Io spio,
con il mio piccolo occhio
Shelàch-lekà (Nm 13,1 - 15,4 I )
Daniel Taub

La prima missione della storia ebraica - le dodici spie - torna dall'esplorazione nella terra di Canaan con rapporti entusiasti. Nella terra, dicono le spie, scorrono latte e miele. Ma c'è un problema, secondo dieci dei dodici inviati: gli abitanti della terra sono giganti spaventevoli, e gli israeliti non hanno alcuna possibilità di prevalere su di loro: Là abbiamo visto i giganti, figli di Anak, della razza dei giganti, di fronte ai quali ci sembrava di essere come delle cavallette, e tali dovevamo sembrare ai loro occhi» (Nm 13,33).
Il rapporto delle spie ci dice molto su quello che videro nella terra di Canaan. Ma rivela ancora di più come essi vedevano loro stessi.
Abraham Twerski, famoso rabbi e psichiatra, vede un'importante indicazione psicologica nel rapporto delle dieci spie. Prima noi eravamo come cavallette ai nostri stessi occhi, dicono, e soltanto allora siamo diventati cavallette agli occhi degli altri. La posizione che occupiamo agli occhi altrui, osserva Twerski, è spesso in funzione della nostra autostima.
In un mondo che guarda lo straniero con sospetto e disprezzo, questa indicazione suggerisce che una chiave per migliorare la nostra condizione agli occhi altrui consiste nell'affermare la nostra autostima. Come dice un detto popolare: «Nessuno può farti sentire piccolo senza il tuo permesso».
Il rabbi Jonathan Sacks propone un esempio contemporaneo di questa prospettiva. Una giovane di Mosca andò a far visita a un anziano rabbi. Era chiaramente sconvolta e angosciata e gli spiegò il motivo. Era ebrea, ma per tutta la vita aveva tenuto nascosta la sua condizione ed era convinta che nessuno conoscesse il segreto delle sue origini. Di recente invece un gruppo di giovinastri l'aveva vista per strada e le aveva dato della "sporca ebrea".
L'anziano rabbi rimase in silenzio per un po', poi le chiese: «Vivo da molti anni in questa città. Sono chiaramente identificabile come ebreo, dalla barba e dagli abiti. Eppure nessuno mi ha mai dato dello "sporco ebreo". Se, ondo te, perché?».
I,a giovane esitò, poi rispose: «Perché sanno he io lo prenderò come un insulto. Mentre tu tu lo considereresti un complimento».

