Le “piccole” del vangelo convertono Gesù /1

    Introduzione

    Lidia Maggi

    Comincio da una storia poco conosciuta che mi permette di sintetizzare quello che, secondo me, è il cuore dell’incontro con Gesù. Quale fede annuncia? E perché le donne sono state così ammaliate, così attratte e hanno faticato così tanto ad andare via quando sembrava che questa avventura fosse finita con l’arresto, la crocifissione e, ancora dopo, con la ricerca della tomba? Io mi affido ad una storia di guarigione che viene narrata nel vangelo di Luca al capitolo 13 e ci racconta di un Gesù che, come ebreo, insegna di sabato in una sinagoga.
    “Era una donna che da diciotto anni aveva uno spirito d’infermità ed era tutta curva e non poteva in alcun modo raddrizzarsi. Ora Gesù, vedendola, la chiamò a sé e le disse: - Donna, sei liberata dalla tua infermità - e pose le mani su di lei ed ella fu subito raddrizzata e glorificava Dio. Ma il capo della sinagoga, indignato che Gesù avesse guarito il giorno di sabato, si rivolse alla folla e disse:- Venite a farvi guarire in un giorno di lavoro e non di sabato!
    Allora il Signore disse: - Ipocriti! Ciascuno di voi non slega forse di sabato dalla mangiatoia il suo bue e il suo asino per condurli a bere e non poteva quindi essere sciolta da questo legame il giorno di sabato costei, figlia di Abramo, che Satana ha tenuto legata per ben diciotto anni?- e mentre Egli diceva queste cose, tutti i suoi avversari erano svergognati e tutta la folla invece si rallegrava di tutte le opere gloriose da Lui compiute”.
    Questo episodio, come un’icona, ci permette di capire quello che significa per le donne incontrare Gesù. Qui ci troviamo all’interno di uno spazio sacro dove entriamo in contatto con una donna invisibile, piegata, silente. Una donna piegata da tanto tempo: diciotto anni! E questa donna abita questo spazio sacro così: zitta e piegata.
    Assistiamo ad una guarigione ma a differenza di altre non è la donna a chiederla. Di solito le persone cercano di avvicinare Gesù, di vederlo, toccarlo, attirare la sua attenzione perché le guarisca; questa donna, invece, non pensa che la sua situazione possa essere diversa, cambiata. Èrassegnata.
    Non è nemmeno in grado di verbalizzare il desiderio di una realtà diversa ed arriva ad un tale livello di accettazione della propria condizione che ritiene impossibile un cambiamento. Il futuro appare piegato e non riesce ad intravvedere qualcosa di diverso. Questa donna non chiede niente. E l’idea di questa donna curva, che guarda per terra con atteggiamento servile in un contesto patriarcale, la dice lunga! Ma la bella notizia è che Gesù la vede!
    Di solito siamo abituati a un Gesù che, pressato dalle richieste, concede i suoi segni di senso, i suoi segni del regno. Ma qui la donna non chiede niente e Gesù la vede così com’è, come una persona che non è in grado di vedere una realtà diversa da quella che vede guardando a terra, a livello dei suoi piedi; una donna che non è in grado di relazionare pariteticamente con la realtà intorno, con la gente che le passa accanto. Gesù la vede.
    Il testo ci dice che, dopo averla vista, la chiama a sé e poi, all’interno di questo spazio sacro, le impone le mani. Facendo ciò le dice: Donna , tu sei liberata! È così che Gesù intende la guarigione: una liberazione. “Tu sei liberata dalla tua infermità”. Liberata, sciolta sono i termini che più ricorrono nel testo. Poi Gesù si prepara ad ascoltare le critiche dei professionisti del sacro nella sinagoga e noi lasciamo questa donna, che avevamo incontrato all’inizio della scena zitta e piegata, eretta che proclama le grandi meraviglie di Dio.
    E poi la disputa col capo della sinagoga … È evidente che qui Luca ci interroga su che tipo di fede noi annunciamo: è una fede che lega o è una fede che slega? È una fede che rialza e dà dignità o una fede che piega e rende silenti? Luca pone un problema che abita la realtà patriarcale del tempo ricordando che, una volta, un figlio di Abramo è stato slegato: Isacco, figlio di Abramo, è stato slegato da una mano che ha fermato la mano assassina di suo padre ed è stato restituito alla collettività.
    Gesù fa memoria di quella storia e qui sembra voglia dire: “È vero che un figlio di Abramo è stato slegato, che i figli di Abramo sono stati slegati, ma che ne è delle figlie di Abramo? Ipocriti! Ciascuno di voi non slega forse di sabato, dalla mangiatoia, il suo bue e il suo asino per condurli a bere? E non dovrebbe quindi essere sciolta da questo legame, nel giorno di sabato, costei che è figlia di Abramo e che Satana ha tenuto legata per ben diciotto anni!” Gesù è ermeneuta del suo gesto: non interpreta questa guarigione come una normale guarigione da una infermità ma come uno scioglimento, una slegatura.
    Nel corso della mia vita mi sono spesso interrogata su quale tipo di fede io annunci con la mia vita, con i miei gesti, con le mie parole all’interno della comunità e questo perché vengo da una storia biografica sofferta. Ho fatto l’esperienza dell’incontro con Gesù all’età di tredici anni circa quando abitavo una realtà familiare molto difficile e nel momento in cui è arrivata la fede, questa anziché slegarmi mi ha legata.
    Da una parte è stata un’esperienza forte emotivamente: ho incontrato Gesù e mi sono innamorata di Lui, delle sue parole, dei suoi gesti, ma dall’altra parte è stata una fede che mi ha insegnato la sottomissione e il silenzio: bisogna amare i genitori, ubbidire, sottomettersi; amare i nemici e sempre dare l’altra guancia…
    Allora: una ragazzina di tredici anni ha accettato cose che non avrebbe accettato in un contesto normale se non fosse intervenuta una fede a legarla, a sottometterla, a non farla sentire come una palla che qualsiasi persona poteva prendere a calci ma farla sentire come una perla preziosa, da custodire. Ecco: proprio perché io vengo da quella esperienza che mi ha aperto gli occhi, capisco che c’è il bisogno di discernere quale tipo di fede noi annunciamo, perché c’è una fede che lega ed una che slega.
    Io sono convinta che le donne intorno a Gesù hanno fatto l’esperienza di una fede che slega, rialza e che fa proclamare alle donne le grandi meraviglie di Dio. Questo ci fa capire il motivo per cui le donne hanno faticato, più degli uomini, a lasciare le scene finali della vita di Gesù.
    Non credo che le donne siano migliori degli uomini, piuttosto penso che, venendo da un contesto patriarcale, abbiano guadagnato di più: finita la grande avventura di Gesù con l’arresto e la crocifissione gli uomini ritornavano alle loro vite disillusi, feriti, amareggiati, ma comunque alle loro vite di padri, maschi, capifamiglia; le donne ritornavano nei recinti del patriarcato. E allora forse comprendiamo questa fatica delle donne a rassegnarsi all’evidenza del “tutto è perduto”.
    Gesù aveva mostrato loro un orizzonte più ampio delle terre, delle case dove loro erano segregate ed ecco che quella promessa era svanita e loro tornavano ad essere piegate, messe a tacere. Gesù le ha strappate all’invisibilità, le ha nominate per quello che erano e non per il loro ruolo familiare: madre di, moglie di, figlia di. Addirittura la Chiesa primitiva arriva a legare il segno di appartenenza non più al patto inciso nella carne maschile ma attraverso un gesto che non fa distinzione di genere: il Battesimo.
    Noi ora viviamo il battesimo come un rito tradizionale; dovremmo però anche ricordarci che dietro il battesimo c’è stata la scelta di un gesto trasgressivo, un gesto che annullava le differenze tra uomo e donna e che trasformava in una comunità di sacerdoti sia gli uomini che le donne. Qui il fatto di essere uomo o donna non fa differenza e davanti a Gesù non esiste né ebreo, né gentile, né maschio, né femmina, né schiavo, né libero.
    Le donne hanno colto la novità di questa parola, di questo maestro che le trattava da discepole e che ai suoi piedi potevano imparare, discutere, ascoltare. Le donne hanno ricevuto tanto da Gesù ma la domanda che oggi ci poniamo è: “Cosa Gesù ha ricevuto dalle donne? E come Gesù è stato interrogato, interpellato dallo spirito delle donne?”.
    Noi infatti immaginiamo che lo Spirito scenda dall’alto come parola di fuoco che guida la realtà, ma la Scrittura, accanto a questo Spirito che scende dall’alto, ci parla di un altro Spirito: la sapienza ordinaria della vita di tutti i giorni che si apprende come un’arte legata al vivere.
    Nell’Antico Testamento c’è una tensione tra la Parola scesa dall’alto – che infiamma – e la Parola che viene dal basso, la Sapienza. Sono Parola di Dio sia quella infuocata che arriva dall’alto che quella che arriva dall’esperienza di vita di chi con Dio, guardando alla vita, prova a dare un senso, un ordine al mondo e nelle relazioni traduce questo ordine in un contesto educativo: “Ascolta, o figlio, gli insegnamenti che oggi ti dò”.
    Allora: cosa ha ricevuto Gesù dalle donne? Mi lascio aiutare da quattro figure ma potrei andare avanti in questo gioco degli insegnamenti dello Spirito delle donne, della Ruah, della Sofia, ecc.( per utilizzare termini che rimandano al femminile).