La Parola di Dio
e la storia
a quarant'anni dal
Convilio Vaticano II
Bruno Forte
Da quella straordinaria sera dell'11 Ottobre di quarant'anni fa, quando Giovanni XXIII, "il Papa buono", dalla sua finestra inviò una carezza a tutti i bambini della terra, enormi trasformazioni sono avvenute nella vita della Chiesa e del mondo. Grazie al Concilio Vaticano II - inaugurato quel giorno - si può dire che i due processi, quello della storia della Chiesa e quello della vicenda dell'umanità intera, si sono avvicinati e intrecciati come forse mai prima era avvenuto. Anche questa semplice constatazione aiuta a comprendere perché il Vaticano II - definito "il Concilio della Chiesa" per l'interesse di fondo che lo anima e l'architettura che lo sostiene, articolata intorno alle due domande fondamentali, riguardanti rispettivamente l' essere e l' agire ecclesiali "Che cos'è la Chiesa? che cosa fa la Chiesa?" - sia stato anche e forse soprattutto "il Concilio della storia". Mai un'assise conciliare aveva prestato tanta attenzione alle sfide del tempo, mai la storia era entrata con così acuta consapevolezza nell'autocoscienza della Chiesa.
Il Concilio recepiva così le istanze del "rinnovamento ecclesiologico", che lo aveva preparato, volte a riscoprire - mediante la categoria di Corpo mistico - la dimensione interiore e soprannaturale della Chiesa al di là dell' esasperata accentuazione degli aspetti visibili, giuridici ed istituzionali, che aveva caratterizzato l'ecclesiologia della Controriforma, e attente - col ricorso all’idea biblica di "popolo di Dio" - a valorizzare la dimensione storica della Chiesa, pellegrina "fra i tempi", fra la sua origine dalle missioni divine del Figlio e dello Spirito e il suo compimento ultimo nella gloria di Dio tutto in tutti. L'assunzione della coscienza storica emerge ai tre fondamentali livelli secondo cui la riflessione conciliare sulla Chiesa si sviluppò, in rapporto rispettivamente al passato, al presente e al futuro della fede.
In primo luogo, il Vaticano II si presenta come il Concilio della storia in quanto si pone in ascolto del passato fontale della fede e della sua trasmissione nel tempo. Con la Costituzione sulla divina rivelazione Dei Verbum il Concilio promuove una rinnovata coscienza del primato della Parola di Dio sulla Chiesa e sull'esistenza credente, offrendo insieme il più incisivo contributo che la riflessione magisteriale abbia dato al problema della mediazione storica della rivelazione. Il superamento della dottrina delle due fonti, Scrittura e Tradizione, in quella dell'unica "traditio Verbi ex fide in fidem", che ha il suo momento normativo nella Parola registrata nel testo sacro, ma che vive in permanente novità di racconto e di interpretazione sotto l'azione dello Spirito Santo nel tempo, salda il presente della fede alla sua origine costitutiva, incorporando il processo della trasmissione storica nella memoria viva della Parola di rivelazione. In tal modo la Scrittura ispirata appare non come un morto dato, ma quale «potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede» (Rm l,16), forza agente nel vivo delle mediazioni della storia, da accostare con un'attenta ermeneutica storica per attualizzarla nell'oggi. A questo processo di recezione del Verbo della vita, nutrito al tempo stesso di ascolto credente e di rigore critico, il Concilio ha dato un nuovo impulso, che non ha tardato a produrre i suoi frutti: si pensi solo all’enorme sforzo di traduzione e diffusione del testo biblico nella Chiesa postconciliare e al grande cantiere dell'esegesi e della teologia biblica al servizio del popolo di Dio . E’ una comunità di cristiani adulti e responsabili, formati nell'obbedienza alla Parola della vita, quella che il Concilio ha inteso promuovere: è la Chiesa "sub Verbo Dei", "creatura Verbi", che il Sinodo straordinario a vent'anni dal Concilio (1985) ha messo in primo piano.
In secondo luogo, il Vaticano II si offre come il Concilio della storia per la vigorosa attenzione al presente, a quel "frattempo" della salvezza, che esso riscopre in tutta la dignità del suo stare fra il "già" della prima venuta di Cristo e il "non ancora" del suo ritorno: la coscienza dell'oggi ispira l’istanza pastorale che è a fondamento di tutto ciò che il Concilio ha voluto essere ed è stato, al servizio dell'identità e della missione della Chiesa "nel mondo contemporaneo" (secondo quanto afferma il titolo della Costituzione pastorale Gaudium et Spes, preferito all'altro "de Ecclesia et mundo huius temporis", che marcava piuttosto il dualismo Chiesa-mondo che non il dialogo e la presenza feconda). Tuttavia, proprio perché connesse alle urgenze dei tempi, le acquisizioni conciliari esigono di essere continuamente ripensate per attualizzarne il messaggio nelle sue potenzialità più profonde, per indicarne i limiti (si pensi a una certa carenza pneumatologica nella Costituzione sulla Chiesa, dove la teologia dei carismi è solo abbozzata, o alla quasi totale assenza dello spessore della Croce e della tragicità del peccato nella Costituzione sulla Chiesa nel mondo contemporaneo), e per tracciarne possibili superamenti.
Sotto questo profilo il Concilio appare un inizio, più che un compimento, e il processo di traduzione del suo magistero nella prassi pastorale della Chiesa si offre come la storia di una "ricezione", dove il suo messaggio passa nella vita del popolo di Dio e ne è arricchito e riespresso. Il nascere e lo svilupparsi di nuove esperienze e di nuove riflessioni critiche della fede è, in questa prospettiva, autentico frutto del Concilio: le varie forme di "teologia situata" - nate come coscienza riflessa del popolo dei credenti nelle diverse situazioni storico-culturali - sono sviluppo coerente dell'eredità del Vaticano II. Certamente, questo processo non è avvenuto senza difficoltà, ne è stato privo di limiti: al tempo del "rinnovamento", legato alla primavera del Concilio, ha fatto seguito una condizione di "spiazzamento" , frutto della nuova consapevolezza del pluralismo delle culture, delle urgenze storico-politiche, dei bisogni e delle espressioni spirituali e religiose. Nell'ambito della ricerca teologica lo spiazzamento si è delineato nel profilarsi di nuovi luoghi geografici di elaborazione (America Latina, Africa, Asia) accanto al monopolio europeo tradizionale, di nuovi protagonismi (in primo luogo quello dei laici e delle donne) rispetto al preponderante clericalismo e maschilismo del passato, di nuovi metodi, in rapporto specialmente all’emergere della rilevanza della prassi per il pensiero della fede ("ortoprassi"). La dialettica fra "regionalizzazione" e "globalizzazione" - caratteristica delle trasformazioni dell'ultimo quarto del secolo - è venuta inoltre ad incidere non poco su questo "deplacement": se l'attenzione alla "inculturazione" della fede domanda la recezione approfondita delle sfide dei contesti e l'assunzione insieme positiva e critica dei linguaggi, espressioni di eredità culturali e di sistemi relazionali fra loro anche molto differenti, essa è inseparabile dalla questione decisiva della comunicazione della fede stessa, della possibilità cioè di mantenere legami reali di unità e di reciproca intesa fra teologie e prassi cristiane variamente contestualizzate. Il processo di "globalizzazione" in atto a livello planetario sfida insomma i processi di inculturazione a non enfatizzare a tal punto i singoli contesti da impedire il dialogo e l’incontro delle diversità in una rete comunicativa più vasta e profonda delle diversità stesse, quanto mai necessaria e rilevante quando si ha a cuore la comunione nell’unica fede .
Infine, il Concilio si offre come Concilio della storia perché riscopre l’indole escatologica del popolo di Dio come dimensione costitutiva e qualificante di tutta la sua esistenza (si pensi al capitolo VII della Lumen Gentium): l'avvenire della promessa tocca la Chiesa in tutte le sue fibre, come «l’aurora dell' atteso nuovo giorno che colora di sé tutte le cose» (J. Moltmann). Anche qui la recezione del Concilio è lungi dall'essere compiuta: essa investe non solo il compito di permanente "aggiornamento" e di continua riforma della comunità ecclesiale, ma anche lo slancio missionario di tutto il popolo di Dio e l'apertura ecumenica. Sempre più si avverte che la fedeltà al Concilio esige una più viva responsabilità della ricerca teologica nei confronti della vita della comunità ecclesiale e della sua missione al servizio del Vangelo. Lo sforzo del rinnovamento ha ispirato a tutti i livelli e in tutte le forme - da quella della codificazione canonica, a quella delle grandi scelte pastorali, a quella dei cammini personali - il cammino della Chiesa in questi anni: la teologia non è stata certo assente da questi processi, ma la via da percorrere è tutt'altro che conclusa! La crescente coscienza missionaria provoca anzi incessantemente i credenti a «uscire dall'accampamento» (Eb 13,13), mettendo in crisi pastorali solo ritualistiche, confini troppo angusti, per promuovere un nuovo rapporto con i "lontani" e una nuova cooperazione fra le Chiese sul piano della missione. L’ecumenismo, poi, che ha visto crescere il consenso teologico su alcuni punti decisivi (specialmente riguardo al battesimo e all'eucaristia, oltre che sulla dottrina della giustificazione), vive nuove resistenze e stanchezze, pur conoscendo uno sviluppo della testimonianza comune dei cristiani in non pochi campi e in non pochi luoghi. In particolare, la crescente urgenza del dialogo fra le religioni mondiali, stimolato dai processi di migrazione di massa e sfidato dal cosiddetto "scontro delle civiltà" (S. Huntington), esige più che mai una testimonianza comune da parte dei discepoli di Cristo. Le difficoltà e le lacerazioni che permangono non possono essere ragione di rinuncia o di disillusione: esse richiedono anzi una più profonda recezione della profezia conciliare da parte del popolo credente, perché il cammino verso l’unità che Cristo vuole e verso la pace nella giustizia e nella riconciliazione è esigenza irrinunciabile e impegno prioritario dell'essere e dell'agire ecclesiali. Ancorare al futuro promesso il presente della Chiesa in cammino nel tempo significa recepire in profondità le scelte che il Vaticano II ha avviato, riconoscendo nell’"éschaton" l'orizzonte ultimo, che impedisce ai credenti di sentirsi arrivati e di cedere a qualsivoglia presunta "estasi dell’adempimento".
È nello scenario descritto che è possibile situare in maniera più precisa la concezione del rapporto fra Parola e storia nel Vaticano II: è possibile farlo precisamente in rapporto alla memoria, alla coscienza dell'oggi e alla profezia del futuro proposte come chiavi ermeneutiche dal "Concilio della storia".
1. La storia e la Parola, memoria di Dio
È lo Spirito la memoria vivente di Dio, è Lui che la dona alla Chiesa. Perciò, è Lui che fa entrare i credenti in tutta la verità del Padre, rivelata una volta per sempre nel Suo Figlio Gesù: «Quando verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera» (Gv 16,13). La verità - secondo la concezione biblica - non è l'alétheia greca, il toglimento del velo per l'esibirsi alla visione di ciò che era precedentemente nascosto, ma è l’’emet, la fedeltà al patto, il dimorare nell'alleanza con Dio. In quanto Spirito della verità, il Paraclito è dunque Colui che attua la fedeltà di Dio, rendendo presente ad ogni tempo e in ogni luogo l'evento del Suo dono. Nella storia lo Spirito realizza così il memoriale dell'alleanza, facendo risuonare nel tempo le parole di vita in cui si dicono la Parola e il Silenzio di Dio: è la Scrittura, allora, il luogo per eccellenza dell'azione dello Spirito, perché in essa la Parola di Dio viene ad abitare nelle parole degli uomini grazie all'azione del Consolatore. Con la Scrittura, però, è anche la Tradizione vivente della fede pensata e vissuta nella comunione ecclesiale a offrirsi come luogo peculiare dell'opera dello Spirito Santo: anche ai testimoni della Tradizione si volgerà pertanto l'ascolto del credente per incontrare ed accogliere quanto l'Eterno continuamente dice alla Chiesa vivente nel tempo.
a) Nello Spirito la Parola è forza veniente dall'alto, «viva ed efficace, più tagliente di ogni spada a doppio taglio: essa penetra fino al punto di divisione dell'anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore» (Eb 4, 12). La Parola di Dio produce ciò che annuncia: «Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l'ho mandata» (Is 55,10s). Perciò la Scrittura ispirata da Dio – custode della Parola - «è utile per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia, perché l'uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona» (2 Tm 3,16). Alla Parola, consegnata nella Scrittura, si deve allora ascolto, «fiducia ed obbedienza, in vita come in morte» (Karl Barth): in essa parla il Dio vivente e santo. In essa lo Spirito realizza il dialogo dello Sposo con la Sposa, la Chiesa. La Scrittura è la fonte dell'esistenza credente: da essa la fede attinge il suo oggetto, in essa trova il suo criterio, da essa riceve la sua forza, grazie ad essa è perennemente giovane e capace di parlare alle diverse generazioni degli uomini, bisognose di ascoltare la Parola dell'Altissimo, che sola è Parola di vita eterna (cf. Gv 6,69).
Tuttavia, per ascoltare la Parola nelle parole della Scrittura la fede avrà bisogno dell'esegeta, che le fornisca il contatto più fedele col testo e il messaggio che vi dimora: e l'esegeta, che solo attua pienamente il ponte fra la Parola e la vita, consentendo di interpretare la lettera perché schiuda il suo tesoro nascosto, è lo Spirito. «Il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v'insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Gv 14,26). Se il Verbo incarnato è l'esegeta del Padre (cf. Gv l,18), lo Spirito è l'esegeta del Figlio, Spirito di verità, che glorificherà Gesù manifestando le ricchezze del Suo mistero: «Quando verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da se, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l'annunzierà» (Gv 16,13s). Lo Spirito è la forza di attrazione, l'amore estatico di Dio, per il quale Egli esce dal silenzio e si comunica nella Parola, suscitando un amore di risposta, parimenti estatico, bisognoso di uscire dal chiuso del proprio mondo, per immergersi nei sentieri senza fine del Silenzio, cui fedelmente conduce l'evento di rivelazione. «A Dio che rivela è dovuta l'obbedienza della fede (cf. Rom 16,26; Rom 1,5; 2 Cor 10,5-6)», ma «perché si possa prestare questa fede, è necessaria la grazia di Dio che previene e soccorre e gli aiuti interiori dello Spirito Santo, il quale muova il cuore e lo rivolga a Dio, apra gli occhi della mente, e dia a tutti dolcezza nel consentire e nel credere alla verità» (Dei Verbum, 5). Lo Spirito agisce dunque nella storia anzitutto attraverso la Parola del Dio vivo, verso cui dispone i cuori e da cui fa scaturire fiumi di acqua viva.
b) La Parola, consegnata nella Scrittura, è trasmessa vitalmente nella vivente Tradizione della fede ecclesiale. L'eccedenza del Vangelo rispetto al testo scritto, la non obiettivabilità dello Spirito rispetto alla "lettera" e la caratteristica di presenza attuale dell'evento di Cristo, connessa con l'azione dello Spirito per assistere la Chiesa nel compito di interpretare la Parola, sono le radici del concetto teologico di Tradizione: lungi dall'essere meccanica ripetizione di ciò che è morto, la tradizione è vita che trasmette la vita. L'avvento divino suscita il popolo dei pellegrini che - di testimone in testimone - trasmette a tutte le generazioni la memoria dell'Eterno, legata al testo della Scrittura ispirata, ma anche al contesto dell'annuncio e della prassi credente, in cui lo Spirito opera per condurre la Chiesa verso la pienezza della verità divina. Generata dalla Parola, la comunità diventa allora il luogo vivente della Parola, che in essa raggiunge e suscita figli per Dio. Nella Tradizione vivente la memoria della fede si fa presenza ed esperienza attuale, per cui l'avvento compiutosi una volta per sempre in Gesù Cristo viene a farsi contemporaneo all'oggi degli uomini nella forza dello Spirito Santo. In questo senso, si potrebbe affermare che la Tradizione è la storia dello Spirito nella storia della Sua Chiesa: «Così Dio, il quale ha parlato in passato, non cessa di parlare con la Sposa del suo Figlio diletto, e lo Spirito Santo, per mezzo del quale la viva voce dell'Evangelo risuona nella Chiesa e per mezzo di questa nel mondo, introduce i credenti in tutta intera la verità e in essi fa risiedere la parola di Cristo in tutta la sua ricchezza (cf. Col 3,16)» (Dei Verbum, 8). Nella Tradizione - custodita, garantita e promossa dal ministero dell'unità -il dialogo dell'avvento e dell'esodo, registrato in maniera normativa e fontale nella Scrittura, si fa dialogo attuale grazie alla proclamazione ecclesiale dell'evangelo con la parola e con le opere: in essa l'acqua della vita viene a scorrere in tutti i tempi, per raggiungere e rinnovare l'oggi di ogni cuore e di ogni situazione umana.
La Tradizione si esprime in una varietà di luoghi, nei quali è possibile riconoscere l'azione dello Spirito nel Suo ruolo di memoria potente di Dio: fra questi emerge in modo del tutto particolare nella liturgia, dove il mistero proclamato, celebrato e vissuto si offre con un eccezionale valore di totalità: «Nella liturgia lo Spirito che ispirò le Scritture parla ancora; la liturgia è la Tradizione stessa nel suo più alto grado di potenza e di solennità» (D. Guéranger). Con i suoi testi la liturgia plasma il linguaggio della fede e ne è a sua volta espressione ("lex orandi, lex credendi"): in essa lo Spirito irrompe sempre di nuovo nella storia per rendervi presente ed efficace l'alleanza con Dio ("epiclesi"). E’ però l'intera storia e vita della Chiesa nel tempo - che nella liturgia trova il suo culmine e la sua fonte (cf. Sacrosanctum Concilium 10), il luogo di risonanza e di presenza dell'avvento della Parola di Dio sotto l'azione dello Spirito: la globale, ininterrotta trasmissione ecclesiale del messaggio di testimone in testimone è il grande canale attraverso cui ci giunge fresca e vivente la voce dell'evangelo. Non è solo la fede registrata nei testi e negli enunciati, la "fides quae creditur", ad alimentare la fedele memoria dell’Eterno, ma anche la fede vivente, l'atto di credere ed abbandonarsi in Dio, quella "fides qua creditur", che una innumerevole schiera di testimoni ha vissuto e vive per attrazione e dono del Consolatore. Alla scuola di questa fede, anche semplice e inespressa, si potrà far memoria delle meraviglie del Signore per aprire le menti e i cuori all'azione di grazie e al nuovo delle promesse di Dio contenute nella Sua Parola. Anche così si fa riconoscere la memoria efficace di Dio nel Suo Spirito...
c) Si comprende così come il luogo dell'azione dello Spirito che comprende tutti gli altri e li charifica, il sacramento nel tempo dell'unico e definitivo Sacramento di Dio, che è il Verbo incarnato, sia la Chiesa: «Come potranno credere, senza averne sentito parlare? e come potranno sentirne parlare senza uno che lo annunzi? e come lo annunzieranno, senza essere prima inviati?» (Rom 10,17). Di testimone in testimone, di fede in fede, la Parola risuonata nella pienezza del tempo raggiunge, per la forza dello Spirito, gli umili "oggi" della storia: la Chiesa è la visibilità sacramentale dell'azione dello Spirito nella storia, carica di tutta la luce che Egli le dona, come delle oscurità e pesantezze che caratterizzano la vita dei suoi figli. In questo senso la Chiesa è luogo dello Spirito in quanto è inseparabilmente "kenosi" e splendore della Trinità. Credere - come atto di affidamento al Mistero santo di Dio per la mediazione del Verbo e nella forza del Consolatore - vuol dire entrare nella compagnia della fede, solidale lungo il corso dei tempi e partecipata oggi nella comune confessione del popolo dei pellegrini di Dio. Dalla comunione ogni singolo credente riceve la vita della fede: alla comunione ciascuno dona sotto l'azione dello Spirito il suo contributo di pensiero e di vita. Se è ai piccoli che è dato conoscere i misteri del Regno (cf. Mt 11,25), da essi, dal popolo umile e povero dei credenti, è possibile imparare le cose di Dio: «Dobbiamo credere che un popolo ignorante ci può insegnare le cose di Dio» (Carlos Mesters). L'esistenza credente si nutre, cioè, del "senso della fede", che lo Spirito Santo effonde nel cuore di tutti i battezzati, e dal loro linguaggio, dal loro dirsi le meraviglie del Signore, essa apprende a sua volta a parlare di Dio: prima di essere parola, la fede è ascolto e silenzio davanti alla vita dei santi, dove meno infedelmente l'amore, narrato nell'evento pasquale, si rende presente nel tempo degli uomini grazie all'azione del Consolatore. Alla scuola della carità vissuta, di quella povertà che è "cattedra ineccepibile" (don Lorenzo Milani), la fede conosce il suo oggetto e se ne lascia contagiare e pervadere. In particolare, prima di parlare al popolo di Dio, ogni esperienza riflessa della fede se ne deve far voce, accogliendone la vita, la gioia, la speranza e il dolore con profondo rispetto: «La teologia di null'altro ha maggior bisogno che dell'esperienza religiosa della gente, concretantesi in simboli e racconti; se ha questa, non le necessita più niente altro, purché non voglia perire d'inedia ruminando i suoi propri concetti» . In quanto il linguaggio nasce dalla comunione e tende a stabilirla, il linguaggio della fede ha bisogno della comunione: il mondo soprannaturale del linguaggio di fede si apre, cioè, e in modo ancor più evidente che il mondo linguistico naturale, soltanto in ed attraverso la comunione con gli altri uomini, in cui agisce lo Spirito di unità, memoria potente di Dio. Senza la vivente e nutriente compagnia della fede, senza il comune proclamare, celebrare e sperimentare il Mistero, la parola della fede sarebbe vuota, esile vento senza forma né storia. Veramente, «la comunicazione del senso della fede non può essere che l’autotestimonianza, storicamente responsabile e quindi razionale, della fede stessa concretamente esistente. La comunicazione del senso della fede è espansione del vissuto della fede stessa dentro le maglie del senso che la storia umana tesse incessantemente» . La "communio sanctorum" nutre il pensiero e la vita come luogo dove lo Spirito fa presente la memoria di Dio...
2. La storia e la Parola nell’”oggi” di Dio
Alla memoria di Dio, viva e potente nello Spirito, la fede del discepolo non può non coniugare la consapevole assunzione del presente. Nello Spirito l’”oggi” degli uomini è visitato e trasformato per divenire l’”oggi” di Dio, l'ora della sua grazia: «Vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio. Egli dice infatti: Al momento favorevole ti ho esaudito e nel giorno della salvezza ti ho soccorso. Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!» (2 Cor 6,2). Nello Spirito la condizione esodale è raggiunta dalla luce irradiante del Verbo, che a sua volta ne è interrogata e perciò più in profondo scrutata: perciò, «è dovere di tutto il popolo di Dio, soprattutto dei pastori e dei teologi, con l'aiuto dello Spirito Santo, di ascoltare attentamente, discernere e interpretare i vari modi di parlare del nostro tempo, e di saperli giudicare alla luce della Parola di Dio, perché la verità rivelata sia capita sempre più a fondo, sia meglio compresa e possa venire presentata in forma più adatta» (Gaudium et spes, 44). L'ascolto della condizione umana nel suo aspetto personale ed in quello storico-sociale diventa allora componente irrinunciabile del discernimento dell'azione dello Spirito Santo nella storia presente: «Il popolo di Dio mosso dalla fede, per cui crede di essere condotto dallo Spirito del Signore, che riempie l'universo, cerca di discernere negli avvenimenti, nelle richieste e nelle aspirazioni, cui prende parte con gli altri uomini del nostro tempo, quali siano i veri segni della presenza e del disegno di Dio. La fede infatti tutto rischiara di una luce nuova, e svela le intenzioni di Dio sulla vocazione integrale dell'uomo e perciò guida l'intelligenza verso soluzioni pienamente umane» (ib., 11). Gli eventi della storia, in quanto abitati dallo Spirito che parla al Suo popolo, si offrono come “segni del tempo”, cui deve corrispondere l'impegno della fede, che interpreta e agisce: «E’ dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo, così che, in un modo adatto a ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura e sul loro reciproco rapporto. Bisogna infatti conoscere e comprendere il mondo in cui viviamo, nonché le sue attese, le sue aspirazioni e la sua indole spesso drammatica» (ib., 4; cf. Mt 16,2s; Lc 12,54-56).
a) Il riconoscimento dell'azione dello Spirito nel presente richiede un'attenta opera di discernimento, che abbraccia inseparabilmente tre momenti: l'assunzione della complessità; il confronto con la Parola; l'indicazione di piste provvisorie e credibili. Assumere la complessità significa riconoscere la mondanità del mondo in tutto il gioco incatturabile dei rapporti storici che la caratterizzano. Assume la complessità chi non legge la storia a partire da uno schema ideologico precostituito, chi si sforza di lasciarsi inquietare e provocare nei suoi pregiudizi, chi accetta di sopportare il peso di non avere diagnosi già fatte e terapie predeterminate. Certamente nessuno pretenderà di essere privo di pre-comprensioni: ma è proprio questa onesta coscienza che deve disporre alla vigilanza e alla fatica di lasciarsi raggiungere e segnare dalla pesante oggettività del reale. La complessità è, in tal senso, una sfida, è il duro ceppo delle storie concrete, che impedisce ogni coscienza falsamente tranquillizzante, ogni progetto puramente utopico, ogni memoria semplicemente consolatoria. Se la storia è sempre storia aperta, non c'è evoluzionismo del progresso che tenga, non c'è ottimismo della volontà che possa ignorare il gioco complesso delle libertà finite e delle contingenze. La fede deve allora educarsi sempre nuovamente ad assumere la complessità, a rispettarla nella sua irriducibilità, a stare in essa con umiltà e condivisione, a sopportarla nella carità. Solo a questo prezzo essa non diventa ideologia, lettura facile e prefabbricata del mondo, conciliazione ideale che ignora la verità e le perenni incompiutezze del reale. E’ qui che il credente, al di là del necessario atteggiamento di attenzione e di amicizia che ogni discepolo di Cristo deve avere verso tutto quanto è umano, ha bisogno di servirsi della mediazione culturale e socio-analitica, avvalendosi dei risultati della conoscenza storica, della psicologia, della sociologia, dell'antropologia, della letteratura, dell'ermeneutica, della filosofia e di tutte le altre scienze cosiddette umane, capaci di fornirgli un'ampia e articolata conoscenza del mondo e dei suoi linguaggi. Egli non presumerà di sostituirsi agli esperti dei vari campi e non esiterà a lasciarsi provocare da essi, dalle loro letture, dalle loro interpretazioni, facendo tesoro delle loro proposte ed avvertendo il peso inquietante delle loro domande. Lungi dal chiudersi in un tranquillo castello di facili certezze, la coscienza critica della Chiesa impegnata a discernere i segni dei tempi dovrà vivere sulla breccia della storia, nel dialogo e nella compagnia esigente e feconda con gli uomini, che fanno la reale vicenda in cui è posta: proprio così, essa si aprirà a riconoscere ed accogliere docilmente l'azione dello Spirito che nell’”oggi” degli uomini rende presente l’”oggi” di Dio.
b) Questa assunzione della complessità porta con se l'inevitabile rischio di aver a che fare con l'ambiguità della storia: le luci si mescolano alle ombre, le generosità agli egoismi, la sofferenza innocente alle cause individuali e strutturali della passione del mondo, le speranze agli inganni e alle disillusioni. La possibilità di lasciarsi confondere è sempre incombente: quante volte la teologia ha ceduto alle seduzioni dello spirito del tempo e delle mode del momento! E per questo che la fede ha bisogno di un criterio di orientamento: e questo non può trovarsi che nella stessa Parola dell'avvento, li dove il Dio vivo si è offerto alla storia per giudicarla e salvarla e nello Spirito parla al Suo popolo. Il confronto con la Parola è indispensabile momento del discernimento: occorre «tenere su una mano la Bibbia e sull'altra il giornale» (Karl Barth). Esperto della complessità, il credente non cercherà nella Parola soluzioni già pronte o facili risposte: egli accetterà di ascoltarla fedelmente e di obbedire ad essa nella pazienza di itinerari di comprensione non sempre brevi e luminosi. Alla Parola porterà la storia reale, le domande aperte, le luci intraviste, i sentieri interrotti: ad essa chiederà la luce che basta per orientare il cammino e sostenere la lotta, per prendere posizione e giudicare lì dove è necessario e possibile, per attendere e pazientare lì dove non c'è ancora chiarezza. In tal modo la Parola stessa si lascerà rischiarare di risonanze nuove, di echi impensati, in una fusione di orizzonti fra la testimonianza originaria e il presente, che è vera esperienza di apertura al nuovo di Dio. E’ così che l'avvento cammina con l'esodo nel miracolo sempre nuovo dell'azione del Consolatore: è così che si ascolta ciò che lo Spirito "oggi" dice alle Chiese...
c) Nell'incontro fra storia e Parola il discernimento della fede si schiude a proposte provvisorie e credibili: esso non conduce a soluzioni totali e definitive, perché tutto quanto consente di proporre è segnato dalla infinita contingenza della complessità della vita; e tuttavia, tende a dare indicazioni credibili, sulle quali si possa fare affidamento, proprio perché radicate nella fedeltà all'uomo e nell'esigente e normativa fedeltà alla Parola di Dio. Leggendo la storia nel Vangelo, il discernimento legge analogamente il Vangelo nella storia: esso osa proporre il punto di vista dell'Avvento, nella fiducia della fedeltà divina, che nello Spirito parla anche alla storia presente. E’ in tal modo che è possibile riconoscere i "segni dei tempi", quegli eventi storici che riescono a creare consenso universale, tali per cui il credente è confermato nel verificare l'immutato e drammatico agire di Dio nella storia e il non credente è orientato a individuare scelte sempre più vere, coerenti e fondamentali a favore di una promozione globale dell'umanità. In questi segni è all'opera lo Spirito di verità, che attua la fedeltà di Dio a ogni ora, a ogni luogo. Esempi concreti e generali di tali segni sono l'aspirazione alla giustizia, alla libertà e alla pace, la presenza universale di testimoni fedeli del Vangelo e della radicalità dell'amore, spinta fino al dono irradiante della vita. Nel concreto delle storie in cui la fede si trova ad essere vissuta altri segni potranno offrirsi al discernimento: «Spetta alle comunità cristiane analizzare obiettivamente le situazioni del loro paese, chiarirle alla luce delle parole immutabili del Vangelo, attingere i principi di riflessione, i criteri di giudizio, le direttive di azione...» (Octogesima adveniens, 3). Grazie al discernimento credente di queste comunità l'avvento viene riconosciuto e accolto nella molteplice e cangiante diversità dell'umano, in una pluralità di espressioni, che è tanto più autentica, quanto più veramente in grado di coniugare la fedeltà a Dio e la fedeltà alla storia. Quello che sempre si richiederà, sarà che questi segni, nel rispettare la verità dell'esodo e quella dell'avvento, ne indichino luoghi possibili e concreti di incontro, sì da proporre vie reali ed efficaci, in cui il cammino umano verso la giustizia per tutti e la promozione della dignità di ciascuno si coniughi alla glorificazione di Dio.
L'azione dello Spirito nella storia, riconosciuta ed accolta mediante il discernimento della fede, viene ad esprimersi soprattutto nella carità ecclesiale, in quella forza dell'amore veniente da Dio, per la quale la comunità cristiana raccoglie la sfida dei segni del tempo, si fa solidale con l'uomo concreto e lo serve nella causa della sua promozione più piena e perciò della liberazione da tutto quanto offende la sua dignità di figlio di Dio. Su questa via si schiude agli occhi della fede la misteriosa presenza del Signore nella più grande varietà delle situazioni umane: Cristo si nasconde nei poveri, negli affamati, negli assetati, negli emarginati e sofferenti, nei bambini sfruttati, nelle donne calpestate, negli ultimi (cf. Mt 25,31ss). Chi alla fame e sete di tutti costoro risponde con amore libero e liberante, diviene vangelo vivente, la Parola scritta dallo Spirito non più su tavole di pietra, ma nella carne degli uomini (cf. 2 Cor 3,3): «Cristo non ha mani, ha soltanto le nostre mani per fare il suo lavoro oggi; Cristo non ha piedi, ha soltanto i nostri piedi per andare agli uomini oggi; Cristo non ha labbra, ha soltanto le nostre labbra per annunciare il suo vangelo oggi. Noi siamo l'unica Bibbia, che tutti gli uomini leggano ancora. Noi siamo l'ultimo appello di Dio, scritto in parole e in opere» (da una preghiera del XIV secolo). La presenza di Cristo all'oggi di dolore e di lacrime si fa riconoscibile dove c'è chi ama in suo nome: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35). Nell'amore del prossimo si rivela l'amore di Dio (cf. Mc 12,28-31 e par.): «Chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1 Gv 4,20). In questo amore concreto Cristo si fa presente nel Suo Spirito e dice le Sue parole di vita eterna. L'altro, bisognoso d'amore o testimone di amore vivo, è nello Spirito un vero sacramento dell'incontro con lui: luogo dello Spirito, appuntamento di salvezza (cf. Gen 1,26; Mt 25,31ss; Rom 8,29; Col 3,10).
3. La storia, la Parola e l'avvenire di Dio
L'azione dello Spirito nella storia non solo rende presente il mistero dell'avvento compiutosi nel Signore Gesù, trasformando l’”oggi” degli uomini nell’”oggi” della salvezza, ma "tira" anche nel presente del mondo l'avvenire della promessa di Dio, di cui è pegno e caparra: «E Dio stesso che ci conferma, insieme a voi, in Cristo, e ci ha conferito l'unzione, ci ha impresso il sigillo e ci ha dato la caparra dello Spirito nei nostri cuori» (2 Cor 1,22). «Provvisoriamente, il mondo nuovo si inserisce nell'antico. L'ottavo giorno non esiste che negli altri sette. D'ora in poi, perciò, l'uomo farà parte quaggiù di due città, ricettacoli di due mondi. Egli non cessa di appartenere ad una città terrestre perché non cessa di essere uomo, e uomo della terra; ma non è più legato ad essa con gli stessi vincoli esclusivi, perché egli è introdotto in una città nuova in cui si svolge la sua esistenza. Questa città nuova, custode e matrice del nuovo universo, è la Chiesa» . Il popolo di Dio vive così della tensione fra il primo ed il secondo avvento del suo Signore, ricco del dono già ricevuto e proteso al compimento di quanto della nuova creazione non ancora è stato realizzato: «La promessa restaurazione che aspettiamo è già incominciata in Cristo, è portata innanzi nella missione dello Spirito Santo e per mezzo di lui continua nella Chiesa... Già è arrivata a noi l'ultima fase dei tempi (cf. 1 Cor 10,1) e la rinnovazione del mondo è stata irrevocabilmente fissata e in un certo modo realmente è anticipata in questo mondo: difatti la Chiesa già sulla terra è adornata di una santità vera, anche se imperfetta» (Lumen Gentium, 48). Il tempo della Chiesa non è ancora l'ultimo tempo, ma il tempo "penultimo", nel quale deve essere portata alla sua pienezza la salvezza già incominciata: «Fino a che non vi saranno i nuovi cieli e la terra nuova, nei quali la giustizia ha la sua dimora (cf. 2 Pt 3,13), la Chiesa pellegrinante, nei suoi sacramenti e nelle sue istituzioni, che appartengono all'età presente, porta la figura fugace di questo mondo, e vive tra le creature, le quali sono nel gemito e nel travaglio del parto sino ad ora e sospirano la manifestazione dei figli di Dio (cf. Rom 8,19-22)» (ib.). La dimensione escatologica viene così a pervadere l'intera realtà ecclesiale: "Ecclesia viatorum", la Chiesa dei pellegrini generata da Cristo nello Spirito per lo stesso Cristo nell'unico Spirito di vita va verso il Padre. Il luogo per eccellenza in cui lo Spirito anticipa il domani di Dio, facendo presente il "già" della salvezza nella comunità ecclesiale per lievitarla verso il "non ancora", è l'economia sacramentale: attraverso i vari sacramenti, soprattutto attraverso l'eucaristia, vertice e fonte dell'intera esistenza redenta, il memoriale della Pasqua del Signore, compiuto mediante l'epiclesi del Consolatore, mentre è per ciascuno caparra di gloria, fa crescere l'intera comunità verso il compimento. Nell'evento sacramentale il non ancora promesso diventa sempre più esperienza già condivisa: l'avvenire di Dio si affaccia così nell'oggi e l'attesa delle cose ultime, pregustata nella fede e nella speranza, ravviva e nutre nel popolo santo di Dio l'esodo verso la Patria promessa.
a) Da questa indole escatologica, frutto dall'incessante azione dello Spirito, deriva alla Chiesa anzitutto la consapevolezza della propria relatività: essa riconosce di non essere un assoluto, ma uno strumento, non un fine, ma un mezzo, non "domina", ma povera e serva nella sua condizione di pellegrina. Il popolo di Dio è teso verso un compimento, che non si avrà «se non nella gloria del cielo, quando verrà il tempo della restaurazione di tutte le cose (At 3,21), e quando col genere umano anche tutto il mondo, il quale è intimamente unito con l'uomo e per mezzo di lui arriva al suo fine, sarà perfettamente ricapitolato in Cristo (cf. Ef 1,10; Col 1,20; 2 Pt 3,10-13)» (Lumen Gentium, 48). In questa condizione esodale, nessuna acquisizione, nessun successo deve temperare l'ardore dell'attesa: ogni presunzione di essere arrivati, ogni "estasi dell'adempimento" è tentazione e freno. La Chiesa dello Spirito non è già il Regno nella gloria, ma solo il Regno iniziato, «praesens in mysterio» (ib., 3): essa porta in se la figura fugace di questo mondo e vive il gemito e il travaglio del nascere dei cieli nuovi e della terra nuova. Ogni identificazione terrena del Regno va rifiutata: la Chiesa - docile al soffio dello Spirito - è «in via et non in patria», e perciò «semper reformanda», chiamata a incessante rinnovamento e continua purificazione, non appagata e non appagabile da qualsiasi conquista umana. Nello stupore della lode, nella fatica del servizio, nell'annuncio della Parola, nella celebrazione dei sacramenti, nella contemplazione della fede, la Chiesa sa di doversi lasciare sempre più possedere dal suo Sposo, per «tendere incessantemente verso la pienezza della verità divina, finche in essa giungano a compimento le parole di Dio» (Dei Verbum, 8). Nulla è più lontano dallo stile di una Chiesa docile allo Spirito operante nella storia che un atteggiamento di trionfalismo, di cedimento di fronte alla seduzione del potere presente e del possesso in questo mondo. Il popolo di Dio, nato ai piedi della Croce e pellegrino nel lungo Venerdì Santo, che è la storia dell'uomo sulla terra, non dovrà mai scambiare le pallide luci di qualche gloria mondana con la luce della Gloria promessa nella vittoria di Pasqua. Finalità ultima della Chiesa non è affermarsi secondo le misure della grandezza di questo mondo, ma cantare il suo "Nunc dimittis", come il vecchio Simeone, quando si leverà per tutti, senza più veli, la luce delle genti.
b) L'indole escatologica porta la Chiesa a relativizzare anche le grandezze di questo mondo: tutto è sottoposto al giudizio della promessa del Signore, sempre viva e attuale nella forza dello Spirito. La presenza dei cristiani nella storia è nel segno dell'esilio e della lotta: «"Finche abitiamo in questo corpo siamo esuli lontani dal Signore" (2 Cor 5,6) e avendo le primizie dello Spirito, gemiamo dentro di noi (cf. Rm 8,23) e bramiamo di essere con Cristo (cf. Fil 1,23). Dalla stessa carità siamo spronati a vivere più intensamente per Lui, che per noi è morto e risuscitato (cf. 2 Cor 5,15). E per questo ci sforziamo di essere in tutto graditi al Signore (cf. 2 Cor 5,9) e indossiamo l'armatura di Dio per potere star saldi contro gli agguati del diavolo e resistere nel giorno cattivo (cf. Ef 6,11-13)» (Lumen Gentium, 48). In nome dello Spirito, che la anima, la Chiesa sarà allora sovversiva e critica verso tutte le miopi realizzazioni delle speranze di questo mondo: presente ad ogni situazione umana, solidale col povero e con l'oppresso, non le sarà lecito identificare la sua speranza con una delle speranze della storia. Questa vigilanza critica non significa, però, disimpegno: essa è, al contrario, costosa ed esigente. Si tratta di assumere le speranze umane e di verificarle al vaglio della resurrezione del Signore, che da una parte sostiene ogni impegno autentico di liberazione e di promozione umana, dall'altra contesta ogni assolutizzazione di mete terrene. In questo duplice senso, la speranza ecclesiale, speranza della resurrezione, è resurrezione della speranza: essa dà vita a quanto è prigioniero della morte e giudica inesorabilmente quanto presuma di farsi idolo dei cuori e della vita. In nome della sua "riserva escatologica" la Chiesa non può identificarsi con alcuna ideologia, forza partitica o sistema, ma di tutti deve essere coscienza critica, richiamo dell'origine prima e della destinazione ultima, stimolo affinché si promuova tutto l'uomo in ogni uomo. Il popolo di Dio, memore della patria, è scomodo e inquietante, libero per la fede e servo per amore, tutt'altro che strumento del sistema o protagonista del compromesso o fermo nel disimpegno spiritualista. La meta, che fa i cristiani stranieri e pellegrini in questo mondo, non è sogno che alieni dal reale, ma forza stimolante dell'impegno per la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato nell'oggi del mondo.
c) Infine, il richiamo della patria, già pregustata nella promessa, riempie la Chiesa di speranza e di gioia: la sua indole escatologica è anticipazione militante nella forza dello Spirito della vittoria sul dolore, sul male e sulla morte. «Stimando dunque che "le sofferenze del tempo presente non sono adeguate alla futura gloria, che si manifesterà in noi" (Rm 8,18; cf. 2 Tim 2,11s.), forti nella fede aspettiamo "la beata speranza e la manifestazione gloriosa del nostro grande Dio e Salvatore Gesù Cristo" (Tt 2,13)» (Lumen Gentium, 48). Nonostante le prove e le contraddizioni del presente, il popolo di Dio esulta già nella speranza, che la promessa divina ha acceso nella sua fede: sostenuta da questa speranza, garanzia certa che l'ultima parola della storia non saranno il dolore, il peccato e la morte, ma la gioia, la grazia e la vita, la Chiesa è pellegrina verso la meta, già ora esultante per essa. In lei si realizza la parola del Salmo: «Quale gioia quando mi dissero: Andremo alla casa del Signore!» (Sal 122,1). La gioia non nasce dalla presunzione di edificare una scala verso il cielo, una sorta di nuova torre di Babele del mondo prigioniero di sé: la pace e la forza della Chiesa sono radicate nella sua vocazione escatologica, nella certezza che lo Spirito del Signore è già all'opera in lei per edificare nel tempo degli uomini l'avvenire promesso da Dio. Dio "ha tempo" per l'uomo e costruisce con lui la sua casa: la Gerusalemme, sospirata ed attesa, scende già dal cielo (cf. Ap 21,2). Ai credenti resta il compito di vivere il mistero dell'Avvento nel cuore della vicenda umana: «Lo Spirito e la Sposa dicono: Vieni!» - ad essi il Vivente risponde: «Sì, vengo presto!» (Ap 22,17.20). La coscienza dell'azione dello Spirito Santo nella storia, come memoria dell'origine, "oggi" della grazia e anticipazione dell'avvenire promesso, fa così risuonare in modo sempre nuovo nella prassi della fede il messaggio della speranza, impegnativa e gioiosa, che nasce dalla buona novella...
Conclusione: il canto del testimone
«lntoniamo il canto di lode per la morte della Chiesa, morte che ci riconduce alla sorgente della vita santa in Cristo» . Un innamorato cantore della Chiesa intona il canto in morte della Chiesa: non lo fa per debolezza di convinzioni o per paura di pericoli, ma per quella più alta intelligenza d'amore, cui solo aprono gli occhi della fede. Egli ha compreso che la Madre non ha altra ambizione al di fuori di quella di generare figli per Dio. Morire per dare ad essi la vita è il supremo destino dell'Amata. Egli sa che la Chiesa, sacramento dell'eternità nel tempo, cederà il posto alla piena luce della gloria, quando Cristo finalmente verrà nel suo ultimo avvento. La "kénosi" divina cederà il posto allo splendore dell'ultimo giorno: la Trinità, di cui la Chiesa è "icona", rifulgerà nell'universo intero e in ogni cuore. Come l'amata di Giacobbe nel partorire il «figlio del dolore», divenuto il prediletto d'Israele, così la Chiesa morirà nel generare l'umanità allo splendore del giorno eterno: «La Chiesa cesserà forse di esistere al compimento dei tempi e la sua luce verrà spenta in qualche modo da una morte? Noi rispondiamo: quando senti Chiesa, sappi che ti si parla della santa moltitudine dei credenti. La sua morte, secondo il principio vitale dell'esistenza visibile e carnale, è un andare là, dove noi conseguiremo il diritto di cittadinanza e la vita in Cristo; la sua morte è la svolta per una trasformazione in ciò che v'è di meglio in tutto il creato. La morte di Rachele significa dunque veramente la morte spirituale in Cristo per la moltitudine dei credenti, ossia per la Chiesa; una morte che ci introduce in un'altra vita, dalla debolezza ci conduce alla forza, dal disprezzo all'onore, dalla corruzione all'immortalità, dalla finitezza del tempo all'eternità della vita divina» . Allora Rachele non piangerà più i suoi figli, ma per sempre in essi sarà consolata...
Fin quando giungerà quel tempo, la Chiesa resta il luogo privilegiato della Parola sotto l'azione dello Spirito nella storia, e perciò la Madre di cui i figli di Dio hanno bisogno per vivere, l'eletta che non invecchia mai, perché ringiovanisce con l'amore di coloro, a cui sempre di nuovo dà la vita: «Non separarti dalla Chiesa! Nessuna potenza ha la sua forza. La tua speranza, è la Chiesa. La tua salvezza, è la Chiesa. Il tuo rifugio, è la Chiesa. Essa è più alta del cielo e più grande della terra. Essa non invecchia mai: la sua giovinezza è eterna» . Amandola, si possiede lo Spirito, si incontra Cristo e si vive di lui: «Tanto si ha lo Spirito Santo, quanto si ama la Chiesa di Cristo» . Perché la Chiesa è Maria che continua ad annunciare al mondo che Cristo è risorto e il grande duello è stato vinto dalla vita, che non avrà fine. E anche se ha da mostrare soltanto un sepolcro vuoto e delle vesti abbandonate, in questa sua povertà è la sua ricchezza, in questo sua debolezza è la sua forza. Lei ha visto la Gloria nascondersi e rivelarsi sotto i fragili segni della storia: in lei questo mistero di rivelazione e di nascondimento continua a farsi presente. Di questo mistero, raggiunto dalla fede nel Risorto e dalla consolazione dello Spirito, parla il canto del testimone, la proclamazione gioiosa di chi ha conosciuto la vittoria, che ha vinto e vincerà la morte: «Victimae paschali laudes / immolent christiani. / Agnus redemit oves: / Christus innocens Patri / reconciliavit peccatores. / Mors et vita duello / conflixere mirando: / dux vitae mortuus, / regnat vivus. / Dic nobis, Maria, / quid vidisti in via? / Sepulcrum Christi viventis, / et gloriam vidi resurgentis: / angelicos testes, / sudarium et vestes. / Surrexit Christus spes mea: / praecedet suos in Galilaeam. / Scimus Christum surrexisse / a mortuis vere: / tu nobis, victor rex, miserere» . Quando questo canto sarà cessato, lo Spirito Santo avrà compiuto la sua missione nel tempo. La gloria sarà cominciata. Dio sarà tutto in tutti e il mondo interamente riconciliato sarà la patria della Trinità...

