La vita della santità
e la santità della vita
'Emòr (Lv 21,1-24,23)
Daniel Taub

Il Signore disse a Mosè: «Parla ai sacerdoti, figli di Aronne, e comunica loro: Nessuno dei sacerdoti si renda impuro per il contatto con un morto» (Lv 21,1).
Una delle caratteristiche insolite dei kohanìm, i sacerdoti ebrei, è la proibizione di stare alla presenza di un cadavere. Ancor oggi i kohanìm o non presenziano ai funerali, oppure rimangono all'esterno del cimitero vero e proprio. Di certo il momento del passaggio da questo mondo di una persona è un momento in cui la presenza di un sacerdote è particolarmente giustificata. E allora perché la Bibbia lo proibisce tanto categoricamente?
Come hanno sottolineato molti commentatori contemporanei, la concezione biblica del sacerdozio si pone in netto contrasto con quella del mondo antico. Nell'antico Egitto, da cui gli israeliti erano appena fuggiti, la funzione primaria del sacerdozio era quella di presiedere i riti funebri e di sovrintendere alla costruzione delle piramidi e delle tombe per i morti. Anzi, il testo sacro del sacerdozio egiziano era il Libro dei morti.
Reagendo contro questo culto della morte, la Bibbia si affanna a enfatizzare che il giudaismo ha una diversa concezione di ciò che è sacro: la santità della vita. Come dichiara il libro dei Salmi: «Non i morti lodano il Signore» (115,17). Analogamente, alcuni studiosi vedono nel comandamento biblico di separare il latte dalla carne un riflesso dell'insistenza giudaica affinché vi sia una netta separazione tra il simbolo della morte (la carne di un animale) e la vita (il latte, nutrimento vitale).
L'insistenza ebraica perché la nostra vita si concentri sui viventi in questo mondo, anziché rivolgersi a qualche mondo a venire celeste, si riflette con la massima chiarezza nel ruolo dei sacerdoti. Con il divieto di entrare in contatto con i morti, o di prendere il lutto per alcuno se non per i parenti più stretti, i sacerdoti fungono da modello del comandamento biblico di "scegliere la vita".
Questa enfasi sulla precedenza da accordare la vita sulla morte ha esercitato un impatto profondo sulla psiche ebraica e trova addirittura espressione popolare nel brindisi ebraico Le Chayyìm e nel simbolo Chay (vita) indossato da molti ebrei.

