47.
32 Anche l'Evangelo copto di Tommaso 48 riferisce un detto simile, salvo che il prodigio non è dovuto alla fede ma al fatto che due persone si sono riconciliate l'una con l'altra (cf. Synopsis quattuor evangeliorum, a cura di K. Aland, Stuttgart 1971, p. 523).
33 esita sull'identificazione dell'albero: nei Lxx il termine utilizzato qui (sykáminos) designa il sicomoro (cf. 1Re 10,27; 2Cr 1,15; 9,27; Sal 78,47; Is 9,9; Am 7,14); ma, nell'episodio di Zaccheo, il sicomoro è chiamato con un nome diverso di quello usato qui (sykomoréa). Per questo viene spesso tradotto con "gelso".
34 Cf. il commento a 17,17-19.
35 Joachim Jeremias scrive a proposito dei servi "inutili": "Achreîos non significa `inutile', bensì 'misero'. Non si dice quindi che l'adempimento del dovere sia inutile o che essi siano servi pigri, indegni di fiducia; qui achreîos è espressione di modestia" (J. Jeremias, Le parabole di Gesù, p. 236).
36 Secondo Thomas Braun, che precisa: "Al v. 10 corrisponde direttamente il versetto precedente: viene così messo in risalto che le schiave e gli schiavi non possono pretendere alcuna gratitudine, perché, in quanto tali, hanno semplicemente l'obbligo di eseguire quanto è loro comandato. Occorre pertanto parafrasare così: 'Siamo schiavi/e cui nessuno deve qualcosa (cioè gratitudine)"' (Th. Braun, "`Dinner for one', o la ricompensa dello schiavo", in Compendio delle parabole di Gesù, p. 1027).
37 Traduzione TOB che commenta: "Lett.: 'buoni a nulla' (cf. Mt 25,30). Il contesto, nel quale il servo è tutto sommato utile, mostra che quest'espressione è forzata; ma si applica perfettamente ai discepoli: nessuno è indispensabile al servizio del Signore".
38 Traduzione della BJ che precisa: "Piuttosto di 'servi inutili', l'aggettivo qualifica lo statuto dei servi, e non le loro disposizioni morali; cf. 2Sam 6,22 (LXX)". È curioso che il Grande lessico del Nuovo Testamento di G. Kittel e G. Friedrich non consacri alcun paragrafo alla parola achreîos o a quelle apparentate!
39 II caso del padrone che trova, al suo ritorno, i suoi schiavi vigilanti, li accoglie e li serve è segno del capovolgimento messianico; cf. 12,35-40 e il commento, supra, p. 371.
40 Miser est, quem Dominus servum inutilem appellat, Matth. 25,30, beatus, qui se ipse (J. A. Bengel, Gnomon Novi Testamenti, Stuttgart 1860, p. 274).
(Fonte: Evangelo secondo Luca, Qiqajon 2015, pp. 421-462)

